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Mattarella ha ricordato le vittime della strage di Bologna e di Ustica


Di Salvatore Santoru

Il capo di Stato italiano, Sergio Mattarella, ha reso omaggio alle vittime della strage di Bologna e di Ustica.
Durante il discorso tenuto alla stazione della città romagnola, il Presidente della Repubblica ha rimarcato la necessità di ricercare la verità sulla tragica vicenda.

 La visita di Mattarella risulta essere la prima presenza, dopo quella di Sandro Pertini, di un Capo di Stato alle commemorazioni della strage di Bologna.

PER APPROFONDIRE, ARTICOLO SU BLASTING NEWS :

https://it.blastingnews.com/politica/2020/07/mattarella-ricorda-le-vittime-delle-stragi-di-bologna-e-ustica-impegno-per-la-verita-003179698.html

Commemorazione stragi Bologna e Italicus- COMUNICATO CNDDU


L’ordigno esplose nella sala d’attesa di seconda classe della stazione causando il crollo dell’ala Ovest,
distruggendo una trentina di metri di pensilina e il parcheggio dei taxi antistante lo scalo ferroviario, e
causando la morte di ottantacinque persone e il ferimento di oltre duecento. I ventitre chilogrammi di
esplosivo si trovavano in una valigia sistemata su un tavolino portabagagli, nella sala d’attesa gremita di
persone. Insieme alla vita di tante vittime innocenti e casuali, si fermò anche la speranza di un futuro più
sereno dopo il sangue incolpevole versato negli Anni di piombo.

Appena 6 anni prima della Strage di Bologna, un altro attentato dinamitardo si era verificato tra il 3 e il 4
agosto sul treno Italicus, mentre transitava in provincia di Bologna. Nella strage morirono 12 persone. Anche
per questo attentato furono incriminati esponenti del Neofascismo italiano i quali miravano ad uccidere Aldo
Moro che grazie ad un imprevisto di lavoro scese dal treno poco prima e scampò alla morte. L’attentato
dell’Italicus, insieme alla Strage di piazza Fontana (1969), alla Strage della Loggia (1974) e alla Strage di
Bologna (1980), è considerato uno dei più gravi attentati verificatisi negli Anni del Terrorismo.
Ritornando a Bologna, la strage fu un dolore corale perché quel lutto apparteneva a tutti. Subito dopo
l’esplosione, prima di potersi disperare e poter metabolizzare il lutto, l’Umanità fu più forte del Terrore che
gli stragisti volevano determinare. Tutti a vario titolo presero parte ai soccorsi. L’autobus di linea
Trentasette, che è diventato uno dei simboli della reazione immediata e spontanea della collettività alla
bomba che dilaniò il luogo-simbolo della vita e delle relazioni di una intera città, fu subito adibito al
trasporto delle salme.

 Fu smontato, infatti, l’arredamento interno per agevolare il trasporto di morti e feriti
estratti dalle macerie. La città rispose in massa a quell’attacco di mani ignote: non c’era tempo per la
disperazione, era richiesta solidarietà e compassione. Probabilmente gli uomini del Terrore si aspettavano
un’altra reazione. Ma Bologna non fu scomposta, né violenta. I viaggiatori superstiti e i cittadini accorsi
prestarono assistenza alle vittime, le auto private cominciarono la spola con gli ospedali per il trasporto dei
feriti. Bologna ebbe la forza di reagire. Soprattutto non mostrò di volersi allontanare dalle istituzioni
democratiche.
Fu una tragedia anomala che all’inizio non sembrava rientrare nella cosiddetta “Strategia della tensione”
perché la stagione stragista, inaugurata con piazza Fontana, sembrava ormai uno spettro del passato. Dopo la
morte di Aldo Moro, due anni prima, e l’eliminazione di ogni possibilità di apertura al Partito Comunista
Italiano, la situazione politica interna era meno convulsa, anzi sembrava essersi stabilizzata. L’attentato
terroristico di Bologna sembrava, quindi, mancare di quel fine ideologico che aveva caratterizzato gli anni
precedenti.
Il presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò sul posto quello stesso pomeriggio, per rendersi conto
personalmente della tragicità dell’accaduto. “Non ci sono parole che possano esprimere il mio stato
d’animo. È una cosa straziante!”, con queste poche e sincere parole il Padre della Patria accarezzò una città
martoriata.
Il giorno dei funerali si raccolsero 500 mila persone a San Petronio. Sul sagrato della chiesa vi erano tutti
gli uomini delle istituzioni con gli occhi bassi e la fascia tricolore. A parlare in Piazza Maggiore, nel silenzio
e nel dolore collettivo, fu il sindaco della città. Dopo la bomba alla stazione di Bologna anche l’Arte si
mobilitò: Renato Guttuso realizzò un quadro dando all’opera lo stesso titolo di un’incisione di Francisco
Goya: Il sonno della ragione genera i mostri.
La vicenda giudiziaria fu lunga e complicata. Nel 1995 si giunse alla sentenza definitiva che condannò
all’ergastolo i neofascisti dei Nuclei armati Rivoluzionari (NAR) Giuseppe Valerio Fioravanti, arrestato in un
covo a Padova un anno dopo la strage, e Francesca Mambro, e a 10 anni, condannati per depistaggio, Licio
Gelli della Loggia massonica P2 e altre 3 persone. Nonostante la magistratura abbia concluso il suo percorso
individuando gli esecutori materiali dell’orribile mattanza, la Strage di Bologna resta uno degli episodi più
tristi della storia italiana.
Il CNDDU ritiene sia di fondamentale importanza far conoscere alle nuove generazioni le dinamiche sociali,
politiche ed economiche e gli eventi storici che colpirono l’Italia tra gli anni ‘60 e gli anni ’80 del Novecento
perché questi ultimi, purtroppo, ancora non costituiscono punti fermi nella memoria del Paese. I giovani
spesso confondono le matrici delle stragi o conoscono solo gli accadimenti più eclatanti. Mentre, invece, la
storia dell’Italia repubblicana avrebbe bisogno di essere assimilata come narrazione condivisa e consapevole
della storia nazionale.

“Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre…l’Italia che resiste” cantava Francesco De Gregori già nel 1979.
“Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica…”
cantava Giorgio Gaber nel 1991. Forniamo ai nostri studenti qualche strumento in più per comprendere
questi testi e tanti altri, i fatti salienti del periodo in questione e i pericoli di un estremismo, figlio della
violenza, che ha mandato in frantumi anni di lotte per la libertà e la giustizia. Per tali ragioni creiamo nelle
nostre scuole una forma memoriale affinché le tematiche che stiamo affrontando siano presenti negli ambiti
di formazione, affinché Stragismo e Terrorismo non siano solo dipanati in ambito giudiziario, ma siano
monito alle nuove generazioni, affinché pagine della storia repubblicana del Nostro Paese non siano sospese
tra cronaca e oblio.
Ricordare l’Italia delle stragi significa non smettere di abbracciare idealmente le famiglie delle innocenti
vittime, significa esorcizzare la violenza ed educare le nuove generazioni al dialogo e alla cittadinanza
democratica e significa soprattutto rispettare e amare il proprio Paese.

Prof.ssa Rosa Manco
Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani

Piazza Della Loggia, Mattarella ricorda la strage del 1974


Di Salvatore Santoru

Il 28 maggio del 1974 Brescia fu interessata da un attacco terroristico, che fece otto caduti e centodue feriti.
Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha ricordato la tragedia sostenendo, tra l'altro, che la reazione dei cittadini della città lombarda era stata decisiva nel bloccare la 'catena eversiva' che minacciava la democrazia.

L'attacco avvenne nella centrale piazza della Loggia e fu legato al terrorismo di matrice neofascista e, inoltre, permangono ancora alcuni misteri sul triste evento e sugli intrecci che vi sarebbero stati.

La vicenda è da collocarsi nel contesto degli anni di piombo e della strategia della tensione che, in quegli anni, interessava violentemente l'Italia.

PER APPROFONDIRE- ARTICOLO SU BLASTING NEWS :

https://it.blastingnews.com/politica/2020/05/nel-1974-la-strage-di-piazza-della-loggia-mattarella-brescia-coraggiosa-oggi-come-ieri-003147059.html

Quel mistero sulla morte di Moro: "Prigioniero in un'ambasciata vicino via Caetani"


Di Cristina Verdi
Dalla desecretazione degli atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, che si è conclusa lo scorso dicembre emergerebbe una nuova sconcertante verità su uno degli omicidi che ha segnato la storia d’Italia.
Il presidente della Democrazia Cristiana, rapito da un commando delle Brigate Rosse in via Fani il 16 marzo del 1978 ed ucciso dagli stessi terroristi rossi dopo 55 giorni di prigionia, potrebbe aver trascorso gli ultimi giorni della sua vita nella cantina di un’ambasciata del centro di Roma, proprio nelle vicinanze di via Caetani, dove fu fatto ritrovare il corpo del politico democristiano.
Secondo le carte e le dichiarazioni ottenute dalla Commissione, e raccolte dall’Huffington Post, nel sequestro Moro potrebbe esserci stato il coinvolgimento di un Paese straniero. Ad affermarlo sono diverse persone informate sui fatti, da monsignor Fabio Fabbri, amico di Don Cesare Curioni, cappellano delle carceri e vicino a Papa Paolo VI, fino a politici e magistrati. Fu proprio Curioni a confessare a monsignor Fabbri che il giorno del ritrovamento di Moro, i pantaloni del politico erano sporchi di terriccio. Lo stesso che, secondo Don Curioni, si trovava nella cantina di una rappresentanza diplomatica, ora non più attiva, non lontana da via Caetani.
All’epoca nel quadrante si trovavano l’ambasciata argentina e cilena presso la Santa Sede e la residenza dell’ambasciatore del Brasile, che ancora adesso ha sede in Palazzo Caetani. A paventare il coinvolgimento di un’ambasciata straniera nel sequestro era stato anche Ugo Pecchioli, esponente del Pci. Un’informazione, questa, annotata all'epoca dalla giornalista Sandra Bonsanti e finita sotto la lente d’ingrandimento della Commissione. Pecchioli però parlò dell’ambasciata Cecoslovacca, che a quei tempi non si trovava nella zona di via delle Botteghe Oscure, ma nella parte nord della città. Anche la brigatista Fulvia Miglietta, secondo l’Huffington Post, all’inizio degli anni ’80 avrebbe confessato al magistrato Luigi Carli che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in un luogo non lontano da quello in cui fu poi ritrovato il cadavere. Un particolare, questo, appreso durante una riunione di alcuni aderenti al gruppo terrorista e in linea con quanto sussurrato in casa propria anche dal sottosegretario Nicola Lettieri, che nei giorni del sequestro era a capo del comitato di crisi del ministero dell’Interno.
Secondo le dichiarazioni rese alla Commissione nel 2017 dal figlio, il professor Gaetano Lettieri, il sottosegretario in più di un’occasione avrebbe confessato che sulla prigione di Moro “ci eravamo seduti sopra”. Ma quale ambasciata straniera avrebbe avuto interesse a collaborare con i terroristi? E perché? Le risposte non sono ancora arrivate dalle indagini della Commissione parlamentare. Ma se queste informazioni fossero confermate, a distanza di quarantun’anni si aprirebbe uno scenario nuovo e ancora più inquietante sulla morte del politico della Dc.

I MISTERI DEL CASO MORO

Risultati immagini per uccisione di aldo moro

Di Roberto Tartaglione

L'agguato

 
La verità "processuale" ha accertato quali brigatisti hanno partecipato all'operazione in Via Fani per rapire Aldo Moro. Ma quel giorno, all'operazione parteciparono (almeno!) altre due persone. Su una grossa moto infatti c'erano due uomini che fiancheggiavano il commando brigatista. Quando poco prima dell'azione passa un piccolo scooter con a bordo l'ingegner Marini, testimone oculare del fatto, i due uomini gli sparano una raffica di mitra. Lui cade dal motorino e si nasconde.
Di questi due uomini non si sa nulla: mai trovate le armi, spariti i bossoli dei colpi sparati, negata la loro presenza dai brigatisti arrestati.
Nel 2009 a un giornale arriva la lettera anonima scritta da un poliziotto prima di morire:
"Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi; con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere."



Il colonnello Guglielmi è un funzionario dei Servizi Segreti che la mattina del 16 marzo era proprio in via Fani, il luogo del rapimento. Interrogato sul motivo della sua presenza sul luogo della strage dichiara che stava andando a pranzo a casa di un amico.
Il "comitato speciale" e la P2

Nel Comitato Speciale voluto da Cossiga per gestire "l'affare Moro" quasi tutti i componenti (generali, dirigenti dei servizi segreti, collaboratori) erano membri della P2, la loggia massonica che, parecchi anni dopo, sarebbe stata scoperta e giudicata eversiva.
La P2 era in sostanza un organismo segreto che aveva come sua ragion d'essere impedire che il Partito Comunista prendesse il potere e favorire la deriva autoritaria o fascista dello Stato. Il suo capo (Gran Maestro) era Licio Gelli.


Il covo di Via Gradoli
Uno dei "covi" delle Brigate Rosse, forse il più importante a Roma, quello più frequentato da Mario Moretti, capo delle BR, era in Via Gradoli 96.
Ora, a parte la stranezza che un gruppo di terroristi stabilisca il suo covo in un edificio in cui quasi tutti gli appartamenti sono di proprietà dei Servizi Segreti italiani; a parte la sorpresa nello scoprire che in un appartamento vicino al covo abita un compaesano di Mario Moretti e suo ex compagno di scuola (il rischio di essere riconosciuto è altissimo); a parte che nell'appartamento di fronte al covo vive Lucia Mokbel, sorella di Gennaro Mokbel, imprenditore di estrema destra coinvolto in scandali di ogni genere, in rapporti poco chiari sia con i servizi segreti sia con la banda della Magliana; a parte queste stranezze su via Gradoli ci sono un mare di misteri.
1
 - Subito dopo il rapimento il palazzo di Via Gradoli viene perquisito dalla polizia (una segnalazione, forse). Tutti gli appartamenti vengono perquisiti. Tutti escluso uno! Quando la polizia ha bussato alla porta del covo BR infatti
nessuno ha risposto e gli agenti sono andati via.
2
 - Romano Prodi (che in futuro diventerà Presidente del Consiglio) dichiara che in una seduta spiritica in cui si chiedevano informazioni sulla prigione di Aldo Moro, è uscito il nome "Gradoli". La polizia organizza allora una intera giornata di perquisizioni in un paese non lontano da Roma che si chiama appunto Gradoli. La moglie di Moro chiede alla polizia se a Roma non ci sia una strada che si chiama Gradoli, ma la polizia risponde di no. La perquisizione del paese di Gradoli, naturalmente, non dà nessun risultato.
3 - Il giorno 18 aprile la signora che abitava in via Gradoli al piano di sotto rispetto all'appartamento dei brigatisti, chiama i pompieri. Dal piano di sopra arriva infatti una infiltrazione d'acqua. I pompieri entrano nell'appartamento e scoprono che in bagno la doccia è stata "dimenticata" aperta. Con l'aiuto di una scopa il getto d'acqua della doccia è indirizzato proprio verso una fessura nel muro, in modo tale che l'acqua vada direttamente al piano di sotto.
Nel covo BR vengono trovate armi, volantini, soldi.
La notizia della scoperta del covo viene subito diffusa e quindi i brigatisti che tornavano tutte le sere in quell'appartamento sono riusciti a scappare.
Il falso comunicato n. 7

Lo stesso giorno in cui viene "scoperto" il covo di Via Gradoli, arriva il comunicato n. 7 delle Brigate Rosse.
Secondo il comunicato Moro è stato ucciso e il suo corpo gettato nel lago della Duchessa, un lago ghiacciato su una montagna tra Lazio e Abruzzo, a 1700 metri di altezza.
Il comunicato è evidentemente falso: diversa la lunghezza, diverso lo stile, diversa la grafica del foglio. Ma la polizia passa un'intera giornata a scandagliare il fondo del lago.


In seguito si scoprirà che il falso comunicato è stato "costruito" da un falsario, Antonio Chichiarelli, membro della malavita romana con grosse relazioni con la banda della Magliana, con la mafia e con i servizi segreti.
Steve Pieczenik, agente della Cia e membro del Comitato Speciale di Cossiga, dichiara che il falso comunicato è stato ideato da lui in collaborazione con lo stesso Cossiga, per valutare le reazioni dell'opinione pubblica alla notizia della morte di Moro. Più probabilmente la contemporaneità fra la "scoperta" del covo di Via Gradoli e l'annuncio del lago della Duchessa fa pensare alla volontà di impegnare le forze dell'ordine per permettere qualche spostamento delle BR in un momento di scarsi controlli.
Antonio Chichiarelli, pochi anni dopo, è il capo di una banda che farà una grandiosa rapina alla Brink's Sekurmark di Roma. La rapina frutta l'enorme cifra di 35 miliardi di lire. C'è chi sostiene che la relativa facilità con cui Chichiarelli porta a termine il colpo sia  "il premio" che i servizi segreti gli danno per l'aiuto avuto ai tempi del rapimento Moro. Comunque nel 1984 Chichiarelli viene assassinato e i responsabili dell'omicidio non sono mai stati scoperti.
Il vero comunicato n. 7 arriva il 20 aprile.



La prigione di Moro e le dichiarazioni dei brigatistiTutti i brigatisti catturati hanno sostanzialmente ammesso le loro colpe, si sono presi la responsabilità del delitto e hanno perfino dichiarato di considerare ormai chiuso il periodo della "lotta armata". Ma nonostante questo, ancora oggi (che molti di loro o sono tornati liberi o sono in "regime di semilibertà") nessuna loro dichiarazione ha permesso di chiarire definitivamente alcuni punti.
Chi ha sparato realmente ad Aldo Moro?
In un primo momento si è autoaccusato Prospero Gallinari; poi Mario Moretti ha detto di essere stato lui a premere il grilletto, e infine anche il brigatista Maccari ha dichiarato di aver sparato alcuni colpi.
Dove è stato realmente tenuto prigioniero Moro?
La verità "processuale" indica il covo BR in Via Montalcini, a Roma. Eppure sul corpo di Moro sono state trovate tracce che indicherebbero la permanenza in un posto di mare (ma i brigatisti dichiarano di aver sprizzato acqua salata sul corpo di Moro proprio per depistare le indagini). E la mattina del 9 maggio 78, è possibile che i brigatisti abbiano trasportato in macchina il corpo di Moro da Via Montalcini fino in Via Caetani, in pieno centro a Roma, rischiando di essere fermati a uno dei tanti posti di blocco della polizia?
Perché le BR non hanno diffuso tutte le carte con le dichiarazioni fatte da Moro durante il "processo del popolo"?
Nei loro comunicati in effetti promettevano di non tenere nascosto niente. Mario Moretti dice che i nastri registrati sono stati distrutti e che loro stessi non si rendevano conto dell'importanza di alcune dichiarazioni. Per questo molto materiale è andato disperso.
Chi ha partecipato alla strage di Via Fani?
I brigatisti hanno ammesso solo la partecipazione di quelle persone che erano già state arrestate. Su altri partecipanti, che pure dovevano esserci, nessuna rivelazione.

Le carte di Moro e il covo di Via Montenevoso

Dopo la morte di Moro, nell'ottobre del 1978, le forze dell'ordine antiterrorismo, guidate dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, scoprono un covo BR in Via Montenevoso, a Milano. All'interno decine di fotocopie, pagine dattiloscritte degli interrogatori di Moro. Alcune di queste pagine spariscono, altre vengono pubblicate. Gli originali però non si trovano e comunque si ha l'impressione che dietro quegli scritti si nascondano altri misteri.
Incredibilmente, 12 anni dopo, quando un nuovo proprietario dell'appartamento di Via Monte Nevoso lo fa ristrutturare, dietro un pannello di gesso sotto la finestra, vengono ritrovate altre carte: si tratta dei manoscritti del memoriale Moro, in parte uguali ai dattiloscritti trovati nel 78, in parte "nuovi". Anche stavolta però è chiaro che le pagine più rilevanti mancano.
Esistono gli originali? Esistono i nastri con le registrazioni di quello che Moro ha detto? Nessuno può rispondere con sicurezza. È certo che chiunque si sia avvicinato troppo all'originale del memoriale è morto.
Morto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ("ufficialmente" assassinato dalla mafia nel 1982). Morto il giornalista Mino Pecorelli che aveva annunciato rivelazioni sensazionali sul memoriale (assassinato il 20 marzo del 1979). Morto a luglio dello stesso anno anche il generale Varisco che probabilmente di Pecorelli era informatore.

La figura di Mario Moretti
Mario Moretti è stato spesso indicato come il "capo delle Brigate Rosse". In una intervista lui ha tenuto a precisare che era solo un dirigente e che nelle BR non c'era una struttura gerarchica e quindi non c'era un capo.
I sospetti che si tratti di un "doppiogiochista" sono molti: ripercorrendo la storia delle Brigate Rosse infatti più volte si trovano episodi in cui quando appare Mario Moretti alle sue spalle ci sono i Servizi Segreti. Ma non solo complottisti o giornalisti hanno notato queste coincidenze. Lo stesso Franceschini, uno dei capi storici delle BR della prima generazione, in un suo libro lancia numerosi segnali in questo senso. E che Moretti fosse una "spia" lo dice quasi chiaramente.
Né c'è da sorprendersi troppo se si sospetta che all'interno delle BR ci fossero infiltrati.
Giovanni Galloni, importante esponente della Democrazia Cristiana fra gli anni 50 e 70, rivela che lo stesso Moro, prima del suo rapimento, gli aveva confessato la sua perplessità sul fatto che la Cia avesse all'interno delle BR anche dei suoi uomini.
Moretti del resto era uno di quelli che ruotavano intorno alla scuola di lingue Hyperion, a Parigi. Scuola di lingue che, si è poi scoperto, era la copertura di una delle centrali di spionaggio fra le più importanti d'Europa, in cui confluivano gli interessi di Cia, Kgb, Mossad e di numerosi gruppi terroristici la cui esistenza poteva far gioco a chi aveva interessi a destabilizzare la situazione di alcuni paesi europei.

Tutto quanto abbiamo scritto in questa pagina non è
necessariamente quello che noi pensiamo.
Si tratta solo di elementi che inducono a sospettare che
in questo delitto le cose non siano andate così come sono state descritte.
Per quanto riguarda misteri e ambiguità, infatti,
non ci è difficile associare questo crimine ai grandi enigmi
della storia moderna e in particolare
all'omicidio Kennedy avvenuto nel decennio precedente.
Tuttavia, per un quadro molto più preciso e completo
di questa storia consigliamo vivamente il libro qui sotto:




FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.scudit.net/mdmoro_misteri.ht
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Misteri D'Italia: i depistaggi e la disinformazione sulla strage di Bologna

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Ai magistrati giunsero notizie e segnalazioni in base alle quali i sospetti dovevano essere indirizzati oltre confine. L'ipotesi scaturita da quelle indicazioni era quella di un complotto internazionale che coinvolgeva terroristi stranieri e neofascisti italiani latitanti all'estero con collegamenti in Italia.
Tutto questo risulterà essere un montaggio costruito a tavolino, utilizzando vecchie informazioni e notizie completamente inventate. Le operazioni di depistaggio furono progettate ed eseguite da un settore deviato del SISMI, all'epoca diretto dal generale Giuseppe Santovito (iscritto alla P2 e morto nel 1984).
Il 13 gennaio 1981, in uno scompartimento di seconda classe del treno Espresso 514 Taranto-Milano, fu scoperta una valigia che conteneva otto lattine piene di esplosivo (lo stesso esplosivo che fece esplodere la stazione), un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi. Il ritrovamento era stato possibile in seguito a una segnalazione dei servizi segreti. L'operazione, chiamata «Terrore sui treni», si dimostrò un falso del gruppo deviato del SISMI, che voleva accreditare la tesi della pista estera, facendo riferimento a una fonte che doveva restare segreta.
La Corte d'assise di Roma accertò che «la fonte non esisteva e le informazioni erano false, costruite nell'ufficio di Musumeci e Belmonte, con la connivenza di Santovito». Nella motivazione i giudici scrissero che «la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell'apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse.».
La valigia era stata messa sul treno da un sottufficiale dei carabinieri e conteneva oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco, chiamati Raphael Legrand e Martin Dimitris.
Un dossier fasullo – prodotto dal vicecapo del SISMI, il generale Pietro Musumeci – riportava gli intenti stragisti dei due terroristi internazionali in relazione con altri esponenti dell'eversione neofascista, tutti legati allo spontaneismo armato, senza legami politici, quindi autori e allo stesso tempo mandanti della strage.
......
Il 29 luglio 1985 Pietro Musumeci è stato condannato a 9 anni di carcere per associazione a delinquere, Francesco Pazienza a 8 anni e 6 mesi per lo stesso reato (l'accusa di violazione del segreto di Stato fu coperta da amnistia), mentre Giuseppe Belmonte fu condannato a 7 anni e 8 mesi per associazione a delinquere, peculato e interesse privato in atti di ufficio: assolti con formula piena il colonnello Secondo D'Eliseo, il capitano Valentino Artinghelli e Adriana Avico (collaboratrice di Pazienza).
In appello, il 14 marzo 1986, le condanne scesero a 3 anni e 11 mesi per Musumeci, a 3 anni e 2 mesi per Pazienza, e a 3 anni per Belmonte. Per tutti gli imputati cadde l'accusa di associazione per delinquere. Per i giudici della Corte d'appello di Roma non esisteva il «Super-SISMI», ma una serie di attività censurabili e realizzate con fini di lucro, che non rientravano in alcuna organizzazione segreta parallela ai servizi segreti militari.

Dalla Banda della Magliana alla seduta spiritica: tutto quello che non torna nella detenzione di Aldo Moro

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Di Luca Longo
http://www.linkiesta.it
Leggi qui la prima parte


Un altro luogo affollato. La cassa di Moro viene scaricata dal Fiat 850T e caricata su una Citroën Ami nel parcheggio sotterraneo della Standa di Via Colli Portuensi dove li aspetta Gallinari. Moretti e Gallinari diranno che ripartono sulla Citroën familiare per portare da soli la cassa di Moro nel covo di Via Montalcini mentre gli altri si disperdono. Il parcheggio di un supermercato attorno alle 10 di mattina è scelto proprio per trasferire una grossa e pesante cassa, col rischio che Moro gridi chiedendo aiuto capendo di trovarsi in un luogo affollato.

Via Montalcini, 8. Appartamento al piano terra, interno 1, 100 mq completo di giardino, garage e cantina di proprietà dei coniugi Altobelli: in realtà Anna Laura Braghetti (che lo acquista l’anno precedente con 50 milioni in contanti consegnati da Moretti) e Germano Maccari. Secondo tutti i brigatisti, Aldo Moro viene rinchiuso ininterrottamente dal 16 marzo al 9 maggio 1978 in un cubicolo 2,80 m per 1 m separato dallo studio con una parete insonorizzata e accessibile da una libreria che ruota su un cardine. Alla fine del sequestro le BR smantelleranno la parete ma Braghetti continuerà a vivere lì per ancora un anno, quando - convinta di essere seguita dalla Polizia - scapperà lasciando alla zia l’incarico di vendere “ma senza fare sconti”. La zia riesce a rivendere l’appartamento ancora per 50 milioni. Unico caso noto di un covo terrorista che non viene abbandonato ma rimane in uso per un altro anno e poi rivenduto per rientrare nelle spese.

Prigionia. Moretti sosterrà che Moro “scriveva sulle ginocchia su dei cuscini”. Per le pulizie personali “Quando occorre gli vengono portati dei catini”. “Non ha mai camminato. Si alza, si sgranchisce le gambe, ma non si è mai mosso da lì dentro”. L’autopsia accerterà l’assoluta assenza di atrofizzazione degli arti inferiori e che il corpo di Moro è in una condizione di igiene assoluta, che mal si concilia con l’affermazione di Moretti circa i catini che gli sarebbero stati concessi per le sue pulizie personali. Il Sisde, nel luglio 1979, con registrazione ambientale di una conversazione tra due brigatisti detenuti nel carcere dell’Asinara, ascolterà che Moro ottiene “tutto quello che (sic) aveva bisogno: si lavava anche quattro volte al giorno, si faceva la doccia, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva […], è stato trattato come un signore”.

Giovanni Ladu. Bersagliere di leva, nel 2008 e poi nel 2012 dichiarerà di essere stato, insieme a altri nove militari in borghese, piazzato in un appartamento adiacente all’Interno 1 per presidiare una stazione di controllo e prendere nota di chi entra e esce dall’appartamento di fronte. Curioso che si affidi una missione così delicata ad un soldato di leva. Ladu si giustifica dicendo di essere stato un membro di Gladio e prosegue dicendo che il 7 maggio arriverà l’ordine di smobilitare. Verrà indagato per calunnia dalla Procura di Roma.

E l’altra prigione? Una perizia sul leader democristiano dimostrerà che è stato tenuto prigioniero in almeno due posti diversi. È uno studio sui reperti sabbiosi rinvenuti sugli indumenti di Moro e sulle ruote della Renault rossa dove sarà trovato il corpo. Moretti sosterrà che sono collocati a bella posta nei vestiti e nelle scarpe dello statista allo scopo di depistare le indagini. Appare poco credibile che in pieno sequestro, con una città assediata e centinaia di posti di blocco, la Faranda e la Balzerani vadano a raccogliere sulle spiagge del litorale laziale “sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe” del sequestrato per precostituire un depistaggio che acquisterà validità solo dopo il ritrovamento del cadavere.

I vicini di casa. La banda della Magliana è come il prezzemolo: compare in tutte le vicende criminali ma anche in tutti i depistaggi. Lasciando da parte le congetture, è innegabile che numerosi esponenti abitino proprio nei pressi della prigione di Moro: Danilo Abbruciati con altri due malavitosi in via Fuggetta 59 (a 120 m dalla prigione; Danilo Sbarra e Francesco Picciotto, uomo di Pippo Calò, in via Domenico Luparelli 82, a 130 m (ma a 50 m se si passa dall’ingresso secondario); in via di Vigna Due Torri, 135 (a 150 m) abita Ernesto Diotallevi, compare di Calò. In via Montalcini 1 sorge villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra, di cui Pippo Calò si serve per riciclare il denaro proveniente da attività mafiose. Se davvero le BR tengono prigioniero Moro in un luogo sotto il controllo fisico della banda della Magliana, ci si chiede se Moretti, Gallinari e la Braghetti ignorino di essere letteralmente circondati dai capi della banda o conoscono questa circostanza e hanno scelto quel posto proprio perché sanno di poter contare su una benevola protezione?

La seduta spiritica. Questo rimane il mistero più famoso: nell’ultimo quarto di secolo è stato continuamente rilanciato solo per tirare fango addosso a uno dei dodici protagonisti. Secondo i professori bolognesi, il 2 aprile del ’78 a casa Clò il piattino indicò un mare di lettere senza significato e anche parole di senso compiuto, come Bolsena e Viterbo, poi uscì anche Gradoli. La Commissione Moro, acquisita la testimonianza di tutti i partecipanti, ha concluso che è abbastanza surreale la tesi che questo sia stato un modo per segnalare il covo di Via Gradoli preferendolo a un messaggio anonimo perché quest’ultimo si sarebbe perso fra le migliaia ricevuti in quei giorni dagli inquirenti. Se ambienti dell’Autonomia bolognese o altri simpatizzanti delle BR fossero venuti a conoscenza del covo, non avrebbero avuto alcun motivo per segnalarlo collaborando con le Istituzioni. La loro posizione era riassunta nel famoso slogan “Né con lo stato, né con le BR.” E se anche avessero avuto un po’ di senso civico, piuttosto che questa messinscena sarebbe stato più furbo recapitare un messaggio anonimo con circostanze precise a persone in grado di segnalarlo ai vertici del governo o della magistratura.

Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. È lì che abitano nella primavera del 1978, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Proprio in quel palazzo diversi appartamenti erano di proprietà dei servizi segreti, intestati a società di copertura ed occupati da personaggi vicini ai servizi, alle forze dell’ordine e a informatori di polizia e carabinieri. Ma tutta la zona vede una alta densità di appartenenti ai servizi. Ad esempio al numero 89 - proprio di fronte al 96 - prima e durante il sequestro Moro abita il sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani. E’ un agente del Sismi, proviene da Porto San Giorgio (quindi è un compaesano di Mario Moretti). Il regista del sequestro Moro ha trovato un posto ideale per la sua base.

La dirimpettaia. Lucia Mokbel è l’inquilina della porta accanto all’interno 11: l’appartamento numero 9, dove alloggia col convivente Gianni Diana, impiegato da un commercialista amministratore di immobili in cui figurano anche società in mano ai servizi segreti. Mokbel, di origine egiziana, figlia di un diplomatico legato ai Servizi del suo Paese e conoscente del commissario Elio Cioppa, riferirà alla polizia di strani ticchettii notturni, tipo alfabeto morse (che la Mokbel conosce), provenienti dall'appartamento brigatista.

La perquisizione. Secondo il giudice Luciano Infelisi, immediatamente dopo il sequestro le perquisizioni per individuare la prigione di Moro si concentrano su tutti i miniappartamenti ed i residence della zona. Anche Via Gradoli, 96 viene passata al setaccio solo due giorni dopo, ma all’interno 11 non risponde nessuno e gli agenti se ne vanno. «Non mi fu dato l’ordine di perquisire le case — riferirà in aula il sottufficiale Merola — Era solo un’operazione di controllo durante la quale furono identificati numerosi inquilini, mentre molti appartamenti furono trovati al momento senza abitanti e quindi, non avendo l’autorizzazione di forzare le porte, li lasciammo stare, limitandoci a chiedere informazioni ai vicini. L’interno 11 fu uno degli appartamenti in cui non trovammo alcuno. Una signora che abitava sullo stesso piano ci disse che lì viveva una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi». Ma Lucia Mokbel - la signora in questione - aggiunge di aver dato il biglietto proprio ai poliziotti, perché lo consegnassero a Elio Cioppa (poi risultato iscritto alla P2). Quel biglietto non è mai stato ritrovato.

Gradoli (Viterbo). Fra le decine di migliaia di perquisizioni in tutta Italia, il 6 aprile viene effettuato anche un controllo mirato in alcune case coloniche nel comune di Gradoli (Viterbo), vicino al lago di Bolsena. L'operazione viene compiuta su segnalazione alla Direzione generale di Polizia tramite il Gabinetto del Ministro dell'Interno. Il biglietto autografo del 5 aprile, trasmesso al Capo della Polizia dal dottor Luigi Zanda Loi, capo ufficio stampa del Ministro Cossiga, contiene non parole smozzicate riferite da un piattino paranormale ma due precise indicazioni: "Casa Giovoni - Via Monreale, 11 - scala D int. 1 piano terreno - Milano" e "lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina". Le perquisizioni non daranno alcun frutto.

Il falso comunicato numero 7. Le BR durante il sequestro fanno trovare 9 comunicati. Il 18 aprile, proprio il trentennale delle prime elezioni politiche che consegnarono il Paese alla DC, in Piazza Indipendenza compare il presunto comunicato numero 7. Realizzato dal falsario Antonio Chichiarelli, della Banda della Magliana, neofascista e confidente dei Servizi segreti, il falso sostiene che Moro è stato ucciso e buttato nel Lago della Duchessa, fra Lazio e Abruzzo, dove viene cercato per due giorni dai sommozzatori anche se la superficie è completamente ghiacciata.
Le BR interpretano il comunicato taroccato come un falso di Stato e un rifiuto a trattare uno scambio di Moro coi brigatisti in carcere.

La doccia. Sempre il 18 aprile, le forze dell'ordine scoprono il covo di via Gradoli, 96. Questo avviene solo per una perdita d'acqua segnalata ai vigili del fuoco. È provocata da un rubinetto della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro. Mario Moretti dirà di averne avuta notizia dai giornali, che la riportano subito. Perciò non vi fa ritorno e sfugge alla cattura. La polizia, durante la perquisizione, trova anche la targa originale della 128 bianca usata per il tamponamento di via Fani. Un souvenir.

Le lettere. Moro scrive 86 lettere durante la prigionia. Sono state esaminate per 40 anni. Leonardo Sciascia per primo ipotizzerà che nascoste nelle parole di Moro ci siano indicazioni su dove si trova. «Io sono qui in discreta salute» del 27 marzo, dove indica alla moglie di essere a Roma. «mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato» inviata a Cossiga, in cui - col senno di poi - sembra specificare che si trova in un piano basso sotto un condominio affollato ma mai controllato che potrebbe essere opportunamente perquisito, e in cui, sempre rivolto a Cossiga, avverte: «che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni.» A buon intenditor…

Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. È lì che abitano nella primavera del 1978, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Proprio in quel palazzo diversi appartamenti erano di proprietà dei servizi segreti, intestati a società di copertura ed occupati da personaggi vicini ai servizi, alle forze dell’ordine e a informatori di polizia e carabinieri. Ma tutta la zona vede una alta densità di appartenenti ai servizi
Gli interrogatori. Ogni giorno Moretti esce da Via Gradoli per andare alla prigione e interrogare Moro. Gli interrogatori vengono registrati e poi sbobinati. Le bobine originali, secondo i brigatisti, vengono distrutte insieme agli originali degli scritti del prigioniero “perché non importanti”. Il presidente DC parla dell'organizzazione Gladio, del Piano Solo (il tentato colpo di Stato del Generale De Lorenzo, capo dei Carabinieri, nel 1964), della connivenza di parte della DC e dello Stato nella strategia della tensione, ma anche dello scandalo Italcasse e Caltagirone. Sono esattamente le rivelazioni che le BR cercano e che nei primi comunicati promettono di rendere pubbliche. Ma non manterranno mai la parola e sostengono di aver preferito distruggere tutto “perché non importante”.

I comitati di crisi. Il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga nomina già il 16 marzo il «comitato tecnico-politico-operativo», presieduto dallo stesso Cossiga e - in sua vece - dal sottosegretario Nicola Lettieri, di cui fanno parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori del SISMI e del SISDE, al segretario generale del CESIS, al direttore dell'UCIGOS e al questore di Roma. Nomina anche il «comitato informazione», di cui fanno parte i responsabili dei vari servizi: CESIS, SISDE, SISMI e SIOS.
Viene creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato «comitato di esperti». Della sua esistenza si saprà solo nel 1981, quando Cossiga stesso ne rivelerà l'esistenza alla Commissione Moro, senza indicarne le attività e le decisioni. Di questo organismo fanno parte, tra gli altri: Steve Pieczenik (funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano), il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell'Istituto per l'Enciclopedia italiana) e Giulia Conte Micheli. Si avranno le prove che la maggior parte dei membri dei tre comitati sia iscritta alla Loggia P2 di Licio Gelli. Di Pieczenik riparleremo dopo.

Moretti, gioventù di un brigatista particolare. Mario Moretti è il regista del rapimento Moro: partecipa al rapimento, agli interrogatori, all’eliminazione del presidente DC. Una figura particolare. I suoi studi giovanili vengono finanziati da una benestante famiglia nobile fascista, Camillo e Anna Casati Stampa di Soncino. Il 30 agosto 1970 Camillo ucciderà Anna e il suo amante, Massimo Minorenti, poi si toglierà la vita. La loro villa, ereditata dalla figlia Anna Maria, verrà poi venduta per 250 milioni (parliamo di 3500 mq, inclusa una pinacoteca con opere del ‘400 e del ‘500, una biblioteca con 10.000 volumi antichi, un parco immenso, scuderie e piscine) grazie alla decisiva intermediazione del pro-tutore della ricca ereditiera ancora minorenne: l’avvocato Cesare Previti. L’acquirente e “utilizzatore finale” di Villa San Martino è Silvio Berlusconi, ma questa è un’altra storia, torniamo a Moretti. Verrà assunto alla Sit-Siemens nel 1968 grazie ad una lettera di raccomandazione di Anna Casati. Lì conosce Corrado Alunni, Paola Besuschio, Giuliano Isa, futuro zoccolo duro delle Brigate Rosse, l’ala militarista osteggiata da Curcio e Franceschini, contrari alla lotta armata. Moretti il 30 giugno 1971, partecipa con Renato Curcio ad una rapina per autofinanziarsi a Pergine di Valsugana. E’ la sua prima azione all’interno delle Brigate Rosse, è sicuro di sé, pronto a tutto.
Durante il fallito rapimento del politico democristiano Massimo De Carolis, le forze dell’ordine decapitano l’intera classe dirigente delle Br, ma proprio lui riesce a fuggire. Però all’interno del covo che avrebbe dovuto accogliere De Carolis, polizia e carabinieri trovano in una scatola di scarpe le fotografie di Curcio e altri scatti compromettenti. Quella scatola l’ha dimenticata Moretti, che pure assicura i compagni di averla bruciata. E inizia una latitanza obbligata. Nel 1974 vengono arrestati a Pinerolo Curcio e Franceschini, durante un incontro con Silvano Girotto, detto Frate Mitra, infiltrato dai carabinieri. Un incontro al quale avrebbe dovuto partecipare anche Mario Moretti, opportunamente avvertito da una telefonata anonima che gli permette di sfuggire all’arresto. La telefonata arriva ben quattro giorni prima, ma nel frattempo Moretti “non riesce” ad avvisare Curcio e Franceschini.

Moretti, la scalata di un brigatista particolare. Curcio e Franceschini sono fuori dai giochi e le BR virano decisamente verso la linea dura: lotta armata contro lo Stato. In uno scontro a fuoco con i carabinieri durante il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia muore Mara Cagol, mentre Giorgio Semeria rimane gravemente ferito.
Semeria dal carcere riuscirà a scrivere a Curcio per avvertirlo che Moretti è una spia e che Mara Cagol è stata ammazzata quando era già ammanettata e in ginocchio. Moretti è ormai il capo indiscusso delle Brigate Rosse, si trasferisce a Roma e si prepara a gestire la stagione di piombo che culminerà con il rapimento Moro.
Curcio intanto evade dal carcere di Casale Monferrato con una fuga rocambolesca e incontra i nuovi vertici delle BR. Moretti insiste per soggiornare nell’appartamento di Curcio, di cui non conosce ancora l’indirizzo. Solo due giorni dopo, la polizia fa irruzione nell’abitazione del vecchio leader, arrestandolo nuovamente. Confiderà in seguito Curcio a Franceschini “Sono convinto che Moretti sia una spia”.

Moretti, la fine di un brigatista particolare. Il pluriricercato Moretti negli anni successivi va più volte in Francia per incontrare compagni latitanti. Rivelerà questa circostanza durante il processo provocando lo stupore degli altri brigatisti coimputati che non ne sapevano nulla. Ne riparleremo più avanti alla voce Hyperion. Durante il sequestro Moro, viaggia ripetutamente tra Roma e Firenze, sfuggendo a qualsiasi controllo. Il 4 aprile 1981, dopo oltre dieci anni di latitanza, la primula rossa verrà arrestata e condannata a sei ergastoli. Dopo soli 16 anni, nel luglio del 1997, otterrà la semilibertà. Moretti non si è mai pentito, né si è mai dissociato e non ha collaborato con gli inquirenti.

(CONTINUA)

I misteri infiniti delle Br

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Di Salvatore Ventruto
Quando un componente della Commissione d’inchiesta sul caso Moro gli chiede quale sia stato il motivo che nel 1972 portò le Brigate Rosse a respingere la richiesta di adesione di Valerio Morucci, a quei tempi esponente di spicco di Potere Operaio, Alberto Franceschininon lascia molto spazio alla fantasia:
“C’erano vari motivi. Il primo è che a me e altri Morucci non piaceva. Il secondo è che Morucci faceva traffico di armi tra la Svizzera e l’Italia, armi che poi distribuiva al movimento. Fu scoperto, insieme a un altro o ad altre due persone. Sta di fatto che uno o due di loro si fecero sei mesi di galera, Morucci sì e no venti giorni e uscì”.
E’ un Franceschini collaborativo quello che un paio di settimane fa si è approcciato di nuovo con i commissari, dopo l’audizione dello scorso 27 ottobre. Ancora una volta ha evidenziato  come le BR, per lui che le aveva fondate, fossero finite già nel 1976, quando il capo incontrastato era Mario Moretti. Cresciuto in una famiglia comunista, con il padre e il nonno protagonisti della Resistenza antifascista, Franceschini  ha sempre sostenuto nei suoi libri,  interviste e incontri che la militanza brigatista fosse per lui il naturale seguito della lotta partigiana. Arrestato nel 1974 a Pinerolo mentre era in macchina con Renato Curcio, altro esponente di spicco del gruppo storico brigatista, Franceschini ha rappresentato tra la fine degli anni novanta e gli inizi del nuovo secolo colui che più di ogni altro ha affrontato alcuni elementi poco chiari o del tutto sconosciuti del brigatismo italiano e del sequestro Moro.
Alberto Franceschini
Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse assieme a Renato Curcio. Viene arrestato nel 1974 a Pinerolo. In alcuni suoi libri, ad esempio “Che cosa sono le BR”, affronta e approfondisce alcuni elementi ancora oscuri sulla nascita delle BR e il sequestro Moro. Recentemente alla domanda se esistesse o meno un piano di messa in sicurezza delle Brigate Rosse ha risposto: “Mi verrebbe da dire l’Hyperion”
Il “ragazzo dell’appartamento”, ha fatto dimenticare ai commissari i mi avvalgo della facoltà di non rispondere e i non gradisco che avevano caratterizzato, qualche settimana prima, la testimonianza di Valerio Morucci, ex leader della colonna romana delle BR, protagonista dell’azione militare che portò la mattina del 16 marzo 1978 al rapimento di Moro in via Fani. Personaggio particolare Morucci, da maneggiare con estrema cura. Prima responsabile del servizio d’ordine di Potere Operaio, poi brigatista dal 1976.  Partecipò all’agguato di via Fani, ma fu, secondo le ricostruzioni ufficiali, contrario assieme ad Adriana Faranda, sua compagna, all’esecuzione di Aldo Moro, incarnando quell’ala “trattativista” che sarebbe diventata interlocutrice degli “autonomi” Lanfranco Pace e Franco Piperno nell’ambito dei ripetuti tentativi messi in atto dal Partito Socialista per salvare il Presidente della DC.
Sul suo famoso “Memoriale” di 300 pagine, poi clamorosamente sconfessato dalle ultime indagini e da più approfonditi riscontri, si è basata per anni la ricostruzione dettagliata dell’operazione militare che portò al rapimento di Moro e all’uccisione della sua scorta. Rimane ancora un mistero la telefonata che Morucci fece la mattina del 9 maggio 1978 alle ore 12.15 a Francesco Tritto, stretto collaboratore di Moro, per annunciare la morte del Presidente della DC. Ancor più alla luce di quanto è stato riscontrato dall’attuale commissione d’inchiesta e cioè che Francesco Cossiga, allora Ministro dell’Interno, ricevette già alle ore 11 la telefonata del Prefetto di Roma che annunciava la morte di Moro. Perché Morucci telefona un’ora e quindici  minuti dopo il Prefetto? Quella telefonata può essere considerata come un depistaggio che sancisce l’inizio della collaborazione di Morucci con lo Stato, al punto da far redigere a quest’ultimo un falso memoriale sull’agguato di via Fani?
Quando Morucci, dopo la morte di Moro, esce assieme alla Faranda dalle BR, decide di portarsi via  tutte le armi che aveva portato all’interno del gruppo: mitra, munizioni, pistole rinvenute il 29 maggio 1979, giorno del loro arresto, nell’appartamento di Viale Giulio Cesare, 47. In quell’appartamento viene trovato anche un elenco di 90 brigatisti e anarchici. Alla domanda del Presidente Fioroni se i due  volessero vendere l’elenco “per fare la stessa fine di Casimirri” (ultimo grande latitante dell’operazione Moro, da 30 anni in Nicaragua), Franceschini dice: “può essere,  anche se non conosco esattamente gli atti”.
Comincia nel 1982 al Foro Italico il processo per l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. Nella foto, due dei maggiori imputati, Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Comincia nel 1982 al Foro Italico il processo per l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. Nella foto, due dei maggiori imputati, Valerio Morucci e Adriana Faranda.
“Solo a Giovanni Senzani – continua Franceschini –  ritrovarono un elenco di nomi all’interno di un panino mentre era detenuto nel carcere di Rebibbia. Quel panino e quell’elenco furono intercettati e molti compagni furono arrestati”- aggiunge, precisando come anche Senzani,  leader del comitato rivoluzionario toscano delle BR, sia stato per lui una figura difficile da capire.  Senzani fu oggetto di un dossier da parte della Commissione Stragi presieduta negli anni ‘90 dal Senatore Giovanni Pellegrino in cui si precisava che la sua figura “potrebbe aver avuto un coinvolgimento pieno e determinante nella vicenda Moro, non solo attraverso l’organizzazione a Firenze delle riunioni del comitato esecutivo delle BR durante i 55 giorni del rapimento, ma anche svolgendo, grazie alla sua statura intellettuale e alla grande esperienza politica e giuridica, il ruolo di grande inquisitore nel corso delle controverse fasi del processo al quale venne sottoposto lo stesso Moro”.

