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Ex marine condannato a 30 giorni in psichiatria per dei post su facebook

Di Laura Caselli

Nonostante questa storia possa sembrare una scopiazzatura del famoso romanzo Orwelliano 1984, quella che segue non è la trama di un nuovo film di fantascenza, ma è una storia vera.

Virginia, Stati Uniti: Lo scorso 16 Agosto, l’ex marine 26enne Brandon J. Raub è stato ammanettato e trascinato in una clinica psichiatrica per aver postato su Facebook alcune frasi.

Ma cosa può aver detto di così tremendo? In breve Brandon ha accusato il governo americano di essere l’unico responsabile degli attacchi terroristici dell’11 Settembre; ha affermato che il paese è governato da un gruppo di malvagi cabalisti e ha più volte scritto che nel cielo vengono rilasciate sostanze dannose, come il bario.




In rete leggiamo che degli agenti del l’FBI, insieme ai Servizi Segreti Americani e alle autorità locali di polizia, hanno fatto irruzione in casa sua per interrogarlo ma, poichè Brandon si sarebbe rifiutato di collaborare e avrebbe fatto troppe domande, alla fine per lui sono scattate le manette.

    “Attualmente mi trovo in un reparto psichiatrico dell’ospedale John Randolph contro la mia volontà.”
    [intervista telefonica del Times-Dispatch]

Fortunatamente il giudice del tribunale di Chesterfield ha ordinato, qualche giorno fa,  che il veterano Marine venisse dimesso dall’ospedale psichiatrico poichè non vi è motivo di prolungare la custodia di emergenza (leggi “Trattamento Sanitario Obbligatorio”).

24 Agosto: Brandon torna a casa e scrive su facebook: “Pillole o non-pillole, rimango un guerriero”.


        Lo psicoreato non comporta la morte: lo psicoreato è la morte.
        [ George Orwell, 1984]

       
Fonte: LoSai.eu

http://www.informarexresistere.fr/2012/09/07/condannato-a-30-giorni-in-psichiatria-per-dei-post-su-facebook/

La scelta di Martini, la libertà di tutti. Una lezione sul ‘fine vita’

  Di Benedetto Della Vedova
Ci sono tante ragioni di interesse per la lettera che la nipote del cardinale Martini, l’avvocato Giulia Facchini, scrive oggi sul Corriere della Sera e che è rivolta alla zio e parla non solo “a lui”, ma “di lui” e della sua estrema testimonianza, che il professor Gianni Pezzoli aveva già sostanzialmente reso pubblica. Il cardinale Martini, nell’aggravarsi della malattia e nell’approssimarsi della morte, ha dettato le proprie volontà in ordine alle cure che avrebbe voluto ricevere, ha rifiutato l’alimentazione e l’idratazione artificiale e ha chiesto di essere sedato.
Le cure che Martini ha rifiutato non erano né inappropriate, né sproporzionate  e sono ordinariamente praticate, con il loro consenso, a pazienti che si trovano nelle condizioni in cui era Martini. Egli ha rifiutato alcuni trattamenti sulla base dello stesso principio – quello della libertà di cura – che porta altri pazienti ad accettarli. Quella di Martini, per me, non è stata una scelta né più né meno libera, né più né meno “giusta”, né più né meno “umana”di quella di altri pazienti, che rispetto alle cure da lui rifiutate decidono diversamente.
Penso che la testimonianza di Martini vada meditata da parte di quanti, per mesi, si sono imbarcati nell’impresa impossibile di scrivere una legge sul fine vita che stabilisse in astratto dettagliate regole di condotta e comportamenti obbligati per medici e malati delimitando fino all’irrilevanza la volontà espressa “ora per allora” dalle persone. Per essermene occupato e per avere cercato di oppormi all’idea di legiferare su di un tema in cui basta ed avanza la deontologia medica, con le libertà e responsabilità che prevede per medici e pazienti, sono quindi confortato dalla testimonianza del cardinale Martini, che trovo carica di umanità e del buon senso legato alla concretezza dell’esperienza.
L’unica soluzione “politica” ai dilemmi etici del fine vita è lasciare a tutti la libertà di cui ha goduto il cardinale Martini, senza che una legge pretenda – come vorrebbe il testo approvato dalla Camera, di imporre (e comunque non sospendere) l’alimentazione e l’idratazione, i cosiddetti “trattamenti di sostegno vitale”, fino a che risultino “efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo”.
Penso che nessuno abbia alcun titolo per “giudicare” quanto i malati fanno e non fanno, accettano e rifiutano, nelle fasi terminali di malattie gravemente invalidanti. Ma mi pare evidente che attorno a queste scelte non possa essere imbastita alcuna guerra di religione.

Fonte: http://www.libertiamo.it/2012/09/04/la-scelta-di-martini-la-liberta-di-tutti-una-lezione-sul-fine-vita/

Lo Stato salutista fa cassa

Di Carlo Lottieri
È un procedere che pare inarrestabile quello dello «Stato salutista», ossia di quel particolare potere che trae la propria legittimazione dal fatto di prendersi cura di noi.
In Italia come ovunque, anno dopo anno cresce il numero delle leggi volte a limitare il consumo di grassi e zuccheri, e anche l'assunzione di nicotina e altre sostanze potenzialmente dannose alla salute. Non di rado si tratta solo di pretesti per aumentare le entrate fiscali, ma in varie circostanze è chiaro come la legislazione punti davvero a «fare il nostro bene» e a definire quale debba essere lo stile di vita da adottare.
L'ultima notizia viene dall'Australia, dove è in discussione l'ipotesi di vietare il fumo a quanti sono nati dopo l'anno 2000. Anche quando saranno adulti, gli attuali dodicenni australiani non potranno scegliere in piena autonomia se fumare una sigaretta oppure no, se godere del piacere della pipa o farne a meno.
Sullo sfondo c'è qualcosa di epocale, che ha strettamente a che fare con la natura dei nostri sistemi politici. Se in passato la loro ambizione era ristretta ed essi puntavano esclusivamente a garantire protezione e ottenere obbedienza, oggi si stanno facendo sempre più buoni e umanitari, e per questo sempre più pervasivi e illiberali. L'antico sovrano era assai simile a un predatore stanziale, che aveva sostituito la razzia occasionale con uno sfruttamento più sistematico, ma la gente comune sapeva che era un'istituzione che andava in qualche modo contrastata.
Il nuovo ordine politico, invece, non soltanto si regge sull'identificazione tra sovranità e popolo (questa è l'essenza delle democrazie moderne), ma ha per giunta molti tratti filantropici. Nella retorica dominante, i governanti vogliono dunque il nostro bene e sono disposti a fare qualunque cosa per noi. Le moderne democrazie dapprima pongono nel popolo l'origine di ogni potere, ma poi l'utilizzano per comprimere sempre più l'autonomia dei singoli. Ci viene insomma chiesto di usare la nostra libertà per privarcene.
Quello che ne deriva è un mutamento drammatico del diritto, che in passato era concepito quale strumento volto a tutelare le persone e favorire i rapporti sociali (evitando aggressioni e truffe), mentre ora si propone sempre più di proteggerci dai nostri vizi. Un tempo a essere vietati non erano i comportamenti «sbagliati», ma solo quelli «lesivi» dei diritti altrui. Se in età medievale molti scolastici conoscevano la differenza tra peccato e crimine, il nuovo moralismo puritano vuole invece costruire un ordine legale che non sia un semplice sistema di regole, ma un progetto ben definito che predefinisca i comportamenti e ci obblighi a essere migliori.
Un ruolo cruciale è giocato dalla statizzazione della sanità. L'argomento principe che viene usato dai fautori di ogni proibizione è che, poiché i costi delle cure mediche gravano su tutti, la politica avrebbe la facoltà di dettare legge anche sugli stili di vita. Se fumare può far aumentare gli oneri sanitari, lo Stato ha il diritto di mettere al bando le sigarette per quanti sono nati dopo l'anno 2000.
C'è una logica. Abbiamo rifiutato ogni ipotesi di sanità concorrenziale e privata (basata su mutue e su meccanismi di welfare volontario) e in questo modo abbiamo aperto la porta a un totalitarismo soft che, nella terra dei canguri, si appresta a dare la caccia - tra pochi anni - a quanti fumano una sigaretta. Quella che un po' alla volta viene meno, però, è la libertà individuale, che per essere davvero tale deve anche includere il vizio (e il piacere) del tabagismo.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/interni/stato-salutista-fa-soltanto-cassa-e-uccide-libert-831578.html

