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La proiezione mondiale delle organizzazioni criminali nell’era globale


Di Giuseppe Gagliano

L’approccio metodologico usato da Marco Giaconi per leggere il modus operandi delle organizzazioni criminali in un saggio pubblicato da Franco Angeli dal titolo “Le organizzazioni criminali internazionali. Aspetti geostrategici ed economici“ consente di comprendere chiaramente come le organizzazioni criminali abbiano degli obiettivi molto chiari e ben definiti e fra questi il controllo del territorio attraverso il reclutamento dei capi e dei loro collaboratori, la capacità di utilizzare amplissimi risorse finanziarie superiori molto spesso a quella degli Stati attraverso una oculata diversificazione delle entrate, la capacità -analoga a quella degli Stati – di difendersi militarmente dalle strutture repressive poste in essere dagli Stati.
Dal punto di vista della struttura organizzativa, le organizzazioni criminali sono delle vere proprie reti di rete e questo consente loro una evidente flessibilità e adattabilità a contesti geopolitici diversi. Contrariamente ad una visione assai poco aderente alla realtà l’autore sottolinea chiaramente come lo scopo economico delle organizzazioni criminali sia finalizzato alla massimizzazione della rendita finanziaria e quindi inevitabile e necessaria diventa la strettissima collaborazione con il potere politico attraverso sia la cooptazione che la corruzione. A tale preposition Giaconi opportunamente fa riferimento ad alcuni leaders politici -come Collor De Mello in Brasile o Salinas De Gortari in Messico – che sono state vere e proprie creature delle organizzazioni criminali. Ebbene, alla luce di questa semplice osservazione, se ne deduce che la stretta collaborazione tra le organizzazioni criminali e la classe politica non solo non è occasionale né tantomeno inusuale ma è strutturale cioè intrinseca alla logica stessa di potere non solo delle organizzazioni criminali ma anche degli apparati cosiddetti legali delle istituzioni statali.
Ora non c’è dubbio che uno degli strumenti principali attraverso i quali le organizzazioni criminali si sono internazionalizzate assai prima della esistenza del mercato unico europeo è stato certamente il commercio della droga, commercio che per lungo tempo è stato monopolio di Cosa nostra. A tale proposito, con una battuta molto efficace, l’autore formula un provocatorio parallelismo sostenendo che Cosa Nostra sta alle altre organizzazioni illegali internazionali come Michelangelo sta ai Manieristi.
Ma ritorniamo allo stretto legame tra apparati statali legali e organizzazioni criminali. La nascita della mafia russa, secondo l’autore, si può far risalire al 1969 quando il capo del KGB Aliev sostituì il primo segretario del Pc azero Akhundov. È proprio questo aspetto che a nostro avviso deve essere opportunamente sottolineato nel volume dell’autore: in Russia si sono sempre stati infatti governi paralleli, a base sia familiare che clanica, che hanno continuato a esercitare il loro potere nelle repubbliche centrali asiatiche.
Per esempio la mafia uzbeka non solo riciclava i sussidi dello Stato centrale ma deviava una quota del prodotto cotoniero al mercato nero che controllava in modo monopolistico. Infatti il boss uzbeko Rashidov, dopo aver corrotto figure di primo piano del partito ,riusciva ad esercitare di fatto un diritto di vita e di morte all’interno della sua Repubblica, situazione questa analoga al Kazakistan governato per 25 anni da Kunaev. Nonostante la politica di repressione e di trasparenza inaugurata da Andropov e Gorbaciov, tra il 1986 e il 1989 proprio durante i primi anni liberalizzazione dell’economia sovietica l’economia parallele e il mercato nero delle organizzazioni criminali domineranno in modo incontrastato le repubbliche periferiche finendo per legalizzare i loro capitali. Tuttavia, da un punto di vista prettamente storico, tre sono i dati che riteniamo più interessanti in relazione all’URSS la cui rilevanza viene giustamente sottolineata dall’autore: in primo luogo come la straordinaria ricchezza che aveva il partito comunista sovietico fu utilizzata dalla malavita e investito all’estero; in secondo luogo il partito della Germania dell’est trasferì enormi quantità di denaro all’estero, trasferimento che determinò la definitiva caduta dell’economia sovietica .In terzo luogo ,osserva l’autore, il KGB fu attivo nelle transazioni dell’economia ombra sovietica fin dall’inizio non solo come partner ma anche come mediatore sia in relazione al mondo dell’impresa che al mondo finanziario.
L’autore si riferisce in modo particolare all’oro , al petrolio venduto a prezzi bassissimi sul mercato olandese in stretta concorrenza con quello arabo, alle pietre preziose e alle pelli siberiane prodotti questi che erano guarda caso controllati proprio dal KGB. Dopo il 1991 le organizzazioni criminali russe furono in grado di mettere le mani sulle casse di risparmio governative per un valore di circa 1 milione di dollari, capitali che furono trasferiti verso la Germania nel 1994. Un caso analogo può essere fatto per la vendita degli aiuti umanitari occidentali che arrivavano in Russia negli anni 90, vendita che veniva lavata tramite le banche che concedevano prestiti fantasmi. Ebbene i denari che venivano dati in prestito venivano trasferiti all’estero per un valore di circa 15 milioni di dollari nel biennio 91 -92. Ed è proprio il 1993 che, secondo l’autore, rappresento un anno di svolta dal momento che il crimine organizzato russo cercò di impadronirsi direttamente del potere politico. Con la crisi economica del 98 la federazione russa ha intrecciato in maniera saldissima i fondi esteri in entrata con i capitali legali in uscita come dimostra chiaramente la presidenza Eltsin che si è fondata sul piano economico sia sull’economia nera che su quella grigia. Uno dei settori maggiormente coinvolto in queste zone a confine tra il nero il grigio è stato il contrabbando del mercurio rosso e dell’uranio 235 arricchito al 98%, contrabbando promosso da funzionari del KGB e dalle organizzazioni criminali russe. Indipendentemente da questi dati specifici di estremo interesse sono le riflessioni complessive che l’autore compie sul modo di produzione criminale. L’economia illegale presenta delle caratteristiche talmente peculiari che la fanno certamente preferire all’economia legale sia perché crea una rete di connivenze e ricatti che permettono un controllo poco costoso del sistema di produzione mafioso, sia perché il modo di produzione criminale unifica il sistema politico e lo fa convergere attorno a ristrette oligarchie mafiose e, sia infine perché le oligarchie mafiose distribuiscono benefici ai loro alleati determinando quindi naturalmente contrasti con altre oligarchie mafiose. Ecco che allora le cosiddette guerre di mafia non sono casuali ma fanno parte in modo intrinseco del sistema di gestione del potere da parte delle organizzazioni criminali.
Proprio per questa ragione affermare che l’economia bianca non sia in grado di sopravvivere senza il supporto dell’economia grigia – come sottolinea l’autore a pagina 49 del suo saggio – non costituisce una tesi provocatoria ma una conclusione logica ed inevitabile di una analisi realistica del modus operandi delle organizzazioni criminali
Analizzando l’evoluzione dei servizi di sicurezza post-sovietici l’autore sottolinea come la logica posta in essere dal KGB è stata assolutamente speculare a quella delle organizzazioni criminali: infatti ha cercato di controllare le attività economiche attraverso il classico racket che chiede tangenti o tenta di estorcere diritti non dovuti e ,in un secondo momento ,si propone altruisticamente di aiutare l’azienda in difficoltà fino a quando questa cessa di avere una vita autonoma.
Non deve destare allora alcuna sorpresa né il fatto che nel 1992 fu negato al procuratore di Stato russo il permesso di acquisire i dossier che riguardavano l’S.V.R relativi al lavaggio del denaro sporco e alle diverse frodi finanziarie commesse da dirigenti di partito e da funzionari del vecchio KGB né il fatto che dopo che il capo della sicurezza interna Ivanenko ebbe modo di informare il presidente Eltsin che molti dei suoi collaboratori erano strettamente legati all’attività criminali questi fu immediatamente licenziato. Queste osservazioni dell’autore, basate su fonti autorevoli e attendibili di carattere internazionale, dimostrano la profonda continuità che lega la presidenza Eltsin a quella di Putin per quanto riguarda l’intreccio inestricabile tra potere politico, servizi di sicurezza e organizzazioni criminali. Alla luce di queste riflessioni opportunamente l’autore trae alcune conclusioni fra le quali ad esempio il fatto che la criminalità organizzata russa ha consolidato il suo potere politico usando i fondi legali del KGB e del partito comunista sovietico, usando la rete del KGB all’estero per acquisire clientela di un certo tipo in grado di finanziare o acquistare materie prime o di particolare rilevanza strategica ma soprattutto si è servita dell’apparato di Stato per riciclare questi fondi e ricollocarli in un secondo momento all’estero.
Ora, affinché questo enorme apparato possa efficacemente funzionare è evidente che le banche o meglio il sistema bancario deve svolgere un ruolo cruciale nel collegare i capitali sporchi con i crediti regolari.
Affinché queste operazioni possano essere poste in essere è evidente che risulta necessario corrompere i funzionari di banca e quindi diventa necessario che le organizzazioni criminali studino con estrema attenzione le banche che sono oggetto del loro interesse e proprio per questo la stretta collaborazione con i servizi di sicurezza diventa indispensabile.Quanto a quei funzionari che non si fanno corrompere o vengono rapiti o addirittura vengono uccisi.
Un altro aspetto che Giaconi mette opportunamente in evidenza è quello relativo ai rapporti tra le organizzazioni criminali russe e i cartelli della droga colombiani ed in particolare il cartello di Medellín che offrono droga e denaro già in parte lavato alle organizzazioni criminali e russi in cambio dell’accesso e al controllo della produzione e dei prezzi delle droghe in medio ed estremo oriente. Infatti la possibilità che i cartelli colombiani hanno di espandersi sui nuovi mercati come quello russo è di estrema rilevanza per i loro profitti. La collaborazione è diventata a tal punto sinergica che diverse organizzazioni criminali russe hanno aperto delle vere proprie banche offshore in varie isole caraibiche proprio allo scopo di agevolare il lavaggio del denaro sporco. Accanto alla droga naturalmente i rapporti tra organizzazioni russe e cartelli colombiani si consolidano anche grazie al commercio di armi. Partendo dai dati forniti dall’autore, dati che risalgono a circa vent’anni fa, le strutture criminali internazionali sono in grado di produrre redditi secondo calcoli ottimistici nell’ordine di 100 miliardi di dollari l’anno ed è quindi evidente che un profitto di tale genere sia fondamentale per la liquidità dei paesi del primo mondo. Grazie a profitti di tale rilevanza non sorprende-sottolinea l’autore-come le organizzazioni criminali a livello globale siano divenute i principali creditori dello Stato esercita di quindi un’influenza economica di grande rilievo sulla struttura di mercato interno e, in modo particolare, sui mercati dei prodotti finanziari derivati e sul mercato delle materie prime. Un esempio illuminante ci viene offerto dall’autore facendo riferimento alla condanna del 1994 emessa nei confronti della American express accusata di aver riciclato denaro sporco per un valore di 25 milioni di dollari.

