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Venetex, la nuova moneta virtuale del Veneto

Ha preso ufficialmente avvio in Veneto il circuito di credito commerciale Venetex, strumento di pagamento che si fonda su una moneta virtuale, la “Venetex”, il cui valore nominale è assunto pari a un euro.
Il modello del sistema è mutuato dall’esperienza di Sardex, la “moneta complementare” nata in Sardegna nel 2010 e già replicata in altre nove regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campania e Umbria). A supportare la partenza di Venetex è il circuito di 52 imprenditori che aderiscono a Venetwork, rete di aziende regionali già intervenuti con propri capitali e competenze a supporto di nove imprese locali e startup e che da oggi è anche partner di Venetex.
Come riporta il Gazzettino lo scopo è di creare un circuito di aziende di varia natura, con sede nella regione, preferibilmente piccole e medie, all’interno del quale lo scambio di beni e servizi è pagato con la moneta virtuale, ossia crediti maturati reciprocamente e che possono essere spesi nella rete degli associati in modo istantaneo e senza circuitazione di denaro. Oltre ad entrare a far parte di un sistema che consente vie “privilegiate” di business in un ambiente circoscritto e garantito, il metodo ha il vantaggio di evitare il passaggio per soggetti bancari o comunque finanziari nel caso di fabbisogno di liquidità o per il normale pagamento di fatture.
Nel solo mese di dicembre“, ha spiegato Gabriele Littera, presidente di Sardex,  “in Sardegna con Sardex sono stati transati oltre 100 milioni di crediti e sono ormai numerose le aziende che trasformano parte della busta paga dei lavoratori in crediti Sardex, da un lato mantenendo più agevolmente i posti di lavoro, dall’altro incentivando i consumi sul territorio”.


Ha aggiunto invece l’amministratore delegato di Venetex, Francesco Fiore, “potrebbero esserci da subito 500 mila persone fisiche, legate alle società aderenti, che potrebbero usare Venetex. Questa forma di credito, infine, non può essere accumulato, può soltanto essere speso e nelle altre regioni si è visto come la moneta virtuale circoli 10 volte più velocemente dell’Euro“.

Come uscire dalla crisi: la moneta complementare


Di Cristiano Botti
http://dharmablog.net

Ovunque rivolgiamo l’attenzione risulta ormai palese l’inevitabilità di un fatto: il nostro paese, come tanti altri, è tremendamente in crisi economico-finanziaria.
Dati alla mano la maggior parte delle aziende non solo fanno fatica a guadagnare, ma in molti casi ci rimettono, continuando a reinvestire il denaro accumulato in tempi migliori con la speranza che le cose cambino. Per non parlare delle persone, Confesercenti ha misurato che 6,2 milioni di italiani non si nutrono abbastanza, ovvero il 10% della popolazione.
Ma da cosa è dovuta questa crisi?
Oltre al sistema economico-finanziario a debito che trasforma la moneta in un fine e non in uno strumento di misurazione per facilitare lo scambio (per approfondire vedi il mio articolo ‘Come uscire dalla dipendenza del denaro’), la crisi attuale è dovuta da un fattore molto semplice: la mancanza di moneta in circolazione. In molti casi non ci manca né la voglia di lavorare, né la voglia di crescere insieme arricchendo la nostra economia tramite lo scambio di beni e servizi necessari al nostro vivere quotidiano.






L’indice macroeconomico di riferimento è la cosiddetta “massa monetaria” M1, ovvero la quantità di denaro in contanti più i saldi dei conti correnti. Nel primo trimestre del 2011, M1 subì una contrazione del 40%; un vero e proprio tonfo. Vuol dire che quello che a dicembre 2010 era acquistabile a 10,00 euro, per poterlo ancora vendere bisognava metterlo a 6,00 euro.
Da allora sono rimaste intatte le cause che hanno portato alla diminuzione di M1:
1.la Bce non ha rispettato la decisione del suo stesso Consiglio direttivo del dicembre 1998, ovvero la decisione di aumentare la quantità di euro in circolazione del 4.5% all’anno.
2. Essendo l’euro la moneta più forte del mondo, rende più vantaggioso importare piuttosto che produrre. Importare merce vuol dire esportare denaro e si riduce, quindi, la massa monetaria M1.
Coloro che inconsapevolmente sperano in una ripresa rimarranno profondamente delusi. La situazione andrà inevitabilmente a peggiorare visto che oltre a non essere previsto un aumento della massa monetaria nel nostro territorio, a partire dal 2015 il trattato denominato Fiscal Compact entrerà in vigore, quindi da quell’anno e per i successivi venti (20) l’Italia dovrà tagliare la spesa pubblica di 45 miliardi di euro ogni 12 mesi, in modo da riportare alla soglia del 60% il rapporto debito/Pil. Insomma se ne intravedete la portata, siamo messi male.
Siamo arrivati ad un punto in cui questa élite di banchieri privati a capo della BCE sta smettendo di emettere moneta in circolazione creando così una deflazione che comporta la perdita del potere d’acquisto. Se ci sono meno soldi in circolazione, è ovvio che non è possibile scambiare beni e servizi tra i cittadini di uno stesso contesto economico, di conseguenza viene impedito anche alle attività commerciali di investire verso nuovi progetti per mancanza di liquidità. Tutto ciò comporta  a catena una serie di fattori come ritardi di pagamento, insoluti, fallimenti, pignoramenti e altri contesti dannosi non solo per le singole attività commerciali, ma per l’intera economia territoriale e nazionale. Come se non bastasse, questa situazione porta maggiormente ad incrinare le relazioni sociali fra individui ed aziende, creando debiti o mancati pagamenti che spesso non sono per deliberata volontà di nuocere, ma per mancate possibilità, ritrovandoci a farci guerra l’un con l’altro quando tutti siamo sulla stessa barca, vittime di un sistema perverso di creazione ed emissione della moneta.
La situazione prevista per i prossimi anni è delle peggiori a livello di moneta Euro, ma noi siamo destinati ad essere vittime inevitabili di questo sistema o possiamo fare qualcosa per uscirne?
La risposta è SI, non solo possiamo fare qualcosa…possiamo fare molto!
Esistono già modelli economici complementari da poter utilizzare in maniera parallela all’Euro sia tra privati che fra aziende, per continuare a scambiarci beni e servizi bypassando in parte il sistema che ci viene imposto attualmente.
Usare monete complementari all’euro sta diventando una moda in tutta Europa. Ovvero si stanno usando strumenti di pagamento che integrano la mancanza di euro che si trovano in circolazione.
Per farlo, è necessario lasciar salva in euro la parte relativa alla fiscalità: il Fisco accetta solo quelli. Per il resto, c’è libertà d’azione.
In Italia e in molti Paesi europei, si sta registrando un’intensa fioritura di monete complementari, infatti esistono intere comunità che ne fanno largo uso, sia in formato cartaceo sia in formato elettronico. Sono famosi il Comune di Nantes, in Francia, o anche la comunità sarda che ha introdotto il Sardex, in formato solamente elettronico.
La migliore soluzione è agire su due fronti, nessuno secondario, integrando la massa monetaria con mezzi di pagamento alternativi e perfettamente legali e, parallelamente, ricostruire le relazioni sociali fra le persone nel territorio.
Per integrare la massa monetaria, i mezzi che possiamo usare sono sostanzialmente due:
1. una moneta complementare su base fiduciaria;
2. un sistema di compensazione multilaterale tra aziende su base legale.
Il primo può essere usato da tutti, mentre il secondo è un circuito di credito commerciale più comunemente chiamato ‘credito compensativo tra aziende.’
L’importante è che i due strumenti non devono mai sovrapporsi. Possono seguire percorsi paralleli, ma mai è possibile stabilire un interscambio tra i due, proprio perché sono inquadrati diversamente a livello giuridico.
Andiamo a comprendere meglio cosa sono questi circuiti diversi ma paralleli.
Lo strumento di pagamento più diffuso ed affermato tra le monete complementari si chiama Scec.
La sua corretta circolazione è assicurata dall’associazione no profit Arcipelago Scec, che da anni opera in tal senso e ha sviluppato tutto il necessario know how giuridico ed economico.
Lo Scec, fiscalmente, è inquadrato come buono sconto, ma svolge la funzione di moneta al momento in cui viene accettato volontariamente dai negozianti e speso nuovamente per ulteriori acquisti.
L’accettazione volontaria rinforza la fiducia tra chi compie gli scambi, quindi va a ricostruire quello che l’attuale sistema monetario sta lacerando, ovvero i rapporti sociali.
Non a caso gli Scec sono una rappresentazione di un atto di fiducia circolare. Come detto prima sono distribuiti gratuitamente dall’associazione Arcipelago SCEC con criteri pubblici, trasparenti ed uguali per tutti; vengono usati in percentuale con gli Euro determinando un minor costo quando acquistiamo. Gli Scec sono:
- un mezzo per sviluppare fiducia e coesione sociale;
- un patto tra famiglie ed imprese per trattenere e far circolare la ricchezza nei propri territori;
- un atto di Solidarietà concreta per ridurre i prezzi senza diminuire i redditi.
L’utilizzo dello Scec aiuta le nostre aziende, restituendo maggiore potere d’acquisto alle famiglie e riconsegnando benessere e sovranità ai nostri territori.
gli SCEC
Essendo su base volontaria e fiduciaria lo Scec non ha alcun valore legale, quindi è esente da carico fiscale (a meno che non venga utilizzato al 100% in maniera non occasionale) ma allo stesso tempo non è possibile perseguire nessuno in caso di mancato pagamento.
E’ uno strumento adatto per gli scambi tra privati e aziende e solo occasionalmente per gli scambi tra aziende, in quanto queste ultime hanno bisogno di maggiori certezze come i crediti compensativi che andremo ad analizzare.
Intanto per capire meglio come usare lo SCEC, come diventarne accettatore e dove utilizzarlo attualmente visita il sito ufficiale: www.scecservice.org
Proprio perché lo Scec non ha alcun valore legale ed è su base completamente volontaria, (ognuno è libero di cambiare in qualsiasi momento la percentuale di Scec accettata) non sempre è un metodo funzionale per gli scambi fra aziende. Per questo esiste tra le aziende il ‘circuito di credito compensativo’, come il Sardex ad esempio, che è usato da circa 1000 attività commerciali in Sardegna.