 Giovanni Senzani. Negli anni '70 insegna all'Università di Firenze ed è consulente del Ministero della Giustizia. Contemporaneamente fa parte della direzione strategica delle Brigate Rosse. Dopo 23 anni di carcere non si è mai pentito.
Giovanni Senzani. Negli anni ’70 insegna all’Università di Firenze ed è consulente del Ministero della Giustizia. Contemporaneamente fa parte della direzione strategica delle Brigate Rosse. Dopo 23 anni di carcere non si è mai pentito.
Dopo aver confermato che “l’attenzione sulle Brigate Rosse da parte dello Stato è sin dalla nascita”, Franceschini ha parlato anche di  Corrado Simioni e del ruolo ambiguo di Hyperion, la scuola di lingue fondata a Parigi nel 1976 dallo stesso Simioni, Duccio Berio  e Vanni Mulinaris. Nel 1970 i tre si “staccarono” dal gruppo originario di Sinistra Proletaria, che poco dopo avrebbe dato vita alle Brigate Rosse,  e formarono il Superclan. Quando i commissari gli chiedono di fare un’analisi storica della figura ambigua di Simioni e della scuola parigina, capace di aprire due sedi di rappresentanza a Roma nelle settimane del sequestro Moro e rivelatasi successivamente una centrale del terrorismo internazionale infiltrata dai servizi segreti di tutto il mondo, Franceschini è come se ammettesse la “sconfitta” del gruppo storico.
“Se devo fare una riflessione onesta e sincera – dice –  è che noi abbiamo sbagliato tutto e loro hanno capito tutto. Chi andò a Parigi, chi stabilì certe relazioni, certi rapporti aveva capito una serie di cose”.
All’Hyperion e ai personaggi che le ruotavano attorno, che secondo Franceschini “operarono a livello geopolitico alto, utilizzando i residui della politica bassa”,  sono legati gran parte dei misteri ancora irrisolti della galassia brigatista. Fu il giudice istruttore del Tribunale di Venezia Carlo Mastelloni ad azzardare per primo, nel 1984, l’ipotesi che l’Hyperion avesse avuto un ruolo di mediazione nelle forniture di armi che l’Olp garantì ai brigatisti. Oggi,  dopo più di trent’anni, i rapporti tra le BR e le organizzazioni palestinesi tornano sotto la lente d’ingrandimento del caso Moro, grazie a una lettera che il 21 giugno 1978  il colonnello Stefano Giovannone scrisse da Beirut. Nella missiva, l’ex ufficiale del Sismi, di stanza in Libano, riferiva della possibile consegna, da parte delle Brigate Rosse, al leader palestinese George Habbash di una parte dei verbali degli interrogatori subiti dal Presidente DC durante la prigionia, al fine di ristabilire il rapporto di collaborazione interrotto da due anni.  Un documento, quindi, che farebbe presagirerelazioni tra le Brigate Rosse e palestinesi anche prima dell’operazione Moro, diversamente da quanto dichiarato in più occasioni da Mario Moretti.
“L’ipotesi che io mi sono sempre fatto è che certamente i cosiddetti brigatisti, morettiani o non morettiani, avevano dei rapporti con i palestinesi”.

Una foto dell'Istituto Lingue Hyperion
L’edificio che ospitava la scuola di lingue Hyperion a Parigi in Quai de la Tournelle, 27.
Franceschini torna poi sui contatti tra lui e Curcio, in carcere, e i “compagni” che pianificarono e gestirono l’operazione Moro. “Io e Renato dal 1976 in avanti siamo molto critici con quelli fuori perché secondo noi avevano abbandonato il terreno del movimento dicendo che bisognava prendere le armi. Ricordo che ciò che ci fece infuriare di più fu il ritrovamento degli interrogatori di Moro nelle carte di via Monte Nevoso perché i compagni fuori ci avevano sempre detto che lui non aveva mai detto niente, nonostante nei primi giorni avessero affermato invece che stava parlando e che tutto andava bene”. Rapporti che  secondo Franceschini si chiusero definitivamente dal giorno della scoperta del covo di via Gradoli e del depistaggio del Lago della Duchessa.  “Da lì cambia radicalmente la posizione di quelli fuori che fanno sapere a noi dentro che non potevano tirarci più fuori”, dice Franceschini.  A  dimostrazione, forse, che gli interessi estranei al movimento brigatista avevano ormai preso il sopravvento nella vicenda.

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