Parlare allora di globalizzazione delle organizzazioni criminali alla luce di quanto detto fino a questo momento appare del tutto ovvio. Sia sufficiente pensare, fra i numerosi esempi riportati dall’autore, ai rapporti tra il cartello di Calì con Cosa nostra tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, rapporto questo che si è basato sia sulla possibilità da parte del cartello di Calì di penetrare il mercato europeo gestito da strutture legata a Cosa nostra siciliana sia di lavare i capitali per conto del cartello colombiano grazie ad alcune banche locali italiane e di reti di intermediazione finanziaria porta a porta. Inoltre tramite il cartello colombiano, che riforniva la mafia russa, cosa nostra ha poi cominciato a lavare-a partire dal 1995-anche il capitale di alcune organizzazioni criminali sovietiche. Di estremo interesse, a tale proposito, è l’incontro che si tenne a Praga nel 1992 proprio tra alcuni rappresentanti della mafia russa e italiana per definire con esattezza la divisione geografica dei mercati europei che era messa a rischio dalle triadi cinesi.

Un altro strumento non trascurabile di reddito per la organizzazione criminale, accanto alla droga e alle armi, è certamente l’immigrazione clandestina utilizzata sia come strumento di fornitura di manodopera sia come meccanismo di pressione sugli Stati ma anche come strumento per trasportare bene illegali. Ebbene queste riflessioni di Giaconi si rivelano oggi assolutamente profetiche e attuali più che mai. Ad esempio i trafficanti di droga messicani lavano il denaro sporco semplicemente trasportandolo, sostiene l’autore, tramite gli emigranti illegali oltre confine. Proprio tra aprile e ottobre del 1995, le autorità messicane hanno sequestrato 20 milioni di dollari che nel 2000 avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 32 milioni di dollari. Naturalmente gran parte di queste operazioni relative al riciclaggio di denaro sporco vengono poste in essere anche grazie alla esistenza di vere proprie zone franche o piazze finanziarie come Singapore, Honk Kong o come la Thailandia e la Nigeria.