sardex
Il circuito di credito compensativo non è un’invenzione recente, basti pensare che il WIR in Svizzera esiste dal 1934 ed è considerato il plus-ultra in tale contesto.
I circuiti di credito avvengono spesso anche fra multinazionali, famoso ad esempio è stato il suo ingente utilizzo quando Microsoft acquisì Google. E’ uno strumento molto potente di beneficio collettivo e sostenibile, quindi capiamo meglio di cosa si tratta.
Il credito compensativo non è nient’altro che un baratto multilaterale tra aziende che può avvenire sia in percentuale che a totale importo rispetto al costo del bene o servizio offerto, in relazione agli accordi che vengono stipulati nel momento in cui un’azienda entra a far parte del circuito.
Banalmente: se un’azienda A ha un credito nei confronti di un’azienda B per 3.000,00 euro e l’azienda B ha un credito di pari importo nei confronti di A, i due crediti si annullano.
Ma quasi mai si dà questo caso.
La compensazione avverrà in modo multilaterale, ovvero coinvolgendo tutte le aziende del circuito.
L’azienda A fa una fornitura per il valore di 3.000,00 euro all’azienda B. L’azienda A potrà “spendere” il suo credito verso qualsiasi azienda del circuito, che lo accetterà come mezzo di pagamento. Il credito potrà essere anche frammentato fra più aziende.
Le aziende che accettano il credito dell’azienda A o anche una sua parte avranno a loro volta un credito per la fornitura concessa ad A.
L’azienda B andrà a debito di 3.000,00 euro, debito che dovrà “ripagare” fornendo un pari importo di beni o servizi alle aziende del circuito che lo richiederanno.
Questi debiti e crediti non avranno interesse, essendo unicamente di natura commerciale.
Per vigilare la corretta compensazione dei crediti con i debiti, sarà costituito un ente terzo.
La vigilanza avverrà redigendo un rating dei comportamenti virtuosi e facendosi garante degli scambi commerciali. La garanzia è fondamentale per dare certezza ai contraenti.
Ecco un video dimostrativo di come può essere usato: http://www.sardex.net/come-funziona/#up
Il circuito compensativo ha corso legale, quindi è soggetto ad IVA e a fatturazione, perciò per tale motivo è normalmente interesse di tutte le aziende facenti parte alla camera di compensazione essere a 0 nel momento in cui si deve versare l’IVA.
Ci sono vari circuiti sia di moneta complementare come lo Scec, sia di credito compensativi fra aziende, che stanno nascendo in tutta Italia e vi consiglio di informarvi se ne esistono già alcuni nella vostra zona. Dal nostro canto, essendo in Toscana, siamo già attivi per ampliare il circuito Scec a livello territoriale e in parallelo siamo in procinto di attivare un circuito di crediti compensativi fra aziende. Fra i lettori toscani che ne vogliono sapere di più, potete contattarmi dopo aver cliccato su questo link: http://dharmablog.net/contatto/
Con voglia di creare un modello economico più sostenibile ed equo, un abbraccio :)


Oltre l’euro, la moneta complementare. Un’idea per uscire dalla crisi


Banconote












Di Alessio Mazzucco
http://www.eastjournal.net/

C’è chi odia l’euro, chi lo incensa. Dall’inizio della crisi dell’euro il dibattito continentale si è ancorato alla questione monetaria, considerata la chiave di volta della nostra Unione (ahimè, quanta aridità d’intenti!). Quel che si può fare è arricchire il dizionario (e il dibattito) politico europeo di un’altra istituzione al fianco della moneta unica, un’istituzione che risponda alle necessità dell’economia reale soffocata dalla crisi e dalla ristrettezza del credito: sto parlando della moneta locale, anche se sarebbe più corretto definirla complementare.

L’idea delle monete complementari non è nuova, né recente, ma affonda le radici nello studio della proposta keynesiana di Bretton-Woods, la creazione, cioè, di una moneta come unità di conto internazionale (il bancor) che misuri gli avanzi e i disavanzi commerciali dei paesi. Il fine ultimo: la compensazione multilaterale dei rapporti commerciali tra i paesi. La moneta complementare segue lo stesso principio.

Come funziona in sintesi

Si immagini un distretto industriale in cui operano A, B, C e D (quattro imprese collegate tra loro da scambi reciproci). Per semplificare descriverò un modello semplice. A cede beni a B, B a C, C a D e D ad A. Poniamo quindi una valuta come pura unità di conto, una misura che determini il valore degli scambi; si nomini l’unità di conto complemento e si ponga che abbia un rapporto con l’euro di 1:1. Lo scopo di questa valuta, del complemento, è misurare i rapporti di credito e debito tra le quattro imprese; in particolare, immaginando che scambino beni per un valore fisso di 10, si consideri A in credito verso B di 10 e in debito verso D di 10, e così via nella catena.

Ora, in un sistema monetario così come noi lo conosciamo, B dovrebbe ripagare A per 10 euro e dovrebbe ricevere da C 10 euro. Che i 10 euro vengano dalle proprie riserve liquide o da un prestito bancario (quindi un “acquisto” di moneta per 10 euro a fronte di interessi) non ha importanza: il nocciolo fondamentale è che nel sistema come noi lo conosciamo ci deve essere un passaggio di moneta per chiudere il rapporto economico aperto con lo scambio dei beni.

