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Giornata internazionale della poesia- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani in occasione del 21 marzo,
Giornata mondiale della poesia. istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO
nel 1999, intende riaffermare il valore intrinseco, estetico, culturale, antropologico della più
profonda espressione dello spirito umano: il verso. La poesia è celebrazione di eventi,
manifestazione individuale o collettiva di sentimenti, bisogni, speranze; è la più “superflua” delle
forme culturali, eppure quella più necessaria per alimentare l’animo degli uomini. La poesia non
serve in una realtà tecnocratica e digitale? Al contrario è il lievito di tutto ciò che abbia un
contenuto alto, nobile, critico, sdegnato, visionario. La vera poesia non ha padroni. Forse per questo
ha più difficoltà a sussistere nella nostra società liquida e materialista. Eppure ®esisterà sempre.
Malgrado noi.
Il CNDDU invita ogni studente a celebrare la giornata contraddistinguendo ogni proprio profilo
social con versi di un poeta a scelta, che in qualche modo percepiscono più vicino al loro sentire.
L’hashtag della giornata è #fermentopoetico.
In tale occasione, ricordiamo che quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla scomparsa di Giuseppe
Ungaretti, il poeta del nostro Novecento che affascina ancora molto i giovani per lo
sperimentalismo formale e la verità dei contenuti umani proposti.
“Gentile / Ettore Serra / poesia / è il mondo l'umanità/ la propria vita /fioriti dalla parola / la limpida
meraviglia /di un delirante fermento / Quando trovo/ in questo mio silenzio /una parola / scavata è
nella mia vita / come un abisso.” (Ungaretti, Commiato)

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

LIBRO-ALLA RICERCA DELLA CONSAPEVOLEZZA(RACCOLTA DI 'POESIA CONSAPEVOLE')

Immagine correlata

Di Salvatore Santoru

Sabato 13 maggio 2017 ho pubblicato un breve libro/ebook basato su una raccolta di poesie,avente 27 pagine.
Tali 'poesie consapevoli' sono incentrate sulle tematiche della spiritualità e della psicologia e sopratutto su alcuni aspetti introspettivi dell'esistenza e sul Senso Della Vita.



L'ebook si può visionare e scaricare liberamente in pdf o in altro formato da "Scribd", qua:

https://www.scribd.com/document/348253862/Salvatore-Santoru-Alla-Ricerca-Della-Consapevolezza-Raccolta-di-Poesia-Consapevole

POESIA-CERCARE

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Cercare,cercare un senso
un significato,un simbolo oltre il tempo
latente senso che vige in ogni cosa
al di là dello spazio e del sempre fugace tempo
Cercare una Via,una nuova Utopia
Cercare sé stessi,la propria personale Via

La Vita è una Via e Cercare la sua Funivia

Salvatore Santoru
https://informazioneconsapevole.blogspot.it/

La poetica di Debora Cappa, tra ricerca interiore e critica etica

debora-cappa

Di Salvatore Santoru

Debora Cappa è una giovane poetessa e scrittice pescarese,autrice al momento di quattro libri.
Ciò che contraddistingue la sua poetica è l'importanza attribuita alla ricerca interiore e alla denuncia e/o 'critica etica' di alcuni aspetti della società contemporanea.
Nella poetica dell'autrice vi è da segnalare il richiamo al tema della spiritualità e all'interiorità contrapposti al consumismo dominante della società contemporanea, consumismo che interessa sempre di più anche la stessa vita sentimentale degli individui.
Molto interessante è la tematica 'esistenzialista' racchiusa nella poesia dell'autrice, 'essenzialismo' testo a ricercare l'essenza e il senso dell'esistenza attraverso l'esplorazione della propria interiorità e la condivisione di tale esperienza in forma poetica.
Tra le sue opere vi sono da segnalare "Il Carnevale Della Vita"(Tracce 2006), un'antologia di 60 poesie dedicata al tema dell'amore e dei sentimenti e "A Briglia Sciolta", considerata dalla stessa autrice una "burla allegorica del dolore di vivere".

Risultati immagini per DEBORA CAPPA carnevale della vita


NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1)http://www.webalice.it/occhiblu_oltremare/

FOTO:https://liberilibrienonsolo.wordpress.com


POESIA-LA RICERCA

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Navigo in un'oceano che pare infinito,
navigo lungo questo sentiero che pare incontenibilmente ardito,
Alla ricerca di saperi,virtù e conoscenza,
animato da questo stato di contagiosa effervescenza.

La Ricerca è costante, la Ricerca è continua,
non si fermerà né domani mattina e né davanti a una suadente spina,
la Ricerca ti anima, la Ricerca ti sorprende e con la Ricerca realmente si apprende.

La Ricerca è ciò che ti disseta ed è ciò che soddisfa la tua sete di virtù e conoscenza.

Salvatore Santoru

PUBBLICATA ANCHE SU http://poesiaconsapevole.blogspot.it/2016/09/la-ricerca.html

Il poeta Giacomo Noventa e il suo sogno politico di un "socialismo tricolore"