A tale riguardo Giaconi sottolinea come il territorio del Sudafrica è diventato oramai un mercato di vendita molto importante per le organizzazioni criminali colombiane e brasiliane all’interno del quale hanno incominciato a commerciare cocaina e le nuove droghe sintetiche. A distanza di vent’anni dalla pubblicazione del saggio di Giaconi possiamo dire che questa riflessione relativa alla mafia nigeriana si è rivelata profondamente realistica considerando la cresciuta importanza che la mafia nigeriana ha acquisto nel contesto delle organizzazioni criminali.

Ritornando al ruolo del denaro sporco, questo produce un giro di affari annuale stimato tra il 300 – 500 miliardi di dollari che nel 2000 ha raggiunto i 620 miliardi di dollari. È evidente che l’introduzione di tecnologie informatiche per attuare le transazioni finanziarie sempre più sofisticate ha certamente agevolato e velocizzato il riciclaggio di denaro sporco come per esempio i futures che, grazie alle loro peculiarità finanziarie g arantiscono in modo efficiente il riciclaggio di denaro sporco almeno tanto quanto l’utilizzo di società finanziarie e immobiliari.

È abbastanza evidente che la finanza illegale sia meccanismo, sottolinea l’autore, di destabilizzazione dell’economia legale perché non fa altro che determinare un progressivo numero di inefficienza strutturali. Insomma, in modo molto lucido, l’autore sottolinea come la geofinanza criminale sia anche una strategia indiretta di attacco contro tutte le attività della economia legale.

‘Ndrangheta, la maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere



E’ stata definita la più grande operazione dopo quella che portò allo storico Maxi processo alla mafia: 334 arresti in 11 regioni d’Italia. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha deciso di anticipare l’operazione di 24 ore per il rischio di fuga delle notizie che poteva mettere in dubbio la riuscita della retata. E’ una nuova conferma, ai massimi livelli, del triangolo dall’odore eversivo tra criminalità organizzata, politica e massoneria. E poi il condizionamento, come sempre quando si tratta di mafia, di pezzi dello Stato: il funzionamento regolare dei processi, le liste d’attesa negli ospedali, la fedeltà di ufficiali dei carabinieri. Eppure i più importanti giornali italiani hanno deciso di ignorare, trascurare, ridurre al minimo e perfino nascondere dalla prima pagina la notizia delle centinaia di arresti che hanno smantellato una parte della mafia più potente, quella calabrese.

Non ha meritato neanche una riga in prima pagina, per esempio, su Repubblica e Stampa. Il giornale diretto da Carlo Verdelli ha diverse notizie in appoggio all’apertura dedicata alle Sardine, ma non ha trovato spazio per l’operazione anti-‘ndrangheta. Il quotidiano di Torino ha molti più titoli nella sua “copertina” (dallo spread greco alla “pasta dei nonni che parla tutte le lingue del mondo”), ma è una dignità che non è stata dedicata all’inchiesta sulla criminalità organizzata che ha travolto di nuovo la Calabria. Dentro il giornale l’articolo arriva a pagina 14 nonostante lo stesso titolo la definisca come “La retata più grande di sempre” in inchieste di ‘ndrangheta.
Niente visibilità in prima pagina nemmeno sull’altro giornale del gruppo editoriale, il ligure Secolo XIX, che sceglie un’apertura dedicata giustamente alle notizie più locali, ma conserva gli spazi per quelle nazionali (e non) a una polemica della segretaria della Cisl contro quello della Cgil e alla “anima persa” della Francia sulle pensioni. L’inchiesta antimafia partita dalla Calabria non è riuscita a sfondare la parete della prima pagina nemmeno sul Quotidiano Nazionale, negli spazi dedicati alle notizie nazionali.
Non c’è traccia della notizia neanche sulla prima dei giornali che più di tutti e ogni giorno costruiscono il loro racconto sul cosiddetto “allarme sicurezza”, cioè La Verità e Libero. Il quotidiano di Maurizio Belpietro dedica spazio per esempio alla “sfida di Ratzinger” alla Chiesa tedesca e a una licenza di Leonardo per degli elicotteri “congelata”. I lettori della Verità hanno finalmente scoperto dell’inchiesta con più di 400 indagati a pagina 19. Il giornale condiretto da Vittorio Feltri e Pietro Senaldi, invece, in prima pagina si dedica anima e corpo al cenone aziendale che va in crisi e omette la notizia dei 334 arresti, riportandola a pagina 15 (non il titolo principale, ma in un box in fondo alla pagina), comunque dopo aver dato conto (a pagina 8) della possibile gravidanza di Francesca Verdini, la compagna del segretario della Lega Matteo Salvini.
Il giornale più importante d’Italia, il Corriere della Sera, la notizia in prima ce l’ha: è un quadrotto di spalla, con un titolo tagliato su un virgolettato che rimanda al pezzo di uno dei cronisti di giudiziaria, Giovanni Bianconi. Dentro, i pezzi sono due, ancora una volta dopo una bell’attività di sfoglio, alle pagine 18 e 19. Scelta simile per il Sole 24 Ore, che peraltro rispetto agli altri giornali generalisti avrebbe l’attenuante di essere un quotidiano specializzato in economia (ma d’altra parte cos’è che più delle mafie mette in ginocchio l’economia?). Dei “grandi” chi fa di più e approfondisce di più è il Messaggero con più pezzi all’interno (alle pagine 12 e 13) e un titolo di taglio basso in prima pagina, comunque visibile. Diversa da Libero e Verità la scelta del Giornale di Alessandro Sallusti che dà parecchio risalto in prima pagina alla notizia sull’operazione antimafia anche se con un richiamo che parte dal commento titolato su “una terra senza buoni”.
Il quotidiano che dedica più spazio in copertina alla maxi-operazione di ‘ndrangheta è il Manifesto che inserisce la notizia subito sotto la consueta fotonotizia di apertura, questa volta sul possibile processo a Salvini per il caso della nave della guardia costiera Gregoretti. E’ la seconda notizia del giornale anche su Avvenire, il giornale della conferenza episcopale. “Un colpo alle cosche che infiltrano l’Italia” è il titolo del quotidiano di Marco Tarquinio.
C’è, comunque, un quotidiano che decide di aprire in prima pagina con l’operazione condotta dalla Procura di Catanzaro ed eseguita da circa 3mila carabinieri: il Riformista, il giornale “garantista” che piace molto ai renziani diretto da Piero Sansonetti (ex direttore per tre anni di Calabria Ora e per altri tre del Dubbio, il giornale delle Camere penali) e edito da Alfredo Romeo, coinvolto nell’inchiesta Consip e pluriprescritto (in un caso per corruzione). Il titolo del Riformista, sorvolando sul maxi-refuso di una “a” mancante, è “Gratteri arresta metà Calabria. Giustizia? No, è solo show”. Il senso del pezzo è legato ad alcune altre maxi-operazioni del passato che – racconta il giornale – sarebbero finite con molte assoluzioni.
Il premio fantasia, infine, va invece al Foglio che ha un lungo pezzo sulla ‘ndrangheta sul giornale (non in prima ma a pagina 3), ma riguarda il sequestro di due giorni fa a un imprenditore delle scommesse online: dei 334 arresti, invece, nemmeno l’ombra.