Cosa avviene in un sistema di moneta complementare? I crediti e i debiti delle quattro imprese non sono rapporti bilaterali (ovvero non si considera A in credito verso B per 10 complementi), ma sono considerati rapporti aperti con l’intera comunità delle quattro imprese (A è in credito di 10 complementi verso il distretto economico). Avviene così un passaggio di merci che non ha bisogno di un passaggio di moneta: i crediti e i debiti delle quattro imprese si compensano in quanto debiti e crediti nei confronti dell’intera comunità e non tra le singole imprese. In questo modello semplice, alla fine del ciclo di scambi, la compensazione dei rapporti economici riporta il sistema in una situazione di equilibrio, in cui nessuno ha debiti o crediti nei confronti di qualcun altro. Risultato: le quattro imprese hanno scambiato tra loro beni senza alcun passaggio di moneta euro, ovvero non hanno preso a prestito moneta col fine degli scambi (né dovranno pagare interessi corrispondenti).

Il modello semplificato permette di capire a grandi linee il funzionamento. La domanda che rimane è: a cosa potrebbe essere utile? E soprattutto: perché serve un altro tipo di moneta?

A cosa serve?

La moneta, secondo la teoria contemporanea, è quella merce che racchiude in sé tre funzioni: unità di misura (per tenere il conto dei rapporti economici di credito e debito); il mezzo di scambio o pagamento (per chiudere un rapporto pre-esistente); riserva di valore (ovvero una merce che può essere stoccata indefinitamente senza costi oltre l’inflazione). La teoria che sussiste alla moneta complementare definisce la moneta come un’istituzione appositamente creata per il funzionamento del mercato che svolge il ruolo di unità di misura (i 10 complementi di cui sopra) separatamente dalla funzione di mezzo di scambio. In breve, la moneta è innanzitutto unità di misura, e il mezzo di scambio è un qualsiasi bene o servizio che chiude il rapporto economico; nel caso del distretto industriale, il mezzo di scambio è propriamente la compensazione tra i rapporti.

La moneta complementare entra così nell’economia reale come alternativa (o appoggio) alle imprese soffocate dal sistema creditizio, quelle imprese, ad esempio, che non riescono ad accedere ai prestiti (propriamente l’acquisto di moneta a fronte di un pagamento d’interesse) non tanto per propria incapacità a produrre, ma per la stretta dei crediti nel sistema bancario.

Senza abbattere l’euro

Il rapporto con l’euro e con l’Europa? Nessuno vuole abbattere l’euro (o propone di farlo). Possiamo dirci europei ben al di là dell’appartenenza a un comune sistema monetario. La moneta complementare non vuole sostituirsi alla moneta unica, ma creare un sostegno all’economia reale, fornire strumenti alle imprese e ai distretti industriali per sfuggire alle maglie del sistema creditizio tradizionale. La moneta complementare è una semplice istituzione, uno strumento, nient’altro, che, dato in mano alle comunità sociali, politiche ed economiche che ne hanno necessità potrebbe rimettere in movimento il ciclo produttivo ed economico senza risentire degli attriti e delle distorsioni attuali dell’euro.

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Qualche esempio di sistema complementare attuale funzionante: Wir, Sardex

Fonte:http://www.eastjournal.net/economia-oltre-leuro-la-moneta-complementare-unidea-per-uscire-dalla-crisi/30332

http://socialforge.org/2013/04/13/oltre-leuro-la-moneta-complementare-unidea-per-uscire-dalla-crisi/

Sardegna, parla Cappellacci: "Zona franca e moneta locale"

ugo cappellacci

Intervista di Lorenzo Lamperti a Ugo Cappellacci

Di Lorenzo Lamberti
http://affaritaliani.libero.it

“I sardi ci devono credere, farò qualsiasi cosa è in mio potere per attuare la zona franca”. Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna, sceglie Affaritaliani.it per parlare del suo progetto: “Vogliamo diventare come Campione e Livigno. Solo così eviteremo lo spopolamento”. Le conseguenze? “Esenzione dai dazi doganali e da imposte come l’Iva”. Rischi di paradiso fiscale? “Questa è un’opportunità non un problema”. Poi svela gli altri suoi piani: “Battaglia contro il Patto di stabilità, restituzione dell’Imu e un’agenzia delle entrate sarda”. Con il rilancio di Sardex, la moneta complementare locale: “Non vogliamo più sottostare alla ghigliottina di Roma”.

Presidente Cappellacci, com’è nato il progetto di rendere la Sardegna zona franca?

Quello della zona franca è un tema antico. D’altra parte già lo Statuto Speciale della Regione Sardegna all’articolo 12 disciplina l’istituzione dei punti franchi. Il loro riconoscimento compenserebbe gli svantaggi naturali della Sardegna, primo fra tutti l’insularità. Con un approccio di tipo estensivo alla norma dei punti franchi noi crediamo di poter realizzare una zona franca integrale che comporti l’esenzione dai dazi doganali e da imposte quali l’Iva. Cose che già accade per altri territori italiani come Livigno e Campione. I presupposti ci sono.




Che cosa state facendo concretamente per il riconoscimento della zona franca?

Abbiamo chiesto all’Unione Europea di interessarsi al nostro caso. Proprio in questi giorni ci è arrivata la risposta della Commissione che ci dice che su questa partita sarà decisivo lo Stato italiano. Per questo ho scritto anche al presidente Mario Monti chiedendogli di dare la giusta attenzione al tema.

Monti le ha risposto?

Non ho avuto un riscontro di nessun tipo. A breve gli invierò un ulteriore sollecito.

Quali sono le prossime tappe?

Intanto bisogna chiarire un equivoco. Il 24 giugno 2013 è il termine nel quale entra in vigore il codice doganale europeo. Questo non significa che se non viene istituita la zona franca entro tale data non si possa farlo successivamente. Non esiste un percorso precostituito.

Ma le sembra che l’Europa sia ben disposta?

A livello europeo abbiamo ricevuto una risposta prettamente tecnica che non mi soddisfa per niente. Ho chiesto un incontro al commissario europeo competente, Semeta. Insisterò perché questo diventi un tema politico.

Quali sarebbero le conseguenze dell’entrata in vigore della zona franca?

Prima di tutto la possibilità per le imprese di poter operare in un regime franco doganale. Un aspetto che compenserebbe la nostra insularità, che impone alle imprese maggiori costi di trasporto e di energia. Le imprese sarde soffrono per una serie di divari che penalizzano il nostro sistema. Speravamo nella riforma in chiave federale dello Stato per avere una perequazione almeno in termini infrastrutturali. Una riforma che purtroppo non è arrivata. A questo punto lo strumento che ci è rimasto è quello dell’istituzione della zona franca.

In questo quadro che ruolo gioca la moneta sarda, la Sardex?

Sardex è una moneta complementare che opera in un circuito già testato. Avvierò un percorso per riconoscere ai giovani disoccupati un reddito di comunità di 500 euro al mese che sarà pagato appunto con la Sardex. I giovani disoccupati riceveranno una carta di credito e potranno accedere a servizi previsti sul circuito Sardex.

In questi giorni lei ha presentato la nuova giunta dopo il rimpasto e ha parlato di battaglia contro il Patto di stabilità. Ci spiega meglio?

Condividiamo le preoccupazioni manifestate dal collega del Veneto Zaia e invitiamo anche le altre Regioni, sia quelle speciali che le ordinarie, a fare come noi e ad adottare una legge regionale che alzi il livello del conflitto nei confronti di uno Stato ancora sordo alle istanze provenienti dai territori. Roma sta ingessando le amministrazioni pubbliche e non consente il pagamento alle imprese. Non possiamo più sottostare a questa ghigliottina.

Lei ha parlato anche di restituzione dell’Imu…

Restituiremo l’Imu attraverso un contributo alle famiglie più bisognose, cioè quelle che non hanno un reddito superiore a 20mila euro. Ma non è tutto: con l’agenzia delle entrate sarda diremo addio ai metodi di Equitalia.

Torniamo alla zona franca. La Sardegna non rischia di diventare un paradiso fiscale?

Al contrario, può diventare una straordinaria opportunità per noi ma anche per l’Europa. La Sardegna può diventare un ponte naturale tra l’Africa e il continente europeo. In una prospettiva futura la nostra economia può svolgere un ruolo di primo piano.

C’è chi sostiene che il progetto della zona franca sia motivato solo da motivi elettorali. Tra un anno in Sardegna si torna a votare per le regionali?

