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‘Ndrangheta, la maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere



E’ stata definita la più grande operazione dopo quella che portò allo storico Maxi processo alla mafia: 334 arresti in 11 regioni d’Italia. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha deciso di anticipare l’operazione di 24 ore per il rischio di fuga delle notizie che poteva mettere in dubbio la riuscita della retata. E’ una nuova conferma, ai massimi livelli, del triangolo dall’odore eversivo tra criminalità organizzata, politica e massoneria. E poi il condizionamento, come sempre quando si tratta di mafia, di pezzi dello Stato: il funzionamento regolare dei processi, le liste d’attesa negli ospedali, la fedeltà di ufficiali dei carabinieri. Eppure i più importanti giornali italiani hanno deciso di ignorare, trascurare, ridurre al minimo e perfino nascondere dalla prima pagina la notizia delle centinaia di arresti che hanno smantellato una parte della mafia più potente, quella calabrese.

Non ha meritato neanche una riga in prima pagina, per esempio, su Repubblica e Stampa. Il giornale diretto da Carlo Verdelli ha diverse notizie in appoggio all’apertura dedicata alle Sardine, ma non ha trovato spazio per l’operazione anti-‘ndrangheta. Il quotidiano di Torino ha molti più titoli nella sua “copertina” (dallo spread greco alla “pasta dei nonni che parla tutte le lingue del mondo”), ma è una dignità che non è stata dedicata all’inchiesta sulla criminalità organizzata che ha travolto di nuovo la Calabria. Dentro il giornale l’articolo arriva a pagina 14 nonostante lo stesso titolo la definisca come “La retata più grande di sempre” in inchieste di ‘ndrangheta.
Niente visibilità in prima pagina nemmeno sull’altro giornale del gruppo editoriale, il ligure Secolo XIX, che sceglie un’apertura dedicata giustamente alle notizie più locali, ma conserva gli spazi per quelle nazionali (e non) a una polemica della segretaria della Cisl contro quello della Cgil e alla “anima persa” della Francia sulle pensioni. L’inchiesta antimafia partita dalla Calabria non è riuscita a sfondare la parete della prima pagina nemmeno sul Quotidiano Nazionale, negli spazi dedicati alle notizie nazionali.
Non c’è traccia della notizia neanche sulla prima dei giornali che più di tutti e ogni giorno costruiscono il loro racconto sul cosiddetto “allarme sicurezza”, cioè La Verità e Libero. Il quotidiano di Maurizio Belpietro dedica spazio per esempio alla “sfida di Ratzinger” alla Chiesa tedesca e a una licenza di Leonardo per degli elicotteri “congelata”. I lettori della Verità hanno finalmente scoperto dell’inchiesta con più di 400 indagati a pagina 19. Il giornale condiretto da Vittorio Feltri e Pietro Senaldi, invece, in prima pagina si dedica anima e corpo al cenone aziendale che va in crisi e omette la notizia dei 334 arresti, riportandola a pagina 15 (non il titolo principale, ma in un box in fondo alla pagina), comunque dopo aver dato conto (a pagina 8) della possibile gravidanza di Francesca Verdini, la compagna del segretario della Lega Matteo Salvini.
Il giornale più importante d’Italia, il Corriere della Sera, la notizia in prima ce l’ha: è un quadrotto di spalla, con un titolo tagliato su un virgolettato che rimanda al pezzo di uno dei cronisti di giudiziaria, Giovanni Bianconi. Dentro, i pezzi sono due, ancora una volta dopo una bell’attività di sfoglio, alle pagine 18 e 19. Scelta simile per il Sole 24 Ore, che peraltro rispetto agli altri giornali generalisti avrebbe l’attenuante di essere un quotidiano specializzato in economia (ma d’altra parte cos’è che più delle mafie mette in ginocchio l’economia?). Dei “grandi” chi fa di più e approfondisce di più è il Messaggero con più pezzi all’interno (alle pagine 12 e 13) e un titolo di taglio basso in prima pagina, comunque visibile. Diversa da Libero e Verità la scelta del Giornale di Alessandro Sallusti che dà parecchio risalto in prima pagina alla notizia sull’operazione antimafia anche se con un richiamo che parte dal commento titolato su “una terra senza buoni”.
Il quotidiano che dedica più spazio in copertina alla maxi-operazione di ‘ndrangheta è il Manifesto che inserisce la notizia subito sotto la consueta fotonotizia di apertura, questa volta sul possibile processo a Salvini per il caso della nave della guardia costiera Gregoretti. E’ la seconda notizia del giornale anche su Avvenire, il giornale della conferenza episcopale. “Un colpo alle cosche che infiltrano l’Italia” è il titolo del quotidiano di Marco Tarquinio.
C’è, comunque, un quotidiano che decide di aprire in prima pagina con l’operazione condotta dalla Procura di Catanzaro ed eseguita da circa 3mila carabinieri: il Riformista, il giornale “garantista” che piace molto ai renziani diretto da Piero Sansonetti (ex direttore per tre anni di Calabria Ora e per altri tre del Dubbio, il giornale delle Camere penali) e edito da Alfredo Romeo, coinvolto nell’inchiesta Consip e pluriprescritto (in un caso per corruzione). Il titolo del Riformista, sorvolando sul maxi-refuso di una “a” mancante, è “Gratteri arresta metà Calabria. Giustizia? No, è solo show”. Il senso del pezzo è legato ad alcune altre maxi-operazioni del passato che – racconta il giornale – sarebbero finite con molte assoluzioni.
Il premio fantasia, infine, va invece al Foglio che ha un lungo pezzo sulla ‘ndrangheta sul giornale (non in prima ma a pagina 3), ma riguarda il sequestro di due giorni fa a un imprenditore delle scommesse online: dei 334 arresti, invece, nemmeno l’ombra.

C’era una volta Mafia capitale: concessi i domiciliari a Buzzi, effetto della Cassazione


Di Sara Menafra

Salvatore Buzzi esce dal carcere e va ai domiciliari. A dare la notizia il suo avvocato, Alessandro Diddi: «Dopo cinque anni di custodia cautelare si è restituita la giusta dimensione a un trattamento che mai ha riguardato un imputato di corruzione. Adesso possiamo guardare con serenità all’ultimo tratto di questa vicenda».

Buzzi era considerato il leader, insieme a Massimo Carminati, dell’organizzazione denominata – secondo l’impianto accusatorio – Mafia capitale. Ex detenuto e leader delle cooperative sociali, secondo le sentenze ha certamente organizzato un sistema corruttivo che ha inquinato la pubblica amministrazione capitolina almeno dall’epoca di Gianni Alemanno sindaco.

