Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post

La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco


Di Emanuel Pietrobon

Il 27 marzo ha avuto luogo un evento memorabile, che è già entrato nella storia: la messa straordinaria di Papa Francesco in una piazza san Pietro deserta. Lo scenario, già suggestivo di per sé, è stato ulteriormente arricchito dall’elevata dose di simbolismo che la gerarchia cattolica ha scelto di utilizzare e dall’effetto visivo garantito dalla pioggia incessante.
Spettacolo perfetto, curato nei minimi dettagli: si è parlato di tempesta sullo sfondo di un diluvio, si è parlato di fede vacillante e paura sullo sfondo della più grave pandemia della storia recente, che ha distrutto decenni di false sicurezze e obbligato miliardi di persone a rivedere le proprie esigenze, a modificare forzatamente il proprio stile di vita, si è fatto appello a Dio, un’entità invisibile e trascendente, in un’epoca che in Occidente significa irreligiosità, ultralaicismo e ateismo militante, ma che nel resto del tempo significa persecuzioni religiose, nuovi scismi, conflitti inter-religiosi, ascesa di fondamentalismi e nuove forme di spiritualità, risvegli identitari e terrorismo nel nome della fede.
Iconico è stato il momento in cui il pontefice si è diretto verso il crocifisso svettante sulla piazza più importante della cristianità occidentale, camminando faticosamente, con passo zoppicante e sotto la pioggia battente. Un’immagine che resterà impressa nell’immaginario collettivo per anni, decenni, perché simboleggia perfettamente la durezza del momento storico che sta vivendo l’umanità, ed anche la situazione che stanno affrontando la civiltà occidentale e la chiesa cattolica.
Il compito di uno statista non è mai semplice: su di lui pesa come un macigno la responsabilità di dover raggiungere, se non superare, le vette scalate dai predecessori. Nel caso della chiesa cattolica, si parla di dover ereditare il peso di due millenni di storia, due millenni di protagonismo indiscusso nella costruzione di intere civiltà, dall’Europa all’America Latina, sullo sfondo del contributo inestimabile dato all’arte, alla scienza, alla cultura, alle relazioni internazionali.
I pontefici vengono eletti per due motivi: preparare e guidare la transizione da un’epoca all’altra, e plasmare il nuovo mondo non appena la transizione finisce.
È così da (quasi) sempre: Pio XI ha preparato il terreno per lo storico papato di Pio XII, così come Giovanni XXIII ha gettato i semi per l’entrata della chiesa nella guerra fredda, poi vissuta pienamente da Paolo VI e Giovanni Paolo II, mentre mentre Benedetto XVI, il mite teologo, è stato sicuramente un pontificato di transizione.
Tornando alla funzione straordinaria del 27 marzo, la piazza vuota è anche la metaforica rappresentazione della condizione attuale della chiesa cattolica in Occidente, che ha smesso da diversi decenni di essere il baricentro della cristianità, optando per la fine della storia e, quindi, per l’acquisizione di una nuova identità a-identitaria. Neanche il compimento parziale delle profezie huntingtoniane sul risveglio delle civiltà ha avuto effetti sul dormiente e post-storico Occidente, e non è un caso che nel dopo-Ratzinger la chiesa cattolica abbia smesso di guardare e pensare ad esso come il proprio punto di riferimento.
Il futuro della chiesa è altrove, in quelle che l’attuale pontefice ha definito le “periferie del mondo”, ed è altamente probabile, anzi è sicuro, che non ci sarà alcun “effetto Francesco” nei paesi occidentali, perché il loro destino è inevitabilmente post-cristiano – e, conseguentemente, anche anti-cristiano (ma questo è un altro argomento ancora).
Un effetto Francesco non ci sarà neanche in America Latina, anche qui si tratta più di certezze che di probabilità, dove i cattolici stanno rapidamente diminuendo in ogni paese, dal Messico a Cuba, fino all’Argentina. Le complicità con le dittature militari e la lotta contro l’incompresa teologia della liberazione hanno spianato la strada per la de-cattolicizzazione, la strategia geo-religiosa di Washington e gli scandali sessuali e finanziari del clero hanno fatto il resto.
Ma allora, quali sono queste periferie di cui parla il pontefice? Sono l’Africa sub-sahariana e l’Asia meridionale ed orientale, due aree brulicanti di vita e fede, dalle quali proviene la stra-grande maggioranza dei nuovi sacerdoti, che poi vengono anche mandati in Europa per sopperire alla mancanza di clero autoctono.

Don Massimo Granieri: 'Ho scoperto la fede grazie a Patti Smith e al punk'


Di Salvatore Santoru

Don Max Granieri è un prete nato in Inghilterra e cresciuto in Calabria. Granieri ha recentemente  dichiarato di aver scoperto la fede religiosa grazie alla musica della famosa cantante rock e protopunk Patti Smith e del punk.
Più precisamente, Granieri ha affermato che è stato l'album 'Radio Ethiopia' del 1989 ad averlo particolarmente influenzato così come il successivo 'Easter'.
PER APPROFONDIRE: ARTICOLO SU BLASTING NEWS