Qualunque iniziativa di tipo politico destinata a trovare soluzioni concrete e positive per il futuro dei cittadini comporta un ritorno in consensi elettorali. È un gioco naturale. Ma sarebbe il colmo se per evitare di raggiungere il consenso stessi fermo non facendo quello di cui la Sardegna ha bisogno.

La possibilità della zona franca ha scatenato molto interesse tra i cittadini sardi. Lei si sente di promettere che il progetto sarà davvero realizzato?

Non dipende solo da noi. Siamo consapevoli che si tratta di una battaglia dura e difficile ma ci stiamo mettendo tutta la determinazione necessaria e con una testardaggine tipicamente sarda siamo convinti di farcela.

Fonte:http://affaritaliani.libero.it/cronache/cappellacci-sardegna-zona-franca180313.html

Sardex e le economie complementari



Intervista di Valerio Valentini a Carlo Mancosu

Di Valerio Valentini
http://www.byoblu.com

 Nel 2009, in provincia di Cagliari, quattro ragazzi danno vita ad una start-up. Che però non è soltanto una delle tante aziende che nascono in Italia e che sono destinate, il più delle volte, ad un rapido decesso. Quest’azienda si chiama Sardex e rappresenta un sistema economico complementare a quello tradizionale. Ma non solo. Sardex è anche un nuovo modo di concepire l’economia, è la dimostrazione che si può tornare a coniugare i rapporti commerciali con quelli sociali, rifiutando le follie del capitalismo sfrenato che ci ha condotto questa miseria. Umana, oltreché finanziaria.

Abbiamo qui, ospite del blog, Carlo Mancosu, uno dei quattro fondatori di Sardex.


 Che cos’è Sardex?

 Sardex è un circuito di credito reciproco tra aziende. Il suo funzionamento è abbastanza semplice, in quanto funziona esattamente come una camera di compensazione. Le aziende si iscrivono al circuito, dopodiché gli viene aperto un conto all’interno della camera di compensazione stessa e le aziende possono acquistare e vendere i propri beni e servizi all’interno della rete. Con una particolarità: utilizzando un’unità di conto interna, che nel nostro caso si chiama Sardex. Ogni Sardex equivale ad 1 euro.
Come funzionano gli acquisti e le vendite? Funzionano in questa maniera: ad ogni azienda è accordata la possibilità di andare in rosso entro una certa cifra, sul proprio conto. Nel momento in cui si fanno degli acquisti, il proprio conto Sardex scende per un importo equivalente agli acquisti e per recuperare questi acquisti non si dovrà far altro che vendere i propri beni e servizi ad uno dei membri della rete che ne faccia richiesta.
Oltre a questo programma – che è un programma “b to b”, vale a dire “business to business”, quindi tra aziende – che è stato il punto di partenza del progetto, oggi abbiamo affiancato un programma che abbiamo chiamato “business to employ”, quindi “b to e”. Questo programma permette anche ai dipendenti delle aziende di avere un conto all’interno della piattaforma Sardex, e di ricevere ciò che oggi le aziende per mancanza di liquidità non riescono più a dare, ovvero dei benefit, dei rimborsi, o delle anticipazioni sulle retribuzioni future. Quest’ultima parte è piuttosto importante, perché attraverso le anticipazioni sulle retribuzioni future, i dipendenti delle nostre aziende possono affrontare delle spese improvvise. Ad esempio può capitare che si debbano cambiare i pneumatici, si debbano fare dei lavori di ristrutturazione a casa piuttosto che affrontare delle visite specialistiche. Ebbene, ottenendo un’anticipazione dal proprio datore di lavoro in crediti Sardex, si affronta questa spesa senza dover ricorrere al credito tradizionale, quindi ad una finanziaria, e neppure andando a erodere i propri risparmi. Questo naturalmente va ad incidere anche sul piano economico della comunità, in quanto quella parte di potere d’acquisto del dipendente, la cui vita è legata a quella delle piccole imprese del suo territorio, si lega al territorio anch’esso. E così la ricchezza rimane ancorata al luogo si vive e si lavora.
Poi ci sarà una terza fase, che avvieremo, se tutto va bene, entro la metà di quest’anno. Si tratta della fase cosiddetta “b to c”, ovvero “business to consumers”. So che la parola “consumers” è un po’ brutta, nel modo in cui la si usa comunemente. Ma con “consumers” in realtà noi ci riferiamo ai cittadini: anche loro potranno entrare all’interno della rete. E la domanda che viene spontanea un po’ a tutti è: ma i cittadini cosa daranno alle imprese? Daranno forse la cosa più preziosa che hanno, ovvero il loro consumo critico e il loro potere d’acquisto. Quindi anche loro, decidendo di spendere i propri euro all’interno della rete riceveranno un pay back, quindi diciamo una ricarica in moneta complementare, spendibile all’interno della rete. Questo è molto più efficace di uno sconto, perché mentre lo sconto è una cosa a perdere e soprattutto gli euro che rimangono in tasca al consumatore spesso vengono spesi in attività che poi non lasciano nulla sul territorio, al contrario questa ricarica crea un affare futuro per un’altra azienda del circuito.
Ecco: molto in breve, questo è il funzionamento.

 Quindi se io sono un libero professionista o un commerciante, per poter entrare in questo circuito, come devo muovermi e cosa devo fare?

 La prima cosa da fare è senz’altro richiedere un incontro attraverso il forum di contatto del nostro sito, perché l’ingresso di ogni azienda avviene seguendo vari step. Non tutti possono entrare in qualsiasi momento nel circuito, perché noi badiamo molto alla crescita armonica del circuito medesimo. Quindi per prima cosa incontriamo l’azienda, ci conosciamo. Anche perché uno dei nostri obiettivi è rivalutare le relazioni personali che sono altrettanto importanti e spesso son foriere di relazioni economiche. Ci incontriamo con l’imprenditore, dunque, e facciamo un’analisi dei precedenti bilanci della sua azienda, analizziamo con loro le loro spese, e soprattutto il loro potenziale inespresso.
Spiego meglio il concetto di potenziale inespresso: in economia l’unica domanda che generalmente viene tenuta in considerazione è la domanda che è coperta da beni finanziari, cioè da moneta. In realtà i nostri bisogni spesso vanno oltre alla nostra copertura finanziaria; altrettanto spesso c’è un’offerta di prodotti che non trova collocazione nel mercato e quindi è quella che il professor De Soto definisce “dead capital”, ovvero capitale morto. Noi non facciamo altro che prendere questo capitale e trasformarlo in liquidità utile all’impresa.
Quindi, come dicevo, analizziamo insieme questo capitale inespresso (quanti prodotti non trovano collocazione sul mercato, quanto tempo inutilizzato ha l’azienda …), lo incrociamo con la disponibilità di beni e servizi all’interno del circuito, dopodiché capiamo effettivamente quanto, fin da subito, quell’azienda può lavorare all’interno della rete. Se i tempi sono maturi, ovvero se c’è un effettivo spazio di mercato in questo momento nel circuito per quell’azienda, procediamo con l’iscrizione. Diversamente l’azienda viene tenuta in stand-by e viene ricontattata nel momento in cui il mercato richiederà i suoi beni e servizi. Questo perché, ovviamente, noi offriamo un servizio professionale, e l’ingresso nel circuito ha un costo: dunque non ce la sentiamo di far affrontare un costo, soprattutto in questo periodo in cui la liquidità viene a mancare, ad un’azienda che poi non avrà effettivi benefici dall’inserimento nella rete.

 Quindi, ricapitolando: io sono un commerciante che produce elettrodomestici piuttosto che ortaggi e mi rivolgo a voi. Pago una sorta di quota di iscrizione. Voi valutate se il mio ingresso nel circuito del Sardex è compatibile con le attività economiche degli altri iscritti e, se mi ritenete compatibile, io posso entrare a tutti gli effetti nel circuito. Da quel momento, quindi, le mie spese su quel territorio potrò farle non più soltanto in euro, cioè la moneta che tutti utilizziamo, ma anche, parzialmente e a mia discrezione, in Sardex. Cioè, per fare un esempio concreto, se poi io vado dal dentista e questi mi chiede 5 mila euro per una protesi odontoiatrica, posso pagare 2 mila euro in moneta corrente e 3 mila euro in servizi e beni equivalenti a 3 mila Sardex, fermo restando che ogni Sardex vale un euro.

