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Inside Job, il docufilm sulla crisi e sulla corruzione di Wall Street



Di Salvatore Santoru

Ieri, venerdì 15 maggio 2020, nel pomeridiano di LA7 è andato in onda un film-documentario chiamato Inside Job.
Inside Job, prodotto e diretto da Charles Ferguson nel 2010, ha vinto l'Oscar al miglior documentario nel 2011.

Più specificatamente, nel documentario si parla in maniera approfondita della crisi economica e finanziaria che sta interessando l'Occidente e, sopratutto, della grande recessione che ha colpito gli USA nel 2008(1).



Nel film si parla delle responsabilità avute da determinate personalità legate all'alta finanza e, più in generale, a certi potenti interessi di Wall Street.
Inoltre, con la voce narrante di Matt Damon, si ripercorre la stagione della deregolamentazione iniziata sotto l'era Reagan e arrivata al culmine negli anni 90, sotto quella Clinton.

Oltre a ciò, si parla delle cartolarizzazioni, dei derivati e di altre questioni fondamentali legate al contesto della crisi finanziaria.

In linea di massima, c'è da dire che vale la pena dare uno sguardo a questo docufilm incentrato sulle origini della crisi economico/finanziaria e su certa 'corruzione sistemica' che regna a Wall Street.

NOTA:

(1) https://www.mymovies.it/film/2010/insidejob/

Nessuna crisi è davvero esogena


Di Marcello Spanò

Molti considerano questa crisi economica da coronavirus una tipica crisi da shock esogeno. Nell’ormai famoso articolo sul Financial Times, Mario Draghi scrive che la perdita del reddito che seguirà da questo shock “non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono”. 
Come se le sofferenze della crisi della finanza del 2008 fossero colpa di chi ne ha sofferto! 

Anche quella di un decennio fa era, in un certo senso, una crisi senza particolari colpe individuali. A ben vedere, nessuna crisi è davvero il risultato di comportamenti di singoli individui da considerare colpevoli. Senza volere con questo assolvere i comportamenti da gangster di certi individui, le crisi sono sopratutto fenomeni complessi e il modo migliore per analizzarle consiste nel guardarle come il portato di un sistema che non funziona, e che cova al suo interno le contraddizioni che si evolvono fino a mandarlo appunto in crisi.

In sintesi, la crisi che investe la società degli uomini è quasi sempre un prodotto endogeno della società degli uomini. Anche i terremoti sono un prodotto della società degli uomini, finché (e laddove) gli uomini non ritengono opportuno costruire edifici che non crollano; e le alluvioni sono un problema della società degli uomini che cementifica il letto dei fiumi e ci costruisce la case intorno.

Il coronavirus non fa eccezione. Certo, il virus non è uno speculatore finanziario, e nemmeno uno sfruttatore del lavoro, tanto meno è un politico populista e incompetente, e in fondo non ha mai preso tangenti da nessuno. E tuttavia una pandemia non sembra essere indipendente dalle devastazioni che la società umana ha creato sull’equilibrio naturale, in particolare dalla riduzione sistematica della biodiversità.

Se è così (ovviamente c’è chi dirà che non è scientificamente dimostrato, e io non ho argomenti scientifici da ribattere; mi accontento di dire, con Pasolini, che io so, anche se non ho le prove), se è così, dunque, allora esogeno un corno!

Alla fine di questa crisi (ma anche prima della fine) occorrerà tornare a discutere di prevenzione, in tutti i sensi e in tutti i campi: prevenzione sanitaria, ambientale, socio-economica, psicologica. Il grado di civiltà di un’organizzazione umana andrebbe misurato sulla base della sua capacità di prevenire danni a se stessa. Allo stesso tempo, la prevenzione sfugge alla misurazione, in quanto il suo successo si vede nel momento in cui nulla di drammatico accade. La sua assenza si vede invece molto più chiaramente, e molto violentemente, quando è ormai troppo tardi per rimediare.

FONTE: https://www.kriticaeconomica.com/2020/04/02/nessuna-crisi-e-davvero-esogena/

Ashoka Mody – Italia: la crisi che potrebbe diventare virale


Di Ashoka Mody *

Il coronavirus minaccia di trasformare la crisi economica e finanziaria italiana in una crisi globale.

Il coronavirus sta precipitando l’Italia in una crisi economica e finanziaria che ha il potenziale di innescare un caos finanziario mondiale.Il principale anello debole della catena economica globale è l’Italia, che nel 2019 era già sotto forte tensione e ora sta minacciosamente cedendo dinanzi ad altri cruciali problemi globali: Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania.