Secondo la procura di Roma, la sua organizzazione era anche una vera e propria associazione mafiosa che intimoriva i politici romani e le aziende che provavano a fare concorrenza. Questa lettura, però, è stata definitivamente smentita dalla sentenza della corte di Cassazione che ha dato ragione ai giudici di primo grado, pure convinti di essere di fronte ad un grosso caso di corruzione ma non di mafia.

Dopo la decisione dei giudici supremi, una nuova sentenza di appello dovrà rideterminare la pena. Nel frattempo, però, i termini per la custodia cautelare nei confronti di Buzzi sono stati considerati ampiamente scaduti.


Salvatore Buzzi ha ammesso i reati di corruzione, e «questa sua condotta costituisce segno della cesura con il passato deviante foriero di pericolosità sociale». Lo scrive nella motivazione di cinque pagine la terza corte d’appello di Roma. Inoltre, anche le cooperative sociali, da tempo sotto sequestro e a lui una volta riconducibili, «sono state sottratte a qualunque sua disponibilità».


«L’associazione per delinquere di cui avrebbe fatto parte assieme all’ex esponente dei Nar Massimo Carminati è cessata il 2 dicembre 2014, quando furono eseguiti gli arresti, e quindi sono trascorsi ben cinque ani dalla data in cui è cessato il vincolo associativo. Tutto ciò, per la terza corte d’appello di Roma che ha concesso oggi gli arresti domiciliari al ‘ras’ delle cooperative, non può non comportare un giudizio di attenuazione delle esigenze cautelari nei confronti di Buzzi i cui termini di custodia massimi scadranno il prossimo 16 gennaio 2020, scadenza che induce logicamente a ritenere che la misura restrittiva abbia già concretamente garantito tutte le esigenze cautelari ravvisate in questi anni. Il suo protrarsi finirebbe per integrare una punizione ulteriore».

FONTE: https://www.open.online/2019/12/19/cera-una-volta-mafia-capitale-concessi-i-domiciliari-a-buzzieffetto-della-cassazione/

Carlo Celadon: il sequestro di persona più lungo della storia d'Italia


Di Niccolò Carradori

È la sera del 25 gennaio 1988 e il 19enne Carlo Celadon sta cenando nella sua casa di Arzignano, in Veneto. Il padre Candido—un ricco imprenditore dell'industria conciaria—è in vacanza in Kenya con la sorella Paola, mentre il fratello maggiore Gianni è in viaggio di nozze. È seduto a tavola con i domestici, quando quattro uomini incappucciati e armati fanno irruzione nell'abitazione. 

Inizialmente Carlo pensa a una rapina. Ma dopo aver immobilizzato i domestici, gli uomini lo conducono fuori dall'abitazione, gli legano mani e piedi con del fil di ferro e lo chiudono nel bagagliaio di un'auto. Dopodiché mettono in moto, e partono nella notte. 


Quello che Carlo ancora non può sapere è che i quattro uomini sono degli affiliati della 'ndrangheta che lo stanno portando sull'Aspromonte, in Calabria, e che il suo sta per diventare il sequestro di persona più lungo della storia italiana.

La storia di Celadon, rispetto ad altri sequestri celebri avvenuti in Italia—Cesare Casella, Paul Getty, Farouk Kassam—è passata un po' in secondo piano. Per questo il giornalista Pablo Trincia l'ha scelta come primo episodio del suo nuovo podcast, Buio - Storie di Sopravvissuti


"La storia di Celadon," mi ha detto Trincia al telefono, "è singolarmente rappresentativa di un fenomeno, la stagione dei sequestri, che ha segnato la storia italiana. Fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Novanta la media era di un sequestro a settimana, con il picco massimo raggiunto negli anni Settanta. Un business endemico che, fra l'altro, ha finanziato l'ascesa di una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo. Ma è estremamente interessante anche perché rappresenta un calvario di sofferenza e resistenza umana."

La prima puntata di Buio, attraverso le testimonianze—quella di Carlo, ma anche del fratello, e del PM Tonino De Silvestri—ricostruisce questo calvario. Ma riesce anche ad inquadrare bene il fenomeno nella sua interezza sistemica. "La stagione italiana dei sequestri rappresenta uno spartiacque nella crescita delle cosche mafiose," ha continuato Trincia. "La 'ndrangheta aveva creato un vero e proprio sistema attorno ai sequestri, investendo poi i proventi in attività criminali più redditizie come la speculazione edilizia e il traffico di droga."


Ma torniamo al viaggio di Celadon nel bagagliaio dell'auto, che dura 17 ore senza sosta. Carlo ha le braccia e le gambe doloranti, e si è dovuto urinare addosso. Una volta arrivati a destinazione, viene lasciato in una piccola buca scavata nel terreno, e legato a un muro di roccia con tre catene, al collo, e a entrambi i piedi. Gli viene lasciato soltanto un sacco con un po' di pane e formaggio per sfamarsi.
Una volta rimasto solo, come spiega in Buio, comincia a realizzare la situazione: "Per quel poco che sapevo sui sequestri, la durata media di un rapimento era lunga. Sei o sette mesi. Mi aspettava un lungo periodo di sofferenza, totalmente all'oscuro di quello che poteva succedere."

Nei primi giorni, però, è soprattutto un altro pensiero a ossessionarlo. "Un paio di settimane prima del sequestro ero a cena con mio padre, quando al telegiornale passarono la notizia della liberazione di un altro ostaggio. Ormai i rapimenti erano all'ordine del giorno, e ricordo che gli chiesi cosa avrebbe fatto lui nella stessa situazione. Mi guardò fisso, scuotendo la testa, come a dire che non avrebbe mai pagato il riscatto. Temevo che mi avrebbe lasciato morire." 

Le paure di Carlo, però, sono fittizie. Non appena le forze dell'ordine lo hanno avvertito del rapimento, Candido Celadon è rientrato in Italia per tentare di salvare il figlio. Il telefono di casa inizia a squillare già dai giorni successivi, ma a chiamare sono truffatori che, fingendosi dei rapitori, cercano di estorcere denaro. Ci vogliono tre mesi prima di avere notizie reali: una sera di fine aprile, infatti, arriva la chiamata di un uomo con un forte accento calabrese. Dice di chiamarsi "Agip," e di avere in mano Carlo. Chiede cinque miliardi di lire per il riscatto. 