C’era una volta Mafia capitale: concessi i domiciliari a Buzzi, effetto della Cassazione


Di Sara Menafra

Salvatore Buzzi esce dal carcere e va ai domiciliari. A dare la notizia il suo avvocato, Alessandro Diddi: «Dopo cinque anni di custodia cautelare si è restituita la giusta dimensione a un trattamento che mai ha riguardato un imputato di corruzione. Adesso possiamo guardare con serenità all’ultimo tratto di questa vicenda».

Buzzi era considerato il leader, insieme a Massimo Carminati, dell’organizzazione denominata – secondo l’impianto accusatorio – Mafia capitale. Ex detenuto e leader delle cooperative sociali, secondo le sentenze ha certamente organizzato un sistema corruttivo che ha inquinato la pubblica amministrazione capitolina almeno dall’epoca di Gianni Alemanno sindaco.

Secondo la procura di Roma, la sua organizzazione era anche una vera e propria associazione mafiosa che intimoriva i politici romani e le aziende che provavano a fare concorrenza. Questa lettura, però, è stata definitivamente smentita dalla sentenza della corte di Cassazione che ha dato ragione ai giudici di primo grado, pure convinti di essere di fronte ad un grosso caso di corruzione ma non di mafia.

Dopo la decisione dei giudici supremi, una nuova sentenza di appello dovrà rideterminare la pena. Nel frattempo, però, i termini per la custodia cautelare nei confronti di Buzzi sono stati considerati ampiamente scaduti.


Salvatore Buzzi ha ammesso i reati di corruzione, e «questa sua condotta costituisce segno della cesura con il passato deviante foriero di pericolosità sociale». Lo scrive nella motivazione di cinque pagine la terza corte d’appello di Roma. Inoltre, anche le cooperative sociali, da tempo sotto sequestro e a lui una volta riconducibili, «sono state sottratte a qualunque sua disponibilità».


«L’associazione per delinquere di cui avrebbe fatto parte assieme all’ex esponente dei Nar Massimo Carminati è cessata il 2 dicembre 2014, quando furono eseguiti gli arresti, e quindi sono trascorsi ben cinque ani dalla data in cui è cessato il vincolo associativo. Tutto ciò, per la terza corte d’appello di Roma che ha concesso oggi gli arresti domiciliari al ‘ras’ delle cooperative, non può non comportare un giudizio di attenuazione delle esigenze cautelari nei confronti di Buzzi i cui termini di custodia massimi scadranno il prossimo 16 gennaio 2020, scadenza che induce logicamente a ritenere che la misura restrittiva abbia già concretamente garantito tutte le esigenze cautelari ravvisate in questi anni. Il suo protrarsi finirebbe per integrare una punizione ulteriore».

FONTE: https://www.open.online/2019/12/19/cera-una-volta-mafia-capitale-concessi-i-domiciliari-a-buzzieffetto-della-cassazione/

Carlo Celadon: il sequestro di persona più lungo della storia d'Italia


Di Niccolò Carradori

È la sera del 25 gennaio 1988 e il 19enne Carlo Celadon sta cenando nella sua casa di Arzignano, in Veneto. Il padre Candido—un ricco imprenditore dell'industria conciaria—è in vacanza in Kenya con la sorella Paola, mentre il fratello maggiore Gianni è in viaggio di nozze. È seduto a tavola con i domestici, quando quattro uomini incappucciati e armati fanno irruzione nell'abitazione. 

Inizialmente Carlo pensa a una rapina. Ma dopo aver immobilizzato i domestici, gli uomini lo conducono fuori dall'abitazione, gli legano mani e piedi con del fil di ferro e lo chiudono nel bagagliaio di un'auto. Dopodiché mettono in moto, e partono nella notte. 


Quello che Carlo ancora non può sapere è che i quattro uomini sono degli affiliati della 'ndrangheta che lo stanno portando sull'Aspromonte, in Calabria, e che il suo sta per diventare il sequestro di persona più lungo della storia italiana.

La storia di Celadon, rispetto ad altri sequestri celebri avvenuti in Italia—Cesare Casella, Paul Getty, Farouk Kassam—è passata un po' in secondo piano. Per questo il giornalista Pablo Trincia l'ha scelta come primo episodio del suo nuovo podcast, Buio - Storie di Sopravvissuti


"La storia di Celadon," mi ha detto Trincia al telefono, "è singolarmente rappresentativa di un fenomeno, la stagione dei sequestri, che ha segnato la storia italiana. Fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Novanta la media era di un sequestro a settimana, con il picco massimo raggiunto negli anni Settanta. Un business endemico che, fra l'altro, ha finanziato l'ascesa di una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo. Ma è estremamente interessante anche perché rappresenta un calvario di sofferenza e resistenza umana."

La prima puntata di Buio, attraverso le testimonianze—quella di Carlo, ma anche del fratello, e del PM Tonino De Silvestri—ricostruisce questo calvario. Ma riesce anche ad inquadrare bene il fenomeno nella sua interezza sistemica. "La stagione italiana dei sequestri rappresenta uno spartiacque nella crescita delle cosche mafiose," ha continuato Trincia. "La 'ndrangheta aveva creato un vero e proprio sistema attorno ai sequestri, investendo poi i proventi in attività criminali più redditizie come la speculazione edilizia e il traffico di droga."


Ma torniamo al viaggio di Celadon nel bagagliaio dell'auto, che dura 17 ore senza sosta. Carlo ha le braccia e le gambe doloranti, e si è dovuto urinare addosso. Una volta arrivati a destinazione, viene lasciato in una piccola buca scavata nel terreno, e legato a un muro di roccia con tre catene, al collo, e a entrambi i piedi. Gli viene lasciato soltanto un sacco con un po' di pane e formaggio per sfamarsi.
Una volta rimasto solo, come spiega in Buio, comincia a realizzare la situazione: "Per quel poco che sapevo sui sequestri, la durata media di un rapimento era lunga. Sei o sette mesi. Mi aspettava un lungo periodo di sofferenza, totalmente all'oscuro di quello che poteva succedere."