 Esatto. Anche se in realtà accade molto più spesso che le transazioni avvengano completamente in crediti Sardex. Mi spiego meglio. Noi abbiamo una regola fondamentale che, in pratica, prevede questo: sino a mille euro di valore commerciale, per contratto, tutte le aziende, per quanto riguarda i rapporti interni al circuito, sono obbligate ad effettuare la vendita completamente in Sardex. Superata questa soglia, ogni azienda indica una percentuale di compensazione minima che intende applicare ai pagamenti al di sopra di mille euro. Sulla base della nostra esperienza, in ogni caso, posso affermare che il circuito funziona molto meglio quando le aziende danno una disponibilità al 100%.
Però c’è una cosa importante: noi facciamo in modo che le aziende non si scoprano troppo. Bisogna sempre tener presente che, anche per gli aderenti al circuito, ci sono spese che non sono affrontabili in Sardex, perché il “socio di maggioranza”, cioè lo Stato italiano, non accetta i Sardex; di conseguenza noi tendiamo a dare delle soglie di garanzia alle aziende, per cui studiamo assieme quello che è l’importo di beni e servizi che l’azienda può mettere a disposizione del circuito durante un anno. Una volta che abbiamo stabilito insieme qual è questa soglia, essa non è altro che una percentuale del totale del fatturato. Quindi per i servizi questa percentuale può arrivare anche al 25%, mentre, per i beni materiali, soprattutto per il commercio, questa soglia si aggira tra il 10 ed il 15%. Questo permette alle aziende di usufruire dei vantaggi ma di non squilibrarsi troppo nel proprio cash flow.

 Come faccio a racimolare il primo gruzzolo di Sardex, entrando nel circuito? Quanti sono, cioè, i Sardex che mi vengono attributi come base di partenza, e come li ottengo?

 Innanzitutto, essendo una camera di compensazione, tutti i saldi partono da zero. In realtà non c’è nessun gruzzoletto di Sardex all’inizio, nel senso che per accumulare i Sardex devi effettuare delle vendite. Quello che noi, per conto delle aziende aderenti al circuito, concediamo, è un piccolo affidamento, se così lo vogliamo chiamare. Ovvero la possibilità di “andare sotto” nel proprio conto. Quindi c’è un’analisi del merito creditorio, rifacendoci però al senso etimologico di “credito”, quindi nel significato di “fiducia”: cioè la fiducia che la rete accorda all’azienda. Per fare questo noi abbiamo dei parametri, effettuiamo dei calcoli; in definitiva l’affidamento è sempre una porzione della disponibilità commerciale annuale che l’azienda c’ha dato. Per fare un esempio: se un’azienda ci dà disponibilità di 20 mila euro dei propri beni e servizi, l’affidamento sarà una percentuale sui 20 mila euro. Questa percentuale viene calcolata in base a tutta una serie di parametri: dal merito creditizio tradizionale a tante altre cose, tra cui ad esempio la vendibilità di quel bene o servizio all’interno della rete. Mi spiego meglio: è chiaro che se una persona vende carburanti o gas avrà un affidamento più alto perché il suo bene è più facilmente piazzabile all’interno della rete, quindi avrà più facilità a recuperare qualora vada in debito; invece una persona che vende barchette di legno fatte con gli stecchini – ammesso che in questo momento riuscissimo ad accoglierlo – probabilmente avrebbe un affidamento piuttosto piccolo.
Quindi, in sostanza, se un aderente decide di vendere, come prima azione, all’interno del circuito, maturerà dei crediti attraverso le sue vendite. Se un aderente deciderà di acquistare il suo conto Sardex andrà in rosso e per ripagare avrà 12 mesi di tempo per vendere i propri beni e servizi per un quantitativo equipollente. Naturalmente noi facciamo tutta una serie di operazioni affinché in questi 12 mesi ci sia la possibilità di vendere i propri beni e servizi e quindi di non incorrere, alla scadenza dei 12 mesi, in un pagamento in moneta corrente.

 E per estinguere questo debito c’è un tasso di interesse?

 Assolutamente no, non c’è nessun tasso di interesse. E anzi la questione degli interessi è una cosa piuttosto importante all’interno della camera di compensazione. Il trattamento di debitori e creditori all’interno della camera di compensazione è simmetrico. Questo perché, innanzitutto, non si parte da dei depositi, cioè il creditore non ha depositato nulla, contrariamente a ciò che avviene nel sistema bancario. In secondo luogo, se – come succede nel sistema finanziario attuale – si continuano a dare dei premi di tesorizzazione, e si premiano quindi le aziende in credito affinché facciano crescere il proprio credito anziché rimettere in circolazione la moneta, di fatto non si fa altro che impedire ai debitori di estinguere il proprio debito. Perché, ripeto, la somma dei debiti e dei credito è sempre uguale a zero.
All’interno di Sardex, invece, attraverso l’assenza di interessi, abbiamo due spinte, che nel sistema tradizionale sono contrapposte, ma che nel nostro circuito convergono verso un punto di equilibrio. Perché da una parte il creditore sarà portato a spendere il più presto possibile i propri crediti per non incorrere nell’inflazione dovuta all’unità di conto interna con la valuta ufficiale, che è soggetta a inflazione. Dall’altra parte il debitore farà di tutto per ripagare in beni e servizi il proprio debito di modo da non avere esborso in moneta corrente.
Questo, secondo me, oltre a creare dell’equilibrio, ha sancito il successo di Sardex per l’altissima velocità di circolazione dei crediti. Abbiamo calcolato che nel 2012 ogni credito Sardex è passato di mano almeno 6 volte, contro le 1,2 dell’euro. Quindi questo impulso dovuto all’assenza di interessi da una parte, e dall’altra al grande interesse del debitore nel ripagare il proprio debito, ha creato un vero e proprio circolo virtuoso.

 Quindi un sistema molto dinamico. Ma come è nata questa iniziativa?

 Nasce sotto la spinta di tutta una serie di considerazioni, che sono perlopiù personali: in parte di natura territoriale, in parte di natura sistemica. Diciamo che nel 2007 sapevamo quello che sarebbe successo. Non perché siamo dei veggenti, ma perché in realtà si sapeva benissimo che sarebbe esplosa la crisi dei sub-prime. Dunque sapevamo che la finanza con i suoi prodotti, con la sua “quasi-liquidità”, e con le cartolarizzazioni, avrebbe cerato dei grossi problemi. E poiché il centro del sistema era proprio il settore bancario, questo problema si sarebbe trasformato presto in credit crunch. L’altra ragione, che è territoriale, è che io vivo in Sardegna, una regione che era già in una situazione di credit crunch. Quindi quando è esplosa la crisi finanziaria e si son veramente chiusi i rubinetti, non c’erano davvero più parole quello che era un credit crunch elevato al quadrato. Una situazione davvero drammatica.
Queste analisi erano accompagniate, inoltre, da una riflessione più intima: nel sistema monetario attuale, il valore del danaro è dato dal suo sottostante, ovvero dai beni e servizi che esso permette di acquistare. E questi beni e servizi, nonostante la crisi finanziaria, non sarebbero comunque venuti a mancare. Il giorno prima e il giorno dopo la caduta di Lehman Brothers, infatti, mio padre s’è svegliato come giorno per andare a lavoro, le aziende erano aperte e hanno prodotto: nulla, nella loro quotidianità, era davvero cambiato. Quindi la loro capacità produttiva, la loro capacità di produrre valore, era rimasta invariata.

Stai insomma dicendo che quella nata nel 2008 è una crisi più di consumi che di produzione.

