I miei riferimenti storici in materia di panafricanismo sono numerosi, ma per citarli correttamente è necessario chiarire prima cosa intendo per panafricanismo.
Il panafricanismo è la visione unitaria dell’Africa nella sua globalità. Non solo il continente, ma l’intero mondo africano, comprensivo degli africani e degli afrodiscendenti presenti in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Oceania. È una visione fondata sull’idea, dimostrata dal Dr. Cheikh Anta Diop di un’unica matrice civilizzazionale. Le radici del panafricanismo affondano già nel XVII secolo (1600) con l’esperienza dei quilombolas in Brasile, veri e propri bastioni di resistenza allo schiavismo capitalista. Comunità autonome come il Quilombo dos Palmares, guidato da Zumbi dos Palmares che mi ispira sul piano del comunitarismo endogeno, incarnarono l’idea di autodeterminazione africana diasporica, di organizzazione comunitaria e di sovranità. Questa visione di resistenza proseguì nel XVIII secolo con la Rivoluzione haitiana (1791-1804), attraverso il concetto di marronaggio. Figure come Boukman, Jean-Jacques Dessalines e François Mackandal, che mi ispirano, portarono Haiti a diventare la prima repubblica nera della storia. Nel XIX secolo (1800), Martin Delany, mio ispiratore sul concetto di ritorno alla Fonte, riprese questa eredità opponendosi all’assimilazione degli africani nelle Americhe e sostenendo il ritorno e il radicamento sul continente africano come unica via di autodeterminazione. Nel XX secolo (1900), queste idee trovarono una formulazione politica con Marcus Mosiah Garvey, mio ispiratore sulla visione unitaria africana, con la sua Universal Negro Improvement Association, fondata sul nazionalismo nero rivoluzionario, sul “Back to Africa” e sulla prospettiva di uno Stato africano continentale unito. Infine, i Congressi panafricani - in particolare il Quinto - formarono leader come Kwame Nkrumah, Sékou Touré, Jomo Kenyatta, che tradussero il panafricanismo in progetto statuale e geopolitico. È per questo che mi sento profondamente ispirato da figure come Nkrumah, Sékou Touré, mio nonno materno Fara François Kamano, Thomas Sankara, Winnie Mandela, Amy Jacques Garvey e Muammar Gheddafi, perché hanno dato al panafricanismo una continuità storica e politica.
2-Quali differenze e continuità vi sono, a tuo parere, tra il panafricanismo storico e quello contemporaneo?
Tra il panafricanismo storico e quello contemporaneo esistono sia continuità profonde sia differenze significative, soprattutto nella forma dell’opposizione.
Il panafricanismo storico si è articolato in diverse fasi: La prima è stata l’opposizione allo schiavismo di matrice capitalista. La seconda è stata l’opposizione al colonialismo nato dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885, che balcanizzò artificialmente il continente africano distruggendo regni, imperi e assetti territoriali armonici. Il colonialismo, in questo senso, non è altro che una schiavitù trasferita sul territorio africano. La terza fase è stata la lotta contro il neocolonialismo, ovvero la prosecuzione del colonialismo sotto nuove forme, interiorizzate nelle oligarchie africane profondamente occidentalizzate sul piano politico, economico, militare e culturale. Il panafricanismo contemporaneo rappresenta una quarta fase, ossia l’opposizione al mondialismo neoliberale, che costituisce il volto più avanzato e sofisticato del colonialismo occidentale nel XXI secolo. Questo mondialismo attacca l’identità, la Tradizione, e utilizza strumenti apparentemente neutri - come le ONG - che agiscono in realtà come nuovi dispositivi di dominazione.
La continuità tra panafricanismo storico e contemporaneo risiede dunque nella resistenza costante alle forze esogene di destabilizzazione. La differenza sta nel nemico principale. Oggi non si combatte più il colonialismo classico, ma una forma globalizzata e ideologica di dominio neoliberale.
Il panafricanismo contemporaneo si manifesta concretamente con mobilitazioni popolari, riorganizzazione dell’autorità statale e l’emergere di governi che hanno rotto con l’ordine neocoloniale, come in Mali, Burkina Faso, Niger (Confederazione degli Stati del Sahel).