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Di Marcello Veneziani
Giacomo Ca' Zorzi, in arte Giacomo Noventa, era un poeta veneto e uno scrittore socialista, esaltò la Resistenza. Ma a suo dire la Resistenza popolare aveva un nemico ben oltre l'ultimo fascismo e l'ultimo nazismo: «l'indifferenza popolare italiana, dal Risorgimento in qua». Di lui Castelvecchi ha ristampato ora il breve saggio da cui sono tratte queste ultime riflessioni: Tre parole sulla Resistenza (pagg. 96, euro 9), già uscito da Vallecchi più di 40 anni fa con un saggio di Augusto del Noce, poi compreso nelle sue opere complete edite da Marsilio. Noventa separava la Resistenza dall'antifascismo che reputava speculare al fascismo stesso. Mazziniano, irredentista e interventista, Noventa fu ispirato da un'idea cristiana di redenzione sociale e nazionale, letteraria e religiosa. Divenne socialista tramite un suo originale percorso: dall'idealismo di Croce e Gentile a Marx e Gobetti, ma passando per de Maistre e per Pareto. Emarginato dalla cultura egemone, fu riscoperto da Del Noce e affiancato idealmente a Spirito e Prezzolini nel proposito di superare il fascismo e l'antifascismo. Noventa fu poeta dialettale - il suo nome d'arte era quello del suo paese d'origine, sul Piave - ma pur amando le culture, le lingue e le radici locali, fu un convinto fautore della rigenerazione nazionale d'Italia.
Noventa si oppose in solitudine agli «errori» della scuola torinese, gramsciana e laico-illuminista (di cui l'ultimo papa fu Norberto Bobbio). A cominciare dalla convinzione che i mali d'Italia risalissero alla mancata Riforma protestante e all'avvento della Controriforma. L'errore conseguente fu quello di ritenere il fascismo il prodotto barbaro di quel peccato originale: invece Noventa sostenne che il fascismo non fu un errore contro la cultura, ma un errore della cultura italiana e delle sue punte più avanzate. «Del fascismo - scriveva - è caduta la scorza, la polpa è soltanto più marcia, e il nocciolo è rimasto». L'antifascismo è un figlio marcio del fascismo. E Gramsci e Gobetti sono figli di Gentile. La Resistenza avrebbe dovuto, a suo dire, «chiamare a raccolta tutti gli italiani, anche i fascisti» avendo come nemici i disfattisti. Ma si rivelò un'occasione perduta. Il comunismo diventò l'antagonista della Resistenza, il suo «nemico intimo», anche se di fatto se ne appropriò come di una cosa sua.
Da qui prese corpo la sua proposta di un nuovo partito socialista che mettesse da parte la «boria antipatriottica» e «il complesso di superiorità verso il popolo italiano» e chiudesse con quel laicismo progressista che ha tramutato «la sua religione della libertà in libertà dalla religione», da ogni religione per riscoprire un socialismo spirituale e patriottico. Per lui, in polemica con Franco Fortini, il sentimento religioso è inestirpabile nel cuore dell'uomo. Annota il poeta: come l'uomo che non crede in Dio si fa egli stesso Dio, così lo Stato che non riconosce una religione a cui ispirarsi si afferma esso stesso come una religione. Dunque uno Stato moderno, laico, socialista, può ispirarsi a una visione religiosa, ma nella libertà, senza ricadere nella teocrazia. Il cattolicesimo, per Noventa, conserva una «gagliarda e ragionata ironia rispetto agli uomini di questo mondo, ne considera la generale mediocrità, e non crede nei mostri e negli eroi». Noventa critica il virtuismo, definizione che attinge da Pareto, ma nel suo caso usa per stigmatizzare il moralismo politico di chi trasforma gli avversari in nemici e stabilisce uno spartiacque etico tra il partito della virtù e il partito dei delinquenti. Nessun partito, dice il poeta, deve pretendere di essere il partito degli onesti, dei patrioti, degli amici del popolo; quello fu l'errore comune al fascismo e all'antifascismo. Il modo più efficace per combattere i corrotti, gli anti-italiani e i nemici del popolo è riconoscere gli onesti, i patrioti e gli amici del popolo che sono in ogni partito. Parole oggi più valide che mai...
Noventa auspicò un partito socialista tricolore, popolare e nazionale, cattolico e comunitario, che si ponesse al centro del quadro politico italiano al posto della Dc, sintetizzando destra e sinistra. Per certi versi il craxismo fu un esito inconsapevole di quella sua speranza; ma nel poeta c'era una tensione ideale, morale e religiosa assente nella Milano da bere degli anni Ottanta. Di questa sua «eresia» uscì poi un libro postumo da Rusconi.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.ilgiornale.it/news/cultura/noventa-e-sogno-infranto-socialismo-irreale-1075454.html

TITOLO ORIGINALE:"Noventa e il sogno infranto di un socialismo "irreale"

Giornata Mondiale della Poesia. Da Hikmet a Alda Merini: i versi indimenticabili

Alda Merini (1931-2009)
In foto: Alda Merini (1931–2009)


Di Federica D'Alfonso

Ogni 21 marzo dal 2000 in tutto il mondo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia. Istituita dall'Unesco, la giornata coincide con il primo giorno di primavera, e in un certo senso vuole simboleggiare anche la riscoperta e la rinascita all’espressione poetica.






 La poesia porta con sé, etimologicamente, il significato più puro legato all'arte, quello della "creazione" (‘poiesis' in greco antico vuol dire appunto "creare dal nulla"): un'espressione profondamente legata anche alla musica, in l'uomo ha sempre racchiuso i dubbi ancestrali, le sicurezze momentanee e reso immortali i momenti di gioia così come quelli di sconfitta. In occasione della Giornata dedicata a questa grande arte, ecco cinque poesie fra le più belle della letteratura moderna e contemporanea.

1. “Addormentarsi adesso”, di Nazim Hikmet
Hikmet è considerato uno dei più importanti poeti turchi della modernità. Le sue costanti attività contro il regime, le sue idee comuniste e le sue iniziative internazionali anti-naziste e anti-franchiste gli causarono una lunga serie di arresti, e fu solo grazie all'intervento di una commissione internazionale composta tra gli altri da Pablo Picasso, Pablo Neruda e Jean-Paul Sartre che nel 1950 venne scarcerato dopo anni di dura prigione. Una poesia, la sua, d'amore e di lotta al tempo stesso, in cui la passione e il fervore politico sono diventano il corrispettivo esteriore di un'anima interiormente lacerata dall'inquietudine del sentimento.
"Addormentarsi adesso

svegliarsi tra cento anni, amor mio…"

"No, non sono un disertore.

(…) Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto

sono del ventesimo secolo e ne son fiero.

Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,

e battermi per un mondo nuovo…"

"Tra cento anni, amor mio…"

"No, prima e malgrado tutto".

2. “Nella moltitudine”, Wislawa Szymborska
Sono quella che sono.

Un caso inconcepibile

come ogni caso.

(…) Potevo essere qualcunomolto meno a parte.

Poteva non essermi dato

Il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta

L’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,

e ciò vorrebbe dire

qualcuno di totalmente diverso.

Premiata con il Nobel nel 1996, la Szymborska è considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi decenni, oltre ad essere una delle voci più amate dal pubblico. "Sono, ma non devo esserlo, una figlia del secolo", diceva. Negli anni quaranta la pubblicazione del suo primo volume di poesie venne rifiutata, perché "non possedeva i requisiti socialisti". Szymborska usa il verso libero, e le sue opere sono contraddistinte, dal punto di vista linguistico, da una grande semplicità.

3. “Il pianto della scavatrice”, Pier Paolo Pasolini
Solo l'amare, solo il conoscere

conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto.

Dà angoscia il vivere di un consumato amore.

L'anima non cresce più.