La religione laica di Einstein, maestro di vita

Di Massimo Fini
Christie’s ha venduto all’asta a New York per 2 milioni e 892.500 dollari una lettera che Albert Einstein scrisse a Eric Gutkind nel 1954, a 74 anni, mezzo secolo dopo aver preso il Nobel per la Fisica. Ma più fortunati del ricco Epulone che l’ha acquistata siamo noi che possiamo leggere gratuitamente questa straordinaria lettera di questo straordinario scienziato e di quest’uomo straordinario i cui pensieri continuano ad abitarci, come quelli di tutti i grandi, da Eraclito a Leonardo a Dante a Shakespeare a Milton a Nietzsche a Leopardi, anche se i loro corpi “dormono, dormono” sulla collina o altrove, e le loro menti non hanno più coscienza di sé e tantomeno di ciò che hanno suscitato.
La lettera di Einstein ruota intorno alla questione eterna dei rapporti fra scienza, religione, spiritualità e il mito di Dio. Einstein, da scienziato, è un ‘non credente’: “Sono un religioso, non un credente…Per me la parola ‘Dio’ non è altro che l’espressione e il risultato della debolezza umana”. E liquida la Bibbia (“un libro raccapricciante che suscita orrore” secondo l’interpretazione del laico Sergio Quinzio) il Vangelo e tutte le altre cosmogonie come raccolte di “Leggende venerabili ma piuttosto primitive. Non c’è un’interpretazione, per quanto sottile possa essere (e qui si riferisce precipuamente alla Bibbia, ndr) che mi faccia cambiare idea…Per me la religione ebraica nella sua versione originale è, come tutte le altre religioni, un’incarnazione di superstizioni primitive”. Insomma sono miti fondativi, ma senza nessun riscontro storico e tantomeno scientifico.
Ma Einstein non è un ‘non credente’ integralista, ‘freddo’ alla Rita Levi-Montalcini, se in questa stessa lettera riprende un passaggio di Spinoza che concepiva la figura di Dio come un essere senza forma, impersonale: l’artefice dell’ordine e della bellezza visibili nell’universo. In Einstein sembra quindi esserci comunque e nonostante tutto una tensione verso il trascendente e in questo credo consista la sua ‘spiritualità’. La presenza/assenza di Dio lo turba se nella famosa polemica col collega danese Niels Bohr, che aveva descritto per primo la struttura dell’atomo, gli replica: “Dio non gioca a dadi con l’universo”.
Einstein è ebreo e si riconosce nella cultura ebraica sia pur senza integralismi (“con piacere”) e scrive: “E la comunità ebraica, di cui faccio parte con piacere e alla cui mentalità sono profondamente ancorato, per me non ha alcun tipo di dignità differente dalle altre comunità. Sulla base della mia esperienza posso dire che gli ebrei non sono meglio degli altri gruppi umani, anche se la mancanza di potere evita loro di commettere le azioni peggiori”. E qui Einstein centra una questione molto attuale, che non ha a che vedere con la scienza ma con l’essenza dell’umano, e che risponde a quella legge storica per cui i vinti di ieri una volta diventati vincitori non si comportano molto diversamente dai loro antichi sopraffattori. Altrimenti sarebbe incomprensibile come lo Stato di Israele tenga a Gaza un enorme lager a cielo aperto, quando proprio dei lager gli ebrei sono stati vittime nei modi atroci che ci vengono sempre ricordati.
La lettera venduta l’altro giorno da Christie’s ci riporta anche alla famosa polemica fra Niels Bohr e lo stesso Einstein. In estrema sintesi: Bohr sostiene il “principio di indeterminazione” e cioè che la Scienza non può arrivare a scoprire la legge ultima dell’universo, Einstein al contrario non riuscirà mai a convincersi che non sia possibile, per l’uomo, arrivare alla Verità assoluta. E qui noi, pur nella consapevolezza di inserirci da nani in un confronto fra giganti, stiamo con Bohr che doveva aver ben presente il profondo insegnamento di Eraclito: “Tu non troverai i confini dell’anima (e qui per anima va intesa la Verità, ndr) per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione”. E aggiunge: la legge autenticamente ultima ci sfugge, è perennemente al di là e man mano che cerchiamo di avvicinarla appare a una profondità che si fa sempre più lontana.
Infine in un’altra nota Einstein, nella sua saggezza umana, molto umana e nient’affatto troppo umana ci dà un consiglio, che con la fisica ha poco a che vedere, ma che dovrebbe far rizzare le orecchie ai cantori molto attuali, inesausti e dilaganti delle “sorti meravigliose e progressive”, delle crescite esponenziali e del mito del successo: “Una vita tranquilla e umile porta più felicità che l’inseguimento del successo e l’affanno senza tregue che ne è connesso”.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 12 dicembre 2018

Indonesia: a Jakarta musulmani,cattolici e confuciani in piazza contro l'estremismo



Combattere l’estremismo religioso e il terrorismo; promuovere il pluralismo come vero fondamento della società indonesiana. Per questo Nahdlatul Ulama (Nu), il più grande movimento islamico del Paese, ha organizzato una manifestazione interreligiosa per il 17 gennaio prossimo a Jakarta. All’iniziativa si sono subito unite altre 13 organizzazioni islamiche, insieme alla Conferenza episcopale indonesiana (Kwi), le chiese protestanti e l’Alto consiglio confuciano del Paese. Almeno 10mila persone si riverseranno a Lapangan Banteng, piazza storica della capitale dove si affacciano la cattedrale cattolica e la grande moschea.