Nei primi giorni, però, è soprattutto un altro pensiero a ossessionarlo. "Un paio di settimane prima del sequestro ero a cena con mio padre, quando al telegiornale passarono la notizia della liberazione di un altro ostaggio. Ormai i rapimenti erano all'ordine del giorno, e ricordo che gli chiesi cosa avrebbe fatto lui nella stessa situazione. Mi guardò fisso, scuotendo la testa, come a dire che non avrebbe mai pagato il riscatto. Temevo che mi avrebbe lasciato morire." 

Le paure di Carlo, però, sono fittizie. Non appena le forze dell'ordine lo hanno avvertito del rapimento, Candido Celadon è rientrato in Italia per tentare di salvare il figlio. Il telefono di casa inizia a squillare già dai giorni successivi, ma a chiamare sono truffatori che, fingendosi dei rapitori, cercano di estorcere denaro. Ci vogliono tre mesi prima di avere notizie reali: una sera di fine aprile, infatti, arriva la chiamata di un uomo con un forte accento calabrese. Dice di chiamarsi "Agip," e di avere in mano Carlo. Chiede cinque miliardi di lire per il riscatto. 

Candido Celadon pretende delle prove prima di trattare il rilascio del figlio, quindi Agip gli dà le informazioni per recuperare un'audiocassetta in cui Carlo implora il padre di liberarlo. Ha la voce stremata, e accusa il padre di averlo abbandonato e di pensare solo ai suoi soldi. I rapitori, infatti, stanno aizzando le paure di Carlo con uno sporco gioco psicologico: gli raccontano che il padre non vuole pagare, che preferisce lasciarlo morire, che rifiuta ogni richiesta. Gli fanno anche scrivere delle lettere al padre, che poi non consegnano, per acuire in lui il senso di abbandono. 
In realtà le trattative sono vincolate al volere del pubblico ministero di Vicenza, Tonino De Silvestri. "Esistevano due scuole di pensiero," ricorda de Silvestri in Buio. "Secondo la prima si dovevano congelare i beni della famiglia, e impedire ogni contatto con i rapitori. Un'altra scuola invece, suggeriva di concedere la trattativa alla famiglia. Io scelsi una via di mezzo: congelai i beni dei Celadon, ma permisi loro di poter trattare con i rapitori. L'idea era quella di consentire un incontro, e di organizzare un blitz al momento della consegna del riscatto." Nonostante questo, però, la trattativa con Agip va per le lunghe, e i mesi passano.
Nel frattempo Carlo resta incatenato nella buca. "L'odore dei miei viveri attirava i topi, e passavo il tempo appostato in un angolo. Mettevo un pezzo di formaggio sotto un bicchiere, e quando entravano gli schiacciavo la testa," ricorda nel podcast. "Due volte sono entrati anche dei serpenti, ed è stato terrificante. Sapevo che anche se non erano velenosi, rischiavo la vita: se mi avessero infettato con un morso, i miei rapitori non mi avrebbero certo portato in ospedale." Celadon doveva inoltre vedersela anche con le intemperie: "Un giorno calò sul monte un diluvio pazzesco. Il mio nascondiglio era scavato per terra, e la buca si riempì d'acqua. Pensavo che sarei morto annegato. Urlavo, mi sgolavo, chiedendo aiuto. Ma nessuno mi rispose."
Alla fine Candido Celadon e "Agip" si accordano per un incontro. I fratelli di Carlo dovranno farsi trovare in una strada di Piace, in Calabria, dove verrà loro segnalato il luogo dello scambio. I due eseguono, consegnano i cinque miliardi, ma non ricevono istruzioni sul rilascio. La polizia, però, è appostata poco lontano: segue gli uomini che hanno ritirato i soldi, e fanno irruzione in una piccola casa, arrestando cinque persone. Di Carlo, però, non c'è traccia. E nemmeno dei soldi appena consegnati.
Poco prima del blitz, infatti, Carlo era stato spostato in un altro luogo da altri complici. Lo avevano fatto camminare per ore, in mezzo al bosco, fino a una piccola grotta, dove lo avevano di nuovo incatenato e lasciato solo. Dopodiché, e per i sette mesi successivi, le notizie si interrompono. Tanto che i familiari di Carlo cominciano a pensare che lo abbiano ucciso. Alla fine, però, "Agip" ricomincia a chiamare casa Celadon. Chiede altri cinque miliardi, e le trattative ripartono da capo. La famiglia ha conservato le registrazioni di queste chiamate, e in Buio si avverte bene come il tono si faccia sempre più violento. "Tu devi solo dirmi se non vuoi pagare," dice "Agip" a Candido, "così ti facciamo arrivare la sua testa."
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Roberto Spada condannato per testata al giornalista, Cassazione: “È mafia”


Di Alessia Rabbai

Roberto Spada è stato condannato a sei anni di carcere per aver aggredito il 7 novembre del 2017 il giornalista Daniele Piervincenzi e del suo operatore Edoardo Anselmi della trasmissione Rai Nemo, mentre stavano svolgendo un servizio ad Ostia, sul litorale di Roma. La Suprema Corte di Cassazione oggi ha riconosciuto l'accusa di lesioni, aggravate dal metodo mafioso, richiesta avanzata stamattina dal sostituto procuratore generale Pasquale Fimiani e già confermata in Appello e e ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa.

Raggi: "Vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità"

Ad assistere alla lettura della sentenza anche la sindaca Virginia Raggi che ha definito il verdetto della Cassazione "una vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità". La prima cittadina poco dopo la lettura del dispositivo ha detto: "A Roma non c'è spazio per la criminalità, non c'è spazio per la mafia. Idealmente un abbraccio a Daniele ed Edoardo".

Il processo a Roberto Spada
Nel processo Roberto Spada e Ruben Nelson Del Puerto sono stati condannati in primo grado per a sei anni di reclusione per violenza privata e lesioni aggravate con il riconoscimento dell'aggravante mafiosa. La condanna è stata poi confermata poi il 7 dicembre scorso in Appello per Spada, mentre è ancora in corso il procedimento nei confronti dell'altro imputato. Roberto Spada lo scorso 24 settembre ha ricevuto un'altra condanna da parte della Corte d'Assise, pena l'ergastolo, insieme ai familiari Carmine e Ottavio, ritenuti i mandanti degli omicidi di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. I giudici hanno stabilito che il clan non è solo una banda di criminali, ma una famiglia mafiosa che a Ostia gestisce il potere e controlla il territorio con intimidazioni, minacce e violenza.

La testata di Roberto Spada a un giornalista
L'aggressione di Piervincenzi e Anselmi è avvenuta proprio davanti alla palestra di Roberto Spada, mentre il giornalista stava cercando di intervistarlo sulla campagna elettorale nel X Municipio, ponendogli alcune domande sui presunti rapporti con Casapound nel municipio di Ostia, sciolto dopo l'inchiesta su Mafia Capitale, poi la violenta testata.