Anche se nei prossimi mesi il coronavirus (ufficialmente Covid-19) sarà contenuto, è già alle porte una crisi finanziaria che si irradierà dall’ epicentro italiano. Eppure i leader europei sembrano procedere come se fosse tutto normale. Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), afferma che il coronavirus non è ancora tale da causare “uno shock di lunga durata“. Il suo staff e quello di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia, stanno ancora valutando la gravità del problema, indulgendo in una pericolosa noncuranza. La BCE e i governi europei non riescono ad affrontare il pericolo rappresentato da una crisi finanziaria italiana. E non c’è più tempo per prepararsi allo sforzo globale che sarà necessario per contenerne conseguenze.

Il punto di rottura dell’economia e della finanza italiana

Nei due decenni da quando l’Italia ha adottato l’euro, gli italiani sono diventati più poveri. L’economia del paese permane in una recessione economica quasi perpetua.

Il sistema politico disfunzionale italiano dà la sensazione di un temporary fast-pizza. Per quasi mezzo secolo, i governi italiani hanno mancato di investire nel futuro del Paese. Tutti comprendevano che l’Italia avrebbe avuto difficoltà a sopravvivere senza la stampella della sua lira flessibile, che di tanto in tanto si deprezzava. Ma l’arroganza dei leader europei ha portato l’Italia nella morsa della zona euro, dove l’euro è troppo forte per l’economia italiana, e l’interesse reale – il tasso di interesse corretto per l’inflazione – è troppo alto per un’economia che non cresce.

Il coronavirus ha colpito l’Italia in modo crudele, non solo in termini di vite umane in pericolo, ma perché minaccia di paralizzare le regioni della Lombardia e del Veneto, poli produttivi che negli ultimi due decenni hanno evitato all’economia italiana un destino economico ancora più cupo.

Le vulnerabilità finanziarie dell’Italia sono enormi. Il peso del debito pubblico italiano, pari a circa 2.400 miliardi di euro, è maggiore di quello tedesco, che ammonta a 2.000 miliardi di euro. Il rapporto debito / PIL del governo italiano è aumentato inesorabilmente. Il sistema bancario italiano è seduto su un gigantesco cumulo di attività finanziarie, pari a circa cinquemila miliardi di euro. Mentre le molte banche italiane in crisi hanno venduto (spesso per pochi centesimi) gran parte dei prestiti in sofferenza che i loro mutuatari non stavano rimborsando, la redditività delle banche risulta anemica a causa dei tassi di interesse estremamente bassi e poiché i mutuatari sono ancora in difficoltà, in un ambiente a crescita zero. Il rapporto tra valore di mercato e valore contabile del patrimonio netto anche delle banche più forti d’Italia – Intesa Sanpaolo e UniCredit – rimane ben al di sotto di uno, il che implica che i mercati ritengono che alla fine gran parte delle attività detenute da queste banche saranno cancellate.

* Ashoka Mody insegna alla Princeton University ed è autore di Euro. Una tragedia in nove atti, di prossima pubblicazione in Italia.  


Traduzione di Carmenthesister per Voci Dall'Estero


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L’Algeria si trova ad un passo da un baratro economico devastante

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Di Mauro Indelicato
È il paese più grande del mondo arabo, importante produttore di petrolio nonché vitale ‘laboratorio politico’ del Maghreb e dell’area mediterranea; il riferimento è all’Algeria, paese ricco di contraddizioni, il primo a subire nel proprio territorio la piaga dell’estremismo islamista, ma anche l’unico a non aver avuto considerevoli conseguenze dalle ‘primavere arabe’ che pure proprio tra le strade di Algeri hanno avuto un piccolo ma importante preambolo nel novembre 2010. Per queste e per altre ragioni, il paese nordafricano ha una grande importanza nel contesto mediorientale e del ‘mare nostrum’; pur se in secondo piano nelle cronache che hanno riguardato la regione negli ultimi anni, l’Algeria sta affrontando questioni molto delicate e decisive per il suo futuro e per la stabilità economica e politica dei prossimi anni. Proprio nella settimana appena trascorsa, il Parlamento uscito dalle elezioni di maggio ha approvato un nuovo ‘piano d’azione’ con i crismi di un’urgenza che non lascia, almeno per il momento, trasparire nulla di positivo.