In questo quadro, la Confederazione degli Stati del Sahel rappresenta, a mio avviso, non un punto d’arrivo ma un prototipo: il germe di un progetto panafricano più ampio, destinato a evolversi verso forme superiori di unità, sovranità e autodeterminazione africana.
3-Recentemente hai pubblicato il libro “Teopanafricanismo: Per l’avvento di un Impero Panafricano nel XXI”. Parlaci di esso
Recentemente ho pubblicato il libro “Teopanafricanismo: Per l’avvento di un impero Panafricano nel XXI secolo”.
Il Teopanafricanismo - che si inserisce nella quarta fase del Panafricanismo - nasce dalla mia riflessione sul panafricanismo storico e contemporaneo e dalla constatazione che oggi viviamo in un’era particolare, in cui l’Occidente metafisico e geografico ci impone il suo modernismo come “progresso”, ma in realtà questo progresso distrugge la nostra essenza e la nostra spiritualità. Dobbiamo allontanarci dal modernismo, dal concetto materialista di “sviluppo” (che possiamo definire “sviluppocentrismo”) e dal progressismo occidentale, senza cadere nel conservatorismo passatista africano o nel progressismo africano. Dobbiamo tornare alla Tradizione Principale Primordiale, alla nostra natura, alla metafisica, unendo spiritualità, politica Sacra, economia Sacra del giusto. Non sviluppo, ma inviluppo “tradi-sovranista” ed “endo-comunitarista”.
Il Teopanafricanismo (“Theos” = Dio in greco) lo definisco un perennialismo africano o se volete un perennialismo melanico, un ritorno a ciò che è Eterno e Perenne, da cui l’uomo originale Nero si è distaccato. È un riallineamento con la nostra essenza originaria e con il Dio dell’Origine, Unico e Androgino - che ha il principio maschile e femminile - e ai nostri Antenati Intermediari. Promuove l’unità delle forme - tradizionalisti, rasta, kemetisti, cristiani neri originali, musulmani neri originali, sufi neri - e l’unità di tutti gli africani, indipendentemente dalla lingua, dalla nazionalità, dal tasso di colore (scuro, chiaro, misto), dall’orientamento sessuale, perché conta il Principio Interiore Sacro (la Polarità tra Sole e Luna), non la forma esteriore (materia).
Il Teopanafricanismo è dunque la mia visione che difende l’unità verticale nera e una conoscenza di Sé, che ci avvicina alla Tradizione Principale (o Primordiale).
Qui un ritorno all’aristocrazia spirituale opposto alla democrazia neoliberale, per l’avvento di un Impero Panafricano in Africa fondato sul Sacro, includendo la Diaspora, diviene una necessità.
Questa visione trova legittimità anche nella mia eredità familiare, poiché discendo da Antenati Regali. I Sannduno (ortografia originale prima della francesizzazione Sandouno) sono un Clan Kissi proveniente da Toomandu, che significa letteralmente “città del Sacro” nell’attuale Guinea. Siamo un lignaggio storicamente di potere, custode del potere tradizionale, legato alla guerra, al comando, alla caccia e a un concetto di Autorità particolare.
Tra gli Anziani è conservata la Memoria di un Antenato Eponimo, quasi leggendario (tra i molti altri). È Balaka Sannduno, guerriero delle montagne e delle foreste, fondatore di villaggi che dovevano essere secondo lui Sacri, protetti, non accessibili a chiunque.
Anche i miei Antenati materni, i Kamano (tra gli Antenati fondatori del popolo Kissi), avevano molto potere prima della colonizzazione.
La mia battaglia oggi è dunque nella continuità di un approccio Sacrale. Mi considero un aristocratico perennialista per lignaggio, ma soprattutto per funzione dello Spirito - che precede il Sangue stesso.
4-Come valuti l’attuale stato, a livello socio-politico e culturale, delle comunità afro discendenti in Italia ed Europa? Ritieni che ci sia terreno fertile per la diffusione delle idee panafricaniste?
Molto chiaramente, le comunità africane che vivono in Italia sono spesso troppo influenzate dal mondialismo e non comprendono appieno il pericolo che esso rappresenta per il popolo africano. Molti fanno affidamento sulla sinistra e sui progressisti, senza capire che, in realtà, questi gruppi li utilizzano come serbatoio elettorale, contrastando una destra che stigmatizza gli africani.
