C’è un equivoco grosso come due interi e caldissimi sabati, intorno alle proteste del 17 e 24 ottobre in Italia. Vale a dire che a organizzare la prima data da cui tutto è cominciato sarebbe stato il cosiddetto “Movimento 17 Ottobre” (M1710), alla cui testa, secondo la Procura di Milano, ci sarebbe il trentenne giornalista freelance e attivista di origine marocchina Youssef Siher, in stato di fermo con l’accusa di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. In realtà, la batteria di canali e pagine digitali a cui corrisponde la sigla (Whatsapp, Telegram, Instagram) è stata creata la sera di domenica 18 ottobre. Bisogna partire da questo sfasamento, riportato da tutti gli organi di stampa, per capire che l’ondata giovanile di queste settimane ha due anime, e quella da cui ha preso le mosse è un’altra, Italia in Piazza, che si differenzia nettamente da quella su cui sono puntati i fari di testate, politica e magistratura.
Tempistica delle date
Punto primo. Il primissimo vagito sui social, denominato appunto Italia in Piazza, è infatti apparso il 3 ottobre, per essere replicato poi il 5 ottobre con un profilo su Instagram e il 7 ottobre con il gruppo su Telegram. Come si può facilmente evincere scorrendo i contenuti pubblicati, l’annuncio della piazza del 17 è stato dato qui. A rigor di fatti, quindi, il M1710 non è stato l’organizzatore della fatidica giornata, il giorno prima preceduta da manifestazioni studentesche, e che è rimasta mediaticamente marchiata dai danni e saccheggi a negozi di grandi marche da parte di qualche centinaio di adolescenti della zona di Milano (i “maranza”). Che Siher possa essere stato, come si sostiene, la “mente” delle violenze sembra essere l’ipotesi degli inquirenti. Quel che però emerge dalla sequenza organizzativa apparsa sul web, unica e sola piattaforma della mobilitazione, smentisce che lo sia dell’intera protesta.
Diverso trattamento
Punto secondo. Italia in Piazza, mentre scriviamo, conta più di 2.300 iscritti su Telegram, principale veicolo di raccolta e discussione di entrambe le realtà. Quello del M1710, invece, oltre 9 mila. Come mai questa discrepanza numerica? Le possibili risposte sono due. Innanzitutto, banalmente, il nome: chiunque, ragazzo o no, faccia una ricerca sui social network per trovare il canale su cui informarsi riguardo il movimento giovanile del 17, s’imbatterà a tutt’oggi molto più facilmente in quello chiamato, appunto, “Movimento 17 Ottobre”. In secondo luogo, la copertura giornalistica: il M1710 ne ha ricevuta una di gran lunga maggiore. Un po’ in virtù del primo motivo, e un po’ perché i documenti e dichiarazioni firmate dalla sigla nata dopo il 17 si prestano molto di più a una lettura allarmistica, che fa più notizia, o che comunque richiama concetti e stilemi familiari a una descrizione estremista del fenomeno.
Come si sottolinea con insistenza in questi giorni, è nelle pagine del M1710 che si possono leggere riferimenti espliciti alle primavere arabe, in particolare alla rivolta del Cairo in Egitto, o istruzioni per affrontare l’urto con le forze di polizia in strada o per la segretezza su internet. È lì che si leggono frasi come “ci tuteliamo dallo Stato e dai fascisti”, “non offriamo bersagli”, “non lasciamo tracce”. Ed è lì che si usano espressioni ideologicamente connotate, tipiche dell’area detta dell’antagonismo di estrema sinistra come “compagni e compagne” o “lotte”, al plurale. Ed è sempre lì, soprattutto, che si teorizza una precisa, anche se poi non meglio precisata, “strategia fluida”, che consisterebbe nel rifarsi alla modalità di azione liquida, inafferrabile, “be water”, secondo il motto della protesta di Hong Kong del 2019-2020. Una pratica di cui si sarebbe dovuto vedere l’applicazione nella comparsa di raduni a sorpresa sabato 24, dopo l’annullamento, all’ultimo momento, dei ritrovi fissati dal M1710 qualche giorno prima. Una mossa che invece, poi, non si è verificata, lasciando alla spontaneità dei cortei l’afflusso di ragazzi.