La necessità del nuovo piano d’azione: stampare subito più moneta per pagare gli stipendi

Retta dal 1999 da Abdelaziz Bouteflika, sopravvissuto sia a quattro rielezioni che a numerosi problemi di salute che lo costringono a governare il paese da una sedia a rotelle e con forze fisiche sempre più carenti, l’Algeria ha un’economia non più propriamente socialista ma dove comunque il controllo statale appare importante e dove, con gli introiti delle esportazioni di combustibili fossili, si è cercato di finanziare un adeguato sistema di welfare, oltre che opere pubbliche ed infrastrutturali a volte realmente importanti (quali la nuova metropolitana di Algeri, gli oltre tremila nuovi chilometri di ferrovia e l’asse autostradale est – ovest) ed altre un po’ meno (come, per esempio, la grande moschea della capitale in corso di costruzione ad opera di imprese cinesi). Ma proprio l’eccessiva dipendenza dal petrolio e dagli idrocarburi, ha avviato il paese da alcuni anni ad una fase recessiva che preoccupa non soltanto da un punto di vista economico, ma anche sul fronte della tenuta sociale.
E’ in questo contesto che lo scorso 14 settembre il primo ministro, Ahmed Ouyahia, in Parlamento ha presentato il nuovo piano d’azione dalla durata pluriennale ma  i cui primi effetti nelle intenzioni del governo dovrebbero essere immediati; nel suo discorso ai parlamentari, il capo dell’esecutivo algerino ha affermato senza messi termini che il paese sarebbe sull’orlo di un vero e proprio black out finanziario, un collasso che determinerebbe gravi danni all’economia ed alla società. Toni allarmistici, che Ahmed Ouyahia ha giustificato elencando alcuni dati decisamente poco confortevoli: crollo delle entrate, dimezzamento delle riserve negli ultimi due anni, bilanci che non riescono a chiudersi e difficoltà nel reperimento immediato di nuove risorse. Ma soprattutto, è stato il più grande spauracchio nella vita amministrativa di un paese a dare al piano del governo i crismi dell’urgenza: “Senza questo atto – ha dichiarato il primo ministro – rischiamo già a novembre di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti ed ai funzionari”.
Il parlamento ha quindi approvato, esattamente una settimana dopo, il nuovo piano economico il cui punto vitale riguarda la norma che regola gli ‘investimenti non convenzionali’ da immettere sul mercato interno; in poche parole, si tratta di nuova moneta da stampare per poter pagare gli stipendi e coprire numerose falle di bilancio evitando per il momento il totale collasso delle istituzioni. Una misura drastica, non subito digerita dalle opposizioni sia laiche che islamiste in parlamento; secondo alcuni gruppi politici infatti, la situazione di emergenza prospettata dal governo è da attribuire solamente ad una scusa dell’esecutivo per forzare l’adozione di determinate misure, secondo altri invece il piano d’azione potrebbe mettere soltanto una falla su un sistema che invece andrebbe curato con provvedimenti in grado di agire a lungo termine. Le norme volute da Ahmed Ouyahia sono comunque state approvate: tra queste, oltre alla stampa di una maggiore quantità di moneta, anche il parziale blocco delle importazioni di determinati beni al fine di avvantaggiare la produzione locale.

In gioco la stabilità dell’Algeria

Se da un lato la necessità di ricorrere a misure d’emergenza è molto più di un campanello d’allarme per il paese, dall’altro però è anche vero che il governo ha potuto e voluto muoversi all’interno dell’alveo di una sovranità monetaria e politica che l’Algeria rivendica da sempre da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia; l’operare direttamente sulla propria moneta e l’incidere con misure in un certo qual modo protezionistiche, potrebbe dare respiro nell’immediato e permettere la risoluzione di alcune delle più stringenti problematiche a partire dal pagamento degli stipendi. Pur tuttavia, la fragilità dell’economia algerina appare molto evidente: gli investimenti nelle infrastrutture non sono bastati, il calo dei prezzi del petrolio ha creato gravi buchi nel debito e nel saldo del commercio e, in generale, la mancata diversificazione del sistema economico impongono una seria preoccupazione circa il futuro dell’Algeria. La partita in questione è molto delicata: in ballo non c’è solo l’economia, ma anche la stabilità del paese.
C’è chi ha sostenuto, all’indomani delle cadute di Ben Alì e Mubarack rispettivamente in Tunisia ed Egitto, che in Algeria le istituzioni hanno retto all’urto delle primavere arabe soltanto perché i cittadini algerini hanno ancora ben in mente i ricordi della guerra civile degli anni 90 e quindi la salvaguardia della stabilità, ancora oggi, sarebbe in cima alle preoccupazioni della società civile; certo è però che, qualora il paese continui nella sua fase recessiva aggravando la situazione e dando di sé un’immagine di ‘grande malato’ del nord Africa, la stessa stabilità potrebbe essere compromessa e ciò costituirebbe un problema anche per l’intera area mediterranea.