Candido Celadon pretende delle prove prima di trattare il rilascio del figlio, quindi Agip gli dà le informazioni per recuperare un'audiocassetta in cui Carlo implora il padre di liberarlo. Ha la voce stremata, e accusa il padre di averlo abbandonato e di pensare solo ai suoi soldi. I rapitori, infatti, stanno aizzando le paure di Carlo con uno sporco gioco psicologico: gli raccontano che il padre non vuole pagare, che preferisce lasciarlo morire, che rifiuta ogni richiesta. Gli fanno anche scrivere delle lettere al padre, che poi non consegnano, per acuire in lui il senso di abbandono. 
In realtà le trattative sono vincolate al volere del pubblico ministero di Vicenza, Tonino De Silvestri. "Esistevano due scuole di pensiero," ricorda de Silvestri in Buio. "Secondo la prima si dovevano congelare i beni della famiglia, e impedire ogni contatto con i rapitori. Un'altra scuola invece, suggeriva di concedere la trattativa alla famiglia. Io scelsi una via di mezzo: congelai i beni dei Celadon, ma permisi loro di poter trattare con i rapitori. L'idea era quella di consentire un incontro, e di organizzare un blitz al momento della consegna del riscatto." Nonostante questo, però, la trattativa con Agip va per le lunghe, e i mesi passano.
Nel frattempo Carlo resta incatenato nella buca. "L'odore dei miei viveri attirava i topi, e passavo il tempo appostato in un angolo. Mettevo un pezzo di formaggio sotto un bicchiere, e quando entravano gli schiacciavo la testa," ricorda nel podcast. "Due volte sono entrati anche dei serpenti, ed è stato terrificante. Sapevo che anche se non erano velenosi, rischiavo la vita: se mi avessero infettato con un morso, i miei rapitori non mi avrebbero certo portato in ospedale." Celadon doveva inoltre vedersela anche con le intemperie: "Un giorno calò sul monte un diluvio pazzesco. Il mio nascondiglio era scavato per terra, e la buca si riempì d'acqua. Pensavo che sarei morto annegato. Urlavo, mi sgolavo, chiedendo aiuto. Ma nessuno mi rispose."
Alla fine Candido Celadon e "Agip" si accordano per un incontro. I fratelli di Carlo dovranno farsi trovare in una strada di Piace, in Calabria, dove verrà loro segnalato il luogo dello scambio. I due eseguono, consegnano i cinque miliardi, ma non ricevono istruzioni sul rilascio. La polizia, però, è appostata poco lontano: segue gli uomini che hanno ritirato i soldi, e fanno irruzione in una piccola casa, arrestando cinque persone. Di Carlo, però, non c'è traccia. E nemmeno dei soldi appena consegnati.
Poco prima del blitz, infatti, Carlo era stato spostato in un altro luogo da altri complici. Lo avevano fatto camminare per ore, in mezzo al bosco, fino a una piccola grotta, dove lo avevano di nuovo incatenato e lasciato solo. Dopodiché, e per i sette mesi successivi, le notizie si interrompono. Tanto che i familiari di Carlo cominciano a pensare che lo abbiano ucciso. Alla fine, però, "Agip" ricomincia a chiamare casa Celadon. Chiede altri cinque miliardi, e le trattative ripartono da capo. La famiglia ha conservato le registrazioni di queste chiamate, e in Buio si avverte bene come il tono si faccia sempre più violento. "Tu devi solo dirmi se non vuoi pagare," dice "Agip" a Candido, "così ti facciamo arrivare la sua testa."
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Roberto Spada condannato per testata al giornalista, Cassazione: “È mafia”


Di Alessia Rabbai

Roberto Spada è stato condannato a sei anni di carcere per aver aggredito il 7 novembre del 2017 il giornalista Daniele Piervincenzi e del suo operatore Edoardo Anselmi della trasmissione Rai Nemo, mentre stavano svolgendo un servizio ad Ostia, sul litorale di Roma. La Suprema Corte di Cassazione oggi ha riconosciuto l'accusa di lesioni, aggravate dal metodo mafioso, richiesta avanzata stamattina dal sostituto procuratore generale Pasquale Fimiani e già confermata in Appello e e ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa.

Raggi: "Vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità"

Ad assistere alla lettura della sentenza anche la sindaca Virginia Raggi che ha definito il verdetto della Cassazione "una vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità". La prima cittadina poco dopo la lettura del dispositivo ha detto: "A Roma non c'è spazio per la criminalità, non c'è spazio per la mafia. Idealmente un abbraccio a Daniele ed Edoardo".

Il processo a Roberto Spada
Nel processo Roberto Spada e Ruben Nelson Del Puerto sono stati condannati in primo grado per a sei anni di reclusione per violenza privata e lesioni aggravate con il riconoscimento dell'aggravante mafiosa. La condanna è stata poi confermata poi il 7 dicembre scorso in Appello per Spada, mentre è ancora in corso il procedimento nei confronti dell'altro imputato. Roberto Spada lo scorso 24 settembre ha ricevuto un'altra condanna da parte della Corte d'Assise, pena l'ergastolo, insieme ai familiari Carmine e Ottavio, ritenuti i mandanti degli omicidi di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. I giudici hanno stabilito che il clan non è solo una banda di criminali, ma una famiglia mafiosa che a Ostia gestisce il potere e controlla il territorio con intimidazioni, minacce e violenza.

La testata di Roberto Spada a un giornalista
L'aggressione di Piervincenzi e Anselmi è avvenuta proprio davanti alla palestra di Roberto Spada, mentre il giornalista stava cercando di intervistarlo sulla campagna elettorale nel X Municipio, ponendogli alcune domande sui presunti rapporti con Casapound nel municipio di Ostia, sciolto dopo l'inchiesta su Mafia Capitale, poi la violenta testata.

FONTE: https://roma.fanpage.it/roberto-spada-condannato-per-la-testata-al-giornalista-a-ostia-la-cassazione-aggravante-mafiosa/

Clan Spada, sentenza del maxi processo per mafia: ergastolo per Carmine, Ottavio e Roberto Spada


Di Natascia Grbic

Condanna all'ergastolo per Carmine, Romolo e Roberto Spada. Per i giudici il clan Spada costituisce "un'associazione per delinquere di stampo mafioso". Così hanno deciso, dopo 10 ore di camera di consiglio, i giudici della corte d'assise di Roma. Ad attendere la decisione, nell'aula bunker di Rebibbia, c'era anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

L'accusa, nella figura dei pm Ilaria Calò e Mario Palazzi, aveva chiesto tre ergastoli: uno per Carmine Spada, detto Romoletto, uno dei capi del clan, uno per Ottavio Spada e un'altro per Roberto Spada, quest'ultimo già condannato per la testata al giornalista Rai Daniele Piervincenzi in primo grado e in appello. Associazione a delinquere di stampo mafioso l'accusa: per altri poi, si aggiungono altri capi d'accusa che vanno dall'estorsione all'usura fino all'omicidio. Il maxiprocesso è iniziato dopo il blitz dello scorso 25 gennaio, l'operazione ‘Eclissi' che ha portato in carcere ventiquattro degli appartenenti al clan di Ostia. Oltre ai tre ergastoli, sono stati chiesti sedici anni per Ottavio Spada, detto Maciste, otto anni per Nando ‘Focanera' De Silvio e otto anni per Rubert Alvez del Puerto, anche lui coinvolto nell'aggressione al giornalista Rai. È la prima volta che al clan Spada viene contestato l'articolo 416bis del Codice penale. E la pena richiesta non è affatto leggera: sono 224 gli anni di carcere chiesti in totale per i ventiquattro imputati.

