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LA GUARITRICE MAYA ABUELA MARGARITA: “LA MORTE NON ESISTE”


Abuela Margarita, Nonna Margherita, guaritrice e guardiana della tradizione maya, è cresciuta con la sua bisnonna, che era guaritrice e faceva miracoli. Pratica e conosce i circoli di danza del sole, della terra, della luna, e la ricerca della visione. 
Appartiene al consiglio degli anziani indigeni e si dedica a seminare salute e conoscenza in cambio della gioia che le produce il farlo, perché per mantenersi continua a coltivare la terra.
Quando viaggia in aereo e le assistenti di volo le danno un nuovo bicchiere di plastica, lei si afferra al primo: 
“No, ragazza, questo va a finire alla Madre Terra”. 
Sprizza saggezza e potere, è qualcosa che si percepisce nitidamente. 
I suoi rituali, come gridare alla terra il nome del neonato, affinché riconosca e protegga il suo frutto, sono esplosioni di energia che fanno bene a chi è presente; e quando ti guarda negli occhi e ti dice che siamo sacri, si muove qualcosa di profondo.
Lei ci dice: 
«Ho 71 anni. Sono nata in campagna, nello stato di Jalisco, Messico, e vivo in montagna.  Sono vedova, ho due figlie e due nipoti da parte delle mie figlie, però ne ho a migliaia con cui ho potuto imparare l’amore senza attaccamento.  La nostra origine sono la madre Terra e il padre Sole.  Sono venuta sulla terra per ricordare a voi ciò che c’è dentro ciascuno.»
«Dove andiamo dopo questa vita?»
«Oh, figlia mia, a divertirci. La morte non esiste. La morte è semplicemente lasciare il corpo fisico, se vuoi.»
«Come se vuoi…?»
«Te lo puoi portare via. Mia bisnonna era chichimeca (NdT: popolazioni seminomadi dell’America centro-sud, termine peggiorativo un po’ come i nostri zingari), sono cresciuta con lei fino ai 14 anni, era una donna prodigiosa, una guaritrice, magica, miracolosa. Ho imparato molto da lei.»
«Ormai si nota che lei è una saggia, Nonna.»
«Il potere del cosmo, della terra e del grande spirito è lì per tutti, basta prenderlo.
Noi guaritori valorizziamo e amiamo molto i 4 elementi (fuoco, acqua, aria, terra), li chiamiamo nonni. Una volta ero in Spagna, accudivo a un fuoco e ci siamo messi a chiacchierare.»
«Con chi?»
«Con il fuoco. “Io sono in te”, mi disse. 
“Lo so già”, risposi. “Quando decidi di morire ritornerai allo spirito, perché non ti porti il corpo?” disse. “Come faccio?” domandai.»
«Interessante conversazione.»
«“Tutto il tuo corpo è pieno di fuoco e anche di spirito” mi disse, “occupiamo il cento per cento dentro di te. L’aria sono i tuoi modi di pensare e ascendono se sei leggero. Di acqua abbiamo più del’80% e sono i sentimenti ed evaporano. E terra siamo meno del 20%, cosa ti costa portarti via questo?”»
«E perché vuoi il corpo?»
«Ovvio, per godermela, perché mantieni i 5 sensi e ormai non soffri di attaccamenti. Adesso sono qui con noi gli spiriti di mio marito e di mia figlia.»
«Ciao.»
«Il morto più recente della mia famiglia è mio suocero, che se ne è andato a più di 90 anni. Tre mesi prima di morire decise il giorno. “Se me ne dimentico” ci disse “ricordatemelo.”
Arrivò il giorno e glielo ricordammo.
Si lavò, si mise vestiti nuovi e ci disse: “Ora me ne vado a riposare”. Si buttò sul letto e morì. Lo stesso vi posso raccontare di mia bisnonna, dei miei genitori, delle mie zie.»
«E lei, nonna, come vuole morire?»
«Come il mio maestro Martinez Paredes, un maya poderoso.
Andò in montagna: “Al tramonto venite a prendere il mio corpo”. Lo si udì cantare tutto il giorno e quando andarono a cercarlo, la terra era piena di orme. Così voglio morire io, danzando e cantando. Sapete cosa ha fatto mio padre?»
«Cosa ha fatto?»
«Una settimana prima di morire andò a raccogliere i suoi passi. Percorse i luoghi che amava e visitò la gente che amava e si prese il lusso di salutare.
La morte non è morte, è la paura che abbiamo del cambiamento.
Mia figlia mi sta dicendo: “Parla di me” e perciò vi parlerò di lei.»
«Anche sua figlia decise di morire?»
«Sì. C’è molta gioventù che non può realizzarsi, e nessuno desidera vivere senza senso.»
«Cosa vale la pena?»
«Quando guardi gli occhi e lasci entrare l’altro in te e tu entri nell’altro e diventate uno. Questa relazione di amore è per sempre, lì non c’è noia. Dobbiamo capire che siamo esseri sacri, che la Terra è nostra madre e il Sole nostro padre. Fino a pochissimo tempo fa gli Huicholes (NdT: detti anche Wirrarika o Wixarika o Huichol, sono nativi americani della Sierra Madre Occidentale del Messico, adorano il cactus allucinogeno peyote) non accettavano contratti di proprietà della terra.
“Come sarei proprietario della madre Terra?” dicevano.
«Qui la terra si sfrutta, non si venera.»
«La felicità è tanto semplice! Consiste nel rispettare ciò che siamo, e siamo terra, cosmo e grande spirito. E quando parliamo della madre terra, parliamo anche della donna che deve occupare il suo posto di educatrice.»