“Le ceneri di Gramsci” è probabilmente la raccolta di poesie più famosa di Pier Paolo Pasolini: pubblicata nel 1957, raccoglie gli scritti tra il 1951 e il 1956. Protagonista delle Ceneri è la nuova realtà storica del sottoproletariato romano, che il poeta rappresenta in modo ostinatamente realista: il tema centrale è l'alternarsi di speranza e disperazione che alla fine, nel Pianto della scavatrice, diventa accettazione dolorosa delle ferite provocate dai cambiamenti. Nel lungo poemetto, che apparve nel 1957 sulla rivista "Il Contemporaneo", Pasolini ricorda i primi tempi del suo esilio dopo la fuga dal Friuli, rimpiangendo quei momenti di vita e la scavatrice diviene il simbolo della vecchia realtà che scompare e che piange di fronte a un mondo che si rinnova.

4. “Oh Capitano, mio capitano!”, Walt Whitman
"In Whitman tutto il mondo americano prende vita, il passato e il futuro, la nascita e la morte. Tutto quel che c'è di valido in America, l'ha espresso Whitman, e non c'è altro da dire". Considerato "il primo e l'ultimo poeta", Whitman credeva che esistesse un saldo, vitale rapporto simbolico fra il poeta e la società, e non a caso è divenuto il cantore per eccellenza del sogno americano: la celeberrima “Oh Capitano, mio Capitano!”, divenuta famosa anche grazie al film "L'attimo fuggente” interpretato da Robin Williams, venne scritta dopo l'assassinio di Abraham Lincoln.

O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato,
la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato,
vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta,
occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida;
ma o cuore! Cuore! Cuore!
O gocce rosse di sangue,
là sul ponte dove giace il Capitano,
caduto, gelido, morto.

5. “La terra santa”, Alda Merini
Alda Merini è è forse una delle maggiori poetesse italiane contemporanee. Dopo la pubblicazione della raccolta di versi Tu sei Pietro, nel 1962, inizia per lei un difficile periodo di silenzio e di isolamento dovuto all'internamento al "Paolo Pini": una vita vissuta fra periodi di salute e malattia, dovuti ad un grave disturbo bipolare. Nel 1979 la Merini ritorna a scrivere, con testi intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza dell'ospedale psichiatrico, testi contenuti in quello che può essere inteso il suo capolavoro: La Terra Santa, con la quale vincerà nel 1993 il Premio Librex Montale.

Ho conosciuto Gerico,

ho avuto anch'io la mia Palestina,

le mura del manicomio

erano le mura di Gerico

e una pozza di acqua infettata

ci ha battezzati tutti.

(…) E, dopo, quando amavamo,

ci facevano gli elettrochoc

perchè, dicevano, un pazzo

non può amare nessuno.

FONTE: http://www.fanpage.it/giornata-mondiale-della-poesia-da-hikmet-a-alda-merini-i-versi-indimenticabili/

L’Albero degli Amici

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Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici
per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino.
Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco,
vedendo molte lune passare, 
gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.
Tutti li chiamiamo Amici e ce sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno
dei nostri Amici. 
Il primo che nasce è il nostro Amico Papà e la nostra Amica Mamma,
che ci mostrano cosa è la vita.
Dopo vengono gli Amici Fratelli, con i quali dividiamo il
nostro spazio affinché possano fiorire come noi.
Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che
rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene.
Ma il destino ci presenta ad altri Amici che non
sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. 
Molti di loro li chiamiamo Amici dell’Anima, del Cuore.
Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene,
sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi Amici dell’Anima
si infila nel nostro cuore e allora lo chiamiamo “innamorato”.
Egli da luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra,
salti ai nostri piedi.
Ma ci sono anche quegli Amici di passaggio, talvolta una
vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un
sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro.
Non possiamo dimenticare gli Amici distanti, quelli
che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento
soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra.
Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si
avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono
l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni.
Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute 
continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria.
Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando
incrociarono il nostro cammino.
Ti auguro, foglia del mio albero, Pace
Amore, Fortuna e Prosperità.
Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che
passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi.
Ci saranno quelli che prendono molto,
ma non ci sarà chi non lascia niente.
Questa è la maggior responsabilità della nostra VITA e
la prova evidente che due anime non si incontrano 
per caso.
Paul MONTES
(Missionario Sud-Americano)

Un caro saluto a VOI Gentili & Attenti LETTORI,
con una serie di AUGURI più o meno scontati & convenzionali mi è arrivata anche questa profonda riflessione che ritengo in grande sintonia con queste particolari giornate, pertanto ve la invio assieme ai miei più sinceri & sentiti AUGURI ‘, unitamente ai Vs. cari, di un lieto & sereno 2016 che ricordo E’ con il 2017 l’ anno del GRANDE RIS-VEGLIO delle COSCIENZE !!!
MANDI
da
SDEI/SERGIO/CERVO BIANCO
VISTO A http://guardforangels.altervista.org/blog/lalbero-degli-amici/#sthash.r9EcPD6c.dpuf

FOTO:http://www.benessereearmonia.it

L'arte secondo Freud



Freud ha una sua interpretazione dell'arte.Egli paragona, non peregrinamente, l'arte al gioco; ma il gioco è per lui espressione di desideri inconsci."Anche il poeta fa quello che fa il bambino giocando;egli crea un mondo di fantasia, che prende molto sul serio e in cui investe cioè forti cariche emotive, pur distinguendole nettamente dalla realtà.






Dalla irrealtà del mondo poeti derivano conseguenze assai notevoli per la tecnica artistica; giacchè molte cose, che in quanto reali non potrebbero produrre godimento, possono invece farlo nel gioco della fantasia, e spesso una commozione per se stessa propriamente penosa può diventare, per l'uditore o lo spettatore del poeta, fonte di piacere"(Freud,Antalogia di scritti minori, raccolta e presentata da C. Musatti, Einaudi, 1959).
La fantasia è per Freud soltanto dell'uomo insoddisfatto,infelice e nevrotico, e costui ha una forte propensione a esteriorizzare ciò che lo fa soffrire o lo fa lieto, anche se per altri rispetti vorrebbe celarlo.Nascono di qui non soltanto le confessioni del malato al medico, ma anche le fantasie poetiche e artistiche, in cui l'eroe dominante è sempre l'io,"sua maestà l'io", come dice Freud.



eBook - Psicoanalisi dell'arte e della letteratura


A ben analizzare la genesi immediata dell'opera d'arte (poetica o figurativa), si vede che essa nasce da una forte impressione attuale che risveglia il ricordo di un avvenimento anteriore per lo più risalente all'infanzia, promuovendo il bisogno di esprimersi e appagarsi nella produzione dell'opera poetica o artistica.Ma questo ricordo infantile a sua volta è connesso con esperienze istintive, di natura sessuale, e Freud mantiene anche nel caso dell'arte la sua tesi dominante della fondamentalità per l'uomo della vita istintiva.Tuttavia egli aggiunge:
" Il poeta addolcisce il carattere della fantasticheria egoistica con modificazioni e velami, e ci seduce mediante un godimento puramente formale, e cioè estetico, che egli ci offre nella presentazione delle sue fantasie.Un tale godimento, che ci viene offerto per rendere con esso possibile la liberazione, da fonti psichiche più profonde, di un piacere maggiore, può essere detto premio di seduzione o piacere preliminare.Io sono convinto che ogni piacere estetico procuratoci dal poeta ha il carattere di un tale piacere preliminare, e che il vero godimento dell'opera poetica provenga dalla liberazione di tensioni nella nostra psiche".