Sentenza maxiprocesso clan Spada, la sindaca Raggi in aula

Tra i presenti dell'aula bunker di Rebibbia anche la sindaca di Roma Virginia Raggi, che aveva annunciato la sua presenza già nei giorni scorsi. Il clan, molto attivo sul litorale laziale, soprattutto nella zona di Ostia, è stato decimato dagli arresti avvenuti negli ultimi mesi. L'operazione più grossa, quella del 25 gennaio, ha portato in carcere i capi, tagliando le gambe a quella che i pm – insieme a polizia, carabinieri, guardia costiera e Dda definiscono un'associazione di stampo mafioso. "Qualunque sia il responso continueremo la nostra lotta quotidiana contro i clan che hanno spadroneggiato su Ostia – aveva dichiarato Massimiliano Vender, presidente dell'Associazione Antimafia No – Adesso che, gli abitanti del litorale, stanno rialzando la testa e chiedono a gran voce quella legalità che gli era stata rubata. Abbiamo iniziato una guerra a un sistema mafioso, e non abbiamo intenzione di tornare indietro".

L'operazione ‘Eclissi' che ha portato agli arresti degli Spada

Era il 25 gennaio 2019 – appena qualche mese fa – quando Ostia si è svegliata con le sirene dell'Antimafia sul proprio litorale. Ventiquattro persone arrestate, il clan decimato già dai fermi dei mesi precedenti ancora una volta ridotto all'osso. Questa volta però, all'Idra è stata tagliata la testa: perché in carcere sono finiti anche i capi degli Spada, per i quali è stato chiesto le carcere. Al centro dell'ordinanza eseguita dalle forze dell'ordine, gli omicidi di due boss che comandavano il territorio da prima degli Spada: Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. Per i pm i mandanti sono Carmine e Roberto Spada.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://roma.fanpage.it/clan-spada-sentenza-del-maxi-processo-per-mafia-ergastolo-per-carmine-ottavio-e-roberto-spada/

Rafforzata la scorta della Raggi: "La sindaca nel mirino dei Casamonica"


Di Alessandra Benignetti
Casamonica vogliono la testa di Virginia Raggi. A confermare quella che fino a qualche ora fa era soltanto un’indiscrezione pubblicata dai giornalisti del Fatto Quotidiano, è il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra, con un post su Facebook.
“Abbiamo appreso che i Casamonica vogliono colpire la nostra sindaca Virginia Raggi e i magistrati che li stanno contrastando con indagini e processi”, ha scritto il senatore pentastellato pubblicando una foto dell’incontro in Campidoglio. Da qualche giorno la sindaca viaggia, infatti, su un’auto blindata, accompagnata da due poliziotti. Il livello di protezione sarebbe stato innalzato proprio perché, come spiegano le fonti del quotidiano diretto da Marco Travaglio, alcuni esponenti del clan sinti sarebbero intenzionati a piazzare esplosivi per colpire la prima cittadina e chi in questi mesi sta indagando sulle attività illecite del sodalizio criminale.
E se gli investigatori ancora non si sbilanciano, Morra non esita a parlare di “minaccia reale”. “I Casamonica sono mafia e chi lotta veramente la mafia, come Virginia sta facendo a Roma, rischia anche la vita”, ha scritto il presidente della commissione Antimafia che è andato a Palazzo Senatorio per esprimere solidarietà alla sindaca. “Chi lavora per i cittadini sa che deve scontrarsi contro poteri criminali”, ha continuato, annunciando che ora “Virginia Raggi vive blindata perché c’è una minaccia concreta nei suoi confronti”.
Negli ultimi mesi diversi esponenti del clan Casamonica sono finiti in carcere con l’accusa, tra le altre, di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Disarmiamo Napoli, in tantissimi sul luogo della sparatoria: “Forza Noemi!”


Di Enrico Tata

Tanti cittadini si sono ritrovati questa mattina in piazza Nazionale per gridare: "Disarmiamo Napoli!". Il sit in è stato organizzato nel luogo esatto dove venerdì si è verificata una sparatoria in cui sono rimasti feriti la piccola Noemi, 4 anni, e un pregiudicato, obiettivo dell'agguato. La bambina, invece, è stata colpita per sbaglio da un proiettile che le ha perforato i polmoni. La manifestazione di questa mattina è stata promossa dall'associazione ‘Un popolo in cammino'. Davanti a tutti i partecipanti c'era una bimba con in mano un cartello: "Forza Noemi". Presenti l'assessore ai Giovani del Comune di Napoli, Alessandra Clemente, Maria Luisa Iavarone, madre di Arturo, accoltellato nel 2017 da una baby gang, e il presidente della Terza Municipalità di Napoli, Ivo Poggiani.

In piazza anche la senatrice del Partito democratico Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio: "C'è una città stanca di vivere nell'insicurezza e nella paura. Stamattina in tanti eravamo in piazza per stringerci attorno alla piccola Noemi e per lanciare un messaggio chiaro: Napoli non si arrende e non si piega alla camorra ed esige risposte concrete da Governo e istituzioni locali. La lotta senza tregua ai poteri criminali, che è ciò di cui ha bisogno Napoli, richiede serietà e va fatta con coraggio. Purtroppo è lontana dalla politica della propaganda del Ministro Salvini perché può anche portare a perdere nell'immediato consensi, invece che guadagnarne".

In piazza anche figlio di un boss: "La camorra fa schifo"

In piazza c'era anche il figlio di un boss: "La camorra fa schifo. Sono Antonio Piccirillo, figlio di Rosario che purtroppo ha fatto delle scelte sbagliate nella vita, è camorrista almeno così dicono i giudici e i giornali. Io voglio lanciare un messaggio a noi figli di queste persone: amate sempre i vostri padri ma dissociatevi assolutamente dal loro stile di vita perché non pagano, non danno nulla sarete pregiudicati per tutta la vita. E se noi non faremo dei passi in avanti nel positivo rimarremo fossilizzati in questa cultura priva di etica, di valori, di tutto. Io non penso che la camorra 50 anni fa era meglio di oggi, ha sempre fatto schifo, è sempre stata ignobile. Le persone per bene sono quelle che rispettano gli altri e i camorristi non rispettano nessuno".