P. Guido Suprapto, segretario per il laici della Kwi, dice ad AsiaNews: “Parteciperemo di sicuro alla manifestazione”. “Con questo raduno di massa – aggiunge – vogliamo portare il messaggio che la diversità deve essere la forza della nazione. Dobbiamo mostrare che la coesistenza pacifica è possibile”. P. Samuel Pangestu, vicario generale dell’arcidiocesi di Jakarta, ha fatto stampare un gran numero di volantini da distribuire a tutta la comunità cristiana (v. foto).
Marsyudi Syuhud, presidente del Nu e uno degli ideatori dell’iniziativa, afferma: “A noi hanno insegnato queste due parole: tasanuf, che significa tolleranza, e tawasuft, che si riferisce all’essere persone moderate. Queste due parole rappresentano lo spirito di base dell’essere un buon musulmano nella società”. “Il Nu – continua il leader islamico – è chiamato in causa da un punto di vista morale per difendere il fondamento filosofico e politico della nazione: Bhinneka Tunggal Ika [Unità nella diversità ndr]”.
Il movimento, spiega Marsyudi, ha come bandiera il concetto di “Islam Nusantara” (islam dell’Arcipelago), che “significa promuovere una maggioranza islamica indonesiana che abbia idee moderate e abbracci la tolleranza religiosa. Il nostro messaggio è chiaro: unire in fratellanza tutte le fazioni della nazione”. Il concetto di Islam Nusantara è stato introdotto per la prima volta l’anno scorso durante il 33mo congresso del Nu.
Secondo Marsyudi Syuhud bisogna “combattere la percezione che l’islam non sia una religione pacifica perché ora vediamo sciiti e sunniti attaccarsi fra loro. E questo viene ancor prima del discorso sui nostri rapporti con altre religioni come induismo e buddismo”.
Marsyudi aggiunge che il Nu vuole contrastare ogni possibile infiltrazione dello Stato islamico (SI) in Indonesia: “Il pericolo è chiaro e presente. Abbiamo visto che alcuni hanno avuto il coraggio di appendere bandiere dello SI in una rotonda del traffico. Abbiamo persone che vanno a combattere in Siria e poi tornano, e il governo non fa nulla. Questo convince la gente che questo tipo di primavera araba arriverà presto in Indonesia”.
Secondo l’Agenzia per l’anti-terrorismo (Bnpt), sono 149 i cittadini indonesiani tornati dalla Siria. Altre fonti governative affermano che 800 persone sono partite dall’Indonesia per unirsi allo SI, 284 delle quali sono state identificate. Almeno 52 sarebbero morte.

La Cina che crede, un revival religioso e spirituale dall’alto

cinaforum
Toy Buddha, Russ Morris

Di Ester Bianchi
Parallelamente agli sviluppi politici, alla crescita economica e ai cambiamenti sociali – e forse in parte come reazione agli stessi – la Cina Popolare sta vivendo oggi un generalizzato revival religioso che coinvolge in modo diverso città e campagna, le varie tradizioni, i gruppi etnici, le tante zone geografiche, le generazioni e i diversi ceti sociali.






 Si tratta di un fenomeno che, seppure meno evidente rispetto alla modernizzazione della Cina, chi visita oggi il Paese non faticherà a riconoscere. Benché il revival sia apprezzabile anche in ambienti cristiano-cattolici e musulmani, si farà qui riferimento esclusivamente al Buddhismo e al Daoismo, perché a essi si ricollega il 90% di chi, in Cina, professa una qualche fede religiosa. A questi cittadini che manifestano apertamente e inequivocabilmente il proprio credo, si sommano poi tutti coloro che, pur non dichiarandosi atei, non si sentono di riconoscere formalmente la propria appartenenza a una delle chiese ufficiali.

Il “Documento 19”: la religione scomparirà con la maturazione del socialismo

La libertà di credo fu sancita dall’articolo 5 del Programma comune adottato dalla Prima conferenza politica consultiva del popolo cinese (settembre 1949) e riproposta nelle varie edizioni della Costituzione, per quanto sia stata disattesa in diversi momenti del periodo maoista. L’idea che la religione fosse un fenomeno temporaneo che si sarebbe esaurito spontaneamente con il superamento di determinate contraddizioni sociali permise inizialmente la sopravvivenza delle attività religiose che non fossero d’intralcio ai programmi di governo. Tuttavia, tra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta, il numero dei luoghi di culto buddhisti e daoisti calò sensibilmente, passando da 60.000 a circa 8.000 unità. Qualsiasi forma di libertà di credo cessò durante la Rivoluzione Culturale, quando i religiosi furono costretti a tornare al secolo e gran parte del patrimonio culturale e religioso fu gravemente danneggiato quando non irrimediabilmente distrutto.

Alla fine degli anni Settanta è stata inaugurata una nuova fase storica per le religioni cinesi, giunta significativamente assieme all’ammissione ufficiale del declino della lotta di classe. La nuova politica è stata promulgata nel 1982 dal “Documento 19” del Partito comunista cinese (PCC), che dichiara controproducenti le politiche repressive nei confronti della religione e propende per una linea di tolleranza spiegata sul piano ideologico con l’assunto che la religione scomparirà da sé non appena sarà maturata la società socialista. Si noti che ai membri del partito non è comunque concesso di aderire a una qualche religione, benché secondo Richard Madsen una discreta percentuale degli stessi (15%) si dedichi privatamente a pratiche religiose.

La libertà di pratica e culto è garantita alle istituzioni afferenti a una delle religioni ufficiali (Buddhismo, Daoismo, Islam, Cattolicesimo e Protestantesimo), tutte sottoposte al ferreo controllo dello Stato (presente sul territorio attraverso una rete di associazioni religiose e uffici governativi) e tenute a professare la propria lealtà alla patria, come bene esemplificano i ‘cartelli patriottici’ con la scritta “Ama il paese, ama la religione” (ai guo ai jiao 爱国爱教) spesso affissi all’interno di monasteri, templi e luoghi di culto autorizzati della RPC.
Le nuove politiche hanno portato a immediati sviluppi già nel corso degli anni Ottanta e Novanta. I risultati a lungo termine si sono rivelati negli anni 2000, quando si è avuto un aumento esponenziale del numero dei credenti, che può essere letto anche alla luce di un cambiamento di attitudine nei confronti della propria fede da parte di molti cinesi. Questo almeno sembra trasparire dai pochi sondaggi disponibili.
cinaforum
酥油灯房 / Room of Prayer lamps, randomix