La piramide di Kukulkan nel sito di Chichen Itza rivela un segreto per gli scienziati

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Di Edoardo Aguilar


Relativamente alla presenza di acqua e mercurio sotto le grandi strutture piramidali mi vengono in mente quegli studi fatti sulla possibilità che le piramidi fossero delle opere destinate alla ionizzazione di questi elementi. Penso che bisognerebbe approfondire la ricerca in tal senso. 

Anche perché si ricollega al discorso di Tesla e della torre ZED presumibilmente contenuta all'interno della grande piramide come suggerito da Pincherle.









L’articolo desta molto interesse e va analizzato con estrema attenzione. Gli elementi ritrovati in quest’ultimo anno sul sito in oggetto (le tracce di mercurio e la presenza di un bacino d’acqua sotterraneo) potrebbero fornirci dei tasselli molto concreti per tutte quelle ipotesi che vedono nelle strutture piramidali di un certo calibro, un funzionamento diverso dal semplice edificio a scopo cerimoniale. Tutti questi elementi potrebbero rafforzare il pensiero di una struttura atta alla produzione di energia o che possa riferirsi a funzioni associate alla ionizzazione (come letto in altri recenti precedenti articoli)? 

Chichen Itza può essere l’esempio più lampante e pratico di come, attraverso prove più “fresche” e “incontaminate” dal punto di vista cronologico, rispetto alla “sorella più anziana” di Giza(?), di come tali strutture possano celare in se fortemente e concretamente una testimonianza di un’avanzata conoscenza tecnologica nel passato? 

Di sicuro, tutte queste ultime scoperte continuano a stridere sempre (e forse di più) con quanto venga continuamente affermato dalla scienza accademica, che vede, anche in questo caso specifico nella presenza di acqua, una funzionalità prettamente magica e simbolica. Lecitamente, può anche essere logica conclusione a certi prerequisiti di assunzione, ma per il mercurio come la mettiamo? Lo tralasciamo? O come in altre innumerevoli occasioni, più semplicemente lo ignoriamo? Forse sarebbe stato meglio che non fosse stato li……..

Traduzione dall'articolo originale:


La piramide di Kukulkan, che si trova all’interno del sito archeologico di Chichen Itza in Messico, è stato costruito su un cenote (acqua dolce riempita cavità formata dal crollo del calcare), è la scoperta fatta da scienziati dell’Istituto di Geofisica e membri dell’Istituto di Antropologia e Storia e la UNAM.