Restano gravi le condizioni di Noemi

Le condizioni della piccola noemi restano molto gravi. La bimba di quattro anni, si legge nel bollettino diramato dall'ospedale pediatrico Santobono, non ha mostrato segni di miglioramento e le sue condizioni restano "immodificate nella criticità rispetto al precedente bollettino medico". Persiste "una grave insufficienza respiratoria derivante dal danno polmonare. Nella giornata di ieri è stata praticata la risonanza magnetica che ha escluso compromissione del sistema nervoso centrale e periferico. Durante le ore notturne non si sono osservate sostanziali variazioni delle condizioni generali. La piccola paziente è sedata e collegata al ventilatore meccanico". Prossimo bollettino previsto nel corso della mattinata di domani, 6 maggio.

FONTE: https://napoli.fanpage.it/disarmiamo-napoli-in-tantissimi-sul-luogo-della-sparatoria-forza-noemi/

Bambina ferita a Napoli, i medici: “Condizioni estremamente gravi, è sedata”


LA STAMPA

La bimba di 4 anni, N.S, ferita durante una sparatoria venerdì pomeriggio a Napoli, è «tuttora sedata e collegata al ventilatore meccanico. Le sue condizioni cliniche permangono estremamente gravi e la prognosi riservata». Lo si apprende dai medici del pediatrico Santobono di Napoli.

Esclusi danni neurologici 
Al momento le condizioni cliniche della piccola risultano «immodificate nella criticità rispetto al precedente bollettino medico. Persiste grave insufficienza respiratoria derivante dal danno polmonare», si legge in una nota dell’ospedale. Nella giornata di sabato è stata praticata la Rmm (Remote monitoring and management) che ha escluso compromissione del sistema nervoso centrale e periferico. Durante le ore notturne non si sono osservate sostanziali variazioni delle condizioni generali.

Salvini: li prenderemo e avranno galera a vita 
«Da padre, prima che da rappresentante delle istituzioni, prometto alla famiglia della piccola e a tutti i cittadini che non avrò pace finché i responsabili non saranno arrestati, processati, condannati e sbattuti in galera per il resto dei loro giorni» fa sapere il vicepremier Matteo Salvini, in un’intervista al quotidiano napoletano “Roma”. Il vicepremier auspica di «far partire proprio da Napoli un’onda di riscossa civile che contagi tutto il Paese, che superi tutte le divisioni politiche in nome della legalità». Quanto alle cause economiche della malavita, «è evidente che la risposta non possa essere solo il reddito di cittadinanza, ma il rilancio del lavoro. È il lavoro che crea dignità ed è la dignità a creare le condizioni per una società libera dai suoi oppressori».

De Magistris: seguo ora per ora la situazione 
«Anche oggi ho annullato la mia personale partecipazione fisica a tutte le iniziative pubbliche anche per esprimere, in questo modo, la mia assoluta vicinanza alla piccola figlia di Napoli che lotta per la vita» scrive su Facebook il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. «Sto seguendo - spiega de Magistris - ora per ora l’evolversi della situazione clinica al Santobono. Da domani parteciperò a tutte le attività pubbliche programmate ed avrò modo di manifestare alcune mie considerazioni su quanto drammaticamente accaduto».

Mafia nigeriana, ecco come la "piovra nera" sta conquistando l'Italia

Risultati immagini per NIGERIAN MAFIA

Di Pietro Mecarozzi

La mafia non è più solo Cosa nostra. I padrini han cambiato pelle e accento, mentre l’Italia è teatro inconsapevole di un passaggio di consegne tra due delle più potenti organizzazioni criminali della storia. Da Nord a Sud, la mafia nigeriana sta invadendo regioni e città dell’Italia, con o senza la collaborazione dei clan nostrani. Eiye, Black Axe, Viking e Mefite sono le quattro grandi cosche africane, conosciute anche come Cult. A queste si aggiungo i piccoli gruppi e i cosiddetti cani sciolti, per un organico complessivo che raggiunge di diritto le prime posizioni tra le strutture criminali più pericolose al mondo.

 Nata intorno agli anni ’80, la mafia nigeriana affonda le sue radici nei campus africani, dove gruppi prevalentemente formati da studenti di etnia Ibo e Yoruba, quindi con un elevato grado di istruzione, riuscirono a garantirsi la protezione dello Stato e del mondo politico grazie a uno scambio di favori che seguì la crisi del petrolio e il conseguente vacillamento della stabilità interna. La pietra angolare: il traffico di sostanze stupefacenti. Seguito da quello di organi, il racket della prostituzione, l’ingerenza sulle rotte dell’immigrazione, estorsioni e via dicendo. Una struttura verticale che fa capo ai Don, le figure di grado più alto, ma nella quale anche le donne (cosiddette maman, fondamentali nella gestione della prostituzione) possono essere investiste di nomine importanti e non solo destinate all’infelice compito di mule per il trasporto intracorporeo di ovuli contenti droga. 

La genesi di questa pericolosa mafia parte proprio da quei viaggi tanto rischiosi quanto (se portati a termine) redditizi, che hanno contribuito non poco al successo e all’espansione della cosca in termini materiali e geografici. Se prima infatti il compito di queste organizzazioni era quello di "stampella" alla quale si appoggiavano le grandi famiglie mafiose, ultimo ma non meno importate il caso dei due boss nigeriani pentiti e della ramificazione che il loro clan aveva intrapreso nel territorio rientrante in quello della famiglia di cosa nostra di “Palermo Centro” (mandamento di “Porta Nuova”), adesso il discorso è decisamente cambiato. Primo su tutti l’esempio di Castel Volturno, dove la mafia autoctona ha lasciato il posto a una delle perle insanguinate della collana che è l’organizzazione mafiosa nigeriana. Controllo totale su prostituzione (in particolare quella minorile) ed estorsione senza sconti di pena, neanche per i connazionali che hanno aperto delle attività nel nostro Paese e che - per far fede ai vincoli corleonesi! - sono tra i più martoriati. Eroina e oppiacei vengono acquistati in Oriente, mentre per la cocaina i ponti conducono in Sud America, per finire con un giro di prostituzione tenuto in piedi grazie al continuo rimpinguamento di forze da sfruttare proveniente direttamente dalle coste libiche Un po’ come un allievo che supera il maestro, la cosca nigeriana - contro ogni previsione - muove i suoi primi passi nel nord Italia, come afferma la relazione semestrale del 2018 della Direzione investigativa antimafia: “Storicamente, la presenza di comunità nigeriane va fatta risalire, fin dagli anni ’80, specialmente nel nord Italia, in Piemonte, con Torino in testa, in Lombardia, in Veneto e Emilia Romagna”. Per poi specificare: “ In Italia, il primo arresto di un nigeriano narcotrafficante risale al 1987. 