Tra reticenza e sincretismo, l’impossibilità di una mappatura dettagliata

Contare i devoti delle religioni cinesi non è un’impresa semplice. Innanzitutto, almeno fino a pochi anni fa, le autorità governative erano piuttosto reticenti a fare un censimento dei credenti. In secondo luogo, molti cinesi non osano ancora dichiarare apertamente la propria fede, vuoi perché le repressioni del periodo maoista sono sentite come troppo vicine, vuoi perché continua a sussistere il divieto per i membri del Partito di dichiarare la propria fede. La terza ragione, su cui tornerò in seguito, è legata alla natura del sentimento religioso dei cinesi, che spesso non si riconoscono in una specifica fede e partecipano a pratiche e riti diversi a seconda delle circostanze.
Fino a pochi anni fa le stime ufficiali volevano che vi fossero in Cina circa 100 milioni di fedeli nelle cinque religioni ufficiali. In altri termini, si riteneva che i credenti fossero fra l’8% e il 10% della popolazione. La svolta si è avuta nel 2007, quando un’indagine condotta dalla Huadong shifan daxue 华东师范大学 di Shanghai ha rivelato che il 31,4% dei cittadini con un’età maggiore ai 16 anni si considerava religioso; questa stima, che alzava il numero dei credenti a circa 300 milioni di persone, è stata in seguito confermata e fatta propria dalle autorità governative. Infine, nel 2010 l’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino ha reso noti nel “Libro blu sulle religioni” i risultati di nuovi sondaggi, secondo cui solo il 15% dei cinesi si dichiarerebbe non-religioso (a fronte del 59% del 1993, dati Philip Zuckerman). Ne consegue che l’85% della popolazione cinese pratica una qualche forma di religione. Degno di nota, in questo contesto, anche il netto aumento delle ordinazioni monastiche, che stanno gradualmente riportando la percentuale dei religiosi ai numeri della prima metà del XX secolo.
Questi dati, benché parziali, rimangono significativi perché lasciano intravedere l’entità del revival delle religioni, un fenomeno che non può più essere considerato marginale e trascurabile da chi si occupi della Cina contemporanea.

Culti tradizionali e stabilità sociale, un binomio che non dispiace al PCC

A prescindere da considerazioni generiche sul ruolo delle politiche meno repressive nei confronti delle religioni o sulla generalizzata crisi ideologica prodottasi in seguito all’apertura all’economia di mercato, è evidente che il revival del Daoismo, del Buddhismo e dei culti locali si inserisce nel contesto del rinvigorimento della tradizione del passato in atto nella Cina contemporanea.
Il recupero di forme culturali dotate di un forte carattere identitario è osservabile nei più svariati ambiti e, come sottolineato da Maurizio Scarpari, caratterizza anche molte delle scelte politiche recenti. In altri termini, senza nulla togliere alla componente spontanea e proveniente ‘dal basso’ del fenomeno del revival delle religioni, è evidente che esso è sostenuto, quando non voluto e alimentato, dal governo centrale e da quelli locali.
Per tutti gli anni Novanta del secolo scorso e in modo ancora più forte in questo inizio di secolo, la leadership della Cina sembra avere considerato positivamente la crescita delle religioni tradizionali cinesi, riconoscendo in esse elementi di stabilità sociale. Più nello specifico, nel discorso politico attuale le religioni sono rivalutate sulla base del loro potenziale ruolo nella creazione di una “società armoniosa”. Buddhismo e Daoismo sono definiti ‘pilastri della tradizione cinese’ e sono oramai considerati settori importanti del patrimonio culturale nazionale.
Questioni di ordine economico non sono estranee al fenomeno qui analizzato. Mi riferisco in particolare alle entrate garantite dal turismo religioso, capace di muovere ingenti capitali anche dall’estero, o alle donazioni dei laici, che sono spesso re-investite dai religiosi in opere socialmente utili (orfanotrofi, case di riposo per anziani, ospedali, donazioni in caso di calamità ecc.), rivelandosi di grande utilità per i governi locali.
Infine, André Laliberté ha messo in luce anche la potenziale efficacia delle religioni tradizionali cinesi nella gestione dei rapporti con Taiwan e, per quanto concerne il Buddhismo, nei rapporti diplomatici con gli altri stati asiatici di fede buddhista.
cinaforum
Nel tempio buddhista “Longhua” di Shanghai, Michelangelo Cocco

Modalità e contenuti del rinascimento, le pratiche “superstiziose”

Il revival delle religioni riguarda prevalentemente il Buddhismo e il Daoismo istituzionali, che si riconoscono nelle rispettive Associazioni nazionali. D’altro canto, negli ultimi anni si è registrata anche una ripresa della religione popolare e dei culti locali, con un’evidente ridefinizione dei confini che separano le pratiche religiose dalle “superstizioni”.
Quest’ultimo aspetto ci porta a interrogarci sul concetto stesso di zongjiao 宗教 (“religione”), un termine di origine occidentale e di per sé fortemente connotato, che definisce la religione come un sistema strutturato di credenze e di pratiche, e implica appartenenza esclusiva a una specifica chiesa. Se è vero, come ha osservato Vincent Goossaert, che la sua introduzione ha determinato un cambiamento nel modo di intendere e vivere la fede per molti cinesi, d’altro canto sussiste ancora in Cina un generalizzato atteggiamento non-esclusivista nei confronti delle proprie pratiche e credenze religiose.

Nella Cina tardo imperiale la religione aveva sede nei templi locali e includeva, senza per questo volerli fondere, Buddhismo e Daoismo, ritualità confuciana e culti locali. Ovviamente Buddhismo e Daoismo erano già delle vere e proprie religioni istituzionalizzate, dotate di un clero organizzato, di una propria liturgia, di un canone scritturale e di centri d’ordinazione e formazione. Qui, religiosi e laici adottavano forme di appartenenza esclusiva e potevano essere considerati buddhisti o daoisti in senso stretto.
Significativamente, in epoca recente in templi e monasteri si è assistito a un sempre maggiore coinvolgimento attivo del laicato, pronto a manifestare un legame esclusivo con un dato lignaggio o con una specifica religione attraverso la devozione al maestro e/o l’accettazione di specifici precetti. Sebbene questo fenomeno possa essere considerato per certi versi radicato nel passato, l’entità che ha assunto di recente deve molto all’affermazione in Cina di idee moderne e occidentali sull’appartenenza religiosa. È soprattutto per costoro che sono organizzati i tanti ritiri di preghiera e meditazione che, soprattutto nei mesi estivi o durante le festività, raccolgono all’interno delle mura monastiche centinaia (o persino migliaia) di praticanti buddhisti o daoisti.