 Diciamo che è una crisi di domanda, come molto spesso succede. Ma è soprattutto una crisi di mezzi finanziari di produzione, nel senso che se io non ho il credito alla base che mi permette di produrre, difficilmente riuscirò a produrre, quindi difficilmente riuscirò a dare lavoro, e dare salari: e quindi non riuscirò ad aumentare la domanda.
Poi però è intervenuta la crisi dei debiti sovrani, che ha colpito soprattutto quelle nazioni, come l’Italia, il cui social welfare è piuttosto forte. Spesso in queste nazioni è elevato anche lo spreco, non lo metto in dubbio, però se posso permettermi di esprimere un parere su questo piano di austerità estrema, non ho dubbi nel ritenere che non ha cerato dei benefici. I dati sono abbastanza chiari: sostanzialmente il debito pubblico italiano lo scorso anno è cresciuto di 100 miliardi di euro; contemporaneamente, un abbassamento dello spread di 200 punti base non ha fatto altro che portare un risparmio, in prospettiva, di 6 miliardi il primo anno, 12 il secondo e 18 il terzo. Quindi non andare ad alimentare politiche per la crescita sicuramente non aiuta.

 Infine c’è un’altra ragione che ci ha spinto a lanciarsi nel progetto di Sardex. Io vivo in una regione, che è la Sardegna, come vi dicevo, che è vittima di epiteti storico piuttosto degradanti: gli Spagnoli ci definivamo “pocos, locos y malunidos”, cioè “pochi, pazzi e disuniti”, e in Sardegna per lungo tempo pensare di parlare di collaborazione era un’utopia. Tutto dicevano che i sardi non sarebbero mai stati capaci di collaborare. Noi eravamo intimamente convinti, invece, che ci fosse una forte esigenza di collaborazione, e infatti ne abbiamo dato dimostrazione, perché siamo riusciti a metter insieme, in questo sistema di Srdex, oltre 900 aziende. E accanto a queste 900 aziende abbiamo cominciato la sperimentazione con i dipendenti, e anche lì c’è stata una forte voglia di fare rete. Questo perché contrariamente a ciò che si pensa, le economie di rete sono evidentemente il futuro dell’economia. Si è sempre parlato di economia di scala, si è sempre parlato di crescita e di gigantìasi. Io invece la giagnatìasi la vedo come una malattia, perché inevitabilmente porta ai transfert e ai monopoli: tutte cose che fanno male al mercato. Noi non vogliamo questo. Noi siamo fermi sostenitori del mercato. Un mercato di libera concorrenza e non viziato dai fallimenti.

 Quindi abbiamo cercato di combattere questi luoghi comuni, e di fare economia di rete. E direi con un discreto successo. Anche perché l’iniziativa è stata piuttosto innovativa, e del resto quando si parla di danaro sappiamo che si tocca il dogma per antonomasia della nostra società. Cito sempre Sant’Agostino quando parlo di danaro, facendo un parallelismo con quanto lui, nelle Confessioni, diceva in riferimento al tempo: “Se nessuno me lo chiede so che cos’è, ma se qualcuno me lo chiede, non so rispondere”. Lo stesso avviene esattamente per il danaro: se io chiedo alla gente cos’è il danaro, la gente non mi sa rispondere, però intimamente, utilizzandolo ogni giorno, è convinta di sapere cosa sia. Il grande fraintendimento è confondere il segno con il valore: il danaro è il segno, ma non è il valore. E quindi agire su questo tipo di tematica, e comunque avere il successo che, molto umilmente, nel nostro piccolo abbiamo avuto, mi fa ben pensare che la Sardegna invece possa essere la fucina di questo cambiamento.

 Nella vostra logica, che è poi quella che vi ha portato a creare il Sardex, credo di poter riscontrare due elementi innovativi rispetto a quella che è la comune dialettica politico-economica alla quale siamo abituati ad assistere in questi anni. Il primo è che non è vero che è impossibile creare un sistema alternativo a quello del capitalismo sfrenato che ci ha portati a questa crisi. E il secondo elemento innovativo, e in parte complementare al precedente, è che non è vero che in un mondo ormai così globalizzato, questa globalizzazione è ormai un tabù intoccabile, un fenomeno irreversibile che va accettato a priori: se ci si organizza in maniera intelligente si può tornare ad un’economia su scale ridotte. Che garantisce anche dei vantaggi. Ad esempio ho letto un intervento di una grande intellettuale sarda, che è Michela Murgia, la quale parlava proprio del valore sociale, lei lo definiva addirittura pedagogico, di questa iniziativa. Questo perché Sardex ha permesso ad aziende che vivevano nello stesso comune, spesso a pochi chilometri di distanza, di conoscersi: aziende che in precedenza non conoscevano l’una i servizi che l’altra poteva offrire, e che invece attraverso il Sardex, questa sorta di rete di conoscenze oltreché di servizi, hanno potuto, in qualche modo, unire le forze. Magari il produttore di beni alimentari ha scoperto che nello stesso paese c’era una ditta di trasporti, e si sono messi d’accordo per trasportare frutta e verdura nel paese vicino. Mi rendo conto che sono esempi magari banali, ma sono anche molto indicativi.
In realtà, voi avete dimostrato che per certi versi, un’alternativa è possibile. Quello che mi chiedo è: questo esperimento ha dato già dei frutti a oltre 3 anni dalla sua creazione? Portaci un po’ dentro a quelli che sono i dati, le cifre del Sardex!

 Certo. Però prima, se posso, vorrei fare un piccolo inciso sulla globalizzazione.

 Prego.

 Purtroppo oggi “globalizzazione” è un termine abusato. Diciamo che se Sardex esiste è anche grazie alla globalizzazione, perché è proprio grazie alla rete, principalmente, al world wide web e alle grandi possibilità che ci ha dato, abbiamo potuto realizzare il progetto. Ti faccio presente che Sardex nasce nel 2009, e l’adsl nel mio piccolo paese arriva proprio in quell’anno. Non è un caso: prima di allora non avremmo neanche potuto pensare di fare il Sardex

 Quindi avete preso quanto di positivo c’era in questo fenomeno, mi pare di capire.

 Sì, diciamo che la globalizzazione delle idee, lo scambio, la valorizzazione delle diversità che si oppone all’omogeneizzazione, dovrebbero essere il vero fulcro dei processi di globalizzazione. Del resto anche noi ci siamo ispirati ad altre esperienze: abbiamo potuto conoscere, e l’abbiamo fatto innanzitutto online l’esperienza di WIR. WIR, per chi non lo sapesse, è il più grande circuito di credito reciproco presente al mondo, che conta in Svizzera oltre 65 mila piccole e medie imprese. Abbiamo potuto, grazie alla rete, accedere a dei testi a cui non avremmo potuto accedere diversamente, perché non erano presenti nelle nostre biblioteche. Quindi tutto ciò che è globalizzazione della conoscenza, condivisione del proprio patrimonio dei saperi, è una cosa importante.
Venendo ora alla tua domanda, e perdonami per l’inciso, Sardex oggi può definirsi un esperimento andato a buon fine, perché abbiamo chiuso l’anno passato con oltre 4 milioni di crediti transati. Ma ciò che colpisce non son tanto questi 4 milioni, che riferiti all’economia sarda, e ancor più all’economia italiana, sono cifre molto modeste. Se infatti ci riferiamo alle piccole realtà che fanno parte del circuito, alcuni di loro sono riusciti ad aumentare il loro fatturato del 10-20%; in tanti hanno ripreso finalmente ad avere fornitori di prossimità, quindi si è incentivato il km 0. E si sono portati avanti dei valori che sono difficilmente misurabili attraverso l’econometria, ma che sono sicuramente misurabili in termini di qualità della vita e qualità del prodotto. Faccio un esempio su tutti che è quello della ristorazione: molti ristoratori, per via della stretta creditizia, avevano iniziato a rivolgersi alle grandi catene di distribuzione perché queste ultime fornivano delle dilazioni molto ampie, quindi fungevano quasi da banche. Attraverso il circuito Sardex, invece, in cui i pagamenti sono immediati, questi ristoratori hanno potuto rivolgersi a imprenditori vicini a loro, aumentare la qualità del servizio, e spesso aumentare anche il prezzo di vendita di quel servizio, anche in moneta corrente. Quindi i benefici si sono riflettuti non solo sul nostro piccolo mercato complementare, perché quei ristoratori son diventati più efficienti anche nel mercato in euro.
Oltretutto, operare in Sardex permette alle aziende di migliorare il proprio bilancio: e migliorare il proprio bilancio significa presentarsi in banca e poter mostrare i propri conti in ordine, e di conseguenza avere un rating più alto e più facilità di accesso al credito, anche tradizionale. Diciamo che l’altra cosa che colpisce, è il graphos sociale, che mi dispiace di non poter mostrare ora. Infatti, attraverso lo strumento fantastico che google ha messo a disposizione, cioè le fusion tables, abbiamo sott’occhio il nostro graphos sociale: e vedere cosa siamo riusciti a costruire in questi 3 anni fa davvero paura. C’è anche un altro riscontro, molto significativo: cioè la crescita del circuito sui 3 anni, che è impressionante. Tanto per dare delle cifre: il primo anno abbiamo fatto 300 mila euro di transato, il secondo anno abbiamo fatto 1,2 milioni e l’anno scorso abbiamo fatto oltre 4 milioni. Siamo su un ritmo di crescita di oltre il 300%. L’altro dato è che nei primi 15 giorni di gennaio 2013 abbiamo fatto più di 300 mila crediti di transato: quindi in 15 giorni abbiamo fatto più di quanto non avessimo fatto il primo anno. E questi son senz’altro dei dati più che incoraggianti.