Fonte:Angiola,Massucco,Costa-Psicologia volume II(Paravia),-"Dinamismi estetici e psicologia del profondo", pg 39-40.

L’individualismo e l’universalismo filosofico nel lirismo di Adonis


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Di Giovanni Teresi *
Adonis , Alî Ahnad Esber Sa’id, poeta arabo e saggista, nato il primo gennaio 1930 in Siria, ha vissuto a lungo in Libano dove ha completato i suoi studi, ha insegnato e ha dato vita ad uno dei più interessanti movimenti culturali del mondo arabo contemporaneo. Sin da giovane la passione per il mito mediterraneo e l’impegno sociale hanno fortemente caratterizzato la sua opera. Adonis è un poeta impegnato, ma non militante; negli anni Cinquanta dà voce agli ideali di rinascita culturale e dagli scritti di Ğibrân Halîl Ğibrân mutua la fede nella missione innovatrice del poeta, che per lui assume un ruolo fondante nel forgiare il destino della società. Il successo della prima raccolta poetica, Qâlat al-ard (1952; La terra disse) gli vale la stima di un altro grande poeta libanese, Yûsuf al-Hâl, con il quale dà vita alla rivista Ši’ir (poesia). Il cenacolo di intellettuali che collabora alla rivista si impegna nella rifondazione della poesia araba, rifiuta la rigida metrica classica monorime e si apre ai temi e ai contenuti della poesia moderna occidentale sino ad introdurre concetti, strutture e forme linguistiche nuove. Adonis collabora attivamente alla traduzione delle opere di Thomas Stearns Eliot, di Saint -John Perse e della critica occidentale stimolando una vivace suddivisione tra poesia e critica che provoca la reazione dei più conservatori. Contribuisce in modo significativo al rinnovamento linguistico e strutturale della poesia araba, realizzando componimenti in rima libera e in prosa. L’opera che maggiormente scuote il panorama letterario èCanti di Mihyâr il damasceno (1961), dove per la prima volta compone un libro di poesia strutturato in maniera unitaria; ha un taglio metafisico ed è incentrato sui quesiti che assillano l’uomo moderno. È evidente, sin dalla scelta del suo nome d’arte, che Adonis fonde la propria formazione mistico-religiosa al simbolismo delle mitologie preislamiche. Gli eroi classici, orientali e occidentali, si alternano sul palcoscenico della vita come protagonisti di una battaglia senza limiti spazio-temporali contro la tirannide.
Adonis cerca al di là dell’apparenza superficiale delle cose e degli eventi, e vuole percepire l’universo latente al cuore delle cose. L’ “io” diviene un movimento perpetuo in direzione dell’Altro trascendente, che raggiunge solo quando va al di là di se stesso. L’Altro, nella poetica di Adonis, ha una triplice valenza: è Dio, è l’uomo nella sua essenza sacra ed è anche l’Occidente verso cui il poeta si muove per ricongiungerlo all’Oriente, che è il sé più profondo del suo essere. Egli afferma: «attraverso la conoscenza dell’Altro riconosco me stesso». Questa esperienza non è soltanto sua, ma è vissuta e condivisa da lati della sua generazione che nel colloquio con l’Altro hanno cercato la risposta agli interrogativi suscitati dall’inarrestabile sgretolarsi della realtà.
Agli inizi degli anni Sessanta partecipa al movimento letterario Temmûz, che celebra i miti di civiltà diverse. Mentre molti intellettuali rimangono affascinati dall’esperienza della Letteratura impegnata, Adonis si muove sempre con maggiore determinazione nel campo della metafisica e del surrealismo. Compone Il libro delle metamorfosi e delle migrazioni nelle regioni del giorno e della notte (1965), dove il viaggio e la metamorfosi sono i simboli dell’auspicato cambiamento interiore che secondo il poeta porta alla vera rinascita culturale. La sconfitta subita dal mondo arabo nel 1967 e la guerra civile del Libano confermano il convincimento del Poeta della necessità di dare vita ad una nuova cultura partendo da un radicale cambiamento interiore dell’essere umano. Nel 1968 pubblica La scena e gli specchi, in cui meglio descrive le molteplici immagini della scena esistenziale. I grandi cambiamenti sociali del suo tempo sono narrati metaforicamente nei Prolegomeni alla storia dei re dei piccoli regni (1970), nel quale parla dell’Andalusia del X secolo pur alludendo al presente; una critica più esplicita agli aspetti disumani dell’individualismo si trova in Una tomba per New York. Dal 1985 vive in Francia dove continua a dedicarsi intensamente alla poesia all’insegnamento e al lavoro critico. Compone diverse opere tra cui Celebrazione delle cose oscure e chiare (1988). Nel 1995 e nel 1998 pubblica i primi due volumi dell’opera al-Kitâb, che nell’intenzione dell’autore vuole rappresentare la summa della sua produzione artistica. Tra le più significative raccolte poetiche si segnalano: Qālat al-Arḍ (1952; Disse la terra), Aghānī Mihyār al-Dīmashqī, (1961; I canti di Mihyār al-Dimashqī), Qabr min ajal New York (1971; Una tomba per New York), Kitāb al-Ḥisār (1986; Il libro dell’assedio), Introduzione alla poetica araba (1992), Poesie(1993), Sijjīl (2000), Mūsīqā al-ḥūt al-azraq (2005; La musica della balena azzurra), al-Muḥīt al-aswad (2006; L’oceano nero).
Le composizioni sembrano essere un aut aut, bianco o nero, bene o male, luce o buio, ma in questo sembrareegli gioca la chance della parola che diviene guida. Mentre le macchie nere segnano l’assenza e rimandano a cose, corpi che furono, la poesia dipinta guida la danza, trasforma la traccia dell’icona, la traccia di verità scomparse in oblio e affidando alla parola poetica una nuova danza. La parola del poeta è di per sé straordinaria in quanto vede quel che normalmente non si riesce a cogliere; Adonis, per chiarire tale concetto, afferma che «il poeta percepisce la realtà con l’occhio del cuore». La poesia del Mediterraneo scandisce il ritmo di un tempo circolare dove si annullano i contrasti del tempo lineare che domina la realtà contingente. La diversità è un valore perché come afferma Adonis «il secolo futuro è un secolo meticcio oppure non è» (Nella pietra e nel vento). Così la bellezza è il frutto dell’amore, è l’incontro e la sintesi tra le diversità: questa è per i poeti del Mediterraneo la peculiarità che accomuna la poesia di questa area del mondo. Così scrive Adonis inProlegomeni alla storia dei re dei piccoli regni : «L’immaginazione è Adamo per la creazione, Alhambra è Eva per l’Architettura».
La storia affiora nel ricordo del poeta come il profumo, e la poesia si perde nella luce degli ambienti del palazzo di Granada accompagnata da una musica che fa smarrire il senso del tempo, producendo un effetto estraniante. Per Adonis questa è la sensazione che produce il passato sul presente. Per lui il ricordo dell’Andalusia islamica è evanescente come l’ebbrezza del mistico che, per cercare l’assoluto, perde ogni cognizione del presente. Ma tale condizione di ebbrezza non è solo del mistico; nella poesia europea la ritroviamo nei versi di Rimbaud, come anche in Giuseppe Ungaretti quando scrive: «Ora sono ubriaco dell’Universo» (La notte bella). Clara Janés gli fa eco e in omaggio del poeta alessandrino recita:
e gli occhi come pozze
dove è riverbero
di costellazioni           (In un punto di quiete)