La crisi la pagano i lavoratori: in 7 paesi Ue salari più bassi di 8 anni fa

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Di Roberto Derta
In sette Stati membri dell’Unione Europea, i salari sono più bassi oggi di quanto non fossero otto anni fa. Lo rileva una ricerca pubblicata oggi dall’istituto associazione europea sindacati (ETUI) e dalla Confederazione europea dei sindacati (CES). La ricerca mostra anche che in 18 paesi dell’Unione europea i salari sono cresciuti molto più lentamente nel corso dei sette anni dopo la crisi che negli otto anni precedenti. Nei 7 anni tra il 2009 e il 2016, i salari reali (al netto dell’inflazione) sono diminuiti ogni anno in media del 3,1% in Grecia; di 1% in Croazia; 0,9% in Ungheria; 0,7% in Portogallo; 0,6% a Cipro; 0,4% nel Regno Unito, e 0,3% in Italia.
La crescita dei salari reali, nel periodo 2009-2016, è stata inferiore rispetto agli anni 2001-2008 in Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia , Slovenia, Spagna e Svezia. In particolare, è precipitata in Romania la crescita dei salari reali medi annui dall’11,2% del 2001-2008 allo 0,1% del 2009-2016, in Lituania dall’8,8 all’1% e in Lettonia dal 10,6 all’1,2%. Solo in 3 paesi – Germania, Polonia e Bulgaria – gli aumenti salariali reali del periodo 2009-2016 hanno superato quelli del 2001-2008.
E anche nel 2016, ora che i salari reali iniziano ad aumentare, sono in realtà diminuiti in Belgio e sono quasi stagnanti in Italia, Francia e Grecia. “È una notizia molto brutta, non solo per i lavoratori e le loro famiglie, ma anche per le imprese”, ha detto il segretario confederale Ces Esther Lynch. “Se i lavoratori hanno meno potere di spesa, ne risentono anche gli affari. È tempo per un vero e proprio recupero. I lavoratori di tutta Europa hanno bisogno di un aumento di stipendio”.

Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/economia/la-crisi-la-pagano-i-lavoratori-in-7-paesi-ue-salari-piu-bassi-di-8-anni-fa-59219/#HKQPCcs0mEVH5aSm.99


Christine Lagarde shock: “Più il mondo va male, meglio è per l’FMI”

Christine Lagarde, Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale

Christine Lagarde, Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale, ha rilasciato un’intervista alla Wharton University of Pennsylvania in cui ammette che “più il mondo va male meglio è per il FMI”: ecco la confessione shock, tradotta in italiano da Bosque Primario per Comedonchisciotte.org

Quando in passato abbiamo scritto che, sulla base di una trascrizione di Wikileaks, il governo greco aveva capito che “c’era stato un sintomatico tentativo  del FMI di ricattare Atene – minacciando un possibile blocco del credito – per costringerlo a cedere sui tagli alle pensioni, che non voleva approvare” l’articolo ha subito fatto il giro del mondo.
Anche se non è ancora stato chiarito se il FMI abbia davvero fatto questa implicita minaccia, ci troviamo a riflettere sul motivo per cui ci sia stato tanto interesse e tanta sorpresa da parte del pubblico sul fatto che il FMI avrebbe potuto abbassarsi a tal punto, anche per i suoi normali standard: usare una nazione di 11 milioni di persone come cavie da laboratorio su cui fare esperimenti politici.
Ma perché tutta questa sorpresa?
Ecco  la trascrizione di una intervista di Aprile 2012 rilasciata da Christine Lagarde, attuale Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale e all’epoca già in carica, alla Wharton University of Pennsylvania.
La stessa Lagarde ammise che il Fondo Monetario Internazionale “prospera” nei momenti in cui il mondo “va male“. E aggiunse che “quando il mondo va bene e ci sono anni di crescita come avvenne nel 2006 e nel 2007, per il FMI gli anni non sono buoni finanziariamente e non solo“.
Va da sé che l’unica prerogativa della Lagarde è quella di assicurarsi che “il FMI vada bene“. E quindi che il mondo vada male.
Ecco la parte interessata:
(D) Knowledge@Wharton
Tra le tante cose che fate, cosa la appassiona di più? Cosa le piacerebbe veramente far succedere? Può parlare anche di una piccola cosa, non deve essere necessariamente qualcosa di importante. Cosa anima veramente il suo cuore?
(R) Christine Lagarde
È piuttosto complicato. Credo che questa sia una cosa importante … che questa sia la mia vera preoccupazione. Vedete, questa è una istituzione molto affascinante perché è completamente controcorrente: quando il mondo che gira intorno al FMI va male, a noi va molto bene. È proprio allora che noi cominciamo a diventare estremamente attivi perché prestiamo soldi e ci guadagniamo con gli interessi e con tutte le altre voci, quindi la nostra istituzione prospera, va bene. Invece quando le cose vanno bene, e ci sono anni di sviluppo come – ad esempio – fu nel periodo 2006-2007, per il FMI le cose non vanno bene, non solo finanziariamente.  
Questa istituzione è un affascinante mix di quasi tutti i paesi del mondo che – per essere sostenibile – deve avere come obiettivo, trascendere tutte le rispettive politiche e strategie nazionali ed essere molto agile, sempre in contatto con i paesi aderenti, con la base della clientela, se vogliamo chiamarla così. Dobbiamo saperci inventare e reinventare in molti modi. Così, come stavo spiegando come stia cambiando il sistema di sorveglianza da bilaterale a multilaterale, se mettiamo a fuoco qualcosa più da vicino, vediamo che tutto è olistico – tutto è correlato – e questo è esattamente quello di cui stiamo parlando.