D’altronde, ieri come oggi la maggior parte della popolazione si rivolge ai monaci buddhisti, ai preti daoisti o ai daoisti non-ordinati (che da sempre tendono a sfuggire al controllo statale), ai sacerdoti dei culti locali, ma anche a medium esperti nella scrittura ispirata, divinatori ed esorcisti, a seconda della propria esigenza del momento. Per costoro, ciascuno di questi ‘operatori del sacro’ ha un ruolo preciso e distinto (dai rituali per i defunti a quelli per ottenere salute e prosperità in questa vita, dalle pratiche meditative e realizzative a divinazione ed esorcismi) ma ugualmente necessario e valido.
Il fenomeno del revival delle religioni nella Cina contemporanea è chiaramente complesso e sfaccettato: un vero e proprio rinascimento che implica il recupero di rituali e pratiche tradizionali cadute in disuso o precedentemente vietate, ma anche una re-invenzione e, talvolta, una vera e propria creazione di istanze nuove. Più che un semplice ritorno del passato, quello che abbiamo di fronte è un quadro dinamico e in continuo mutamento, affascinante e certo meritevole di attenzione.
Ester Bianchi insegna Filosofia e Religioni della Cina, Sinologia e Letteratura Cinese presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, umane e della formazione dell’Università degli Studi di Perugia

FONTE:http://www.cinaforum.net/cina-revival-religioni-385-ester-bianchi/

La dimensione “religiosa” della personalità e della produzione letteraria di Ignazio Silone



http://www.host-lime.com/do/messaggi/articolo.asp?ID=439


Angelo Vallesi, giovane sacerdote studente della Gregoriana, andò a trovare l’anziano Silone nella sua casa romana di Via Villa Ricotti. Aveva delle domande importanti da rivolgergli. Si srotolò un dialogo essenziale, preciso, indimenticato. 

- Maestro, come pensa possa cambiare la società? 
Cambiando la coscienza personale di ciascuno. - Il Concilio ha parlato anche di una coscienza collettiva…
Sarà, ma è solo una idea. - Maestro, lei si sente cristiano? 
Certo, ma senza chiesa. - E si sente ancora socialista? 
Certo, ma senza partito.Recentemente, Darina Laracy, la moglie di Silone, ha affermato: “Sarebbe tradire Silone se qualcuno se ne appropriasse come è stato fatto in passato. Silone appartiene all’Uomo”. 
Solo con simili premesse, si può dire qualcosa della dimensione religiosa della personalità e della produzione letteraria di Ignazio Silone in modo rispettoso. La sua profonda personalità e, soprattutto, la sua complessa vicenda ideale e politica hanno fatto discutere di lui in vita ed ancor oggi, a cento anni dalla nascita (Pescina, 1 maggio 1900). Certo è che la sua figura è diventata sempre più popolare anche in ambito cattolico. Eppure è ben nota la sua matrice socialista, mai rinnegata nemmeno quando, nel 1930, consumò lo “strappo” dal partito comunista italiano del quale fu co-fondatore. 








La formazione cristiana di Silone e il suo tessuto ideale evangelico restò sempre discretamente presente anche se, nella mentalità e nella pratica, essere socialista significava ripudiare il cristianesimo. In verità, Silone ricercò una pratica sociale del cristianesimo e, insieme, ricercò un’anima ed una speranza cristiana del socialismo. Questo si risolse in una tensione interiore e progettuale altissima. Egli fu esule e solitario rispetto alle istituzioni e ai progetti ai quali pur si appassionò. E questo, non perché chiuso ma, al contrario, perché troppo aperto e grande di cuore e di intelligenza. Solo l’arte gli permise di esprimere al meglio l’anima, la ribellione e il progetto che aveva dentro. 

E’ stato Giancarlo Vigorelli, forse, il primo critico letterario a mettere sull’avviso della dimensione religiosa del pensiero e dell’opera di Silone. “Questo uomo che ha legato il suo nome alla storia e alla polemica politica di quasi cinquant’anni – ha osservato presentando, nel 1965, Uscita di sicurezza -, e questo scrittore che ha scritto i suoi libri parallelamente alle esperienze politiche e che deve la sua fama al loro messaggio social-politico, risulta uno scrittore essenzialmente religioso. Quello che pareva un naturalismo è un realismo evangelico, e quello che risultava un populismo è piuttosto un messianismo”. 
La adolescenza di Secondo Tranquilli – questo è il suo vero nome fino ai 23 anni – fu segnata dagli eventi del disastroso terremoto della Marsica, nel 1915: rimase senza genitori e senza casa, senza sicurezze economiche e umane. «Io ho avuto la fortuna di vivere un certo tempo accanto a un santo», confiderà Silone al drammaturgo Diego Fabbri ricordando il periodo trascorso in una casa di Don Orione, a San Remo, nel periodo difficile della giovinezza. Gli restò una simpatia, di più, una sintonia con Don Orione assai forte. “Aveva di Don Orione un ricordo travolgente”, come ricordava ancora Angelo Vallesi. 

Lasciato Don Orione e la fede professata, stabilitosi a Roma, Silone iniziò la sua vivace attività politica e letteraria. Aderì giovanissimo al partito socialista. Nel 1921 fu tra i fondatori del partito comunista italiano, dal quale poi clamorosamente prese le distanze nel 1930. Per sottrarsi alla persecuzione fascista, emigrò in Svizzera, dove rimase fino al 1945. Rientrato in Italia fu eletto deputato nel partito socialista; diresse il giornale "Avanti" e la rivista "Tempo presente" fino a quando lasciò definitivamente la militanza politica. 