Per Adonis il tempo scorre nei fiumi dell’inchiostro che legano questo mondo presente ad un passato che, al tempo stesso, ci appartiene in quanto appartiene ad altri; da quel ricordo, oggi, traiamo un’esperienza estetica per entrambi le coste pregnanti di significato. Nella memoria del secolo d’oro di Alhambra, l’altro, il nord cristiano s’incontra con la parte islamica del Mediterraneo per costruire insieme un’armonia inscindibile da un punto di vista estetico, nei refrains dialettici dei componimenti in arabo, spagnolo ed ebraico, le muwaššahât e gli zagâl, come nelle melodie musicali. Le parole che accompagnano le antiche musiche arabe di Andalusia, ancora oggi, ammaliano lo spirito di chi le ascolta e, anche se il senso del testo non è chiaro, trasmettono i sentimenti e le passioni, la nostalgia e l’abbandono. Nella cultura araba la poesia riveste da sempre un ruolo preminente tra le varie forme di espressione artistica. Adonis nella poesia dedicata a Granada riesce a fare passare universi di senso attraverso la cruna di un ago, rievocando la luce imparziale di una luna che avvolge le più diverse realtà con la stessa magia. Anche il poema di Bannîs rivela nell’erranza del sole e della propria esistenza, un bianco orizzonte che svela una ritrovata armonia tra la natura e l’uomo. La realtà ha mille aspetti e il volto dell’Oriente non è quello del mendico, così come il volto dell’Occidente non è solo quello di una macchina da guerra. Il suono della campana risveglia un mondo trasparente, dove l’abito di polvere che ricopre il poeta è un fascio di luce. È quella stessa abbagliante luce mediterranea di Ungaretti: «M’illumino d’immenso» (Mattina).  La folgorante malìa della luce, per il poeta marocchino Mohamed Ahmed Bannîs, avvolge gli antichi riti pagani e libera le onde dall’esilio delle tempeste. Così le tempeste della vita spingono l’uomo a migrare, preda di un destino impietoso. La natura pervade il paesaggio poetico di Bannîs e partecipa della vita umana sino ad essere un tutt’uno con essa:
forse la luce cancellerà il resto
e la mia via sarà questo mare      (Homage du vide)
Così, volendo fare un breve excursus delle voci poetiche del Mediterraneo, il tema dell’erranza e dell’incontro pervade ogni pensiero poetico, come a voler rilevare che il deserto e questo mare costringono al cammino verso l’altro in cerca di se stessi. Il poeta turco Ozdemir in una sua poesia scrive:
Sto camminando
e con me cammina il silenzio,
con me, nelle mie cellule
un’ombra interiore                     (Il Cielo)
 Le immagini create dai poeti sono tante e si avvicendano copiose evocando la ricchezza delle foreste nei versi di Clara Janés e di Ozdemir Ince. Quest’eterno paesaggio mediterraneo è in perpetuo divenire come il deserto che si trasforma nel tempo. Così lo descrive il poeta mistico Abdelwahab Meddeb nella sua lirica Désert:
Il deserto in città
La sabbia tra i denti
Le pietre in bocca
Mastica il vento         (Désert, in Dedale)
download (1)La natura pulsa come una persona, come ogni atomo possiede un cuore. La poesia qui cancella la nostra cecità per poter vedere le cose in un modo diverso e per stabilire un nuovo senso nei rapporti tra l’uomo e il suo ambiente. Riempie una mancanza, il momento di riflessione più profondo nella ricerca della propria essenza. Per questa ragione la poesia araba è impregnata del tema della ricerca mistica. Il viaggio, il senso dell’infinito, il nostalgico ricordo di una bellezza sfiorita, di un paesaggio svanito nell’orizzonte della memoria sono temi antichi, cari alla tradizione di tutta la poesia mediterranea. I temi dell’infinito e della riflessione sul mistero della vita e della morte riecheggiano nei poemi dei poeti del Mediterraneo. L’arte della poesia rende immortale il dolore e riesce a far sì che procuri stupore. Per Adonis il poeta ha un ruolo profetico; nell’annunciare un mutamento verbale, anticipa un rinnovamento profondo che coinvolge tutta la società. Il viaggio, quindi, è soggetto per eccellenza di questo Mare Nostrum le cui acque da millenni sono state solcate da ricordi indelebili, miriadi di frammenti che compongono quell’unico immenso affresco che costituisce la nostra memoria. Il viaggio come ricerca di mezzi per la sussistenza, come scampo alla persecuzione, come spinta emotiva per acquisire la sapienza o per diffondere una nuova fede religiosa. Il viaggio è sempre metafora di un percorso spirituale, che, come banco di prova, dà all’essere umano l’occasione per rivelare il meglio di sé. È il viaggio spirituale che Adonis ci invita a percorrere all’interno di noi stessi. Il viaggio per incontrare l’Altro e, nello scambio, riconoscere più profondamente la propria identità, non come alternativa, ma completamento inscindibile: «Io non avrò completato me stesso se non quando avrò conosciuto l’Altro» (Nella pietra nel vento).
L’opera di Adonis, pur essendo saldamente radicata nella cultura e nella lingua araba, si è comunque evoluta verso sperimentazioni originali già prima che il poeta si trasferisse in Occidente. Il suo soggiorno a Parigi lo ha però spinto a cercare il dialogo con poeti ed intellettuali occidentali, dedicandovi molte risorse. Il poeta, nel guardare al passato, osserva che ancora adesso in Occidente e in Oriente si perpetrano ingiustizie e violenze che sovente sono frutto di incomprensioni. Per Adonis è necessario ribadire l’importanza del rispetto per la diversità e la comprensione della complessità della storia. Così, torna sempre a sottolineare nelle sue opere che «la visione che porta a distinguersi dagli Altri e ad escluderli è una trappola, giacché mai si deve negare la ricchezza del loro apporto».
In Singolare in forma di plurale (2014), non appena comincia a tratteggiare le sue tante vite instabili e i loro mondi, Adonis compie un viaggio in cui si compenetrano l’immaginario soggettivo e quello altrui, l’immaginario del mondo e del passato, con tutte le stratificazioni culturali di cui sono impregnate le diverse civiltà che si affacciano sul Mediterraneo; esse sono il frutto della stessa mano, e cioè il risultato dell’incessante opera di esseri umani che si pongono, con il proprio sforzo, al centro di questa straordinaria avventura in cui si confondono l’astrologia e la religione, la filosofia e la semiologia, il tempo del borgo e quello privato, le visioni dei veggenti e le rivolte dei contestatori, l’estasi del corpo erotizzato e l’ascesi del risveglio e della rinascita. Come nel sogno di un veggente sintonizzato sulle vibrazioni del cielo, ogni forza naturale e cosmica assume la dimensione di un personaggio umano, e con le persone si mescola, si unisce, offrendo loro la propria energia e caricandole di un coraggio sovrumano. Questo scambio di energie vitali è già sintetizzato nel titolo: ogni pluralità si concentra in un presente singolare, anzi personale, individuale. Ogni essere umano diventa per Adonis una sorta di bambino cosmico, che contiene in sé l’immensa forza esplosiva dell’universo, e lo rappresenta, lo fa vivere in una dimensione parziale e minuta, senza tuttavia perderne le potenzialità smisurate. Uno dei versi ricorrenti nella parte iniziale del libro, come una litanìa più che un ritornello, è proprio «Esci nello spazio, bambino», con la variante «Esci sulla terra». L’universo è dunque una rappresentazione scenica della vita umana, dove l’infinitamente grande diventa storia, si scioglie nelle vicende del nostro mondo fisico. Fino a incrinarsi nel nostro sussurrare il dubbio, nella violenza testimoniata dai cimiteri familiari provocati dai cappi e dal piombo del Cairo e di Baghdad, ma anche ritrovandosi nella bellezza dei corpi, che con le differenze tra uomo e donna portano incantesimi senza fine; fino a sciogliersi nel sangue del poeta, compagno dei suoi prolungamenti, rendendolo capace di percepire, come un sensibile Orfeo, che «gli alberi dormono e che ogni sasso ha orecchie che lo ascoltano».