L’operatività di gruppi organizzati si è poi estesa, nei primi anni ’90, anche al centro-sud, specialmente in Campania, nel casertano e sul litorale domitio”. Un’ascesa partita dal settentrione e che registra ad oggi un impressionante network malavitoso: eroina e oppiacei vengono acquistati in Oriente, mentre per la cocaina i ponti conducono in Sud America, per finire con un giro di prostituzione tenuto in piedi grazie al continuo rimpinguamento di forze da sfruttare proveniente direttamente dalle coste libiche. La mafia di Langtan, conosciuta anche così dall’omonima cittadina della Nigeria, è un problema che adesso anche l’Italia, oltre a gran parte dell’Europa, non può più ignorare. Senza contare che questi clan cultisti rivestono una sorta di aggregatore sociale non solo per gli adepti già assoldati che partono dalla Nigeria per approdare poi sulle sponde italiane, bensì “picciotti” si diventa anche una volta in Italia, senza nessuna nozione di base ma con un battesimo a dir poco indimenticabile. A caratterizzare queste organizzazioni criminali, dunque, non contando il “metodo mafioso” ibrido tra un modello siciliano e quello di una gang, è il rito di iniziazione. “Vengono, infatti, utilizzati riti di iniziazione chiamati ju-ju, molto simili al voodoo e alla macumba, propri della cultura yoruba, immancabilmente presenti in Nigeria, nella fase del reclutamento delle vittime. Tali riti diventano, poi, funzionali alla “fidelizzazione” delle connazionali, che una volta giunte in Italia vengono destinate alla prostituzione” notifica il rapporto della Dia. E ancora, dalle parole di un pentito, è possibile capire la violenza di questi passaggi tribali, spesso traducibili in pestaggi e cruenti sevizie: denudati e buttati a terra, vengono presi a calci e pugni dai confratelli sotto lo sguardo del santone; tagli sul corpo e un calice di sangue e lacrime offerto come prova di fiducia per concludere. L’affiliazione è dolorosa e lontano dal nostro immaginario comune di ingresso nel mondo mafioso (Cosa nostra generalmente premia chi decide di arruolarsi). Il primo germoglio criminale nasce proprio nei centri di accoglienza, mentre l’humus in grado di alimentare questa sanguinosa giostra è proprio il flusso degli sbarchi Questo dovrebbe bastare per capire il livello di pericolosità del fenomeno. Ma dai dettagli emersi durante i processi che hanno coinvolto i primi pentiti della “piovra nera” si capisce che la situazione è ben più grave del previsto: “Un membro dei Maphite è andato a casa di un componente dei Black Axe e ha ucciso la madre, tagliandole il corpo a pezzi. Poi ha portato i resti nella scuola dove il figlio della donna stava seguendo la lezione e li ha buttati lì, scatenando il panico e il terrore. Sono scappati tutti via. Dopo due mesi da questo episodio, i Black Axe sono andati a casa della mamma di un componente dei Maphite e hanno cavato gli occhi ai suoi genitori e poi li hanno decapitati con un’ascia”. Non c’è perdono, tantomeno codici di onore. A suonare l’allarme sono, inoltre, i centri di accoglienza. Tra "stipendi" d’oro dei veritici dei clan e transazioni di denaro difficilmente rintracciabili, in quanto il metodo utilizzato è quello dell’hawala, niente banche ma una rete fittissima di referenti in vari paesi del mondo (in sostanza fanno rimesse), la questione ha contagiato l’intero dossier immigrazione. Dalla Libia vengono reclutate e obbligate a imbracarsi giovani donne nigeriane, le quali una volta in Italia vengono assegante a un joint, ovvero i posti sui marciapiedi, costringendole non solo a prostituirsi ma tenendo altresì la famiglia, rimasta in patria, in ostaggio. I soldi ricavati da prostituzione e droga, pertanto, sono il carburante che tiene in vita le varie cellule sparse per l’Africa, primo filtro essenziale della cosca. 

E qui entrano in gioco i C.a.r.a. Recentemente sono stati bloccati a Parigi, Marsiglia, Nizza, Nancy, una decina di nigeriani, tutti ricercati in Italia e tra cui si nascondeva Happy Uwaya, ritenuto il boss dell’organizzazione. Secondo lo Sco (il Servizio centrale operativo) gli arrestati erano membri del clan Vikings e avevano come base operativa il Cara di Mineo, in provincia di Catania. In altre parole, spesso il primo germoglio criminale nasce proprio nei centri di accoglienza, mentre l’humus in grado di alimentare questa sanguinosa giostra è proprio il flusso degli sbarchi. Non è un caso, pertanto, se il numero di detenuti nigeriani (aggiornato al 31 marzo 2019) è di 1.604 contro i 679 del 2007. L’indagine Athenaeum di Torino, infine, è la prova di come i tentacoli di questa organizzazione criminale si siano infiltrati in profondità, sostituendo un virus nostrano con un virus straniero.

FONTE: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/04/24/mafia-nigeriana-estorsione-racket-prostituzione/41918/

MAFIA NIGERIANA, lo scoop del Fatto Quotidiano: 'La sua ascesa iniziò a Torino nei primi del 2000'


Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo anche in Italia si sta parlando della mafia nigeriana, una potente organizzazione criminale sempre più influente a livello mondiale. Negli ultimi mesi si stanno avendo sempre più notizie di arresti e inchieste nei confronti di individui o gruppi legati al network della stessa organizzazione mafiosa e, proprio pochissimi giorni fa, è stato disarticolato un clan a Palermo.

Un recente ed interessante articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, scritto dal giornalista Andrea Giambartolomei, ha ricostruito l'ascesa della mafia nigeriana in Italia.
Più specificatamente, nello stesso articolo si sostiene che la stessa organizzazione criminale di origine africana crebbe fortemente a Torino nei primi anni del Duemila.

 In quel periodo il capoluogo piemontese  era interessato da una forte crisi ( specie della Fiat) e non era ancora 'rinato' grazie alle Olimpiadi invernali del 2006.
 La comunità nigeriana, che al tempo era composta ufficialmente da 2 mila cittadini regolari, era lacerata da un clima di violenza sempre più forte. 