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Nel corso di una conferenza stampa, René Chávez IGF ha annunciato la scoperta di una superficie d’acqua che si estende da nord a sud di 35 m. ad una profondità di 25 m. “Il cenote non è aperto, vale a dire, la piramide non galleggia sull’acqua “, ha detto.

Usando uno studio 2D, gli scienziati hanno individuato uno strato di calcare di circa quattro metri ad una profondità incerta. “Vediamo fino a 20 m, ma questo può essere inferiore, e non pensare che questo posto è pieno di acqua, si deve raggiungere un livello di circa un terzo della struttura”, ha detto il esperto.

Questa scoperta è stata resa possibile da una tecnologia sviluppata all’università non convenzionale che consente un nuovo uso di una breve strumento nel campo dell’esplorazione. Le analisi di tomografia elettrica che consisteva nel porre sensori intorno alla piramide, inviando onde elettriche nel sottosuolo per mezzo di elettrodi, sono stati utilizzati per misurare la differenza di potenziale o resistività del suolo.

Chávez Segura ha spiegato che dopo aver controllato il funzionamento di questo metodo sulla piramide di El Osario, sulla stessa zona archeologica, la piramide di Kukulkan è stata osservata con l’introduzione di 96 elettrodi che ha permesso di osservare 8.650 punti distinti. Gli scienziati hanno già menzionato la possibilità di vedere un possibile collasso della piramide a lungo termine, ma questo non dovrebbe accadere “per diverse generazioni.”

Questo cenote non è situato nel centro della piramide, ma sul bordo della struttura, che è un fattore che favorisce la solidità della piramide, il cenote non supporterebbe infatti il peso di questo edificio storico.

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Per i Maya, queste pozze d’acqua erano luoghi sacri, una bocca aperta dell’altro mondo, e più precisamente il mondo di mezzo. Alcuni cenoti erano luoghi di culto in cui era possibile inserire le offerte e fare sacrifici per soddisfare gli dei. 

Questa scoperta potrebbe spiegare come per più di mille anni, i Maya hanno scelto i luoghi ove costruire i loro luoghi sacri. ” Sappiamo che questo tipo di terreno comprende falde acquifere di calcare,“, ha detto l’antropologo messicano Denisse Argote, il che contraddistingue questo posto per diverse linee di indagine, questo bene è associato al ventre materno (l’origine della vita) associata al cielo nei rituali pre-ispanici.

“Sappiamo che nelle aree carsiche, le reti sono sotterranee. Quindi questo fenomeno, associato al concetto del grembo della madre, l’origine della vita, e l’acqua, che è all’origine della vita, abbiamo un doppio significato, che è molto importante. Pertanto, considerando tutti questi concetti, combiniamo questa cavità come elemento essenziale nel pensiero magico e religioso“, ha detto.

La piramide di Kukulcan (dedicato al serpente dio piumato), noto anche come El Castillo, è un monumento pre-ispanico, risalente a oltre un migliaio di anni, costruito dai Maya, che si trova nello stato di Yucatan in Messico, Chichén Itzá , un sito archeologico di un patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1988. Chichen Itza è la più importante testimonianza archeologica della civiltà maya-tolteca in Yucatán (X-XV secolo). 

I suoi monumenti, tra cui il gruppo settentrionale, tra cui il cortile del tribunale della palla, il Tempio di Kukulkan e il Tempio dei Guerrieri, sono tra i migliori capolavori dell’architettura in America Centrale per la bellezza delle loro proporzioni, prelibatezza che caratterizzano la loro costruzione e la sontuosità delle decorazioni scolpite. Questi monumenti hanno una grande influenza in tutta l’area dello Yucatan tra il X e XV secolo.

Già nel mese di aprile 2015, gli scienziati avevano scoperto mercurio liquido sotto la piramide di Teotihuacan in camere sotterranee situate alla fine del tunnel sacra, 18 metri di profondità, un lungo corridoio di 103 metri è rimasto chiuso per quasi 2000 anni .