FONTE: https://roma.fanpage.it/roberto-spada-condannato-per-la-testata-al-giornalista-a-ostia-la-cassazione-aggravante-mafiosa/

Clan Spada, sentenza del maxi processo per mafia: ergastolo per Carmine, Ottavio e Roberto Spada


Di Natascia Grbic

Condanna all'ergastolo per Carmine, Romolo e Roberto Spada. Per i giudici il clan Spada costituisce "un'associazione per delinquere di stampo mafioso". Così hanno deciso, dopo 10 ore di camera di consiglio, i giudici della corte d'assise di Roma. Ad attendere la decisione, nell'aula bunker di Rebibbia, c'era anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

L'accusa, nella figura dei pm Ilaria Calò e Mario Palazzi, aveva chiesto tre ergastoli: uno per Carmine Spada, detto Romoletto, uno dei capi del clan, uno per Ottavio Spada e un'altro per Roberto Spada, quest'ultimo già condannato per la testata al giornalista Rai Daniele Piervincenzi in primo grado e in appello. Associazione a delinquere di stampo mafioso l'accusa: per altri poi, si aggiungono altri capi d'accusa che vanno dall'estorsione all'usura fino all'omicidio. Il maxiprocesso è iniziato dopo il blitz dello scorso 25 gennaio, l'operazione ‘Eclissi' che ha portato in carcere ventiquattro degli appartenenti al clan di Ostia. Oltre ai tre ergastoli, sono stati chiesti sedici anni per Ottavio Spada, detto Maciste, otto anni per Nando ‘Focanera' De Silvio e otto anni per Rubert Alvez del Puerto, anche lui coinvolto nell'aggressione al giornalista Rai. È la prima volta che al clan Spada viene contestato l'articolo 416bis del Codice penale. E la pena richiesta non è affatto leggera: sono 224 gli anni di carcere chiesti in totale per i ventiquattro imputati.

Sentenza maxiprocesso clan Spada, la sindaca Raggi in aula

Tra i presenti dell'aula bunker di Rebibbia anche la sindaca di Roma Virginia Raggi, che aveva annunciato la sua presenza già nei giorni scorsi. Il clan, molto attivo sul litorale laziale, soprattutto nella zona di Ostia, è stato decimato dagli arresti avvenuti negli ultimi mesi. L'operazione più grossa, quella del 25 gennaio, ha portato in carcere i capi, tagliando le gambe a quella che i pm – insieme a polizia, carabinieri, guardia costiera e Dda definiscono un'associazione di stampo mafioso. "Qualunque sia il responso continueremo la nostra lotta quotidiana contro i clan che hanno spadroneggiato su Ostia – aveva dichiarato Massimiliano Vender, presidente dell'Associazione Antimafia No – Adesso che, gli abitanti del litorale, stanno rialzando la testa e chiedono a gran voce quella legalità che gli era stata rubata. Abbiamo iniziato una guerra a un sistema mafioso, e non abbiamo intenzione di tornare indietro".

L'operazione ‘Eclissi' che ha portato agli arresti degli Spada

Era il 25 gennaio 2019 – appena qualche mese fa – quando Ostia si è svegliata con le sirene dell'Antimafia sul proprio litorale. Ventiquattro persone arrestate, il clan decimato già dai fermi dei mesi precedenti ancora una volta ridotto all'osso. Questa volta però, all'Idra è stata tagliata la testa: perché in carcere sono finiti anche i capi degli Spada, per i quali è stato chiesto le carcere. Al centro dell'ordinanza eseguita dalle forze dell'ordine, gli omicidi di due boss che comandavano il territorio da prima degli Spada: Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. Per i pm i mandanti sono Carmine e Roberto Spada.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://roma.fanpage.it/clan-spada-sentenza-del-maxi-processo-per-mafia-ergastolo-per-carmine-ottavio-e-roberto-spada/

Rafforzata la scorta della Raggi: "La sindaca nel mirino dei Casamonica"


Di Alessandra Benignetti
Casamonica vogliono la testa di Virginia Raggi. A confermare quella che fino a qualche ora fa era soltanto un’indiscrezione pubblicata dai giornalisti del Fatto Quotidiano, è il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra, con un post su Facebook.
“Abbiamo appreso che i Casamonica vogliono colpire la nostra sindaca Virginia Raggi e i magistrati che li stanno contrastando con indagini e processi”, ha scritto il senatore pentastellato pubblicando una foto dell’incontro in Campidoglio. Da qualche giorno la sindaca viaggia, infatti, su un’auto blindata, accompagnata da due poliziotti. Il livello di protezione sarebbe stato innalzato proprio perché, come spiegano le fonti del quotidiano diretto da Marco Travaglio, alcuni esponenti del clan sinti sarebbero intenzionati a piazzare esplosivi per colpire la prima cittadina e chi in questi mesi sta indagando sulle attività illecite del sodalizio criminale.
E se gli investigatori ancora non si sbilanciano, Morra non esita a parlare di “minaccia reale”. “I Casamonica sono mafia e chi lotta veramente la mafia, come Virginia sta facendo a Roma, rischia anche la vita”, ha scritto il presidente della commissione Antimafia che è andato a Palazzo Senatorio per esprimere solidarietà alla sindaca. “Chi lavora per i cittadini sa che deve scontrarsi contro poteri criminali”, ha continuato, annunciando che ora “Virginia Raggi vive blindata perché c’è una minaccia concreta nei suoi confronti”.
Negli ultimi mesi diversi esponenti del clan Casamonica sono finiti in carcere con l’accusa, tra le altre, di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Disarmiamo Napoli, in tantissimi sul luogo della sparatoria: “Forza Noemi!”


Di Enrico Tata

Tanti cittadini si sono ritrovati questa mattina in piazza Nazionale per gridare: "Disarmiamo Napoli!". Il sit in è stato organizzato nel luogo esatto dove venerdì si è verificata una sparatoria in cui sono rimasti feriti la piccola Noemi, 4 anni, e un pregiudicato, obiettivo dell'agguato. La bambina, invece, è stata colpita per sbaglio da un proiettile che le ha perforato i polmoni. La manifestazione di questa mattina è stata promossa dall'associazione ‘Un popolo in cammino'. Davanti a tutti i partecipanti c'era una bimba con in mano un cartello: "Forza Noemi". Presenti l'assessore ai Giovani del Comune di Napoli, Alessandra Clemente, Maria Luisa Iavarone, madre di Arturo, accoltellato nel 2017 da una baby gang, e il presidente della Terza Municipalità di Napoli, Ivo Poggiani.