Il cambiamento del mondo delle sette nella crisi economica, in crescita gruppi pseudoterapici e commerciali

Di Ángeles Lucas


Stai combattendo da anni per guadagnare più soldi e non ti è possibile? Impieghi tutta la tua forza e volontà ma anche così non ottieni benefici economici? E ora con la crisi economica ti senti oppresso e angosciato? Frequantando questo seminario troverai la soluzione”
In questa proposta non compare la parola manipolazione in forma esplicita ma dietro le domande potrebbe nascondersi una setta. Un annuncio di ricerca di impiego, un corso di coaching, un progetto di cooperazione o la cura definitiva per una grave malattia, sono i nuovi modelli di captazione che i leader di setta promuovono su internet e nelle aziende per reclutare adepti per un tipo di sette affiorate con la crisi e che non operano sulla base di principi religiosi: sono le cosiddette sette commerciali e pseudo-terapiche, come la bioneuroemozione.





Satana, riti, divinità, candele e tuniche sono ben lungi dal nuovo concetto di setta. Ora quello che funziona è un discorso new age, la presenza in Internet, i corsi online, la formazione all’imprenditorialità, le tecniche di leadership, le vendita di prodotti nutrizionali, gli attestati per curare…
Diverso dunque anche il profilo delle vittime: generalmente si tratta di persone con incertezze in cerca di benessere personale, di un’immediata opportunità professionale, del superamento di ogni malattia.
Le sette di nutrono delle sofferenze umane e quando attraversiamo momenti di crisi siamo più influenzabili e possiamo essere irretiti con maggior facilità”, è l’analisi di José Miguel Cuevas, psicologo e  professore all’Università di Malaga, esperto di sette. Con altri due professori dell’Università Autonoma di Madrid e di quella di Barcellona hanno appena lanciato “uno studio internazionale titolato Esperienze dell’ abuso in contesti gruppali “, per analizzare la condotta delle vittime rispetto le pressioni settarie.
L’abbiamo elaborato “per la valutazione in ambito clinico e peritale“, spiega lo stesso dott. Cuevas, che assicura trattarsi  dell’indagine più ambiziosa effettuata in Spagna per la sua portata e il numero delle vittime che potrebbe raggiungere le 500 persone. “La ricerca maggiore realizzata, a oggi, comprendeva un campione di 100 soggetti, la nostra indagine si è diffusa tra associazioni ed enti della Spagna e America latina e auspichiamo di gestire un grande quantità di informazioni molto preziose“.
Maria (nome fittizio) è la sorella di un’adepta suicidatasi in seguito all’appartenenza a una setta commerciale. “Non ce la faceva più con la pressione esercitata da quelli che considerava i suoi guru” Racconta di conoscere nomi e cognomi di coloro che introdussero sua sorella nella setta e che andarono perfino al funerale. “Possiedo documenti, messaggi, testimonianzeho parlato al telefono col leader della setta che è l’ultima persona che ha sentito mia sorella prima di morire” dice turbata. “Ho avuto contatti con la polizia segreta, consegnando loro tutta la documentazione che avevo…ma non è servito. Tutto prosegue nell’impunità” assicura Maria.
Calcolare il numero degli affiliati alle sette, è molto complesso. Né il Ministero dell’Interno, né la Polizia Nazionale hanno dati certi e l’opacità con cui si muovono i capi setta rende il compito ancora più difficile. Nonostante questo l’Associazione iberoamericana per lo Studio dell’Abuso Psicologico -AIIAP- (asociación Iberoamericana para la Investigación del Abuso Psicológico (AIIAP) , stima che lo 0,9% della popolazione spagnola aderisca a una qualche setta. “Oltre 500mila adepti, quasi 4 volte in più di venti anni fa” precisa il dott. Miguel Perlado, psicologo e presidente di AIIAP, che tuttavia evidenzia la complessità dei calcoli.
Un’altra realtà spagnola, l’Associazione per la prevenzione della manipolazione settaria -Redune- ( Asociación Española para la Prevención de la Manipulación Sectaria, Redune ), in attività da oltre 15 anni,  sottolinea, tramite le parole del suo presidente Juantxo Domínguez e similmente all’AIIAP: “E’ impressionante il boom di sette commerciali o legate alla bioneuroemozione, che hanno proliferato negli ultimi 5 anni. Riceviamo più di 300 chiamate e lettere al mese con richieste di assistenza, più del doppio di cinque anni fa” riassume. E precisa: “Durante questa crisi economica, l’80% delle consulenze sono inerenti gruppi pseudo-terapici (65%) 0 gruppi commerciali (15%) e solo un 20% è riferito a gruppi di nuova religiosità. Sette anni fa, 80% concerneva gruppi di tipo religioso”.
Il successo delle sette commerciali si deve alla loro capacità di coniugare speranza e dipendenza. “Sono organizzazioni imprenditoriali impegnate a offrire sicurezza economica tramite l’inganno, tecniche di persuasione coercitiva e pressione di gruppo. Convincono a effettuare investimenti economici, a lavorare senza riposo e ad assistere a sessioni di indottrinamento per ottenere un cambiamento profondo della mentalità dei membri, che isolano dal loro ambiente vendendo loro un sogno che finisce, in realtà, per provocare gravi problemi economici e di salute mentale” aggiunge lo psicologo.
D’altra parte, il dott. Perlado avverte che le sette pseudo-terapiche che si celano in centri di terapie alternative e di psicoterapia, nei seminari di auto-miglioramento o nei centri sportivi, costituiscono inoltre un problema di  salute pubblica.  “Manca l’idoneità professionale, la regolamentazione normativa, il controllo dei prodotti che si vendono e dei metodi di cura…Tutto fa supporre un rischio evidente per la salute“.
In ambo i casi, la parola impunità appare costantemente nei discorsi degli esperti e la mancanza di informazione pubblica su queste questioni aggrava la situazione. “In Francia, per es., esiste un osservatorio interministeriale, (MIVILUDES), che permette di controllare questi gruppi, qui no. Benché vi siano strumenti giuridici per la protezione delle vittime, sono inutili se le persone sono maggiorenni, poiché si suppone siano consapevoli di ciò che fanno. Ciò nonostante, le sette annullato la tua volontà e dovrebbe applicarsi qualcosa di analogo che garantisca la protezione come nei casi di violenza di genere“, propone Juantxo Domínguez, presidente di Redune, che evidenzia come la Procura dei Minori di San Sebastián, stia attivando delle indagini in un caso segnalato dall’associazione su possibili abusi.
Il dott. José Miguel Cuevas, in costante contatto con avvocati e vittime, conclude constatando che in Spagna è difficile perseguire queste organizzazioni. ” E non solo…alcune sono protette e godono di privilegi, come l’esenzione dalle imposte o l’assenza di ispezioni sul lavoro, benché competano e tolgano mercato a imprese che agiscono in piena legalità “.
Ci sono tanti che stanno arricchendosi con tutta questa farsa” dice infine Maria, che dopo la morte della sorella ha fondato un’associazione di vittime. “Non voglio che questo accada più a nessuno, stiamo lavorando molto affinché il mio caso non si ripeta. Siamo molto soli, benché vi sia sempre più consapevolezza e sensibilità...” conclude Maria, tra speranza, sconforto e indignazione.
Libera traduzione a cura di https://favisonlus.wordpress.com/

Grecia, la foto simbolo: il pensionato in lacrime davanti alla sua banca



http://andreainforma.blogspot.it/2015/07/grecia-la-foto-simbolo-il-pensionato-in.html


 Un pensionato greco piange disperato seduto per terra fuori da una banca di Salonicco. Gli istituti di credito in Grecia anche venerdì hanno aperto gli sportelli solo per consentire agli anziani senza bancomat di ritirare le pensioni, con un limite di 120 euro a settimana. Molte persone, di fronte alle lunghe code che si sono formate, hanno avuto forti reazioni emotive. Una foto emblematica che ha fatto il giro del mondo. Foto: Afp/Sakis Mitrolidis