Il mercurio è stato trovato in quantità in forma liquida nella camera sud, archeologo Julie Gazzola aveva affidato “E’ molto difficile da recuperare perché non è in un contenitore, ma mescolato direttamente a terra. Premendo le gocce di mercurio, si riuniscono formando una grande palla “.

Fonti delle immagini utilizzate nell’articolo:

Edoardo Aguilar: 


Il mistero dei teschi di cristallo

Di Lucica Bianchi
Un’antica leggenda maya narra che nel mondo esistono 13 teschi di cristallo, a grandezza naturale, che racchiudono misteriose informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’intera umanità. Nel momento in cui l’umanità si troverà ad affrontare un pericolo che metterà a repentaglio la sua stessa esistenza, saranno i 13 teschi di cristallo, riuniti insieme, a salvare il mondo dalla distruzione. Starà all’Umanità comprendere il loro messaggio.




IL TESCHIO MITCHELL-HEDGES: tra storia e leggenda
All’inizio del XX secolo Thomas Gann, professore di Archeologia del Centro America all’Università di Liverpool, scopre  la città di Lubaantun, un sito maya nel Belize meridionale.
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Foto: La posizione geografica della città di Lubaantum
Nel 1915, Raymond Merwin, del Peabody Museum dell’Università di Harvard vi guida una successiva spedizione. La zona viene ripulita dalla vegetazione, viene dettagliatamente mappata e vi vengono scattate alcune fotografie.
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Foto: Il sito di Lubaantun
Nel 1926 il British Museum finanzia degli scavi che accertano la data di costruzione della città, collocandone la massima fioritura in un periodo compreso fra il 730 e l’890 d.C. Da tali analisi risulta che la città sia stata abbandonata di colpo, fatto insolito per noi, ma non per la civiltà Maya (è un fatto risaputo che tante altre città Maya sono state misteriosamente abbandonate senza un motivo apparente).
Dopo la spedizione del British Museum, Lubaantun, trascurata dagli archeologi, diventa fertile terreno di saccheggio.
Nel 1927, l’archeologo Frederick Albert Mitchell- Hedges insieme alla figlia Anna partono per una spedizione in Belise. Quel viaggio cambierà per sempre le vite di tutti e due. Nella città di Lubaantun, alla base del muro di un edificio, Anna nota qualcosa che riflette la luce in un modo spendido: un teschio di cristallo. Da quel momento, Anna terrà sempre con sé il prezioso tesoro, chiamato d’allora,Teschio Mitchell-Hedges.
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Foto: Frederick Albert Mitchell-Hedges e la figlia Anna
Il teschio Mitchell-Hedges è il più importante fra i teschi rinvenuti. E’ stato ricavato da un unico blocco di cristallo di quarzo con straordinarie doti di lucentezza. La sua superficie, trasparente alla luce, è del tutto levigata. E’ alto 17 cm, largo altrettanto e profondo 21 cm. Eccezione fatta per il peso, che è di 5 kg, rispecchia le misure di un cranio umano.
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Foto: Il teschio di cristallo Mitchell-Hedges 
Nel 1970 il laboratorio Hewlett-Packard di Santa Clara (California, USA), specializzato nell’analisi di quarzi e cristalli, lo sottopone ad una serie di approfonditi esami, ai quali partecipa anche un esperto di gemmologia: l’americano Frank Dorland. i risultati raggiunti sono sconcertanti.
Dal punto di vista tecnico, il teschio di Mitchell-Hedges è un oggetto che “non dovrebbe esistere”: anche con le strumentazioni odierne sarebbe estremamente difficile riprodurlo. Bisogna tener conto ,a questo punto, che l’indice di durezza del quarzo è di poco inferiore all’indice di durezza del diamante e che pertanto costruire qualcosa di così rifinito è un’impresa tutt’altro che facile.
La prima sorprendente conclusione del laboratorio Hewlett-Packard, è che il teschio sia stato inciso procedendo in senso contrario rispetto all’asse naturale del cristallo, rispetto cioè all’orientamento dei suoi piani di simmetria molecolare. Questo procedimento è molto rischioso: comporta il costante pericolo che un colpo non preciso dello strumento usato per sbozzare il blocco ne causi la frammentazione.  I tecnici della Hewlett-Packard analizzarono accuratamente al microscopio la superficie del teschio, eppure non riuscirono ad individuare alcun graffio che attesti l’impiego di uno strumento per la levigazione. Questa circostanza meraviglia molto Frank Dorland che non riesce a spiegarsi quale tecnica di lavorazione sia stata usata.
Altro elemento sorprendente è che l’oggetto sembra avere al suo interno una serie di lenti e prismi che gli consentono di riflettere la luce in modo particolare quando ne viene attraversato: il quarzo allo stato naturale, infatti, non produrrebbe i giochi di luci che produce il teschio Mitchell-Hedges.
Un lavoro enorme, quindi, che rivela una grandissima padronanza tecnica, un lavoro che lascia senza parole gli esperti che lo esaminano e i cui procedimenti non si conoscono ancora.
Anna Mitchell- Hedges non consentirà più, in futuro, che il suo teschio sia sottoposto a ulteriori analisi. E’ morta centenaria, recentemente.
Chiunque l’abbia fatto e qualunque ne sia stato l’utilizzo, il teschio Mitchell-Hedges suscita reazioni contrastanti in chi lo osserva: alcuni ne sono affascinati, altri confusi o perfino turbati. Ma una domanda nasce nella mente di ognuno: quanto c’è di vero nell’antica leggenda Maya?
Altri 12 teschi  simili sono stati rinvenuti finora in diverse parti del globo.
Ora si trovano in vari musei o in collezioni private, qui sotto 2 esempi custoditi in Europa
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Foto: Il teschio di cristallo custodito nel Museo del Trocadero, Parigi
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Foto: Teschio di cristallo custodito nel British Museum di Londra
Da questo enigma archeologico e antropologico ha origine il romanzo/saggio “Il mistero dei Teschi di Cristallo” di Sebastiano Fusco, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, nel 2008.
La lettura del libro sorprende, sia per la lucidità delle supposizioni e della ricerca, sia per la maniera analitica, quasi scientifica con la quale l’autore mette sotto una  lente d’ingrandimento i vari argomenti: dall’antropologia, alla magia, dalla neurologia al funzionamento della psiche. Il libro diventa così un buon punto di partenza per una ricerca, per approfondimenti su uno dei più inquietanti misteri del mondo: i 13 teschi di cristallo.