Per questo ritengo che sia necessaria una terza via, né di destra né di sinistra, una via autonoma africana, consapevole dei pericoli del mondialismo. Prima di ogni ideologia modernista eravamo africani e dobbiamo continuare a esserlo, restando fedeli ai nostri principi.
La diffusione del Teopanafricanismo, il Panafricanismo del XXI secolo, è fondamentale. Alcuni potrebbero chiedersi perché gli africani in Italia dovrebbero aderirvi. Chi pensa così non conosce la storia del panafricanismo: “Pan” significa globale, planetario dal greco. Ovunque gli africani siano presenti, devono poter organizzare il proprio destino.
In Italia c’è ancora molto da fare, troppi africani sono ammaliati dal materialismo mondialista. Alcuni hanno preso coscienza dei problemi del mondialismo, ma si definiscono “alter-mondialisti”, un concetto secondo cui sarebbe possibile un mondialismo meno aggressivo. Questa visione è sbagliata, perché prima di essere cittadini del mondo, è essenziale essere cittadini di una comunità, riconoscere la propria identità e le proprie radici.
In un’era in cui ogni popolo tende a radicarsi nel proprio paradigma identitario, è fondamentale riconoscere la propria origine, unirsi prima con la propria famiglia di destino, prima di unirsi con gli altri.
In Francia, Belgio e Inghilterra alcune comunità africane sono più strutturate, ma in Italia il lavoro è appena agli inizi. Il Teopanafricanismo si inserisce nella dinamica di proporre un approccio originista, metapolitico, comunitario e antimondialista.
5-Quali sono le potenzialità e i limiti dell’attivismo afroamericano a tuo dire?
Il militantismo afroamericano negli Stati Uniti nasce come nazionalismo nero rivoluzionario, distinto dal nazionalismo bianco reazionario, e si concentra sull’organizzazione interna delle comunità nere per resistere alle sofferenze storiche. Questa linea si è espressa attraverso il Black Power, con figure di riferimento come Elijah Muhammad, Malcolm X, Louis Farrakhan, Khalid Abdul Muhammad e Stockley Carmichael, promuovendo l’autonomia, l’autodeterminazione e il principio di essere organizzati tra noi stessi, senza assimilarsi.
Emersero figure agli antipodi come Martin Luther King che sostenevano l’assimilazione agli inizi, ma si resero presto conto che essa poteva condurre il popolo nero in una “casa in fiamme”, cioè sotto il controllo dell’oligarchia della babilonizzazione.
Oggi, il limite del militantismo afroamericano emerge soprattutto dopo la scomparsa dei grandi leader Black Nationalist e del Black Power. Molti sono stati sedotti da tendenze progressiste o mondialiste, spesso manipolate da strutture neoliberali, e puntano all’assimilazione o a guadagnare riconoscimento all’interno del sistema occidentale. Un altro limite riguarda alcuni black nationalist contemporanei che adottano una retorica fortemente ostile a chiunque non sia nero, dimenticando che il problema non è il bianco o il nero, ma la necessità di decostruire un sistema globale oppressivo.
Inoltre, tra questi, molto rivendicano di praticare una “spiritualità africana’ senza realizzazione spirituale né comprensione profonda, opponendosi così - a torto - a chiunque pratichi religioni rivelate. Al contrario, i progressisti neri tendono a cercare troppo l’assimilazione nel sistema americano oppressivo. Serve quindi una terza via, equilibrata, che unisca autodeterminazione, spiritualità nella comprensione della Tradizione Primordiale e comunitarismo endogeno. In questo contesto, il Teopanafricanismo rappresenta una soluzione, orientata all’organizzazione interna, alla continuità spirituale e all’unità del popolo africano, senza odio generalizzante, senza fatalismo né vittimismo, ma con eroismo comunitario e consapevolezza identitaria.
6- Qual è il tuo parere sull’immigrazione di massa attuale e la sua narrazione in Italia? Ritieni che le attuali tesi egemoni, di sinistra o destra, siano eccessivamente polarizzanti e non adatte a un fenomeno così complesso?