Inquieto nella sua ricerca di verità e di giustizia, coerente e autonomo nel perseguirle, Silone, "cristiano senza Chiesa e socialista senza partito", disse di stimare, al di sopra di tutti "Trostzki, perché non era il rivoluzionario del sabato sera e Don Orione perché non era il cristiano della domenica mattina". Lo confidò a Douglas Hyde, anch’egli socialista, anch’egli esule dal partito comunista inglese da lui stesso fondato (cfr. Nella carità cristiana la chiave della vera giustizia in L’Osservatore Romano, 17.1.1997, p.7) 
Bruno Formentin nel suo saggio “Il rapporto strutture-libertà nell’opera di Ignazio Silone” (1973) fa risalire all’incontro con Don Orione, uno dei più tipici rappresentanti del sacerdozio cattolico moderno, la nascita, almeno embrionale, della critica di Silone alle strutture. “Il ritratto di uno strano prete, cioè di Don Orione, illumina sul tipo di carità e di giustizia che Silone sente congeniale”, riconosce A. Garosci (in Ignazio Silone: fedeltà e solitudine, 1965). 
Anche I. Howe vede nell’incontro con Don Orione l’evento che risulterà determinante nella evoluzione del pensiero siloniano. Quel prete sarà “la figura che perseguiterà la sua fantasia, il prete francescano che vive come un cristiano delle origini e che in questo si accosta alla situazione del rivoluzionario, che si è liberato del dogma” (in The most reflective of radical democrats, 1969). Infatti, Don Orione, “il sacerdote non conformista”, fu da Silone descritto nel famoso capitolo “Incontro con uno strano prete” di “Uscita di sicurezza” , ma anche in Don Benedetto di “Vino e pane” , in Don Nicola di “Una manciata di more” e in Don Serafino di “Il segreto di Luca” . Ed è riconoscibile anche nella suora sconosciuta che, nella penombra di una chiesa, dice a Pietro Spina – alter ego letterario di Silone in “Vino e pane” – parole che Silone adolescente udì da Don Orione stesso. 

“- Fatevi coraggio, nessuno è provato dal Signore al di là delle sue forze. Sapete pregare?
- No.
- Pregherò io per voi. Credete in Dio?
- No.
- Lo pregherò io per voi. Egli è il Padre di tutti, anche di quelli che non credono in lui!”.
Documenti d’archivio, tra i quali una quindicina di lettere autografe del giovane Silone a Don Orione, sono oggetto di un saggio di Giovanni Casoli di prossima pubblicazione. “Don Orione è stato un gigante della carità e Silone un gigante della libertà - afferma Casoli -, però una libertà nella coscienza. Incontrandosi, non poterono non restare ammirati e affezionati l’uno dell’altro. Senza pretendere l’uno di indurre l’altro al proprio ruolo storico, hanno condiviso ideali largamente comuni di civiltà e di spiritualità”. Forse nuove luci verranno da questo epistolario e permetteranno di meglio conoscere la singolare vicenda umana, letteraria e politica di Silone che ha subìto oltre alla scomunica politica da parte del partito comunista (1931), anche una certa emarginazione letteraria da parte della cultura. 

Vale per tutta la produzione siloniana l’osservazione di Giancarlo Vigorelli all’apparire de “L’avventura di un povero cristiano” : “Il suo libro, integro e perfetto, mette a soqquadro, non occasionalmente, l’establishment di quella letteratura italiana per la quale la problematica etico-religiosa è da secoli diventata un tabù” (Silone e l’avventura di un povero Cristiano, 1968).

Articolo di  DON FLAVIO PELOSO, FDP
pubblicato su L’Osservatore Romano, 9.4.1999, p.3.

L’eterna dicotomia, il bene e il male

Di Pier Tulip
La dicotomia bene-male è trasversale a numerose antiche religioni. Anzi è probabile che a questa associazione si debba la prima e principale ragione della nascita di ogni religione.
L’elemento principale che può aver contribuito a generare le prime religioni è da ascriversi certamente al timore generato dal cielo con i suoi fenomeni meteorologici più eclatanti. La superstizione e l’ignoranza, associate alla paura, come ci dice Stazio (Tebaide, Libro III, 661: “primus in orbe Deos fecit timor”, “fu la paura la prima nel mondo a creare gli dèi”), e alla meraviglia, hanno contribuito alla generazione di religioni aventi principalmente lo scopo di creare un legame e un patto di protezione fra l’impotenza umana e la potenza dell’universo.
L’uomo, già dall’inizio dell’utilizzo dell’agricoltura per il suo sostentamento, ha associato ai due periodi principali dell’anno il concetto di bene e male: in estate con il sole alto e forte nel cielo crescono i raccolti mentre in inverno il sole non riscalda più, diminuiscono i giorni di luce e la terra non genera i suoi frutti.
Ben presto questi concetti fecero nascere negli uomini queste associazioni luce-bene, tenebre-male ed essi, nella loro impotenza nei confronti degli eventi naturali, crearono due dèi che ne erano responsabili: nell’antica religione persiana erano Ahura-Mazda e Hariman, nel mitraismo diventarono Cautes e Cautopates, in Egitto Osiride e Seth.
2015-04-30_125907Per gli antichi vi era, quindi, un legame inscindibile fra luce e bene e fra tenebre e male, e gli Egizi furono quelli che ne fecero l’elemento principale dalla loro teologia solare. Essi credevano infatti che l’alternasi del sole crescente e del sole calante fosse l’effetto dalla lotta fra Horus e Seth, l’uno portatore del bene l’altro simbolo del male. Vi è un dio speciale che si incontra in alcune case dell’Eternità, ovvero tombe della valle dei Re, “Quello che ha due facce” e queste facce sono quelle di Seth e di Horus, Seth rivolto a sinistra, Horus rivolto a destra, e nel XVII incantesimo del Libro del ritorno nel giorno o Libro dei morti leggiamo: “Egli è Horus con due teste, una (Horus) genera la verità, l’altra (Seth) la falsità: Egli dà falsità a chi la pratica, e verità a chi la detiene“.
Il fatto che un dio possieda il doppio volto di Horus e Seth è la conferma che essi rappresentano la stessa divinità in generale, ma anche che questa divinità si differenzia in due aspetti che si manifestano in modi e momenti diversi.