Il Mistero dei Teschi di Cristallo Voto medio su 1 recensioni: Buono

Il popol Vuh: "la Bibbia maya"


Di Andrea Cusimano

La complessa mitologia maya la troviamo raccolta nel testo sacro del Popol Vuh. Il mito, afferma lo studioso A. Brelich1, ha la funzione di “fondare” la realtà; non di spiegarla quindi, ma di fondarla in maniera da farla esistere sulla base di precisi sistemi di valore. Una caratteristica di rilievo del mito è rappresentata dal suo tempo, il quale è radicalmente diverso da quello attuale, e in cui operano personaggi del tutto specifici. In questo tempo “altro” si colloca il processo che culmina nella creazione dell’attuale assetto del reale. Il mito si traduce in un discorso che, partendo da una situazione di caos, narra il processo che ha portato la costituzione e la conformazione del cosmo. Il mito rappresenta un momento della storia primordiale dell’umanità, nel quale i confini fra il naturale e il soprannaturale erano meno netti, gli uomini erano più grandi e più certi nel loro modo di operare, nel bene e nel male. Nel mito, gli dèi apparivano più vicini agli uomini, e gli uomini dialogavano con gli dèi: questi ultimi si facevano presenti e intervenivano di persona nelle loro vicende, per consigliarli e aiutarli, oppure per portarli alla rovina.
In realtà, asserire che il mito è storia primordiale è fuorviante, perché nel mito non esiste certezza, né di fatti né di cronologia. Non si mette in dubbio la verità degli eventi che il mito tramanda, ma non si certamente, di essi, non si può neppure fissare l’epoca o il preciso svolgimento dei fatti. Sicchè, molte vicende possono assumere contorni diversi, e addirittura contradditori, a seconda delle regioni e dei racconti. Inoltre i fatti, ma anche le personalità dei protagonisti, possono mutare o presentarsi in modo differente a seconda delle epoche.
Tuttavia, la possibilità di prestarsi a una rielaborazione e a dei cambiamenti, anche notevoli, non sminuisce la portata euristica del mito. Da esso non si può prescindere, e, anzi, tutto gli va riferito. Il mito definisce l’identità di una città o di una regione, permette di definire le origini dei riti o di tante attività umane. Il mito è un brano di storia sacra che non viene messo in discussione; inoltre esso copre tutte le possibili vicende dell’agire umano e della vita.
Ogni passione positiva o negativa, ogni motivo che può spingere l’uomo ad agire in un certo modo o a interrogarsi sul significato del suo operare, è già presente nel mito: i personaggi che ne sono protagonisti rappresentano tutti i tipi possibili di umanità. Il mito dunque viene a costituire una verità indiscutibile, anche se si presenta in forme continuamente cangianti.