In piazza anche la senatrice del Partito democratico Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio: "C'è una città stanca di vivere nell'insicurezza e nella paura. Stamattina in tanti eravamo in piazza per stringerci attorno alla piccola Noemi e per lanciare un messaggio chiaro: Napoli non si arrende e non si piega alla camorra ed esige risposte concrete da Governo e istituzioni locali. La lotta senza tregua ai poteri criminali, che è ciò di cui ha bisogno Napoli, richiede serietà e va fatta con coraggio. Purtroppo è lontana dalla politica della propaganda del Ministro Salvini perché può anche portare a perdere nell'immediato consensi, invece che guadagnarne".

In piazza anche figlio di un boss: "La camorra fa schifo"

In piazza c'era anche il figlio di un boss: "La camorra fa schifo. Sono Antonio Piccirillo, figlio di Rosario che purtroppo ha fatto delle scelte sbagliate nella vita, è camorrista almeno così dicono i giudici e i giornali. Io voglio lanciare un messaggio a noi figli di queste persone: amate sempre i vostri padri ma dissociatevi assolutamente dal loro stile di vita perché non pagano, non danno nulla sarete pregiudicati per tutta la vita. E se noi non faremo dei passi in avanti nel positivo rimarremo fossilizzati in questa cultura priva di etica, di valori, di tutto. Io non penso che la camorra 50 anni fa era meglio di oggi, ha sempre fatto schifo, è sempre stata ignobile. Le persone per bene sono quelle che rispettano gli altri e i camorristi non rispettano nessuno".

Restano gravi le condizioni di Noemi

Le condizioni della piccola noemi restano molto gravi. La bimba di quattro anni, si legge nel bollettino diramato dall'ospedale pediatrico Santobono, non ha mostrato segni di miglioramento e le sue condizioni restano "immodificate nella criticità rispetto al precedente bollettino medico". Persiste "una grave insufficienza respiratoria derivante dal danno polmonare. Nella giornata di ieri è stata praticata la risonanza magnetica che ha escluso compromissione del sistema nervoso centrale e periferico. Durante le ore notturne non si sono osservate sostanziali variazioni delle condizioni generali. La piccola paziente è sedata e collegata al ventilatore meccanico". Prossimo bollettino previsto nel corso della mattinata di domani, 6 maggio.

FONTE: https://napoli.fanpage.it/disarmiamo-napoli-in-tantissimi-sul-luogo-della-sparatoria-forza-noemi/

Bambina ferita a Napoli, i medici: “Condizioni estremamente gravi, è sedata”


LA STAMPA

La bimba di 4 anni, N.S, ferita durante una sparatoria venerdì pomeriggio a Napoli, è «tuttora sedata e collegata al ventilatore meccanico. Le sue condizioni cliniche permangono estremamente gravi e la prognosi riservata». Lo si apprende dai medici del pediatrico Santobono di Napoli.

Esclusi danni neurologici 
Al momento le condizioni cliniche della piccola risultano «immodificate nella criticità rispetto al precedente bollettino medico. Persiste grave insufficienza respiratoria derivante dal danno polmonare», si legge in una nota dell’ospedale. Nella giornata di sabato è stata praticata la Rmm (Remote monitoring and management) che ha escluso compromissione del sistema nervoso centrale e periferico. Durante le ore notturne non si sono osservate sostanziali variazioni delle condizioni generali.

Salvini: li prenderemo e avranno galera a vita 
«Da padre, prima che da rappresentante delle istituzioni, prometto alla famiglia della piccola e a tutti i cittadini che non avrò pace finché i responsabili non saranno arrestati, processati, condannati e sbattuti in galera per il resto dei loro giorni» fa sapere il vicepremier Matteo Salvini, in un’intervista al quotidiano napoletano “Roma”. Il vicepremier auspica di «far partire proprio da Napoli un’onda di riscossa civile che contagi tutto il Paese, che superi tutte le divisioni politiche in nome della legalità». Quanto alle cause economiche della malavita, «è evidente che la risposta non possa essere solo il reddito di cittadinanza, ma il rilancio del lavoro. È il lavoro che crea dignità ed è la dignità a creare le condizioni per una società libera dai suoi oppressori».

De Magistris: seguo ora per ora la situazione 
«Anche oggi ho annullato la mia personale partecipazione fisica a tutte le iniziative pubbliche anche per esprimere, in questo modo, la mia assoluta vicinanza alla piccola figlia di Napoli che lotta per la vita» scrive su Facebook il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. «Sto seguendo - spiega de Magistris - ora per ora l’evolversi della situazione clinica al Santobono. Da domani parteciperò a tutte le attività pubbliche programmate ed avrò modo di manifestare alcune mie considerazioni su quanto drammaticamente accaduto».

Mafia nigeriana, ecco come la "piovra nera" sta conquistando l'Italia

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Di Pietro Mecarozzi

La mafia non è più solo Cosa nostra. I padrini han cambiato pelle e accento, mentre l’Italia è teatro inconsapevole di un passaggio di consegne tra due delle più potenti organizzazioni criminali della storia. Da Nord a Sud, la mafia nigeriana sta invadendo regioni e città dell’Italia, con o senza la collaborazione dei clan nostrani. Eiye, Black Axe, Viking e Mefite sono le quattro grandi cosche africane, conosciute anche come Cult. A queste si aggiungo i piccoli gruppi e i cosiddetti cani sciolti, per un organico complessivo che raggiunge di diritto le prime posizioni tra le strutture criminali più pericolose al mondo.

 Nata intorno agli anni ’80, la mafia nigeriana affonda le sue radici nei campus africani, dove gruppi prevalentemente formati da studenti di etnia Ibo e Yoruba, quindi con un elevato grado di istruzione, riuscirono a garantirsi la protezione dello Stato e del mondo politico grazie a uno scambio di favori che seguì la crisi del petrolio e il conseguente vacillamento della stabilità interna. La pietra angolare: il traffico di sostanze stupefacenti. Seguito da quello di organi, il racket della prostituzione, l’ingerenza sulle rotte dell’immigrazione, estorsioni e via dicendo. Una struttura verticale che fa capo ai Don, le figure di grado più alto, ma nella quale anche le donne (cosiddette maman, fondamentali nella gestione della prostituzione) possono essere investiste di nomine importanti e non solo destinate all’infelice compito di mule per il trasporto intracorporeo di ovuli contenti droga. 