Crisi, calano i lavoratori domestici, ma è boom di colf e badanti italiane

Crisi, calano i lavoratori domestici
Ma è boom di colf e badanti italiane

http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/crisi-calano-i-lavoratori-domestici-ma-e-boom-di-colf-e-badanti-italiane_2118775-201502a.shtml

La crisi economica ha ridotto tra le famiglie la richiesta di colf e badanti, che sono diminuite nel complesso del 5,8%. Il calo, però, secondo i dati Inps è stato soprattutto tra il personale straniero, mentre sono aumentate sia le badanti italiane (passate dalle 56mila del 2013 a 63.789 del 2014, il 13,9% in più) sia le collaboratrici domestiche nostre connazionali (cresciute del 4,3% a quota 205mila), confermando la tendenza avviata nel 2013.

Pedagogia della crisi continua

Di Marco Della Luna
La lunga crisi economica, e non solo economica ma anche sociale, costituzionale, morale, culturale, sta letteralmente rieducando i popoli: questa è la riforma delle riforme. Insegna loro una lezione importante e penetrante. L’uomo impara ad interiorizzare una diversa e molto più modesta e docile concezione di se stesso, dei suoi diritti fondamentali, delle sue prospettive esistenziali. Taglia pretese e aspettative.
La crisi prevedibilmente verrà portata avanti, con gli strumenti di destabilizzazione descritti nei miei precedenti articoli (Comunitarismo e Realismo, Questa non è una Crisi Economica), finché questa lezione non sarà stata assimilata e finché la precedente maniera di considerare il mondo, la società, i diritti dell’uomo, non sarà stata dimenticata o perlomeno “sovrascritta” da una nuova coscienza, imperniata sugli elementi seguenti:
Il rating delle agenzie finanziarie e le variabili “necessità” del mercato sono la fonte normativa suprema, superiore ai principi costituzionali e prevalgono su di essi; lo Stato di diritto e garanzia è finito.
Conseguentemente, i diritti di partecipazione democratica e di rappresentanza del cittadino sono condizionati e comprimibili.
Le scelte di politica economica, del lavoro, dei rapporti internazionali discendono da fattori di mercato superiori alla volontà popolare e sono dettate ai popoli dall’alto, da organismi tecnocratici sovranazionali, che non sono responsabili degli effetti di tali scelte e possono mantenerle in vigore quali che siano i loro effetti, mentre esse non sono rifiutabili dai popoli e dai loro rappresentanti.
Se così non fosse, si metterebbe in pericolo il pil, il rating, lo spread. In effetti, gli Stati sono politicamente impotenti e subalterni, essendo indebitati in una moneta che non controllano più essi, ma un cartello bancario, da cui essi dipendono per rifinanziarsi,
Il cittadino è essenzialmente passivo: subisce senza poter reagire, interloquire, negoziare, le tasse, le tariffe, i prezzi imposti dallo Stato, dei monopolisti dei servizi, dell’energia, di molti beni essenziali. Subisce senza poter reagire il tracciamento di tutte le sue azioni, spostamenti, incassi, spese, consumi.
Lo Stato, la pubblica amministrazione, le imprese private monopolistiche che operano in concessione, lo governano e agiscono su di lui da lontano, con mezzi telematici, senza che egli possa interagire con tali soggetti.
Come lavoratore, deve accettare una strutturale mancanza di garanzie e pianificabilità, di stabilità dei rapporti e dei redditi, di continuità occupazionale, di prospettiva di carriera e persino di una pensione sufficiente a vivere.
Come consumatore, deve accettare i prezzi e le tariffe fissate da monopoli multinazionali o da monopoli locali ammanicati con la casta politica.
Deve accettare senza discutere che lo Stato, pur potendo investire e rilanciare l’economia e l’occupazione, scelga piuttosto di lasciare milioni e milioni di persone senza lavoro e nella miseria, nonché senza servizi pubblici decenti, per rispettare i parametri astratti e senza alcuna utilità verificabile, o addirittura dannosi.
Deve accettare che i suoi risparmi, sia in valori finanziari che in beni immobili, siano posti in line e gli vengano gradualmente sottratti con le tasse, le bolle, i bail-in, e che non gli rendano più niente, e che i rendimenti siano solo per i grandissimi capitali, quelli di coloro che comandano la società, e che si muovono in circuiti finanziari off shore dove non si pagano le tasse.
In fatto di ordine pubblico, deve accettare che la sicurezza sia garantita in misura limitata e in modo pressoché occasionale, che molti delitti e traffici criminali si svolgano in modo tollerato, che molti malfattori non vengono perseguiti o vengano subito rilasciati. Deve rinunciare ad essere tranquillo e padrone sul suo territorio. Deve rinunciare ad avere un territorio suo proprio.
Deve inoltre abituarsi a non considerarsi portatore di diritti inalienabili e propri di cittadino, in quanto vede gli immigrati anche clandestini preferiti a lui nei
servizi sanitari, nell’edilizia popolare, nell’assistenza pubblica in generale, e protetti quando commettono abitualmente reati. Deve capire che è lo Stato, dall’alto e insindacabilmente, a dare e togliere diritti, a stabilire chi ha diritti, chi non ne ha, chi ne ha di più, chi ne ha di meno.