Qui ad Horus viene associata la verità e a Seth la falsità: si tratta comunque sempre dell’eterna dicotomia verità-luce, falsità-tenebre e quindi bene-male.

2015-04-30_125929Che questa lotta sia un elemento fondamentale per l’interpretazione del mito egizio ci viene confermata anche da un bassorilievo in arenaria conservato nel museo del Louvre: si tratta di un’opera del periodo copto in cui Horus, in uniforme romana, uccide un coccodrillo (V-VI sec. d.C.) che rappresnta Seth a cui fu anche eretto un tempio a Kom Ombo rappresentandolo in questa forma.
Antichi miti come l’assassinio di Abele da parte di Caino, o di Remo da parte di Romolo, ovvero di Osiride da parte di Seth, sono appunto allegorie di questa lotta fra bene e male.
2015-04-30_144447Il Mitraismo romano, derivato dall’antica religione persiana conservò, naturalmente, questa teologia ma la mise in secondo piano perché nel frattempo si era definitivamente affermata la consapevolezza della precessione degli equinozi che gli antichi non potevano spiegare se non con un dio che spostasse il cielo mentre il sole faceva il suo viaggio annuale.
In tutte le rappresentazioni della tauroctonia mitraica troviamo espresso questo concetto con la rappresentazione dei due dadofori, uno con la torcia accesa a rappresentare il giorno-luce-bene (Cautes), l’altro con la torcia spenta e abbassata (notte-tenebre-male, Cautopates), che, abbiamo già detto, corrispondono alle antiche divinità Ormuzd, o Ahura Mazda, e Ahriman.
2015-04-30_144522Lo stesso schema sarà utilizzato dal Cristianesimo per l’iconografia dell’Arcangelo Michele che uccide il demonio o di San Giorgio che uccide il drago, e, così come nel mitraismo ritroviamo la dicotomia bene-male, essa è presente anche nella maggioranza delle crocifissioni cristiane con la rappresentazione dei due ladroni, uno buono e l’altro cattivo.
Luce-tenebre, bene-male, vita-morte sono tutte dicotomie associate a giorno-notte e estate-inverno che cadenzano il ritmo della vita.
Fra di esse, una sola è una trasformazione irreversibile: vita-morte, e da sempre tutte le religioni hanno cercato di renderla reversibile: morte-risurrezione.

La simbologia del Serpente

Di Roberta Montanaro
Fin dai tempi più antichi l’uomo è stato incuriosito dalla natura e dalle cose che lo circondano, principalmente quando queste sono “diverse” o sembrano “strane” ai suoi occhi; probabilmente è per questa ragione che la figura del serpente, come vedremo, è stata oggetto, sia nel bene che nel male, di ogni genere di leggenda, entrando a far parte del patrimonio culturale della maggior parte delle grandi civiltà del mondo antico, divenendo oggetto di culto, di studio e di mito.
Graficamente il serpente è una linea. Ma è una linea vivente che può prendere la forma di tutti gli ambienti che lo circondano, la cui flessibilità consente gli atteggiamenti più inaspettati. Ciò spiega come il simbolismo del serpente sia naturalmente doppio: esso rappresenta la carezza e la sorpresa. Sono questi i significati con i quali entra a far parte del linguaggio iconografico di tutti i popoli del mondo: esso esprime da un lato l’idea della sessualità e dell’incantamento, dall’altra della sottigliezza, dell’astuzia. Dunque un duplice significato (sensualità creatrice e malvagità diabolica) che ritroviamo in tutte le culture, dalle più antiche a quelle più sviluppate. [1]
Il serpente ha avuto un ruolo nella cultura umana molto tempo prima del Medioevo o dell’epoca dei Romani. Troviamo tracce di culti ofitici in tutto il mondo, in tutte le epoche.
Simbolicamente il serpente passa attraverso la parte negativa del mondo e, si rigenera nel massimo grado della positività, divenendo il sole, donatore di vita. Questa rigenerazione, comune anche ad altre religioni, è probabilmente la trasposizione mitologica di un evento biologico tipico di tutti i rettili: l’esuviazione (o muta), durante la quale il serpente, crescendo, perde completamente la pelle vecchia, lasciandola appesa a un ramo o a una roccia, mostrando una nuova pelle, più lucida e bella.
Questo evento naturale, che ha luogo regolarmente durante la vita di ogni rettile, ha spesso portato a credere le antiche civiltà nell’immortalità del serpente e nella sua continua rigenerazione.
Nella simbologia della religione egizia questo rettile ha un significato di grande importanza.ureo L’ureo rappresenta un simbolo di magnificenza e di rispetto: esso era infatti una parte del copricapo indossato dai grandi sovrani egizi ed era costituito da una statuetta che raffigurava un cobra eretto, spesso d’oro, che era posato sulla fronte di chi lo indossava, conferendogli supremazia e rispetto agli altri.