La genesi di questa pericolosa mafia parte proprio da quei viaggi tanto rischiosi quanto (se portati a termine) redditizi, che hanno contribuito non poco al successo e all’espansione della cosca in termini materiali e geografici. Se prima infatti il compito di queste organizzazioni era quello di "stampella" alla quale si appoggiavano le grandi famiglie mafiose, ultimo ma non meno importate il caso dei due boss nigeriani pentiti e della ramificazione che il loro clan aveva intrapreso nel territorio rientrante in quello della famiglia di cosa nostra di “Palermo Centro” (mandamento di “Porta Nuova”), adesso il discorso è decisamente cambiato. Primo su tutti l’esempio di Castel Volturno, dove la mafia autoctona ha lasciato il posto a una delle perle insanguinate della collana che è l’organizzazione mafiosa nigeriana. Controllo totale su prostituzione (in particolare quella minorile) ed estorsione senza sconti di pena, neanche per i connazionali che hanno aperto delle attività nel nostro Paese e che - per far fede ai vincoli corleonesi! - sono tra i più martoriati. Eroina e oppiacei vengono acquistati in Oriente, mentre per la cocaina i ponti conducono in Sud America, per finire con un giro di prostituzione tenuto in piedi grazie al continuo rimpinguamento di forze da sfruttare proveniente direttamente dalle coste libiche Un po’ come un allievo che supera il maestro, la cosca nigeriana - contro ogni previsione - muove i suoi primi passi nel nord Italia, come afferma la relazione semestrale del 2018 della Direzione investigativa antimafia: “Storicamente, la presenza di comunità nigeriane va fatta risalire, fin dagli anni ’80, specialmente nel nord Italia, in Piemonte, con Torino in testa, in Lombardia, in Veneto e Emilia Romagna”. Per poi specificare: “ In Italia, il primo arresto di un nigeriano narcotrafficante risale al 1987. 

L’operatività di gruppi organizzati si è poi estesa, nei primi anni ’90, anche al centro-sud, specialmente in Campania, nel casertano e sul litorale domitio”. Un’ascesa partita dal settentrione e che registra ad oggi un impressionante network malavitoso: eroina e oppiacei vengono acquistati in Oriente, mentre per la cocaina i ponti conducono in Sud America, per finire con un giro di prostituzione tenuto in piedi grazie al continuo rimpinguamento di forze da sfruttare proveniente direttamente dalle coste libiche. La mafia di Langtan, conosciuta anche così dall’omonima cittadina della Nigeria, è un problema che adesso anche l’Italia, oltre a gran parte dell’Europa, non può più ignorare. Senza contare che questi clan cultisti rivestono una sorta di aggregatore sociale non solo per gli adepti già assoldati che partono dalla Nigeria per approdare poi sulle sponde italiane, bensì “picciotti” si diventa anche una volta in Italia, senza nessuna nozione di base ma con un battesimo a dir poco indimenticabile. A caratterizzare queste organizzazioni criminali, dunque, non contando il “metodo mafioso” ibrido tra un modello siciliano e quello di una gang, è il rito di iniziazione. “Vengono, infatti, utilizzati riti di iniziazione chiamati ju-ju, molto simili al voodoo e alla macumba, propri della cultura yoruba, immancabilmente presenti in Nigeria, nella fase del reclutamento delle vittime. Tali riti diventano, poi, funzionali alla “fidelizzazione” delle connazionali, che una volta giunte in Italia vengono destinate alla prostituzione” notifica il rapporto della Dia. E ancora, dalle parole di un pentito, è possibile capire la violenza di questi passaggi tribali, spesso traducibili in pestaggi e cruenti sevizie: denudati e buttati a terra, vengono presi a calci e pugni dai confratelli sotto lo sguardo del santone; tagli sul corpo e un calice di sangue e lacrime offerto come prova di fiducia per concludere. L’affiliazione è dolorosa e lontano dal nostro immaginario comune di ingresso nel mondo mafioso (Cosa nostra generalmente premia chi decide di arruolarsi). Il primo germoglio criminale nasce proprio nei centri di accoglienza, mentre l’humus in grado di alimentare questa sanguinosa giostra è proprio il flusso degli sbarchi Questo dovrebbe bastare per capire il livello di pericolosità del fenomeno. Ma dai dettagli emersi durante i processi che hanno coinvolto i primi pentiti della “piovra nera” si capisce che la situazione è ben più grave del previsto: “Un membro dei Maphite è andato a casa di un componente dei Black Axe e ha ucciso la madre, tagliandole il corpo a pezzi. Poi ha portato i resti nella scuola dove il figlio della donna stava seguendo la lezione e li ha buttati lì, scatenando il panico e il terrore. Sono scappati tutti via. Dopo due mesi da questo episodio, i Black Axe sono andati a casa della mamma di un componente dei Maphite e hanno cavato gli occhi ai suoi genitori e poi li hanno decapitati con un’ascia”. Non c’è perdono, tantomeno codici di onore. A suonare l’allarme sono, inoltre, i centri di accoglienza. Tra "stipendi" d’oro dei veritici dei clan e transazioni di denaro difficilmente rintracciabili, in quanto il metodo utilizzato è quello dell’hawala, niente banche ma una rete fittissima di referenti in vari paesi del mondo (in sostanza fanno rimesse), la questione ha contagiato l’intero dossier immigrazione. Dalla Libia vengono reclutate e obbligate a imbracarsi giovani donne nigeriane, le quali una volta in Italia vengono assegante a un joint, ovvero i posti sui marciapiedi, costringendole non solo a prostituirsi ma tenendo altresì la famiglia, rimasta in patria, in ostaggio. I soldi ricavati da prostituzione e droga, pertanto, sono il carburante che tiene in vita le varie cellule sparse per l’Africa, primo filtro essenziale della cosca. 

E qui entrano in gioco i C.a.r.a. Recentemente sono stati bloccati a Parigi, Marsiglia, Nizza, Nancy, una decina di nigeriani, tutti ricercati in Italia e tra cui si nascondeva Happy Uwaya, ritenuto il boss dell’organizzazione. Secondo lo Sco (il Servizio centrale operativo) gli arrestati erano membri del clan Vikings e avevano come base operativa il Cara di Mineo, in provincia di Catania. In altre parole, spesso il primo germoglio criminale nasce proprio nei centri di accoglienza, mentre l’humus in grado di alimentare questa sanguinosa giostra è proprio il flusso degli sbarchi. Non è un caso, pertanto, se il numero di detenuti nigeriani (aggiornato al 31 marzo 2019) è di 1.604 contro i 679 del 2007. L’indagine Athenaeum di Torino, infine, è la prova di come i tentacoli di questa organizzazione criminale si siano infiltrati in profondità, sostituendo un virus nostrano con un virus straniero.

FONTE: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/04/24/mafia-nigeriana-estorsione-racket-prostituzione/41918/

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