La potenza della poesia di Adonis proviene da questo magma mitico, insieme universale e individuale. È il cuore stesso della poesia araba, anche quella più antica. Per questo resta saldamente dentro il suo mondo, anche se sa rinnovarlo:
Com’è amara e com’è dolorosa la nostalgia per  la sua casa
poggiando la guancia sulla spalla della notte arreso a lei
alla sua casa silente sotto l’arco dei pini,
la notte legge le sue opere vegliando le porte e le finestre,
nessun fuoco tranne quello che crepita nel corpo libero, o ciò che divampa
sulla sua terra (oggi è buio quel passaggio verso la sua terra,
e il vento spira impetuoso da ogni parte),
com’è amara e com’è dolorosa la nostalgia
per ciò che rimane delle leggende del mio amore
com’è arduo parlare di lei, non ho fuoco
per questa carcassa
se non quello delle parole                                   (Cento poesie d’amore)
È in Singolare in forma di plurale che si definisce la personalità di Adonis, connotata da una grande capacità di scrittura, ricchezza di linguaggio e da una profonda analisi teorica. Questo testo accoglie il lettore con uno stuolo di interrogativi a partire dal titolo enigmatico. È un’opera che dissolve i confini, e non soltanto tra il singolare e il plurale, tra il contingente e l’assoluto, ma anche tra il soggettivo e lo storico, il presente e il passato, il privato e il pubblico, l’agito e il pensato:
«Che cos’è la città se non la porta dell’amore verso l’universo? Vorremmo ritrovare una chiarità attraverso le tracce che essa lascia in alcuni savi del nostro tempo, fino al contagio, allo splendore del bene. Siamo confusi, affamati di parole che non ci tradiscano. Abbiamo estremo bisogno che tutto abbia maggiore bellezza e densità. E così partiamo dalla città, da questa comunità di gente che per caso o per destino nasce affiancata, in una stessa terra, dentro lo stesso paesaggio. Invitiamo tutti al fenomeno della presenza, ad ascoltare vere bocche e vere voci che ci parlano, qualcuno che per noi ridefinisce le sponde della pista terrestre, gli assi che ci fanno resistenti e vivaci. È nel millimetro ora che possiamo migliorare, nell’atto generoso di chi precisa un sostantivo, un aggettivo abbagliante».
Adonis chiede asilo alla filosofia, alla poesia e alla parola «in forza della sua nobiltà simbolica che è l’energia che ci costituisce e che costituisce la vera essenza dell’umanità». Senza tuttavia dimenticare il respiro, il corpo, il fare del corpo, senza dimenticare il silenzio dal quale la parola si genera e nel quale accumula la propria potenza feconda. Per questo stesso motivo, il poeta turco Fazil Hüsnü Daglarca, durante l’incontro Poesium a Istanbul, affermava: «Dobbiamo parlare sempre in termini assoluti». E sempre in quell’occasione disse anche: «credo che la poesia appaia quando le parole che la compongono scompaiono». Ed è sicuramente in questo istante di massima privazione che la verità si rende visibile in modo diffuso.
Il concetto filosofico della metamorfosi viene affrontato da Adonis nel breve testo intitolato Verso un’estetica della metamorfosi, in cui il poeta scrive:
«La metafora è fonte del perpetuo rinascere e del rinnovamento continuo di un movimento creativo che include così i contrari: l’immaginazione e la realtà, ciò che è estraneo e ciò che è familiare, il sovrannaturale e l’abituale, il manifesto e l’occulto. E aggiunge: trasformandosi e rinnovandosi gli esseri, la metamorfosi genera i mutamenti d’identità: un corpo muore affinché l’essenza del suo spirito ne integri un altro; una cosa perde il suo aspetto per riapparire sotto altre sembianze. In questo senso, è possibile che la metamorfosi contenga in se stessa l’onnipotenza della continuità segreta tra tutti gli esseri (o il principio della sua intersoggettività trascendentale), potenza che si manifesta anche nel discorso e nell’ascolto …. Descrivo la metamorfosi come un trasferimento o un viaggio. La parola viaggia tra le cose. Le cose viaggiano tra le parole. Il visibile viaggia nell’invisibile. E il senso viaggia nelle immagini».
E continua fino a giungere al concetto di verità, che «è la meta verso cui si dirige colui che viaggia, una luce che non cessa di brillare alla fine del cammino: un fine che non può mai essere raggiunto dal momento che il cammino non ha mai una fine». E ancora:
«In quest’ottica la verità in sé è metamorfosi o viaggio-ricerca senza fine in un universo infinito. L’esistenza è dunque un senso o una verità verso la quale viaggiamo attraverso la metamorfosi delle immagini. […] Il viaggio della poesia è il più ricco e il più profondo dei viaggi verso l’uomo, verso la conoscenza, la verità e la bellezza, semplicemente perché è un viaggio tra la morte e la resurrezione, un viaggio che non ha limiti tra l’immagine e il senso, tra il visibile e l’invisibile». (Il libro delle metamorfosi e delle migrazioni nelle regioni del giorno e della notte)
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teresiGiovanni Teresi è nato il  3 novembre del 1951 a Marsala (TP). Docente di Economia aziendale e Discipline giuridiche ed economiche, ha pubblicato diversi testi di poesia e racconti in riviste nazionali e internazionali. È  presente nella raccolta antologica La poesia è sogno a cura di Fulvio Castellani. Nel 2005 gli è stato conferito dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli il premio internazionale di Poesia e Letteratura Nuove lettere XVI Edizione per la lirica Pellegrini, edita in CLUB3 vivere in armonia Ediz. San Paolo. Nel 2006 ha pubblicato, con il contributo dell’ICI, La grande tradition des Muses. Altri suoi libri di poesie in lingua francese sono: Rêve les yeux ouverts , L’univers de l’âmeL’île enchantée par le chant de la luneNel 2007 ha pubblicato con il contributo della casa Editrice Maremmi Editori (FI) Il mito e la poesia e per l’editore Bastogi il saggio storico Sui moti carbonari del 1820 -’21 in Italia – Eventi ed adepti poco noti del periodo. Dal 2011 è membro d’onore dell’Association Rencontres Européennes Europoésie con sede a Parigi e Presidente della Delegazione francofona in Sicilia: Marius Scalési. Ha collaborato con la Rivista Latinitas in Civitate Vaticana. Il 12 Aprile 2013, al 2° Certamen internazionale di Poesia Latina Scevola Mariotti indetto dall’Università Pontificia Salesiana di Roma, ha vinto il primo premio con Magna Laude per le sue liriche religiose in lingua latina. È presidente del Punto Centrum Latinitatis Europae di Marsala, Associazione Culturale con sede ad Aquileia.