 E tra l’altro Sradex potrebbe anche costituire un’alternativa economica dal grande valore legale. Perché spesso l’imprenditore, ormai in tutt’Italia, per non dire in tutta Europa, nel momento in cui si trova a corto di liquidità e le banche non concedono mutui, si rivolge a chi di liquidità ne ha tanta, e cioè alla criminalità organizzata. Quindi nel piccolo, ovviamente, un’alternativa anche a questo fenomeno, che sembra anche questo irreversibile, forse può esserci.

 Sì, rispetto a questo tema, ci tengo a sottolineare che c’è tanta legalità in Sardex, perché tutte le transazioni sono sempre accompagnate da fattura, da numero fattura e da data fattura, quindi da un documento. Questo naturalmente può facilitare l’emersione del cosiddetto sommerso, perché in questa maniera, trovando un modo conveniente di far commerciare le aziende, queste ultime sono portate a fare fattura e a versare le imposte. E questo ritengo sia un altro elemento importante, perché spesso i luoghi comuni portano a dire: “Ah, questo sistema fagociterà il nero, fagociterà l’evasione fiscale”. No, in realtà è tutto l’opposto, perché tutte le nostre transazioni son tracciate e ogni transazione è accompagnata da un documento.

 Quindi avete anticipato quanti, in Europa e anche in Italia, volevano tassare la transazioni o quantomeno rendere digitalizzate, e quindi facilmente tracciabili, tutte le transazioni al di sopra di una certa cifra. Voi li avete battuti sul tempo.

 Sì, noi abbiamo fatto questo. C’è da dire che la mia opinione rispetto al contante è che il contante debba ancora rimanere in circolazione, anche perché non si può pensare di punire uno strumento per l’uso che ne viene fatto. Io non posso proibire il coltello perché qualcuno accoltella le persone. Allo stesso modo non posso punire il contante perché qualcuno fa un uso sbagliato del contante. Il contante è uno strumento che oggi permette di vivere a tante persone che hanno difficoltà,per via del digital divide, ad utilizzare strumenti elettronici. Ed è forse anche l’unico contatto, ancora, col feticcio materiale di ciò che il denaro forse un tempo è stato.

 Ma la vostra iniziativa, il Sardex, è attiva solo in Sardegna o si sta espandendo?

In realtà, dopo aver, come dicono i tecnici del settore, validato il modello, e soprattutto dopo che questo modello è stato ripreso spesso dai media, non solo regionali ma anche nazionali, ci sono arrivate molte richieste da parte di gruppi di imprenditori da altre regioni d’Italia e d’Europa per poter attivare circuiti simili anche in altre aree. E quindi siamo partiti con un progetto di replicabilità, che ci vede al fianco di imprenditori locali: infatti è molto importante per noi che siano imprese del posto a lanciare questo tipo di iniziativa nel territorio in cui poi andranno ad operare, perché il tessuto su cui circuiti simili si fondano non è soltanto di tipo economico, ma anche e soprattutto socio-culturale.

 Il primo duplicato è partito lo scorso anno ed è Sicanex.net, in Sicilia, quindi un altro contesto insulare. La sta portando avanti una persona che poi, nel tempo, è diventato un mio caro amico, che è Andrea Seminara: un filosofo che per lungo tempo si è occupato di risparmio energetico ma soprattutto di abbattimento di emissioni di Co2, in linea con i progetti di social repsonsability di Legambiente. E così ha potenziato l’iniziativa dando molta importanza alla sostenibilità del progetto dal punto di vista ecologico, rilanciando temi come il km 0. Stiamo partendo, adesso, anche in Piemonte: il progetto si chiamerà Piemex.net: siamo naturalmente in una fase ancora di preparazione, in quanto la preparazione di questo tipo di attività è piuttosto lunga. E poi abbiamo decine di progetti in lista, pronti a partire.

 Chiaramente stiamo misurando i passi e ci si muoverà con queste persone un po’ alla volta in modo da poter far crescere questi circuiti in maniera armonica. E tutto questo, chiaramente, con la chiara speranza che un domani, una volta che ognuno di questi circuiti sarà solido sul proprio territorio, tutti quanti si possano incontrare in una piattaforma, in una sorta di meta circuito, o di intercircuito che dir si voglia, che permetta ai vari circuiti, alle aziende, alle reti dei vari circuiti, di scambiare il proprio surplus commerciale, in cambio di ciò che nella propria regione non viene prodotto. Eviteremo chiaramente di far viaggiare bottigliette d’acqua e ci scambieremo, come diceva Grillo un tempo, le ricette dei biscotti; però laddove io ho il mare, e il Piemonte non ce l’ha, io sono in grado di offrire vacanze e magari il Piemonte è in grado di offrirmi i prodotti di industria manifatturiera che in Sardegna sono difficilmente reperibili.

 Quindi una logica economica soggetta anche a parametri di sostenibilità ambientale e sociale. Quello che mi chiedo è: avete trovato, o temete di trovare, delle resistenze da parte degli organismi ufficiali, sia regionali, sia nazionali, sia internazionali, che siano la Banca Centrale Europea piuttosto che la Banca d’Italia, piuttosto che qualche ministero? Questi enti come guardano alla vostra esperienza: con timore, con sospetto, con fiducia?

 Per quanto concerne l’Unione Europea, è uscita lo scorso anno la normativa sui sistemi di pagamento nella quale i Lets – Local Exchange Trading Systems, che è esattamente ciò che noi facciamo – non vengono inclusi. Lo stesso si può dire per il “paper” che è uscito ultimamente sulla moneta elettronica. C’è però un grande interesse: l’Unione Europea ha finanziato progetti di monete sia di scopo, quindi monete legate all’ecologia, sia monete di altro genere, soprattutto nel nord Europa. C’è grande interesse perché queste monete vanno ad agire laddove la moneta ufficiale non riesce ad agire: esse non minacciano, ma in realtà complementano e completano l’azione della moneta ufficiale. Non temiamo particolari ostacoli, proprio perché, vista la difficoltà del momento, questo tipo di sistemi stanno, almeno per quanto riguarda le nostre aziende, dando ossigeno alle piccole e medie imprese, creando relazioni e senso di comunità. E difficilmente si può andare contro questo tipo di obiettivi che, se andiamo a vedere, sono gli stessi obiettivi di Europe 2020, quindi sono gli stessi obiettivi che l’Unione Europea sta cercando di perseguire.
Poi c’è il sistema bancario tradizionale, e anche lì secondo me ci sono delle sinergie e sicuramente ciò che noi facciamo aiuta anche loro da un certo punto di vista, perché andando a migliorare le prestazioni delle aziende, e andando migliorarne i bilanci, rendiamo più facile e meno rischioso anche il mestiere delle stesse banche. Noi siamo in contatto con alcune di loro, principalmente con banche di credito cooperativo, nel resto d’Italia, che svolgono in realtà un lavoro molto prezioso perché è un lavoro ancora legato alla conoscenza: il direttore della banca di credito cooperativo conosce tutti i suoi clienti e i rispettivi business, conosce le aziende, e loro svolgono un lavoro che secondo me è complementare al nostro, e quindi non solo non penso che ci saranno ritorsioni da quel mondo, ma potrebbero esserci, secondo me, ampi margini di collaborazione.