Scrive Tennis Tedloch:

“Noi tendiamo a considerare il mito e la storia come opposti, ma gli autori delle iscrizioni di Palenque e dei testi alfabetici del Popol Vuh trattavano le parti mitiche e storiche della loro narrativa come parti di un unico insieme equilibrato […] Invece di essere in opposizione logica, i regni delle azioni umane e divine sono collegate da una mutua attrazione. Se noi avessimo una parola per esprimere pienamente il senso maya del tempo narrativo, questa parola dovrebbe abbracciare la dualità del divino e dell’umano […] In verità esiste una parola di origine greca che si avvicina a questo significato: mythistoria. Per gli antiche greci, che creavano una spaccatura tra il divino e l’umano, questo termine aveva una connotazione negativa, essendo riferito a narrazioni che avrebbero dovuto essere propriamente storiche ma che contenevano elementi mitici. Per i Maya invece la presenza di una dimensione divina nella narrazione delle vicende umane non è una imperfezione ma una necessità, ed è controbilanciata da una necessaria presenza umana nei racconti delle vicende divine”.2

Ossessionati dal mistero della propria origine, i Maya, scrive Mercedes De La Garza, per rispondere

“ad interrogativi riguardanti l’origine del mondo o i rapporti tra gli esseri umani e gli dei e tra gli esseri umani e la natura, diedero vita ad una copiosa tradizione orale che, da un narratore all’ altro, e da un ascoltatore all’altro, passò di generazione in generazione, sotto forma di canti, rituali e miti. Vi è traccia di questa usanza in tutte le regioni mesoamericane. A volte la troviamo cristallizzata nel tempo, incisa su stele o monumenti per mezzo di effigi o geroglifici”.3

I contenuti di tale tradizione sono ancora rintracciabili nei racconti degli odierni discendenti degli antichi maya, ma si possono anche rintracciare, sotto varie forme, nelle decorazioni architettoniche oppure vergati su fogli ottenuti da fibre vegetali o dalla pelle essiccata di cervi.
Con la crisi della civiltà maya e l’avvento dei Toltechi e dei Messicani – popoli che si presentano connotati da una minore spiritualità e più legati alle pratiche guerresche –, il declino della religione, esplicitamente attaccata dai nuovi costumi intellettuali del tempo, porta con sé un’irrimediabile decadenza del mito, che è parte integrante della storia religiosa. Ma nonostante questo venire meno del suo significato più autentico, il fascino del mito permane e si prolunga anche oltre i confini cronologici dell’invasione messicana prima, spagnola poi. Benché in parte obliati per l’arrivo di queste genti, i personaggi e le vicende del mito continuarono a essere sentiti nell’intimo dei Maya come parte integrante della loro storia e identità, cercando non solo di non dimenticarli, ma anche di proteggerli dai costumi e dalla religione cristiana. E se in gran parte i mesoamericani hanno perso molto del loro mondo spirituale, sostituito dal Cristianesimo, è pur vero innegabile che molti sciamani a tutt’oggi operano per il mantenimento del culto antico, e praticano ancora le magie ataviche.
Le due tradizioni, maya e cristiana, si sono pertanto amalgamate, originando un particolare sincretismo.