La leggenda del serpente piumato non fu proprio degli antichi egizi, anche le popolazioni precolombiane veneravano una divinità a metà fra l’uccello e il serpente. Si tratta del dio Quetzalcóatl, e la civiltà è in particolare quella degli Aztechi. Biologicamente parlando questa divinità altro non era che l’unione di due specie animali a quel tempo piuttosto comuni nel territorio occupato dagli Aztechi e ora in via di estinzione: il quetzal, uccello dotato di lunghe piume verdi sulla coda, venerato dagli Aztechi come incarnazione temporanea del loro dio, era stato “fuso insieme” con il boa costrittore, grosso serpente sudamericano.
quetzalcoatl
Simbolicamente, invece, Quetzalcóatl rappresenta il connubio indissolubile tra terra e cielo, tra naturale e divino, tra bene e male. Esso è infatti allo stesso tempo un dio sanguinario, al quale molte vittime umane vennero sacrificate, e donatore di vita. Il serpente piumato, per gli Egizi come per gli Aztechi, rappresenta inoltre il contatto con il mondo dei morti e anche per questo rappresenta un simbolo da rispettare e venerare.
Spostandoci dalle Americhe all’Asia, patria di un’infinita varietà di religioni, notiamo che il serpente ha avuto anche qui il suo posto nella mitologia e nella simbologia religiosa.
In India, nonostante da sempre nelle risaie muoiano ogni anno decine di persone a causa VISHNUdel morso dei serpenti, la divinità creatrice Vishnù, nell’iconografia classica è rappresentato seduto su un enorme serpente e con il capo attorniato da diversi cobra col cappuccio aperto.
Questo animale per gli indiani è sempre stato in stretta connessione con le divinità (nel buddismo infatti, secondo la tradizione, un cobra si pose sulla testa del Buddha in meditazione per coprirlo dai raggi del sole roventi) e soprattutto è in parte custode della conoscenza, ed è perciò un’entità da rispettare e onorare.
La religione cinese ha le stesse origini dell’Induismo e del Buddismo e, nella sua simbologia, compare da sempre il dragone, spesso anche dotato di piume. Il drago cinese è senza dubbio un’ulteriore accentuazione della figura del serpente, che in questo caso viene considerato antropicamente: esso rappresenta un simbolo propiziatore atto ad allontanare influssi maligni. È probabile che l’usanza del drago sia derivata dall’esigenza di “confortare” la popolazione cinese ai tempi delle grandi invasioni da occidente di Unni e Tartari, fornendo così un simbolo ancora più “potente” del normale serpente.
Al serpente è stato attribuito un valore mistico-religioso anche nelle civiltà europee. MoltoSTATUEconosciute sono ad esempio le statuette votive cretesi della dea che stringe nelle mani due serpi. Nella tradizione minoica il serpente è un elemento positivo e propiziatore, nonché un simbolo di fertilità legato alla sfera della simbologia di tipo sessuale (il serpente rappresenta, per i cretesi come per gli indiani, un simbolo fallico).
Nell’antica Grecia questo animale è, allo stesso tempo, simbolo di positività (abbinato spesso alla medicina) e di negatività, come è testimoniato dall’affresco nella “Casa dei venti” a Pompei, dove il piccolo Ercole è ritratto mentre uccide delle vipere, davanti allo sgomento degli adulti.
Per gli antichi Romani invece il serpente era riconducibile, in particolare, a una divinità, Esculapio, considerato il custode della medicina. In più, ai Romani non era sfuggito il fatto che i serpenti sono esperti predatori di topi e ratti, e perciò erano soliti ospitare un serpente nelle loro abitazioni, ponendo così fine al problema della piaga dei roditori.
Possiamo dunque affermare che la figura del serpente nelle religioni antiche fu contraddistinta da un fortissimo aspetto di ambivalenza. Esso viene temuto per la sua velocità e per il suo veleno, molto spesso mortale. Nel contempo però vengono conferite a questi rettili capacità divine, molto spesso positive, il serpente quindi entra a far parte della religione come simbolo propiziatore e donatore di fertilità.
Così come esso è legato al mondo degli inferi, contemporaneamente fa parte del mondo solare, offre la vita ma anche la morte, conferisce autorità e ispira sicurezza in un popolo fragile ed indifeso, può uccidere con il veleno ma, proprio con questo si possono realizzare antidoti e medicine potenti.
Questa ambivalenza dei serpenti fu però rimossa dalla religione cristiana, dalla quale questi rettili ricevettero un’accezione puramente negativa, a partire dal serpente tentatore del paradiso terrestre, per continuare poi con la serpe infernale che porta sul dorso l’anticristo, rappresentando l’oscurità, il pericolo.
Questa interpretazione negativa di questi animali può essere considerata come una evoluzione o involuzione della religione cristiana. Secondo l’Antico Testamento Mosè innalza il serpente al cielo e Dio chiederà a lui di essere “innalzato” così come il serpente, dimostrando dunque che la figura di questi rettili era ben diversa da quella attuale.
Sempre tramite la Bibbia, si ha testimonianza di un culto ofidico anche nell’antica religione ebraica, all’interno della quale questi rettili, raffigurati come serpenti di bronzo, rappresentavano sia il bene che il male; l’adorazione del serpente di bronzo fu però estirpato dalla religione ebraica tramite la distruzione completa dei templi a esso dedicati.
Nella religione cristiana il serpente è divenuto il simbolo tipico di Satana. Tale attribuzione si riferisce al racconto biblico del Giardino dell’Eden, dove l’uomo e la donna infransero la legge di Dio. Nella Bibbia esso rappresenta sia l’incarnazione del nemico, come nell’episodio del paradiso, sia il Salvatore crocifisso come nel racconto del “serpente di bronzo” che Mosè pianta nel deserto.
VERGINE


Maria Vergine viene ritratta mentre comprime col piede la testa di un serpente, una raffigurazione che rappresenta la sconfitta del peccato.

Una serpe in un calice sta ad indicare che la bevanda è avvelenata. L’invidia, i cui pensieri sono maligni poiché si ciba di carne di serpente, ha anch’essa questo animale come simbolo. Un serpente con la testa di donna rappresenta l’inganno. Nella mitologia greca la donna che al posto dei capelli aveva dei serpenti era Medusa.
MEDUSA
Minosse, colui che giudica le anime dell’inferno, avvolge la coda di serpente attorno al proprio corpo un numero di volte corrispondente al cerchio infernale di destinazione del dannato. Ercole, neonato, uccide due serpenti a mani nude, da adulto ucciderà l’Idra. Il serpente è anche simbolo della prudenza (Matteo, 10, 16: “siate prudenti come i serpenti”) questo significato spiegò anche la connessione del serpente con Minerva, dea della sapienza.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *