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Mani Pulite, parla Di Pietro: 'Volevo arrestare Andreotti, Craxi era solo uno dei tanti'


Di Salvatore Santoru

Durante una recente intervista su l'Espresso(1), l'ex pm e politico Antonio Di Pietro ha detto la sua sulla stagione di Mani Pulite e sulla fine dell'era craxiana.

Entrando nello specifico, Di Pietro ha raccontato alla giornalista Susanna Turco che Bettino Craxi non era il principale indiziato ma '"uno dei tanti". 

Inoltre, come riporta Fanpage(2), nella stessa intervista il politico ha sostenuto che il suo obiettivo era quello di arrestare Giuli Andreotti.

Tuttavia, stando sempre alle parole dell'ex magistrato, ciò non fu possibile a causa delle pressioni di alcuni giudici.

Durante l'intervista della Turco, Di Pietro ha anche detto che mirava ad indagare "sull'ambiente malavitoso che girava intorno ad Andreotti", perché "Craxi era l'emergente, quello che faceva parte della Milano da bere".


NOTE E PER APPROFONDIRE:


(1) http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/01/17/news/antonio-di-pietro-bettino-craxi-giulio-andreotti-1.343057


(2) https://www.fanpage.it/politica/mani-pulite-di-pietro-rivela-avrei-arrestato-andreotti-se-gardini-non-si-fosse-ammazzato/


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FOTO: https://www.fanpage.it

Alle prossime elezioni si spegnerà del tutto la credibilità dei partiti


Di Massimo Fini
I partiti che si accapigliano sulla riforma elettorale, sulla Rai, sulla giustizia, sulle tasse, sul rigore, per accaparrarsi ancora qualche fettina di potere e nell’illusione di conquistare consenso, assomigliano molto ai polli di Renzo che si beccavano l’un l’altro senza rendersi conto che sarebbero presto finiti sullo spiedo dell’Azzeccagarbugli. Se non proprio allo spiedo i partiti rischiano di finire sulla padella dell’irrilevanza. È infatti molto probabile che alle prossime elezioni, si tengano in autunno o nel 2013, le astensioni e i voti dati a Grillo riducano il parterre degli elettori ai minimi termini. Certo il Pd, il Pdl e gli altri potranno ancora ottenere, dal punto di vista puramente matematico, percentuali di una certa consistenza, ma su un numero di elettori più che dimezzato. E se dal calcolo si detraessero gli uomini degli apparati, gli adepti e tutti coloro che sono legati alla classe politica per ragioni clientelari, si vedrebbe che il voto liberamente dato, quello che esprime un vero consenso, riguarda ormai una percentuale infima e che la credibilità dei partiti è ridotta a un lumicino cimiteriale, sul punto di spegnersi del tutto. Ed è quanto i partiti si meritano; dopo trent’anni di grassazioni, di latrocinii, di spudorato clientelismo, di lottizzazioni, di abusi, di soprusi, di prepotenze, di disinteresse per il bene pubblico e anche della totale mancanza di quella capacità di previsione che dovrebbe essere, forse, il compito principale di una classe dirigente. Prendiamo, ad esempio, il drammatico problema delle pensioni. A metà degli anni ’80, non ci voleva un indovino per sapere quale sarebbe stata la composizione per età della popolazione italiana del Duemila. Bastavano le statistiche demografiche. È da allora che si sarebbe dovuto metter mano alla questione invece di sperperare denaro, per ragioni clientelari, nelle pensioni baby, nelle pensioni d’oro, nelle pensioni di anzianità fasulle, nelle pensioni di invalidità false.
Per trent’anni la classe politica non solo si è rifiutata di autocorreggersi, ma ha impedito in tutti i modi qualsiasi cambiamento dello «statu quo». Un esempio emblematico viene dalle inchieste di Mani Pulite. Un’occasione unica per una correzione del sistema, per un giro di boa. Invece bastarono pochissimi anni alla classe politica, con la complicità di quasi tutti gli intellettuali, per trasformare i ladri di regime in vittime e i magistrati nei veri colpevoli. Ancora oggi Piero Ostellino scrive sul Corriere della Sera (30/1) che la «ragion di stato» deve prevalere sull’etica e il diritto (quale «ragion di stato» legittimi i furti alla collettività è davvero difficile da capire). Così si è continuato come prima, peggio di prima perché da metà degli anni ’90 si è aggiunta una devastante campagna, di matrice berlusconiana, di delegittimazione della magistratura italiana che, insieme ad altri fattori, ci ha impedito di arginare la frana che ci sta rovinando addosso. Sono trent’anni che noi cittadini veniamo trattati come sudditi, privi di capacità politica che non sia quella di andare ogni cinque anni a legittimare, col voto, i padroni di turno. E dai e ridai ci siamo stufati. Non ci crediamo più. Non alla politica, come surrettiziamente ci si vuol far credere, ma ai partiti, che è cosa diversa. E la crisi economica ha contribuito a incrementare questo discredito, questo disprezzo nei confronti di coloro che dovrebbero essere i nostri rappresentanti. E io penso seriamente che le prossime elezioni segneranno la fine della democrazia rappresentativa, almeno così come l’abbiamo conosciuta e, purtroppo, subita.


Fonte:http://www.massimofini.it

 http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43935

In Mani Pulite c'era la manina degli Stati Uniti

Di Francesco Damato
Viene voglia di dire che aveva dunque ragione Bettino Craxi quando definiva Antonio Di Pietro "Tonino l’americano" parlando con gli amici, prima e dopo la sua partenza definitiva per la Tunisia, dell’inchiesta giudiziaria di Milano, chiamata "Mani pulite", che avrebbe finito per costargli più o meno direttamente anche la vita. Sappiamo, adesso che è stata pubblicata un’intervista rilasciata un mese fa dall’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Reginald Bartholomew al corrispondente da New York de "La Stampa" Maurizio Molinari, che fra quegli inquirenti e il Consolato americano a Milano, diretto allora da Peter Semler, si stabilì un legame particolarmente stretto. Una specie di "flirt", che fu interrotto nel 1993 proprio dall’arrivo a Roma di Bartholomew, mandato dal presidente Bill Clinton a presidiare le relazioni di amicizia e di alleanza con l’Italia in un momento particolarmente difficile e confuso. Fra le prime cose scoperte dal nuovo ambasciatore, legato peraltro all’Italia dalle sue origini familiari, ci fu proprio quello strano, troppo stretto legame fra il Consolato americano di Milano e i magistrati di "Mani Pulite". Che provvide ad interrompere anche a causa dell’idea che si era subito fatta di una conduzione delle indagini troppo spesso lesiva dei diritti della difesa degli imputati, fra i quali spiccavano naturalmente i politici. Egli arrivò a promuovere nella sua residenza romana un incontro fra un giudice della Suprema Corte americana, Antonio Scalia, e sette magistrati italiani, da nessuno dei quali furono sollevate obbiezioni alle critiche che quel giudice mosse ai metodi degli inquirenti milanesi. Nell'intervista di Bartholomew, che rimase ambasciatore a Roma sino al 1997, si racconta in termini molto critici, in verità con una certa confusione cronologica, anche del famoso "invito a comparire" mandato nel 1994 dalla Procura di Milano all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In particolare, se ne parla come di una cosa avvenuta "in coincidenza" con la visita del presidente Clinton in Italia per il G7, svoltosi dall'8 al 10 luglio a Napoli. Invece quell'avviso di garanzia, come fu impropriamente chiamato anche da molti giornali, fu notificato a Berlusconi il 22 novembre, e anticipato dal "Corriere della Sera", in coincidenza non con il G7 e la presenza di Clinton, ma con una conferenza mondiale ministeriale dell'Onu sul crimine organizzato internazionale. Una conferenza ospitata e presieduta, sempre a Napoli, da Berlusconi, per cui l'eco internazionale fu enorme. Anche il governo americano dovette rimanerne impressionato, a tal punto che l'ambasciatore a Roma fu autorizzato a dolersene. "Gliela feci pagare a Mani Pulite", ha raccontato testualmente Bartholomew nella sua intervista parlando delle iniziative assunte, ma non meglio specificate, dopo quell'affondo della Procura milanese contro Berlusconi: un affondo per il quale l'allora sostituto procuratore Di Pietro si era offerto al capo del suo ufficio, Francesco Saverio Borrelli, di interrogare il Cavaliere per "sfasciarlo". Salvo poi dire allo stesso Cavaliere, che ne parlò in una trasmissione televisiva facendo letteralmente infuriare Borrelli, di non avere condiviso quell'iniziativa giudiziaria. Che peraltro era destinata a concludersi con l'assoluzione dell'imputato, dopo avere però contribuito ad indebolirne l'immagine e a provocare la crisi del suo primo governo. Come avesse potuto Bartholomew "fargliela pagare a Mani Pulite" non si sa, non avendo egli detto di più ed essendo morto domenica scorsa, a meno che "La Stampa" non abbia ancora parti della sua ultima intervista da rivelare, magari nel contesto di una inchiesta preannunciata sui fatti raccontati dall'ex ambasciatore. Ma è probabile che si debba proprio a quell'azione diplomatica il clamoroso, e unico, intervento esplicitamente critico dell'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro verso la Procura di Milano. Della quale criticò, in particolare, tempi e modi dell'iniziativa assunta nei riguardi del Cavaliere. Non si limitò quella volta, l'allora capo dello Stato, ad una polemica implicita, quale fu per esempio l'udienza concessa a Romano Prodi, con tanto di comunicato ufficiale, dopo che questi era stato strapazzato in un interrogatorio da Di Pietro sui rapporti avuti come presidente dell'Iri con i partiti, adusi a farsi finanziare illegalmente da aziende private e pubbliche. Il povero Prodi uscì da quell'interrogatorio talmente preoccupato da correre a chiedere consiglio, per un memoriale chiestogli a Milano, a Filippo Mancuso. Che nel 1995, voluto proprio da Scalfaro, gli si sarebbe rivoltato come ministro della Giustizia di Lamberto Dini, sino ad essere sfiduciato dal Senato e rimosso per le sue iniziative critiche verso la Procura di Milano. Mentre Di Pietro sarebbe diventato nel 1996 ministro dei Lavori Pubblici con Prodi. Le sorprese, si sa, appartengono alla vita. Di sorpresa in sorpresa, Di Pietro si è ora imbattuto nelle rivelazioni di Bartholomew, con il quale ha tenuto a precisare ieri di non avere mai avuto incontri, del resto neppure rivendicati dall'ex ambasciatore. Cui "Tonino" ha risparmiato altre reazioni perché morto: "pace all'anima sua", ha detto dopo avere garantito di avere trovato gli americani, come magistrato, "molto collaborativi per le rogatorie". A dispetto, evidentemente, del loro ambasciatore.

Fonte: http://www.iltempo.it/politica/2012/08/30/1360563-mani_pulite_manina_degli_stati_uniti.shtml?refresh_ce

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