Breve storia dei sacrifici umani

Di Alessandro Girola
Ne abbiamo traccia fin dalle prime comunità nate attorno ai falò e nelle caverne e, ancora oggi, c’è chi porta avanti la macabra tradizione. Basti pensare che in Uganda vengono uccisi circa 900 tra bambini e ragazzini, venduti agli stregoni per i loro rituali di potere. Ma su questo torneremo più avanti, quindi avrete tempo per indignarvi e per raccapricciarvi.
Partiamo però da altri tempi e da altre latitudini.
Partiamo da Maya, Inca e Aztechi, veri virtuosi del settore.

L’onore del sacrificio

A diffondere la notizia furono i conquistadores spagnoli, disgustati da quanto avevano visto durante le loro spedizioni. Ma lo sgomento era tutto loro, visto che per i popoli Inca e Maya i sacrifici erano nell’ordine naturale delle cose, tanto che essere scelti come vittime designate per gli Dei era ritenuto un grande onore.
Si trattava, ancora una volta, di bambini. Dovevano essere privi di imperfezioni, in quanto destinati a raggiungere le sfere celesti e a farne parte. Spesso venivano scelti tra i rampolli delle famiglie nobili. Almeno in questo c’era un senso di uguaglianza che univa i ricchi e i poveri.
Altre volte erano le donne a venire sacrificate, purché in età fertile.
Il metodo scelto era alquanto atroce: lo strangolamento.
Il clima delle Andine ha permesso agli archeologi di ritrovare diversi cadaveri mummificati, tutti vittime di sacrifici agli Dei dei monti. Nei loro corpi sono stati individuate tracce di droghe e oppiacei vari, somministrati ai poveracci prima del rituale.
Tuttavia i veri esperti in materia, si sa, furono gli Aztechi. Arrivavano a sacrificare diverse centinaia di giovani, il cui sangue serviva a placare le divinità del loro nutrito pantheon, e a nutrire il sole con la cosiddetta “acqua sacra”, vale a dire il sangue.
A differenza di quanto avveniva nelle cerimonie Maya e Inca, non tutte le vittime azteche erano volontarie (anche se una cospicua base di spontanei offerenti c’era, eccome).
I riti venivano officiati sulle piramidi a gradoni. I sacrificati venivano squartati, il loro cuore veniva donato agli Dei ancora pulsante (veniva buttato in un braciere sacro), e il sangue scorreva copioso sui gradoni del tempio. I sacerdoti, pesantemente drogati per poter ballare anche per ore senza fermarsi, gettavano poi i corpi in una pila destinata a crescere di ora in ora. A volte, e in specifiche occasioni, venivano anche svolte pratiche di cannibalismo rituale. Del resto, con oltre duecento divinità a cui rendere omaggio, c’era un gran da fare per ammazzare giovani in nome della pace celeste.
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Sacrifici Greci e Fenici

Anche nella civilissima Grecia antica non mancavano alcune pratiche che contemplavano i sacrifici umani. Le Baccanti, sacerdotesse del Dio del vino Dioniso e del sesso, celebravano riti oscuri, che spesso terminavano con l’uccisione di alcuni animali consacrati. In alcuni casi tali animali erano sostituiti da dei bambini, sgozzati in onore del Dio.
Plutarco riferisce poi di pratiche simili nelle regioni dell’Acaia e, più raramente, in occasione di alcune battaglie dall’esito incerto, in cui ingraziarsi il favore delle divinità guerresche poteva risultare determinante per le sorti dello scontro.
I Fenici, dal canto loro, potevano vantare nel proprio pantheon la presenza di un pezzo da novanta come Moloch, divinità ingorda di sacrifici umani, legata al culto del sole e rappresentata con un’enorme statua di bronzo in cui ardeva un fuoco perenne. Moloch aveva la testa di toro e le braccia alzate, in un gesto che voleva replicare la sua propensione ad accettare i sacrifici.
I sacerdoti, ben propensi a soddisfarlo, lanciavano i bambini (sì, ancora una volta loro) nella fornace ardente, simbolicamente posta all’altezza dello stomaco del mostro.
Alcuni complottisti raccontano che il culto di Moloch è sopravvissuto fino ai giorni nostri, e che viene praticato da alcune potenti sette segrete, nel cuore dell’Occidente (in particolare in Germania e negli Stati Uniti).
Fantasie? Può essere…
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Celti, Longobardi