È importante comprendere che - secondo alcune statistiche ufficiali - l’80% dell’immigrazione africana avviene all’interno del continente africano stesso. Un fenomeno che io definisco “endoversale” - cioè interno, per usare un neologismo - prima di essere “esoversale” verso l’Europa o altri continenti. Esistono poli di attrazione in Africa occidentale, centrale e meridionale, dove gli africani si spostano per restare connessi alla propria matrice civilizzazionale. Questo flusso intra-africano è spesso ignorato dai media in Europa.
È anche importante sottolineare che esiste un’immigrazione “legale” positiva: africani che arrivano regolarmente in Italia contribuiscono in maniera significativa alla società. Io stesso sono un afrodiscendente nato in Italia, da genitori immigrati legalmente, e i miei genitori hanno contribuito e continuano a contribuire alla vita di questa nazione. L’immigrazione può quindi portare benefici reali sul piano produttivo – per usare un linguaggio materiale.
L’immigrazione esterna, quella “esoversale”, minoritaria e talassica, cioè marittima, è invece legata a dinamiche geopolitiche ed economiche complesse: c’è una migrazione delle risorse e delle materie prime africane, sostenuta dalle cancellerie occidentali in endogamia politica incestuosa con le oligarchie africane corrotte. Privare un popolo delle proprie risorse genera inevitabilmente migrazione fisica.
Per affrontare l’immigrazione esoversale talassica è quindi necessario cessare il saccheggio delle risorse africane, smettere di sostenere dittature locali e contrastare il neocolonialismo. In Italia, le narrazioni dominanti sono estremamente polarizzanti: la destra stigmatizza gli africani, mentre la sinistra propugna un’accoglienza spesso con logiche di serbatoio elettorale. Entrambe le visioni non risolvono il problema e non tutelano né gli africani né gli italiani.
L’immigrazione talassica esoversale, sostenuta da forze mondialiste, rischia di generare tensioni tra comunità e sfruttamento economico competitivo, creando dicotomie orizzontali tra i popoli. È quindi fondamentale superare una visione materialista e orizzontale, considerando il fenomeno in maniera complessa e con una prospettiva verticale, fondata su principi identitari e civilizzazionali.
L’approccio corretto richiede una comprensione profonda delle cause storiche, economiche e culturali della migrazione, senza cadere nelle conseguenze o nelle semplificazioni polarizzanti.
7-Consideri possibile o auspicabile un’alleanza e convergenza ideale, in ottica antimperialista e antiglobalista, tra movimenti panafricanisti e movimenti di autodeterminazione nazionale europei come asiatici?
Viviamo una fase storica di transizione: il monopolarismo occidentale, in cui un’unica oligarchia pretendeva di essere il gendarme del mondo, è in crisi.
Io difendo con forza il pluripolarismo: un mondo composto da più poli civilizzazionali, ciascuno ancorato alla propria identità, Tradizione Principale Primordiale, spiritualità e sovranità.
Questa visione era stata in parte anticipata dal politologo americano Samuel Huntington nel 1995, in risposta all’illusione liberal-mondialista di Fukuyama sulla “fine della storia”. Oggi vediamo chiaramente che non esiste un modello universale - sul piano geopolitico - valido per tutti. Nel mio lavoro teorico, e nel Teopanafricanismo, l’Africa non è periferia, è chiamata a essere il Centro Metafisico del mondo pluripolare emergente.
In questo quadro, le convergenze sono possibili e auspicabili, ma a condizioni precise. Il panafricanismo può dialogare con movimenti europei o asiatici solo se questi riconoscono i crimini del colonialismo, rompono con ogni forma di paternalismo, negrofobia e neocolonialismo, e si pongono sinceramente su una linea anticolonialista e antimondialista. Non si tratta di sostituire un’egemonia con un’altra: noi africani non combattiamo l’oligarchia occidentale per accettarne una russa, cinese o di altro tipo.
La nostra lotta è contro ogni forma di colonialismo, marittimo o ideologico, e mira a un mondo fondato sul rispetto reciproco tra civiltà differenti. Il pluripolarismo non è una lotta di colore, ma una lotta di giustizia, di dignità e di liberazione contro il terrore del mondialismo neoliberale. Ed è una battaglia che, teopoliticamente, è destinata a prevalere e vincere.

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