Storia di un’intervista. Pound e Pasolini (con i versi di ‘Patto’)

Di Marco Marchi
È stato Enzo Siciliano, in quello che resta con tutta probabilità il suo libro più bello, la Vita di Pasolini, a testimoniare della iniziale indisponibilità di Pasolini a riconoscere la grandezza di Pound: diciamo pure della sua insofferenza sub specie ideologica ad affrontare il caso, ad accedervi veramente tramite quella costituitasi chiave preferenziale deliberatamente bilanciata tra 'passione e ideologia' e così, in tali termini, efficiente. Una chiave d’accesso soggetta tuttavia ai mutamenti del tempo, sensibile e storicizzabile anch’essa, disposta a revisioni, calibrature e assestamenti, perfino in balia di stati d’animo.
L’episodio narrato da Siciliano è rivelatore: «Quando lo conobbi, ed era il 1956, avevo appena scritto un articolo su Le ceneri di Gramsci,  il singolo poemetto stampato nella serie di “Nuovi Argomenti“ di Alberto Carocci e Moravia. Lo incontrai nella sua casa romana di via Donna Olimpia. Mi chiese cosa leggessi, e gli parlai di Ezra Pound. Avevo letto e riletto i Pisan Cantos. Mi accanivo a tradurre qualche stralcio da Rock-Drill 85-95 de los cantares. Ebbe una reazione furiosa: Pound razzista, fascista eccetera». «Quel primo incontro fra noi – continua Siciliano – andò male. Quanto a me, militavo a sinistra: ma perché avrei dovuto negare che Pound fosse un grande poeta? In lui leggevo la tragedia della storia e dell’umanesimo vissuta dentro la barbarie della guerra dei nazisti e dei fascisti, Pound era il barbaro penitente, messo tangibilmente a nudo nella gabbia di Pisa, un Whitman redivivo che ha perso e lasciato sfumare in nero la panica bellezza del vivere».
E il problema fondamentale, l’interrogativo più inquietante e più bisognoso di risposte è proprio quello proposto dal giovane Siciliano: l’impossibilità di sacrificare sull’altare dell’ideologia l’autoevidente, luminosa e incontrovertibile grandezza di un autore. Siamo, si ricordi, a metà degli anni Cinquanta: gli anni in cui Pasolini è un autore letterario, meglio un poeta, un poeta che a varie forme della poesia si affida, ma non ancora un regista; un poeta impegnato, un poeta ideologizzato e già sufficientemente eretico e imbarazzante per i suoi, per la sua parte. Le ceneri di Gramsci non sono ancora diventati la raccolta edita da Garzanti (lo sarà l’anno dopo), ma il tema della coniugazione storia-coscienza-poesia costituisce già per Pasolini un banco di prova ineludibile e prima ancora una base fondante.
C’era in Pasolini, detto in altro modo, nel Pasolini di quegli anni, la fiducia – sia pure drammaticamente contesta ed incrinata, dubitata e contraddetta – in una possibilità di incidere sull’evoluzione stessa di quella storia, di poter offrire un determinato contributo di collaborazione a un vero progresso umano, ad un progetto migliorativo gramscianamente societario nel cui cerchio includere, come sempre in Pasolini accade, le trame di una propria esistenza, di una propria visione in nero (come in Whitman, come in Pound, a ben vedere), infera e invece desiderosa di luci, di trasparenze e iridescenze del vivere, di riscatti umani e prima ancora di compartecipazioni, di vicende comuni (magari proprio quelle concesse dalla poesia, sconfinate e inclusive, senza distinzioni tra la vita e la morte).
«Passarono gli anni – prosegue la rievocazione di Siciliano –. Pasolini incontrò Pound: ne risultò una testimonianza, mai più replicata, d’ottima televisione, un’intervista. Nelle rughe, nelle sclere secche del vecchio Pound c’era lo sconvolgimento di un Occidente che si vedeva travolto dalle proprie stesse ragioni di vita, nella propria sapienza conoscitiva. E Pasolini gli stava di fronte: le sue domande specchiavano una medesima disperazione, la stessa apocalisse –, lontani entrambi da qualsiasi connotazione di ideologia e politica, entrambi vivi come esorbitanti poeti fuori norma, disobbedienti a qualsiasi galateo di sanità letteraria, fiduciosi che la Storia comunque andasse per i propri strani sentieri avanti».