I Celti, tutt’altro che bonari, erano soliti celebrare sacrifici umani. Con buona pace delle interpretazioni new age che tendono a rappresentare questo popolo con un buonismo che ha dell’imbarazzante.
Nelle tribù celtiche si svolgevano sontuose cerimonie, celebrate ogni cinque anni, in cui si nutriva la Madre Terra col migliore dei concimi: l’essere umano. In tal modo ci si augurava che regalasse ricche armenti per molte stagioni a venire.
I sacrifici venivano celebrati in modo inusuale: i druidi costruivano grandi strutture antropomorfe, di legno, paglia e giunchi. Al loro interno venivano stipati uomini e bestiame, quindi si procedeva all’incendio rituale. Altre volte venivano impiegati degli arcieri, in sostituzione del fuoco.
Quando i sacrifici volontari erano numericamente insufficienti, si utilizzavano eventuali prigionieri di guerra.
Dei Longobardi si parla relativamente poco, ma anche loro avevano una discreta tradizione in merito.
Si trattava di un popolo di origine germaniche, ben noto anche nelle tradizioni italiane. I Longobardi avevano una civiltà guerriera e violenta, costituita da adoratori di divinità implacabili e da cultori di usanze alquanto grottesche: pare per esempio che re Alboino avesse la consuetudine di bere vino nel cranio del padre di sua moglie.
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Vichinghi e affini

I Vichinghi, bontà loro, non disdegnavano affatto i sacrifici umani.
Il principale beneficiario di tali offerte era proprio Odino, padre degli Dei, signore di Asgard e Dio di grande potere e saggezza.
Gli archeologi hanno rilevato una varietà di riti sacrificali, a seconda della zona, del regno e della tribù interessata. In Svezia, soprattutto a Uppsala, le vittime venivano affogate in grandi vasche, oppure appese agli alberi e li lasciate morire.
Altrove veniva praticato il macabro rituale dell’Aquila di Sangue (taglio sulla schiena, vertebre e polmoni estratti ed esposti, finché il poveraccio non moriva dissanguato, tra atroci sofferenze).
In Islanda invece il “Cerchio del Destino” custodiva la pietra del dio Thor, sulla quale le vittime venivano brutalmente percosse fino alla morte.
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Africa Nera, oggi

Torniamo al presente.
Come anticipavo in apertura di articolo, l’Africa è il continente in cui, ancora oggi, vengono celebrati sacrifici umani spietati. L’Uganda detiene questo triste primato, ma non è il solo paese a ospitare questo fenomeno.
Sciamani e stregoni sono alla ricerca costante di bambini da sacrificare nei loro rituali. La superstizione radicata in molti strati sociali di quelle lontane terre spinge infatti gli uomini, soprattutto i ricchi e i potenti, a chiedere magie propiziatorie e incantamenti di varia natura. Secondo la magia ancestrale non c’è tramite più potente del sangue umano per ottenere questi benefici.
I sacrifici praticati dagli stregoni sono, tra l’altro, molto crudeli. Si va dalle mutilazioni rituali (mani, piedi, genitali) al seppellimento delle vittime ancora vive, fino a farle morire di soffocamento.
In Tanzania e Burundi abbiamo poi gli sciamani seguaci della dottrina Muti, una forma di medicina tradizionale che prevede l’utilizzo di organi del corpo umano per realizzare balsami e pozioni. Come se non bastasse, secondo gli stregoni Muti, le urla di sofferenza rendono più efficaci e potenti tali disgustosi elisir, sicché i sacrifici rituali sono particolarmente brutali e feroci.
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