 Ti ringrazio, e penso di poterti rivolgere questo ringraziamento a nome dei lettori del blog. In bocca al lupo e buona continuazione.

Grazie, a presto.

Fonte:http://www.byoblu.com/post/2013/01/24/Il-Sardex-e-le-economie-complementari.aspx

Ciao euro, la Sardegna ora scommette sul Sardex

 Di Giorgio Cattaneo
Se pensate che non si possa vivere senza l’euro, andate in Sardegna e provate a dire in giro che pagherete in Sardex. A parte benzina, farmaci ed energia elettrica, potrete comprare tutto, sia beni che servizi. E quindi alberghi, dentisti, falegnami, elettricisti, meccanici, consulenti di marketing. Ma anche sale congressi, corsi di lingua inglese, pubblicità sui giornali locali. E poi vestiti, mobili, ristoranti e persino la connessione Internet. Oltre a cibo, vino e carni, tutto rigorosamente sardo. Il Sardex è la “moneta a chilometro zero”. Solo che non è una moneta, nel senso che fisicamente non esiste. Non ne hanno stampato nemmeno una banconota: esiste solo su Internet.
stretta di manoTutti i Sardex in circolazione – oltre un milione, ma il dato cresce ogni giorno – stanno su un server, un computer in un piccolo comune agricolo tra Cagliari e Oristano: Serramanna. «Qui, in un bel casolare – scrive Riccardo Luna il 20 gennaio su “Repubblica” – l’hanno inventato quattro ragazzi, sardi naturalmente, non solo di nascita, ma di cultura. Fieri della loro terra». Quattro ragazzi che si erano stufati di sentirsi dire che i sardi sono «pochi, matti e divisi». Il Sardex sta già smentendo i luoghi comuni, perché si basa su due principi di vita: «Il primo è che se il tuo vicino guadagna, stai meglio anche tu; e il secondo afferma che nessuno se ne va col bottino e nessuno resta solo».
La storia inzia nel 2006 da quattro amici: Carlo Mancosu, Piero Sanna, Giuseppe e Gabriele Littera. «Non hanno studiato economia – racconta Luna – ma sono affascinati dal tema delle monete complementari, le alternative currencies». Nel mondo ce ne sono centinaia, spinte dal web e dalla fiducia reciproca invece che da una imposizione legale. Secondo il “Wall Street Journal”, con la crisi di dollaro ed euro, rappresentano un possibile futuro dell’economia. Alcune sono molto controverse, al limite della legalità, come i Liberty Dollars o i Bitcoin; altre stanno avendo un buon successo come il Res belga o la sterlina ecologica di Brixton.
Pierluigi PaolettiIn Italia il fenomeno non è nuovo, racconta a “Repubblica” Pierluigi Paoletti, 52 anni, ex consulente finanziario oggi vicino a “Occupy Wall Street”, convinto del fatto che «la moneta è solo un sistema di sopraffazione che serve a fare i ricchi più ricchi». Il primo esperimento italiano, ricorda Paoletti, risale al luglio del 2000 quando il giurista abruzzese Giacinto Auriti, che si batteva contro l’usura, emise il Simec nel suo piccolo comune natale di Guardiagrele: i pensionati si entusiasmarono per questa improvvisa iniezione di liquidità ma la Guardia di Finanza ne decretò bruscamente la fine. Tre anni dopo, in Calabria, il presidente del parco dell’Aspromonte Tonino Perna fece stampare alla Zecca dello Stato l’Ecoaspromonte: «Era bellissimo, troppo forse, ed ebbe breve vita».
Nel 2007, a Napoli, l’associazione Masaniello stampa gli Scec, “lo sconto che cammina”, un network fatto di ormai 10.000 associati e duemila imprese: «Formalmente e fiscalmente è uno sconto – spiega Paoletti – ma in realtà è un dono che tu fai a un altro membro della comunità affinché lui spenda i suoi soldi lì». I modelli sono tanti, ma nell’estate del 2006 i quattro ragazzi sardi si entusiasmano per l’antica vicenda del Wir, una moneta creata in Svizzera da 16 imprenditori per superare la crisi del ‘29: oggi rappresenta una rete di 80.000 aziende locali. Proprio sul modello elvetico, nel luglio 2009 viene varato il Sardex: «Ci vogliono nove mesi a mettere a segno la prima transazione», scrive “Repubblica”, e da allora «è un crescendo continuo, 420 aziende affiliate e un totale delle transazioni quadruplicato in un anno».
Gabriele Littera, 26 anniCome funziona una moneta che non c’è? «Come una camera di compensazione di crediti e debiti», spiegano gli inventori della moneta sarda. Quando un’azienda entra nel circuito le vengono assegnati dei Sardex: «È un fido bancario, ma senza interessi». L’assenza di interessi è un punto fondamentale: non si fa denaro con il denaro, i soldi servono solo a scambiarsi beni e servizi. Questa apparente eresia si chiama finanza etica. E quindi, continua “Repubblica”, i Sardex assegnati a chi aderisce rappresentano l’importo di beni e servizi che ciascuno è disposto a vendere e a comprare nel network. Entro dodici mesi, quella posizione va pareggiata: se una azienda è in difficoltà si muovono tutte le altre e se proprio è impossibile tornare in pareggio – ma non è ancora mai accaduto – la posizione viene saldata in euro.
Renato Soru«L’euro però non scompare», spiega Riccardo Luna, «e non solo perché ogni azienda decide di usare i Sardex per smaltire le possibili giacenze di magazzino, i probabili tavoli vuoti al ristorante, le ore inoperose di un artigiano. Ma perché in euro si pagano l’Iva, le altre imposte, i contributi previdenziali. E questo rende il business legale, oltre che trasparente: l’evasione nel mondo dei Sardex è impossibile, essendo tutto tracciato in tempo reale». I veri vantaggi sono altri, però. «La ricchezza resta sul territorio e vengono valorizzati i prodotti locali». E con la crisi in corso non è poco. Per questo il Sardex va. Renato Soru, l’inventore di Tiscali, ne è un sostenitore entusiasta e prevede una espansione in tutta Italia: in Sicilia sta partendo un network gemello che si chiama Sicanex; a Torino in consiglio comunale il Popolo della libertà e i grillini concordano sulle necessità di creare il Taurino; e a Nantes, in Francia, due italiani sono al lavoro per creare il Bonùs.
Lo scorso 8 dicembre, Giuseppe Littera si è messo la coppola ed è andato alla City di Londra dove è stato invitato a svelare l’arcano sardo a una platea di investitori internazionali; nel frattempo i dirigenti della Banca Centrale dell’Ecuador sono stati qualche giorno a Serramanna per imparare. E finalmente sono arrivati i soldi (in euro) di un venture capital per sviluppare il progetto con obiettivo stratosferico: in dieci anni transare il 10% dell’economia sarda, due miliardi e rotti di euro. Ci riusciranno? «Dipende da come andrà il passaggio da moneta fra aziende (com’è adesso) a moneta per consumatori, previsto in primavera», spiega “Repubblica”, secondo cui «comunque vada a finire, l’impressione è che la guerra all’euro sia appena iniziata».
Del Sardex parlerà il 4 febbraio in valle di Susa Giovanni Acquati (finanza etica), nell’ambito della ressegna “Il Grande Cortile”, con Marco Berlinguer, sul tema dell’economia dei territori, a partire dall’esperienza del cartello “Etinomia” che raggruppa 160 imprenditori No-Tav. Appuntamento a Villardora, ore 15.

 Da Libre

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