Quando lo stato è a presidio dei diritti

Di Andrea Scarponi
E’ ormai da diversi anni che imperversano nei dibattiti politici temi ‘scottanti’ quali, ad esempio, la questione dei diritti civili alle coppie omosessuali o il diritto alla ‘buona morte’, l’eutanasia, per i malati terminali. Come è ovvio che sia in un dibattito, da ambo le parti si agitano coloro che propendono per questa o quell’altra soluzione: la platea si divide puntualmente in pro e contro; dall’una e l’altra volano insulti di ogni tipo fino a che l’atmosfera non diviene incandescente e si arriva allo scontro frontale.
In questi due citati esempi (e se ne potrebbero fare molti altri), se solo si provasse a spostare l’angolo prospettico da cui la questione viene osservata, ci si accorgerebbe che il punto non sta tanto nel capire quale delle due parti abbia ragione e meriti la soddisfazione delle proprie richieste, quanto piuttosto che tutti i problemi nascono da due concetti che nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’una e dell’altra parte, ma che nondimeno costituiscono il cruccio del ‘perdente’ in ogni caso.
Infatti, analizzando la questione da una prospettiva che rimetta al centro la libertà individuale, non ci sarebbe alcun modo di dirimere la controversia ricercando una ‘ragione universale’ nelle tesi contrapposte, perché una tal ragione non esiste: essere pro-gay, pro-eutanasia, pro-aborto ecc. è tanto legittimo quanto esservi contrari, benché solitamente una presunta superiorità intellettuale bolli come ‘bigotte’ le tesi oltranziste dei contrari perché questi vogliono limitare, per l’appunto, quella libertà che si vuole difendere. A ben vedere, se essere liberi significa poter autodeterminarsi e prendere libere decisioni, non c’è alcun modo per negare la libertà di essere contrari a certe questioni, anche se tali indirizzi appaiono illiberali.
Quali sono, dunque, i concetti all’origine di queste problematiche che finiscono inevitabilmente per falsare ogni realtà fenomenica che si manifesta in un dato momento storico e in una certa popolazione? Manco a dirlo, uno è il concetto di ‘Stato‘, l’altro è quello di ‘diritto‘. Questi due concetti sono legati indissolubilmente da un doppio filo sin da quando gli esponenti di una certa corrente di pensiero – il giusnaturalismo – ha fatto la sua comparsa nell’Europa continentale. Parlare per la prima volta di diritti della persona (di property individuale) e non soltanto di diritti sulla res, aveva allora un significato ben preciso, ossia quello di affrancare l’uomo, qualsiasi uomo, dall’arbitrio dispotico di un tiranno, delimitando un’area virtuale attorno alla persona che non poteva essere oltrepassata da qualsivoglia decisione del potere (ed aggiungerei, da qualsiasi manifestazione del potere). Si capisce come un tal modo di ragionare avesse, a quel tempo, una notevole carica rivoluzionaria: nel tempo in cui i Re possedevano lo ‘ius vitae ac necis‘ su ciascuno dei propri sudditi, affermare il ‘diritto alla vita’ come supremo, innato e irrinunciabile, significava compiere il passo decisivo verso la libertà sostanziale.
Avvenne, poi, con la rivoluzione francese, che questo nucleo di diritti essenziali e irrinunciabili costituì al contempo la ragion d’essere e il limite dello Stato moderno: una volta, infatti, che i diritti furono proclamati, non restava che trovarne il fido garante e assicurarsi che questo non li avrebbe a sua volta sovvertiti. Ora, ai fini di questa breve disamina, vale la pena prendere in considerazione uno dei caratteri essenziali dello Stato di diritto: il monismo giuridico, ossia la pretesa di essere l’unico soggetto con la capacità di emanare norme giuridiche aventi efficacia in un dato territorio (solitamente i confini nazionali, ma in alcuni casi anche al di fuori di questi – si pensi al diritto penale italiano, tendenzialmente universale). Ed è proprio il monismo giuridico ciò che, nello specifico, causa gli attriti di cui si è parlato all’inizio: essere l’unico soggetto in grado di poter stabilire cosa è lecito e cosa non lo è, significa consegnare nelle mani di una maggioranza, o di una confessione religiosa, o di un leader carismatico e così via, lo ‘ius vitae ac necis‘ sulla legittimità di una certa pretesa. Vista così, si potrebbe affermare come molte delle varie lotte per la conquista di diritti, in realtà, non sono state altro che riappropriazioni di ciò che sarebbe dovuto essere in una società autenticamente libera, e che invece sono state soffocate dalla tracotanza statale, ben lungi dall’essere quel paradiso idilliaco che si fa espressione della ‘volontà generale’ del popolo.
Quindi, ricapitolando, lo Stato è a presidio dei diritti individuali; lo Stato decide quali diritti hanno ragion d’essere nel suo territorio. Capito il trucchetto? Ritorniamo alla questione dei diritti civili delle coppie omosessuali. Lo Stato riconosce alle coppie eterosessuali che convolano in matrimonio alcuni diritti civili in funzione dell’importanza che la famiglia ricopre nell’organizzazione sociale come, ad esempio, la reversibilità della pensione per il coniuge superstite. Quando le coppie omosessuali avanzano la medesima pretesa, ossia di potersi sposare per accedere alla reversibilità della pensione (per rimanere all’esempio), lo fanno essenzialmente perché altrimenti non c’è via attraverso la quale possano ottenere un servizio di tal guisa. In un paese ove la previdenza è pubblica, non v’è alcun modo per questi di ottenere siffatto ‘diritto’ rivolgendosi a una certa azienda assicuratrice piuttosto che a un’altra che non prevede, in ipotesi, quell’opzione.
In effetti, quello che preme sottolineare è che il punto della questione, e del dibattito ad essa inerente, non è tanto il se un certo punto di vista è più giusto di un altro, quanto piuttosto il fatto che finché sarà lo Stato a presidiare i diritti della persona, vi sarà sempre un cittadino di seria A e uno di serie B, specie se gli strumenti per l’attuazione di talune pretese restano nelle monopolistiche mani dello Stato. Quindi, il riconoscimento di diritti civili alle coppie omosessuali, pur covando una forte carica simbolica e pur potendo avvicinare la realtà attuale a una condizione più equa, non risolve affatto il cuore del problema, che, rebus sic stantibus, è destinato a ripetersi all’infinito in una società regolata da un legislatore (unico e) morale.

LA VOLONTA' E' SOLO DEGLI INDIVIDUI

Di Mauro Gargaglione
http://riecho-economiaeliberta.blogspot.it/
« L'organizzazione dell'attività economica, per il tramite dello scambio volontario presume che siano garantiti, per mezzo del governo, la legge e l'ordine in modo da evitare la coercizione di un individuo da parte di un altro, e che sia assicurato il rispetto dei contratti volontariamente conclusi, che sia determinata la definizione dei diritti di proprietà insieme alla loro interpretazione e applicazione e che infine sia garantito un quadro di riferimento monetario ». [M. Friedman - Capitalismo e libertà]
Quindi il governo, deve definire cosa è tuo e fino a che punto lo è (esempio: questo pezzo di terra è tuo ma ora serve a me quindi ti risarcisco un tot e me lo prendo, se non sei d'accordo ti mando l'esercito), e decide quale moneta devi usare, quanta deve essercene in giro e a quale interesse la devi prestare.

Ma neanche per sogno, caro Milton! Se ti sta tanto a cuore lo scambio volontario, non deve esistere al mondo niente e nessuno che possa scambiare qualcosa 'contro' la volontà di qualcun altro. Oppure mi stai dicendo che c'è una cosa chiamata stato che ha una sua volontà che viene prima di quella degli individui?

Se è così arrivi tardi caro Milton, ci hanno fatto una rivoluzione su quest'idea. Il suo simbolo diventò la ghigliottina. Poi ne seguirono tante altre tipo fascismo e comunismo, i cui effetti hai osservato coi tuoi occhi. Eccerto, attribuisci volontà autonoma a un sistema statale, e guarda che succede quando non riesci più a fermarlo. La volontà è SOLO degli individui.

Mi dici che sto esagerando, che lo stato deve comandare in pochissime cose. Ok, mi sta bene, e se non lo fa? Mi dici che mi devo fidare. Ma io, ultimamente, non mi fido più tanto della moneta che lo stato mi prescrive di usare. Non so, vedo che fanno un sacco di porcherie e vorrei mettermi volontariamente d'accordo con chi la pensa come me per usare un mezzo di scambio reciprocamente accettato. Come sarebbe a dire, fallo pure !? Se non uso la moneta che mi imponi tu non posso pagarti le imposte che pretendi da me e poi mi arresti!

Va beh dai, la chiudo qui, in questo momento sono più preoccupato da un sacco di ignorantissimi sedicenti economisti che imperversano su stampa, rete e TV i quali sostengono la cartaccia che sono obbligato a usare come moneta deve tornare allo stato (sic!), che idioti, vero?

Fonte:riecho-economiaeliberta.blogspot.it/2012/08/la-volonta-e-solo-degli-individui.html

Con le mani nel conto (corrente)

 Di Andrea Lorusso
Dal 31 Ottobre 2012 diverrà esecutivo l’invio automatico da parte delle Banche italiane degli estratti conto all’Agenzia delle Entrate. Scetticismo da parte del garante della privacy.
E’ proprio vero, al peggio non v’è mai fine. Di oggi l’agghiacciante notizia che la pressione fiscale reale sui contribuenti nostrani tocca il vertiginoso apice del 55%, record negativo europeo e forse mondiale. Se ciò però non dovesse bastare, chi volesse “esimersi” dalla “progressività della imposta” evadendo od eludendo il fisco, d’ora in avanti ha un nemico in più: la propria banca.
Non è per essere dalla parte degli evasori, ma questo provvedimento mina in toto la presunzione d’innocenza invertendo l’onere della prova su ogni spesa irregolare (secondo dei parametri standard) per cui siamo tutti ipotetici infedeli agli oneri di Stato e quindi soggetti a controllo. Un po’ il ragionamento che mandava su tutte le furie Berlusconi quando si trattava di intercettazioni a strascico, e quindi valeva la regola “Ascoltiamoli tutti, prima o poi qualcuno un reato lo compie”.
I garantisti, i liberisti, hanno insignito di lodi questo sentimento di rabbia nei confronti dell’abuso di potere da parte delle istituzioni sulla nostra libertà.  Soltanto che adesso tutto tace, quando si tratta di violare il sacrosanto diritto alla “privacy di spesa” dei propri concittadini, la casta s’ammutolisce sotto l’egida imperterrita di Monti & Co.
Le manovre lacrime e sangue finora varate sono state pressoché inutili a vanificare il ciclone spread e le dimissioni del precedente governo futili e vana utopia di una bieca opposizione per abbattere il nemico. Lo shock finanziario prima, e quello economico dopo, hanno sotterrato lo spirito imprenditoriale di un Paese che arranca e continua a mordersi la coda sulla cresta di misure impopolari e depressive, metastasi della crescita.  Ci siamo addentrati in una fase della curva degli introiti pericolosa, nonostante aumentino le accise e le imposte (vedi le sigarette ad esempio) il gettito comincia a calare e il sommerso vertiginosamente incrementa il suo giro d’affari.
Una Italia strozzata dalla tensione fiscale e irata per il fumus persecutionis nelle proprie tasche, smette di investire e produrre cullandosi in quella che gli economisti chiamano “trappola della liquidità“. Il primo punto che dovrebbe essere alla base di ogni programma elettorale per le politiche del 2013 è “La fiducia”. Una componente non iscritta a ruolo nei saldi pubblici, ma forte nella coscienza e nelle tempra dei nostri connazionali bistrattati.
Abbiamo bisogno di guardare al futuro e per il futuro, non solo in chiave economica ma anche nelle proporzioni umane ed emotive, che a questi robot-tecnici manca.

L'IMMORALITA' DELLO STATO. IL CASO DELLE COPPIE OMOSESSUALI

Di Weierstrass
 Contributor Riecho Economia e Libertà
Spesso accade che la politica si interessi ai cosiddetti "temi etici" (eutanasia, testamento biologico, fecondazione assistita, omosessualità etc), di modo che periodicamente nascono e muoiono accesi dibattiti su di essi. Sfugge ai più il fatto che lo Stato non abbia alcun diritto di intromettersi in tali questioni, poiché si tratta di scelte che competono ai singoli individui.

Come case study, consideriamo il dibattito riguardante il matrimonio tra persone omosessuali. C'è chi sostiene che lo Stato dovrebbe permetterlo, c'è chi sostiene di no. Domanda: da cosa nasce questo dibattito? Non certo dalla fatto che esistono omosessuali ed eterosessuali. Il problema di fondo consiste nel potere statale di stabilire chi si può sposare e chi no. Cosa è il matrimonio civile, attualmente, se non un'ingerenza dello Stato nella vita privata di due persone? Se non esistesse, ogni coppia potrebbe siglare un contratto (magari soprannominato "matrimonio") con le regole/clausole che più le aggradano. Per esempio, i due contraenti potrebbero scegliere di mettere in comune i rispettivi patrimoni; oppure di permettere la reciproca conoscenza dei dati medici; o, ancora, di stabilire l'affidamento degli eventuali figli in caso di chiusura del contratto (magari soprannominata "divorzio"). E così via. Non c'è alcun motivo logico per cui lo Stato debba controllare e regolamentare un contratto di questo tipo. Solo gli individui possono sapere quali condizioni contrattuali sono più opportune per la loro situazione. In nessun modo un burocrate può sapere cosa è meglio per il singolo cittadino - constatazione che peraltro è verificata in ogni ambito della vita.

De-statalizzando il matrimonio civile si risolverebbe di colpo qualsiasi questione etica ad esso legata. Nulla impedirebbe a una coppia (indipendentemente dal fatto che sia eterosessuale o no) di convivere secondo le regole pattuite dai suoi due membri. Dando per scontata la libertà individuale di disporre dei propri averi, nessuno - nemmeno chi, oggi, è contrario ai matrimoni tra omosessuali - avrebbe qualcosa da obbiettare di fronte ai contratti sopra descritti. Ovviamente le coppie sarebbero libere di praticare matrimoni religiosi, purché conformi alle norme della religione scelta. Probabilmente le coppie omosessuali non potrebbero ottenere un rito cattolico, ma ciò non violerebbe la libertà di alcuno: non si può infatti obbligare una persona (p.e. un prete) ad agire contro i suoi principi morali, costringendola ad approvare qualcosa che invece disapprova. La libertà religiosa va rispettata tanto quanto le altre. D'altra parte, nulla vieta la nascita di religioni che approvino l'omosessualità. 

Si può argomentare che legalizzare i matrimoni civili (gestiti dallo Stato) tra omosessuali sia una valida alternativa. Non è così: lo Stato non può e non deve gestire cose che competono agli individui. Il fatto che i politici ambiscano ad amministrare ogni aspetto della vita di una persona (o di una coppia) non giustifica nulla, anzi è ciò che più viene contestato da chi vuole preservare la libertà individuale. Infatti, in questo caso, il passo successivo sarebbe quello di obbligare per legge le istituzioni religiose a praticare matrimoni omosessuali. Non si tratta di obiezioni ipotetiche, ma di proposte e leggi concrete; in un sistema che ritiene lecito l'intervento statale, è un'eventualità che può presentarsi. E' allora preferibile un sistema in cui non sia possibile tale eventualità.

Una questione più spinosa riguarda l'adozione di bambini. In realtà, l'unico problema consiste nello stabilire chi sia responsabile del bambino; una volta appurato ciò, spetta a tale persona/ente decidere se affidarlo o no a una coppia omosessuale. Supponendo (*) che solo i genitori siano responsabili del proprio figlio, spetta a loro decidere a chi eventualmente affidarlo. Se per qualche motivo decidono di affidarlo a un orfanotrofio o casa-famiglia, la responsabilità passa a quest'ultimo/a. In un sistema privo di burocrati, l'orfanotrofio (o casa-famiglia) sarebbe un ente privato con determinate regole, a cui si rivolgerebbero solo le persone che le accettassero volontariamente. Al contrario, l'intervento statale genera (o amplifica) conflitti etici: se lo Stato può stabilire a chi affidare un bambino e a chi no, ci saranno persone favorevoli all'affidamento verso coppie omosessuali e ci saranno persone contrarie. Entrambe le parti saranno ugualmente "giustificate" a fare pressioni sul Governo affinché modifichi o mantenga le leggi attuali in materia. 

Lo Stato è immorale perché impone la sua volontà, anziché rispettare le scelte delle singole persone. Ciò porta a una guerra continua tra gruppi che, per essere liberi di agire come credono, sono costretti a imporsi gli uni sugli altri per mezzo di leggi parlamentari. Come abbiamo visto, l'unico modo per appianare tali conflitti è estromettere politici e burocrati dalle scelte etiche degli individui; del resto si tratta di questioni troppo importanti per lasciarle nelle mani dei funzionari pubblici, sulla cui affidabilità è bene stendere un velo pietoso.
 (*) Non si pretende qui di stabilire se il bambino debba essere responsabile di se stesso o se lo debba essere solo a partire da una certa età. Si esclude solo che la responsabilità spetti allo Stato, analogamente alla visione liberale per quanto riguarda gli adulti.

Fonte:http://riecho-economiaeliberta.blogspot.it/2012/07/limmoralita-dello-stato-il-caso-delle.html

Siamo ciò che facciamo

tratto da: Sostenibilità Decrescita e Democrazia
blog di Peppe Carpentieri
Siamo ciò che mangiamo, ma nulla è determinato. Piuttosto, siamo ciò che facciamo e possiamo essere ciò che sogniamo. L’attuale società è immorale, sbagliata, gerarchizzata; ci sono individui che si credono capi e sprecano risorse umane in base alla propria avidità, al proprio ethos infantilistico indotto da un sistema obsoleto (scuola, università, media) poiché questa società distrugge la creatività umana e forma individui addomesticati.

Possiamo creare un nuovo sistema “ambientale” per aiutare il reale sviluppo umano, possiamo prevenire gli errori di questa società profondamente sbagliata. L’ambiente è ciò che influenza gli individui, ma gruppi di individui possono mutare l’ambiente stesso, dipende solo dalla volontà politica, dall’etica, dalla determinazione, dalla coscienza e dalla consapevolezza dei gruppi (massa critica) che possono ribaltare la piramide di potere e realizzare una comunità diversa da quella attuale.

Nella sostanza possiamo mutare i nostri comportamenti, abbiamo tutte le facoltà per farlo e possiamo produrre cambiamenti virtuosi per ripensare la comunità.


I sistemi di controllo (istituzioni bancarie, SpA, scolastiche, e rappresentative) manipolano la percezioni della realtà per impedire il risveglio delle coscienze, ma un nuovo sistema, la rete internet, sta stimolando la condivisione delle idee e gruppi di cittadini stanno sperimentano “nuovi” comportamenti sociali e politici per applicare un cambio di paradigma culturale. Queste nuove esperienze di vita rispecchiano nuovi schemi mentali che rendono obsoleti i precedenti per mezzo del confronto.
Una priorità determinante per realizzare una società umana è ripensare il sistema educativo e formativo scolastico italiano con lo scopo di raggiungere un obiettivo opposto del sistema attuale: formare cittadini, creativi, coscienti e liberi. La qualità della vita dipende, prioritariamente, dalla sviluppo infantile e dall’ambiente che condiziona bambini e adolescenti.
La natura umana non è competitività, ma cooperativa. Una società che si sviluppa sulla concorrenza, la nostra, è praticamente un’invenzione, un’ideologia religiosa, una distorsione della natura umana che produce i disagi sociali che vediamo tutti i giorni. I comportamenti umani dannosi sono creati da stimoli esterni negativi realizzati dai sistemi controllo (istituzioni bancarie, SpA, scolastiche, e rappresentative). La crisi attuale è il risultato di segnali costanti, quotidiani, per impedire una sconnessione dal sistema obsoleto e sbagliato. Diversi gruppi di cittadini si stanno scollegando dai sistemi di controllo ed è necessario far crescere questa massa critica.
La felicità è una percezione soggettiva collegata alla nostra coscienza, allo sviluppo della nostra creatività e alle nostre capacità individuali rispetto ai nostri sogni.
Gli attuali indicatori (PIL, espansione monetaria e petrolio) imposti dai dogmi dei sistemi di controllo sono immaginati per soddisfare unicamente l’avidità delle SpA, dunque viviamo secondo paradigmi sbagliati e fuorvianti. Le istituzioni attuali perseguono priorità obsolete, stupide (acquisti compulsivi), folli, inefficienti (obsolescenza pianificata), immorali e contro gli esseri umani. Ricordiamoci che la sostenibilità delle merci è l’opposto della crescita economica. Eliminare il cancro cancella milioni di posti di lavoro, eliminare gli eserciti cancella milioni di posti di lavoro.
E’ sempre più evidente che i Governi eseguono ordini presi altrove. Alle prossime elezioni non si sceglierà fra gli schieramenti obsoleti destra e sinistra perché è chiaro che sono due facce della stessa medaglia. Alle prossime elezioni si sceglierà fra feudalesimo e libertà, fra dittatura e democrazia, fra SpA e Stato sociale, fra neoliberismo ed economia reale.