Approcci differenti
Punto terzo. Le differenze fra M1710 e Italia in Piazza sono notevoli. Il primo ha, come detto, un approccio più ispirato al radicalismo di sinistra. Con una colorazione, negli scritti personali di Siher, di un neo-terzomondismo militante che risulta perfetto per offrire all’opinione pubblica lo scalpo di un piccolo “cattivo maestro”, vivente ritratto della tesi di punta dell’area di governo. E cioè, sic, la saldatura Islam-comunismo (con contorno di improbabili manine “ibride” russe o anche, secondo un’indagine parallela dei pm di Genova, di contatti con presunti finanziatori di Hamas legati alla causa filo-palestinese, a cui Siher aderiva). Gli scritti di quest’ultimo, da questo punto di vista, sono in effetti significativi: basta farsi un giro sul suo Substack e pagina Instagram, lasciate sorprendentemente visibili dopo l’arresto, per accorgersi di una ben identificabile linea politica, coltivata sull’interesse per il mondo islamico, arabo, africano e orientale, e articolata in idee di critica frontale all’Occidente (“Perché la sinistra occidentale non farà mai la rivoluzione”, s’intitola un suo articolo di gennaio dallo stile un po’ fumoso, intellettualistico, caratteristico di chi parla di “rottura epistemologica e ontologica” per indicare la premessa a un “ruolo rivoluzionario”, contro l’ “imperialismo”, delle “diaspore” di migranti…).
Niente di tutto questo, in ciò che è stato finora prodotto da Italia in Piazza. Qui non sono rinvenibili toni vagamente guerriglieri, e il loro manifesto presenta rivendicazioni di democrazia, per così dire, integrale, anti-partitica, centrate sulle urgenze diffuse e trasversali che spingono la maggioranza a scendere nelle piazze (costo della vita, diritto alla casa e allo studio, ecc). Come si legge nell’intervista rilasciata a InsideOver dall’addetto stampa, inoltre, si pensa già a unire le forze con le altre categorie in rivolta, agricoltori e camionisti, oltre a un possibile sciopero delle bollette. In ogni caso, a tagliar la testa al toro è il fatto che non è attribuibile a Italia in Piazza alcun coinvolgimento ufficiale nelle dimostrazioni di sabato 24 ottobre.
Eterno dilemma
Conclusioni. Con tutta evidenza, il carattere che palesa questa sollevazione degli under 30 italiani è un movimentismo, come si dice, spontaneista. Da quel che abbiamo potuto sapere, fra i due gruppi non c’è rivalità o condanna reciproca. Semplicemente, ci sono due sensibilità diverse di intendere l’agitazione: quella di M1710 più “francese” e barricadiera, quella di Italia in Piazza più “costruttiva”, più tattica. Il che, a quanto pare, non significa meno radicale. Non per niente hanno scelto di aderire allo sciopero generale di venerdì 20 ottobre indetto dai sindacati di base Usb, snobbando l’altro, fissato dai confederali della Cgil il prossimo 20 novembre.
Resta un interrogativo: se o quanto si pongano il problema di come dare corpo e continuità alla protesta. Il movimento di studenti serbi che domenica 25 ottobre è riuscito a spodestare elettoralmente l’esecutivo in carica viene da contestazioni andate avanti due lunghi anni e mezzo. Senza un leader unico riconosciuto, ma con una capillare presenza sul territorio. L’esempio di altre realtà nazionali, tuttavia, può costituire un modello fino a un certo punto, perché nonostante le motivazioni simili, ogni contesto fa storia a sé (la Serbia, come del resto la Francia, non è l’Italia). Al netto del giudizio politico di merito, il fallimento di esperienze come il G8 di Genova o di Occupy Wall Street, ma soprattutto dell’auto-sterilizzazione del M5S, avrebbe dovuto insegnarlo: la mancanza, anzi, il rifiuto di darsi per tempo una struttura coerente ed efficiente, democratica ma dotata in tutti i casi di un vertice decisionale, porta ad afflosciarsi o a normalizzarsi. Oppure, se va bene, a dover per forza, prima o poi, strutturarsi. Tradotto, per stare a Belgrado: ora i ragazzi serbi saranno obbligati a costituirlo, un vero e proprio vertice, per scegliere chi far sedere al governo.