In tal contesto, c'è da dire che tra le vittime ( generalmente anch'esse nigeriane) del racket della mafia solo pochissime parlavano o riuscivano a ribellarsi.

Così la mafia nigeriana controlla almeno nove città italiane

Di Giuseppe Aloisi
Di mafia nigeriana si parla ancora poco - almeno in termini mediatici -, ma tra gli elementi citati spesso c'è la correlazione tra i rituali vodoo e l'organizzazione criminale in questione.
Il Viminale sembra voler agire con decisione: il ministro Matteo Salvini ha predisposto l'invio di 200 soldati presso Castelvorturno, quello che sembra essere il vero centro di comando, magari di diffusione, del fenomeno in oggetto.
Ma a leggere alcune delle analisi che vengono pubblicate, come quella di Marco Gregoretti per Voiche è stata riportata da Dagospia, non sembra possibile circoscrivere questa tipologia di mafia a un unico territorio. Se Castelvorturno piange, insomma, altre città non ridono. Tanto che quelle "controllate" in Italia - nel senso di essere assoggettate - sarebbero ben nove. Il legame tra una certa ritualità tribale e i comportamenti messi in atto da vari gruppi criminali, che sono almeno tre, è uno dei capisaldi teorici del dottor Alessandro Meluzzi, che si è detto più volte certo di questo nesso: "Quello che hanno fatto alla povera Pamela Mastropietro - ha dichiarato lo psichiatra alla rivista citata - , ma anche alla piccola Desirée Mariottini non trova parole per essere descritto. Sono state vittime di rituali criminali con i quali rischiamo di dover convivere quotidianamente". Le modalità d'azione, insomma, hanno delle drammatiche costanti. Lo dovremmo dedurre da recenti fatti di cronaca. Meluzzi, però, non è il solo a rintracciare un collegamento tra i tribalismi e i delitti: "Anche la criminologa Valentina Mercurio - si legge ancora - ha fatto diversi «studi sul campo» sui rituali e i sistemi punitivi adottati da queste bande criminali in Nigeria e in occidente".
Volendo essere precisi, varrebbe la pena spiegare cos'è lo Juju, che alcuni ascrivono al Vodoo e altri, orientalizzandone l'espressione, usano citare in funzione di una sorta di spiritualismo africano. Fatto sta che Voi ha deciso di non pubblicare, considerato l'"incubo permanente" che rappresenta, un reportage fotografico al riguardo. I filoni da seguire, sempre secondo quanto si è dedotto in questi mesi, sono almeno tre.....
Per comprendere la mafia nigeriana, insomma, bisogna tener conto di una serie di fattori intrecciati: quello rituale, quello criminale e quello economico - finanziario. Tutti e tre i fattori, però, viaggerebbero su una sola direttrice e finirebbero col produrre un effetto comune: una sorta di dominio territoriale che nove città d'Italia dovrebbero, loro malgrado, conoscere bene.

Mafia nigeriana, l'ex ministro dell'Interno Beppe Pisanu: 'Ha messo piede anche in Sardegna'


Di Salvatore Santoru

In Sardegna la mafia nigeriana ha messo piede da tempo. A Sassari, come a Cagliari e in altre città isolane, l'organizzazione criminale si è specializzata nella gestione di traffici illegali e nello tratta di esseri umani.

Lo ha recentemente denunciato l'ex ministro dell'Interno Beppe Pisanu(1), ricordando anche che già quindici anni fa gli analisti dei servizi di sicurezza, della polizia e dei carabinieri parlavano dello sviluppo della mafia nigeriana(chiamata anche "quinta mafia") in Italia. 

NOTA:

(1) http://www.lanuovasardegna.it/regione/2018/10/23/news/beppe-pisanu-la-mafia-nigeriana-ha-messo-radici-sardegna-in-pericolo-1.17382863

Salvini: “Guiderò personalmente la ruspa per abbattere la villa dei Casamonica”

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Di Valerio Renzi

"È questione di giorni. Entro ottobre guiderò personalmente la ruspa che abbatterà la villa abusiva dei Casamonica a Roma. Non vedo l'ora di raderla al suolo per restituirla alla comunità". Così durante una diretta sulla sua pagina Facebook durante una diretta il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini. La ruspa continua a essere al centro della propaganda del leader della Lega, ieri all'opposizione oggi al Governo, e questa volta non sarà guidata contro campi rom o insediamenti abusivi, ma per procedere con l'abbattimento di uno dei simboli dell'azione dello Stato contro la criminalità organizzata a Roma. Un evento che il Salvini evidentemente vuole capitalizzare quanto più possibile in termini di visibilità e consenso politico.

I Casamonica, il clan di sinti italiani egemone tra la Romanina e Cinecittà alla periferia sud della Capitale, è stato colpito di recente da un'imponente operazione antimafia che ha portato in carcere 37 persone, tutte accusate a vario titolo di far parte della stessa associazione criminale di stampo mafioso. Solo qualche settimana dopo, lo scorso 21 giugno, Matteo Salvini visita la villa di via Roccabernarda confiscata ai Casamonica assieme al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, che oggi rivendica il percorso che porterà all'abbattimento: "Sono felice che Salvini confermi la sua presenza alla nostra iniziativa per abbattere la villa dei Casamonica. Sui temi della legalità e sul riutilizzo dei beni confiscati ad uso sociale siamo impegnati da anni con tutti i ministri dell'Interno e ora anche con Salvini".

FONTE: https://roma.fanpage.it/salvini-guidero-personalmente-la-ruspa-per-abbattere-la-villa-dei-casamonica/

Palermo, traffico di migranti e armi dai Balcani: fermate 17 persone. Contatti con Cosa Nostra e paramilitari albanesi

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Fatto Quotidiano

Trasportavano i migranti dai Balcani fino in Svizzera in auto o li facevano arrivare in Sicilia grazie a finti contratti di lavoro. In cambio ogni profugo pagava tremila euro. È in questo modo che avveniva il traffico di essere umani l’Italia e la Germania, il Kosovo e la Macedonia. Sullo sfondo c’erano i contatti con Cosa nostra e il gruppo paramilitare albanese ‘Nuovo Uck‘, legato ad ambienti jihadisti. Una rete criminale che gestiva il passaggio dei migranti sulla rotta balcanica, ma anche la vendita di armi, è stata scoperta dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. I carabinieri hanno fermato  17 persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere transnazionale finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al traffico di armi da guerra e al riciclaggio di diamanti, oro e denaro contante. In un caso il valore dei preziosi che cercavano di riciclare superava gli 11 milioni di euro.

Attraverso l’Italia, decine di persone hanno cercato di raggiungere la Svizzera e il nord Europa. La struttura criminale, che faceva capo ad indagati residenti a Palermo, ha sviluppato la sua operatività anche nelle provincie di Sondrio, Como, Pordenone e Siena, oltre che in Svizzera, Germania, Macedonia e Kosovo. I contatti tra esponenti di Cosa nostra e i trafficanti di esseri umani fermati all’alba di oggi sono stati documentati dai carabinieri del Comando provinciale di Palermo, guidati dal colonnello Antonio Di Stasio. L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi e dai pm Gery Ferrara e Giorgia Spiri

Kosovari e siciliani – Due le organizzazioni criminali scoperte dagli investigatori: uno aveva a capo alcuni kosovari, residenti sia in Italia sia in Svizzera, l’altro era composta da italiani e macedoni.  A capo dell’associazione di kosovari c’era Arben Rexhepi che reclutava i migranti da mandare, attraverso la rotta balcanica, verso l’Italia. Rexhepi durante la guerra nei Balcani, faceva parte di un gruppo paramilitare dell’Uck albanese. I complici – Driton Rexhepi, Xhemshit Vershevci, Franco e Tiziano Moreno Mapelli, Ibraim Latifi e la sua compagna Jlenia Fele Arena – portavano in auto i profughi in Svizzera. La seconda organizzazione criminale, gestita a Palermo da Fatmir Ljatifi e Giuseppe Giangrosso, reclutava cittadini slavi da far entrare in Italia con falsi contratti di lavoro. Il pregiudicato Dario Vitellaro aveva trovato una società compiacente in grado di assumere fittiziamente gli stranieri per fare avere loro un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.


Il traffico di diamanti – Ed è proprio la costola palermitana della banda che si occupava anche di traffico di diamanti e di riciclaggio di dieci chili di oro e denaro incassato con le rapine. Il capo, Fatmir Ljatifi e uno dei suoi complici, Giuseppe Giangrosso, avevano messo su una fitta rete di affari, finalizzati a riciclare ingenti capitali illeciti. Ljatifi sarebbe in contatto con rapinatori che vivono nell’area balcanica, specializzati nella “ripulitura” di banconote macchiate di inchiostro indelebile, perché frutto di rapine o furti a sportelli bancomat. Grazie all’utilizzo di reagenti chimici, sarebbe possibile smacchiare le banconote. L’azione dei prodotti chimici utilizzati, avrebbe però come conseguenza il danneggiamento degli ologrammi impressi sulle banconote, rendendone, quindi, necessaria la sostituzione. Ljatifi li avrebbe acquistati per mesi a Napoli. Al momento il canale di fornitura si sarebbe interrotto.
Il riciclaggio di capitali – Il gruppo riciclava anche anche ingenti capitali provenienti da Hong Kong attraverso il sistema Electronic Banking Internet Communication Standard, che viene utilizzato principalmente per il trasferimento remoto dei dati, ad esempio per le transazioni di pagamento capitali, tra organizzazioni e banche. La struttura criminale poteva contare sulla complicità di aziende del nord-est d’Italia. La banda ha messo su una complessa e articolata trattativa finalizzata a riciclare una partita di diamanti di sicura provenienza illecita per un valore di circa 11 milioni di euro. La vicenda è emersa a settembre del 2017, quando è stata intercettata una conversazione all’interno dell’auto di Ljatifi. Dalla discussione è venuto fuori che alcuni kosovari lo avevano invitato nel loro Paese per acquistare diamanti rubati. Il compito dell’indagato era reperire dei compratori, già individuati in alcuni facoltosi cittadini di Bruxelles, grazie all’aiuto di complici turchi e svizzeri.
Le armi al Nuovo Uck e l’incontro col mafioso catanese – Ljatifi gestiva poi un fiorente traffico di armi. Per gli inquirenti aveva la disponibilità di kalashnikov e bombe che avrebbe venduto anche a una cellula di combattenti del gruppo paramilitare Nuovo Uck, protagonista nel 2015 di un attentato commesso nella cittadina macedone di Kumanovo.  Sette mesi fa Ljatifi è stato fermato dai carabinieri a Villabate di ritorno da un viaggio nel Kosovo. Il materiale che gli venne sequestrato – cellulari e pc – ha portato gli inquirenti a scoprire un traffico di armi e al riciclaggio di diamanti e di soldi bottino di furti e rapine. All’indagato sono stati sequestrati video dei diamanti commerciati, del denaro macchiato di inchiostro e delle armi commerciate all’estero.  Il 16 novembre 2016, il 27 settembre e il 20 ottobre 2017, inoltre, sono stati documentati tre incontri (due dei quali avvenuti all’outlet di Dittaino e uno a Palermo) fra Ljatifi, un altro fermato, Giuseppe Giangrosso, e unmafioso catanese indagato anche per rapina, traffico di stupefacenti e di armi. Il 16 novembre ai summit avrebbe partecipato anche il nipote del capomafia di Belpasso, Giuseppe Pulvirenti, detto “u malpassotu”.
I carabinieri: “Avevano contatti con Cosa nostra” – “Un importante risultato operativo, in primis, i vertici della struttura criminale oggi sgominata, hanno dimostrato di possedere concrete e pericolosissime capacità di relazione con Cosa nostra e con pericolosi elementi legati al gruppo paramilitare denominato Nuovo UCK, operante in area balcanica”, ha commentato il colonnello Di Stasio. “Proprio tale circostanza, accertata nel corso delle indagini, ha costituito l’elemento più allarmante e degno di approfondimento – ha aggiunto – Inoltre, mi preme evidenziare come, ancora una volta, da un input informativo proveniente da una stazione carabinieri si sia poi sviluppata, in sinergia con i reparti infoinvestigativi dell’Arma, un’indagine transnazionale che ha permesso di portare alla luce un’associazione per delinquere dai molteplici interessi criminali: dal traffico di clandestini al riciclaggio di danaro, dai diamanti alle armi da guerra”. E ancora: “La stazione carabinieri – quale secolare caposaldo della struttura territoriale dell’Arma ed efficace presidio di legalità e controllo del territorio – costituisce punto di riferimento per recepire e sostenere le istanze del cittadino. Ancora, altro dato che vorrei rimarcare, è il perfetto coordinamento tra l’Arma e le forze di Polizia e le Magistrature straniere (cui rinnovo la mia gratitudine) che hanno collaborato lungo tutto lo sviluppo dell’indagine al fianco dei carabinieri di Palermo, costituendo fattore determinante per il risultato operativo conseguito”.

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