http://peppecarpentieri.wordpress.com/2012/07/16/siamo-cio-che-facciamo/

Da Eliotropo

SECESSIONE INDIVIDUALE: LA VIA DELLA LIBERTÀ


Di Michael Rozeff

Alcuni individui e certi gruppi, in California, vogliono vietare la circoncisione maschile, e stanno ottenendo le misure poste sulle schede locali per votare. In Louisiana, vi è un tipo di legge che prevede l’insegnamento della creazione dell’uomo,nelle scuole pubbliche, che vede mobilitarsi contro, nel tentativo di abrogarla, tutti coloro che non la approvano e ne sono irritati.
Le donne egiziane sono aspramente divise tra quelle che sono favorevoli all’adozione della sharia, anche in Egitto, e quelle che invece propendono per la legge secolare.
Lo Stato dell’Arizona ha una legge che legalizza l’impiego della marijuana per scopi medici. Il Governatore ha citato in giudizio lo Stato dell’Arizona contro questa legge, perché questa risulta essere  in conflitto con il diritto federale.
Il presidente Bush “ha lanciato missili e bombe su obiettivi sensibili in Iraq” nel marzo del 2003, e si è trattata di un’azione che il 25 per cento degli americani disapprovava in quel momento. Dopo 8 mesi, quella percentuale era salita al 53 per cento.
Che cosa hanno in comune tutti questi episodi?
Che implicano, tutti, delle leggi approvate da alcuni e disapprovate da altri. In tutti i casi, ci sono dei vincitori e  ci sono dei vinti. I vincitori vedranno le leggi, che riscontrano il loro favore, promulgate; i vinti devono solo obbedire. In tutti i casi, questi ultimi non hanno scelta.
Non si può fumare in un bar. è necessario utilizzare il casco protettivo. Non è possibile far uso di una lampadina della luce ad incandescenza. Non è possibile inserire i fosfati nei saponi. È necessario utilizzare una lavatrice con il carico frontale. La doccia non riesce a erogare acqua al di sopra di una pressione stabilita. Il serbatoio del tuo WC non può superare un determinato numero di galloni. Devi pagare le tasse per i tutti i programmi del governo. È necessario accettare nei pagamenti banconote emesse della Federal Reserve. Una banca deve segnalare le operazioni in contanti al di sopra di una certa soglia. Non si può comprare marijuana. Non si può acquistare, senza troppe formalità, una pistola.
Se la circoncisione è vietata a San Francisco, coloro che desiderano circoncidere i loro bambini dovranno andare altrove. In Louisiana, le scuole pubbliche, e forse anche le scuole private che non possono beneficiare, per qualsivoglia motivo, di una deroga, saranno obbligate ad  insegnare ciò che il legislatore imporrà loro di insegnare. In Egitto, la sharia sarà adottata o per tutti, o non sarà adottata per nessuno. Nei singoli stati, o si potrà permettere la legalizzazione della marijuana per scopi medici, oppure si applicherà indistintamente, come regola, la legge federale. Clinton, Bush, Obama e il Congresso continueranno a lanciare ovunque vorranno i loro missili, non importa se un gran numero di americani disapproverà, ed estrarranno le risorse per compiere questa azione per mezzo delle tasse, che vi piaccia o meno.
Questi esempi coinvolgono invariabilmente il voto e la democrazia, ma la stessa contrapposizione tra vincitori e vinti si registra anche sotto altre forme di governo, come le monarchie e le dittature.
Tutti questi esempi sono accomunati dal fatto che ci sono sempre gruppi di persone che vogliono imporre le loro idee e la loro visione del mondo al resto degli individui. Tutti, indistintamente, sono accomunati dal fatto che ogni gruppo ha in animo di utilizzare lo Stato come grimaldello per soddisfare i propri più ardenti desideri.
Mi dispiace per il genere umano. Il pensiero e il temperamento emotivo della maggior parte degli individui sono così impoveriti che non riescono nemmeno a concepire un modo diverso per vivere, senza imporre le loro opinioni a quante più persone possono. Non è sufficiente, per questi individui, sostenere le proprie opinioni. No; essi sentono di dover approvare una legge o, in qualche modo, di utilizzare lo Stato per imporre a tutti gli altri di conformarsi ai loro desideri.
Mi è sopraggiunta la tristezza quando ho letto della donna che aveva intenzione di battersi per far approvare una legge sulla circoncisione. Non importa quali fossero le sue ragioni. Ognuno, del resto, concepisce sempre le proprie ragioni. Bush aveva le sue ragioni. Obama ha le sue ragioni. I legislatori della Louisiana avevano le loro ragioni. Non sto discutendo le ragioni o i contenuti di sostanza di uno di questi numerosi dibattiti. Non mi interessa nemmeno scegliere da che parte stare.
Mi sento triste perché il desiderio di promulgare una legge e di imporre il proprio punto di vista agli altri è, a mio modo di vedere, così stupido, così ignorante, così limitato e miope, così immorale, così inumano, così privo di giudizio, così insensibile, così distorto, così liberticida, così anti-volontaristico, così anti-individuale, così irragionevole, così intollerante, così pregiudizievole per l’individualità!
Lo Stato, nella sua condizione attuale, è una fabbrica che produce costantemente nuovi tipi di corde, di ceppi, di bavagli, e di manette con le quali esso avvince tutti. Tutto ciò viene tranquillamente accettato dalla maggior parte delle persone.
Sono basito, letteralmente basito, che la gente non veda o non ammetta la palese contraddizione che sussiste tra la retorica della libertà americana e ciò che realmente succede, nonché tra la retorica e i tentativi personali di votare i candidati di propria scelta e  di imporre i propri programmi a tutti gli altri!
Attraverso lo strumento dello Stato, proliferano innumerevoli gruppi e partiti politici organizzati che hanno il solo scopo di rendere schiavi il resto delle persone. Non è questa, per caso, una verità auto-evidente? No, non lo è, perché ogni gruppo, così come ogni partito, tenta di fornire motivazioni valide, in base alle quali il proprio programma sia, per definizione, una buona cosa. Essi contesterebbero aspramente il mio assunto, inteso a dimostrare che il loro obiettivo è quello di imporre la schiavitù a tutti.
Uno Stato per tutti è irriducibilmente contrario alla libertà. Questi due concetti si escludono a vicenda.
Coloro che desiderano costruire missili e lanciarli su Tripoli lo facciano a proprio rischio e pericolo, ed esclusivamente a nome loro. Coloro che vogliono formare e pagare un esercito, al fine di addestrare ogni nazione sulla terra a contrastare il traffico di droga, lo facciano  a proprio rischio e pericolo, ed esclusivamente a nome loro. Coloro che desiderano formare un’assemblea legislativa per approvare la loro versione della religione, lo facciano  a proprio rischio e pericolo, ed esclusivamente a nome loro. Coloro che desiderano promulgare una legge che vieti l’uso di droghe lo facciano solo per sé stessi. Coloro che desiderano promulgare una legge che vieti la circoncisione lo facciano solo per sé stessi. Coloro che desiderano tassarsi e devolvere il ricavato ai bisognosi lo facciano, ma non coinvolgano gli altri. Ancora, coloro che vogliono garantire cure mediche universali e gratuite lo facciano a proprio rischio e pericolo ed esclusivamente a nome loro.
Se aneliamo davvero la libertà e non la schiavitù, non possiamo avere uno Stato che vada bene a tutti. La libertà e uno Stato confacente a tutti sono due termini antitetici, in contrasto l’uno con l’altro. Si contraddicono a vicenda. Avere uno Stato e avere al contempo la libertà è una cosa impossibile, per definizione.
Per arrivare ad ottenere una maggiore libertà, un individuo deve avere la possibilità di rimuovere le catene impostegli da uno Stato, che pretende di essere lo Stato di tutti. Un individuo deve avere la possibilità di optare per le leggi cui intende conformarsi. Un individuo deve poter esercitare il diritto di secedere personalmente dallo Stato.
La secessione personale esprime niente meno che la propria libertà individuale di scegliere quello Stato (o al limite nessuno Stato) che più ci aggrada, da soli o in associazione con altre persone.
Per approfondire il concetto di secessione personale e di secessione di gruppo, si può utilizzare un motore di ricerca.
Dopo aver formulato questi pensieri, ho digitato la stringa “movimenti secessionisti”. Tra gli altri, un sito che è mi è stato indicato è secession.net. Vale sicuramente la pena di leggere la loro dichiarazione di principi. Essi rivendicano qualcosa di molto simile alla secessione personale, ovvero, una secessione fondata sulla comunità. La differenza tra le due nozioni è impercettibile.
Ad esempio, questo sito descrive:
Primato del diritto di secessione
Il diritto politico primario dell’individuo e delle comunità politiche deve essere quello di secedere da qualsiasi soggetto politico più ampio, non importa se essi siano nati nel loro ambito, siano stati costretti a farne parte, o vi abbiano volontariamente aderito. Se qualcuno negasse o rinunciasse a tale diritto, allora egli sarebbe poco più che uno schiavo: e nessun accordo per diventare uno schiavo può essere considerato giuridicamente e moralmente vincolante.
La secessione degli individui e delle comunità non deve certo tradursi in guerra e in violenza. Dovrebbe configurasi come una caratteristica naturale ed evolutiva di tutte le entità politiche. Le comunità possono formare tra di loro reti o confederazioni, dal momento che la secessione è accettata da entrambi le parti quale principio fondante. Tuttavia, le comunità non formeranno della “federazioni”, che per definizione non consentono la secessione. Suggeriremo  modalità pratiche e mezzi non-violenti attraverso i quali la secessione possa essere raggiunta, e la tipologia di reti e di confederazioni che potrebbero essere create per rimpiazzare gli attuali Stati-nazione oppressori.
Secessione basata sulla comunità
In nome del nazionalismo, della religione, dell’ideologia,  della tradizione o del “bene comune”,  gli Stati di tutto il mondo sopprimono la libertà individuale e il controllo, da parte degli individui, delle proprie comunità. I gruppi di interesse –corporazioni, poteri forti statali, élite burocratico -militari di tutto il mondo- tassano, regolamentano, opprimono, colpiscono, perseguono, incarcerano e inducono i cittadini alla sottomissione. Essi pongono in atto delle discriminazioni, saccheggiano, esercitano la pulizia etnica e il genocidio contro i membri di oppresse minoranze razziali, etniche, religiose,territoriali. Se non controllassero lo Stato, queste élite deterrebbero ben poco potere effettivo sugli individui e sulle loro comunità.
Il concetto di libertà individuale è semplice: gli individui dovrebbero essere liberi di fare ciò che desiderano, purché non danneggino gli altri con la forza o con la frode. Questo è il principio etico fondamentale o la “regola aurea” di tutte le religioni, poi corrotto dallo stratificarsi  delle interpretazioni teologiche e dei rituali, e da secoli di totale soccombenza alla autorità politica. Il consenso individuale – e non certo qualche costrutto  nazionalista, razziale, religioso, tribale, ideologico, o qualche sedicente “contratto sociale”- costituisce l’unica base legittima di qualsivoglia organizzazione sociale, economica e politica. Tuttavia, sostenere l’idea e il valore della libertà individuale non basta per ottenere la libertà. Dobbiamo promuovere tutte quelle strutture istituzionali che rendono impossibile per gli enti pubblici o privati conculcare la libertà individuale.
Osteggiare la secessione individuale ricorrendo alle nozioni, forgiate dallo Stato americano, di  “sicurezza”, di “democrazia” e  di “welfare” universale per tutti i cittadini: la visione degli Stati Uniti è in realtà una visione molto limitata, che pretende però di imporsi come una visione universale: ambisce ad essere comune e generale. È certamente una visione monopolistica. In definitiva, si tratta di una visione statica e unilateralmente totalitaria. Una visione totalitaria che,  in seno agli Stati Uniti, viene continuamente messa in atto e concretizzata. E non è quella di Orwell o di Huxley, anche se alcuni dei loro elementi sono senz’altro presenti. Attualmente è una visione asfissiante ed assorbente, in cui regna il politicamente corretto ed in cui lo Stato sforna innumerevoli regole volte a controllare molteplici aspetti della nostra vita, consentendo delle deliberate aperture in certe direzioni, in modo tale da dar sfogo alle pressioni. La visione dello Stato è quella dell’univocità, dell’uniformità, della monotonia, della regolarità, della sicurezza e della protezione perfetta, della irreggimentazione e  della noia. Essa annienta la personalità e l’individualità.
Lo Stato americano si sta prodigando, con notevoli sforzi, per promuovere questa visione delle cose anche all’estero.
La democrazia non è libertà. È, al contrario, la soppressione della libertà. Essa può assumere fogge differenti nei differenti paesi. In America, le ossessioni attuali sono la protezione e la sicurezza, in ogni aspetto dell’esistenza. Lo Stato si intromette ovunque, accampando queste giustificazioni logiche. In ciò consiste il totalitarismo americano.
La secessione individuale invece propende per una molteplicità di concezioni di vita e del vivere. Ammette il dinamismo, la creatività, lo sviluppo personale lungo nuove direzioni, l’invenzione, la scoperta e l’esplorazione. Ammette le variazioni e le novità. Ammette il progresso lungo strade inedite ed impredicibili.  Ammette gli errori e ammette l’apprendimento dagli errori. Ammette nuove ed inviolate imprese, nuovi percorsi,  nuovi costumi e nuove idee. Ammette l’assunzione personale dei rischi. Esalta la personalità e l’individualità. È pluralistica. Ed è volontaristica.
La secessione individuale significa semplicemente libertà e tutto ciò che ad essa consegue.