Ancora «geni a confronto», forse, come Cavalcanti e Pound, o come Dante e Pasolini, con uno stesso desiderio di conoscersi e di conoscere, di essere vicendevolmente illuminati e rassicurati dalla propria genialità ‘singolare’, inevitabilmente separata e distante e insieme universale e rappresentativa proprio all’insegna della ispirazione, della chiamata della poesia, di una stessa ansia a quella vocazione umanamente incaricata ed essenziale collegata. «Era una duplice verità che veniva a galla – lo dice benissimo Siciliano –, due solitudini che si specchiavano e si cercavano, più moderni di ogni moderno, fratelli che non sono più». E se è vero – come Siciliano conclude – che la poesia di Pasolini rischia l’incomprensibilità «fuori dalla percezione della Storia del Novecento», è altrettanto vero che Pasolini non meno di Pound, effettuando la loro disobbedienza artistica, protestando, affermando con coraggio davvero intrepido disappartenenze a molte cose del mondo nel nome e attraverso la poesia, in realtà obbediscono a richiami cogenti, a ragioni profonde.
L’assenza nel poeta produce presenza: una sorta di «mysterium mortis», per citare un titolo di Ladislaus Boros, una «kenosi del poeta» confidente nella capacità di esprimere se stessi e il mondo morendo a se stessi e al mondo. Esiliato e morto al mondo Dante, esiliato e morto al mondo Cavalcanti, ma tutt’altro che scomparsi i frutti della loro applicazione, le cose viste dai loro strani, distanziati e implacabili sguardi. Il poeta conosce bene le condizioni notturne del suo operare; ha confidenza con questi stati della creazione in apparenza funerei, sommersi e nostalgicamente attratti, e invece produttivi, vitali, generatori di illuminazioni, avanzamenti e aperture: tali anche nella «disperazione» in atto, nell’«apocalisse» vissuta in corpo e anima, nell’intimo della loro paradossale e irrefutabile «esorbitanza» artistica, della loro solitudine imposta.
Ha scritto Pound di Cavalcanti nella sua antica Introduzione a tradotti Sonetti e ballate, coniugando vita ed esercizio della poesia: «Dino Compagni, che lo conobbe, ci ha lasciato forse la più accurata descrizione dicendo che Guido era “cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario”, io almeno me lo raffiguro così. E così lo ritroviamo nelle sue poesie». Ha scritto a sua volta Pasolini, riferendosi a Pound: «Pound chiacchiera nel cosmo. Ciò che lo spinge lassù con le sue incantevoli ecolalie è un trauma che lo ha reso perfettamente inadattabile a questo mondo. L’ulteriore scelta del fascismo è stata per Pound un modo sia per mascherare la sua inadattabilità, sia un alibi per farsi credere presente. In che cosa è consistito questo trauma? Nella scoperta di un mondo contadino all’interno di un mondo industrializzato, di molti decenni in anticipo sull’Europa. Pound ha capito, con abnorme precocità, che il mondo contadino e il mondo industriale sono due realtà inconciliabili: l’esistenza dell’una vuol dire la morte (la scomparsa) dell’altra». E si dica soltanto se dietro a queste analisi e a questi giudizi non si intravedano in ambedue i casi le filigrane dell’autobiografia, le consonanze della forse inevitabile personalizzazione di ogni nostro pronunciamento.
Patto
Stringo un patto con te, Walt Whitman:
Ti ho detestato ormai per troppo tempo
vengo a te come un figlio cresciuto
che ha avuto un padre dalla testa dura.
Ora sono abbastanza grande per fare amicizia.
Fosti tu ad abbattere il nuovo legno,
ora è tempo d'intagliarlo.
Abbiamo un solo fusto e una sola radice:
ristabiliamo commercio tra noi.
(traduzione di Alfredo Rizzardi)
A Pact
I make a pact with you, Walt Whitman -
I have detested you long enough.
I come to you as a grown child
Who has had a pig-headed father;
I am old enough now to make friends.
It was you that broke the new wood,
Now is a time for carving.
We have one sap and one root -
Let there be commerce between us.
Ezra Pound
(da Poesie scelte, Mondadori)

È morto il poeta portoghese Herberto Hélder

È morto lo scrittore Herberto Hélder, considerato uno dei più grandi poeti contemporanei del Portogallo. Aveva 84 anni ed è morto ieri nella sua casa di Lisbona.
Herberto Hélder de Oliveira era nato il 23 novembre 1930 a Funchal, nell’arcipelago di Madera, nell’oceano Atlantico. Negli ultimi trent’anni non ha quasi mai rilasciato interviste. Nel 1994 ha rifiutato il premio Pessoa, uno dei maggiori riconoscimenti portoghesi nel campo letterario e della scienza.
In un messaggio di condoglianze, il presidente del Portogallo, Aníbal Cavaco Silva, ha detto: “Con una fantasia e una sensibilità rare, la sua opera si distingue per originalità, coerenza e genio, e grazie a ciò si è affermato fin dal suo primo libro” del 1958. Secondo il critico letterario Pedro Mexia: “La sua importanza per la seconda metà del ventesimo secolo è equivalente a quella di Fernando Pessoa per la prima metà”.
In Italia, il libro O la poesia continua è pubblicato da Donzelli, La macchina lirica da edizioni del Leone. Afp

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