Corte dei Conti: la crisi ha fatto tornare i consumi al secolo scorso

 Corte dei Conti: consumi famiglie italiane in caduta verticale
Di Giuseppe Maneggio
La Corte dei Conti ha depositato al Senato un documento in occasione delle audizioni sul Def nel quale evidenzia come i consumi delle famiglie italiane siano tornati ai livelli del secolo scorso. Nel 2014 risultano inferiori del 7,7% rispetto al 2007 e sono tornati al livello del 1999 (a quello del 1997 se misurati in termini pro-capite). La magistratura contabile dello Stato osserva che “il 2007 appare ancora molto lontano per l’Italia. Solo le esportazioni non sono così distanti dai livelli pre-crisi (-1,4 per cento) mentre per tutte le altre componenti della domanda i divari risultano molto ampi”.
Il Pil alla fine del 2014 era dell’8,9 per cento inferiore rispetto al livello pre crisi del 2007 e vicino a quello dell’anno 2000. Medesimo risultato registrato dai consumi delle famiglie inferiori del 7,7 per cento rispetto al 2007.
Impressionante la caduta verticale subita dagli investimenti: 1/3 del loro valore è andato in fumo rispetto a prima della crisi.
Nonostante la leggerissima crescita registrata lo scorso anno, la riduzione di occupazione rispetto al 2007, osserva la Corte dei conti, rimane imponente: le unità di lavoro sono cadute di 800 mila, il tasso di disoccupazione è cresciuto di 6,6 punti percentuali, avendo raggiunto il 13 per cento alla fine del 2014 (3,4 milioni di persone). Il riassorbimento dei posti di lavoro pur con tutte le attenuanti derivate dalle nuove normative, sarà un processo molto lungo.
Le retribuzioni, durante i sette anni di crisi, sono cresciute dell’11 per cento, ma poiché i prezzi al consumo sono anch’essi cresciuti nello stesso periodo del 12,3 per cento, i salari in termini reali sono caduti dell’1,3 per cento.
a Corte dei Conti osserva che la produttività (misurata come Pil per addetto) è diminuita del 2,1 per cento innalzando il costo unitario del lavoro del 12 per cento. Questo ha contribuito a peggiorare la competitività dell’Italia rispetto agli altri partner dell’area euro e della Germania in particolar modo.
Il documento della magistratura contabile si conclude con una triste osservazione: “La ripresa che si prospetta, conserva un’intensità del tutto insufficiente a recuperare le ampie perdite di reddito e di prodotto subite nel corso della recessione“. Come a dire che l’annunciato ritorno alla crescita economica con percentuali da prefisso telefonico servirà a poco o nulla se non a far crescere il livello, già fin troppo elevato, di autostima nutrito da Matteo Renzi.

Gli italiani non hanno piu’ oro da vendere, per i “compro oro” è l’ora della crisi


Per i “compro oro” è arrivata l’ora della crisi. Dopo il boom degli anni 2010-2011, il settore è in forte difficoltà: 13mila aziende hanno infatti chiuso i battenti nell’ultimo triennio, secondo i dati diffusi da Oroitaly, l’organizzazione delle piccole e medie imprese dell’oreficeria
“Le aziende nate sul territorio italiano – dice il segretario Gianni Lepri – sono scese da 35 a 22mila e il fatturato medio è dimezzato. Prima si fatturavano 550-600mila euro l’anno. Oggi i ricavi annuali non superano i 300mila euro”.
Sono quindi stati persi migliaia di posti di lavoro e la situazione è in continuo peggioramento. A penalizzare il settore c’è la forte flessione del prezzo dell’oro. Gli italiani infatti non trovano più conveniente vendere i gioielli che hanno in casa come accadeva fino a poco tempo fa.
Secondo Lepre questo non è il segnale della fine della crisi. “In realtà – spiega – gli italiani hanno dato via il loro tesoretto e si sono ulteriormente impoveriti”.

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