Articolo di Michael Rozeff su lewrockwell.com

*Link all’originale: http://vonmises.it/2012/07/10/secessione-individuale-la-via-della-liberta/
 
Traduzione di Cristian Merlo

Da Movimento Libertario

TIZIANO TERZANI: DISTRUGGERE LE RADICI E’ DISTRUGGERE SE STESSI. IL CASO DELLA CINA E DEGLI ALLEVATORI DI GRILLI.

TIZIANO: Nel 1966 comincia in Cina la rivoluzione culturale che vuole distruggere il passato perché possa nascere una Cina nuova. Cominciano le distruzioni spaventose per mano delle guardie rosse, e comincia la repressione. Bastava che tu avessi un libro che non era approvato dal partito e venivi accusato di essere un revisionista, un controrivoluzionario, e spedito per anni a fare il lao gai nei campi di lavoro. Se tu pensi a cosa questi fregnoni di giovani iconoclasti hanno bruciato, distrutto! Cose incredibili. Entravano nei templi, mamma mia! Entravano nelle case dei poeti, della gente e disfacevano ogni cosa, il loro lavoro, le cose belle che possedevano. L’idea che il “vecchio” fosse di impedimento al “nuovo” poteva essere giustificata dal punto di vista ideologico (… ) il vecchio che Mao voleva distruggere perché diceva che incatenava il paese al suo passato! Ma questo “vecchio” sono le radici della Cina; senza questo “vecchio” la Cina non sarebbe più la Cina!
E infatti la Cina oggi non è più la Cina, da quando quell’assassino ha eliminato le radici della sua antica cultura. Invece di fare un comunismo o un socialismo cinese, Mao ha voluto distruggere tutto quello che era cinese per creare una società completamente nuova. E questo è spaventoso. Mao ha finito per distruggere la Cina e la visione di oggi la vedi.
FOLCO: Il comunismo non ti interessava più?
TIZIANO: No, basta. Come soluzione ai problemi dell’umanità quella formula era proprio fallita. La mia grande crisi comincia in Cina. Ho capito subito che era stata una trappola. In Vietnam lo avevo annusato, ma sai, ero in mezzo alla rivoluzione, casini…E da allora è stato tutto un declino. Non ho più scritto un vero pezzo politico. La politica proprio non mi interessava più, avevo capito che la politica non era la soluzione a nulla.
FOLCO: E’ in Cina che il socialismo ti ha definitivamente deluso?
TIZIANO: Si, certo. Ma soprattutto mi ha deluso la politica stessa come strumento di cambiamento. Capisci così come poi si arriva alla grande delusione con la materia, con l’operare sul corpo sociale di un paese.  Perché questo operare non serve, non porta a fare un passo avanti. Anzi,  porta a fare tanti passi indietro, verso la miseria, il dolore, la morte e la distruzione. E lì bisogna ragionare. Era soltanto il maoismo a creare in me questa delusione, o era la constatazione, ormai così ovvia, che non è possibile creare un uomo nuovo, che è sacrilega  quest’idea? La verità è che c’è una natura umana che non può essere combattuta. C’è una natura umana che è individualista, che è egoista, e che non accetta questa limitazione dei propri diritti, della propria libertà di espressione. Bisogna riconoscerlo. Perché tu puoi dare a tutti la stessa ferrea ciotola di riso, puoi dare a tutti lo stesso vestito, e tanti ci credono e tanti partecipano al tuo progetto. Ma c’è sempre una parte che vuole due vestiti, due ciotole di riso, e la libertà di fare quello che vuole. Questo però il comunismo lo nega per cui crea una contraddizione che diventa omicida. Così si arriva alla  violenza perché quelli che credono nel sistema reprimono quelli che lo minano. Per questo ci sono stati i massacri di Pol Pot, il gulag dei sovietici e i campi di lavoro dei cinesi.
FOLCO: Vuoi dire che i pochi che hanno cercato di cambiare l’uomo erano tutti…
TIZIANO: …assassini, grandi assassini. C’è qualcosa di sacrilego nell’idea di voler creare l’uomo nuovo che è di tutti, tutti i rivoluzionari. Lenin, Stalin, Trosky, Mao hanno tutti avuto questo stesso sogno. Ma l’uomo è quello che è, è il frutto di un’evoluzione e non puoi fermare l’evoluzione, come non puoi fermare l’acqua che scorre nel fiume… Lo vedi che cosa sono diventati? Banditi, banditi! (Ride). Stanno facendo della Cina una seconda Taiwan, una brutta imitazione di Hong Kong in cui tutti corrono per far soldi…
FOLCO: Non servono le rivoluzioni?
TIZIANO: E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete. (Il Babbo riflette a lungo). Lentamente in Cina ebbi una reazione che fu questa: invece di cercare l’uomo nuovo mi resi conto che c’era un uomo vecchio, cinese, che era meraviglioso; e che quella era stata una cultura stupenda con una grandezza e con una ricchezza che proprio mi colpivano. Allora mi sono messo in cerca di quell’uomo vecchio, della meraviglia che era stata la vecchia Cina e di quel che ne rimaneva.
(…) E infine ho fatto la grande scoperta dei grilli.
FOLCO: Infatti! Io della Cina mi ricordo soprattutto i grilli.
TIZIANO: Si, voi eravate bambini. Era bellissimo! Tu pensa, un popolo che dedica il suo tempo –Mao avrebbe detto che “spreca” il suo tempo, e in parte non aveva torto_ ad allevare i grilli fuori stagione per poter sentire d’inverno, quando fuori nevica, la voce della primavera.. Perché il grillo dove sta? Sta al caldo, in una piccola zucca vuota, che è la sua casa, nella tasca interna della tua giacca. Il tappo è d’avorio intarsiato o a volte anche di giada, bellissimo.
Tutti questi erano i divertimenti dei mancia. Di nuovo, la cosa che mi affascinava era che i cinesi non prendevano la prima zucca dell’orto e la mettevano a seccare. No! Quando la zucca veniva fuori dalla terra la mettevano in uno stampo di argilla nelle cui due metà erano incisi dei simboli, così che la zucca crescendo, premesse nei vuoti  dell’incisione e quando si aprivano le due metà lo stampo avesse impresso sulla zucca i caratteri della lunga vita o della felicità. Ma te lo immagini?
Alcune zucche invece venivano fatte crescere in forme perfettissime su cui poi venivano incisi con ferri infuocati paesaggi o scene di saggi nelle montagne. Tu, questa zucca la tenevi nella giacca e nel freddo della notte, mentre scrivevi una poesia o bevevi il tè nel tuo piccolo si he yuan, la tua casa col cortile, sentivi il cri-criii del grillo che ci stava dentro. (…)
Noi eravamo amici di Wang Shixiang, detto “Mobilia Ming Wang” perché era l’unico ad aver scritto sulla mobilia della dinastia Ming e l’unico ad aver scritto sull’arte di allevare i grilli. Ho imparato tanto da lui: come allevarli, cosa era buono per loro,cosa non era buono. Andavamo a trovarlo nella sua casa fatiscente con un cortile pieno della spazzatura dei suoi inquilini coatti. Lui era un uomo di una cultura straordinaria e gli avevano messo in casa dei caconi del partito che venivano dalla provincia. Se ne sfottevano di lui e della sua cultura. Noi siamo stati di nuovo tra i primi  che lo andavano a trovare,  che lo apprezzavano, e lui ci adorava e mi introdusse poi all’altra grande passione che ebbi – e che non durò  tanto perché dopo fui arrestato- i piccioni. Avevamo un piccolo allevamento di piccioni!
Tu immagina una civiltà che è capace di pensare che se a un piccione gli leghi sulla coda un fischio che, come puoi capire, deve essere leggerissimo o il piccione non vola, quello emette un suono nell’aria. Se poi tu fai fischi di vario tipo e ogni fischio è di per sé uno strumento musicale con tanti buchi, con tanti suoni, e se tu hai tanti piccioni con tanti fischi tutti diversi, e lasci questi piccioni liberi per l’aria, senti allora la musica dei pianeti – wuuu!...Ma che grande civiltà! Quando tu scopri queste cose  non puoi che ammirarla profondamente, e capire come invece quel puzzone di Mao trovasse tutto questo orribile. Perché erano tutti giochi che facevano i ricchi, i cittadini, non i contadini. Quelli avevano poco da fischiare, fischiavano se avevano da mangiare.  Ma io a tutta questa bellezza non resistevo. Era più forte di me. Allora, quando sentivo che un vecchio in un villaggio fuori Pechino aveva ricominciato a fare i fischi io –via! Partivo la domenica con la macchina a cercarlo, per vedere i fischi che faceva.  Erano stati proibiti e ora ricominciavano a farli. Era il momento in cui le cose cambiavano. Ritornavano i grilli, i fischi, i piccioni.
Ma vedi, non ero giornalista, no? I miei colleghi la domenica magari andavano a cena dall’ambasciatore, parlavano col segretario del partito; io invece andavo ai mercati e, secondo me, alla fine ho capito più io della Cina, cioè la Cina mi è venuta addosso di più. Per questo puoi capire che quando i cinesi mi hanno cacciato mi hanno davvero punito, mi hanno tolto una grande gioia di cui solo l’India mi ha poi ripagato…

(Tiziano Terzani: “La fine è il mio inizio”, Longanesi 2006, pag.217 e seg.)
La scomparsa della Cina dei grilli, la scomparsa della millenaria cultura cinese non ha dato origine all’uomo nuovo. Ha preparato il campo alla Cina di oggi. Ha dato origine a  quell’orribile apparato tecnologico e produttivo che schiaccia l’uomo e la sua dignità, per ridurlo a un produttore puro, ad un mercante assetato di denaro. La Cina di oggi è un paese  in cui tutto perde di significato per lasciare il posto ad una uniformità posticcia che somiglia sempre di più all’aspetto peggiore dell’occidente. Le sue città diventano simili alle peggiori città occidentali, con tanto asfalto e tanto cemento. Lo smog intossica tutti. I luoghi millenari vengono stravolti, i paesaggi divengono irriconoscibili. La potenza della tecnica planetaria continua così la sua distruzione di cultura e di civiltà. agobit

Fonte: http://sovrappopolazione.blogspot.it/2012/06/tiziano-terzani-distruggere-le-radici-e.html

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