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L’Algeria si trova ad un passo da un baratro economico devastante

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Di Mauro Indelicato
È il paese più grande del mondo arabo, importante produttore di petrolio nonché vitale ‘laboratorio politico’ del Maghreb e dell’area mediterranea; il riferimento è all’Algeria, paese ricco di contraddizioni, il primo a subire nel proprio territorio la piaga dell’estremismo islamista, ma anche l’unico a non aver avuto considerevoli conseguenze dalle ‘primavere arabe’ che pure proprio tra le strade di Algeri hanno avuto un piccolo ma importante preambolo nel novembre 2010. Per queste e per altre ragioni, il paese nordafricano ha una grande importanza nel contesto mediorientale e del ‘mare nostrum’; pur se in secondo piano nelle cronache che hanno riguardato la regione negli ultimi anni, l’Algeria sta affrontando questioni molto delicate e decisive per il suo futuro e per la stabilità economica e politica dei prossimi anni. Proprio nella settimana appena trascorsa, il Parlamento uscito dalle elezioni di maggio ha approvato un nuovo ‘piano d’azione’ con i crismi di un’urgenza che non lascia, almeno per il momento, trasparire nulla di positivo.

La necessità del nuovo piano d’azione: stampare subito più moneta per pagare gli stipendi

Retta dal 1999 da Abdelaziz Bouteflika, sopravvissuto sia a quattro rielezioni che a numerosi problemi di salute che lo costringono a governare il paese da una sedia a rotelle e con forze fisiche sempre più carenti, l’Algeria ha un’economia non più propriamente socialista ma dove comunque il controllo statale appare importante e dove, con gli introiti delle esportazioni di combustibili fossili, si è cercato di finanziare un adeguato sistema di welfare, oltre che opere pubbliche ed infrastrutturali a volte realmente importanti (quali la nuova metropolitana di Algeri, gli oltre tremila nuovi chilometri di ferrovia e l’asse autostradale est – ovest) ed altre un po’ meno (come, per esempio, la grande moschea della capitale in corso di costruzione ad opera di imprese cinesi). Ma proprio l’eccessiva dipendenza dal petrolio e dagli idrocarburi, ha avviato il paese da alcuni anni ad una fase recessiva che preoccupa non soltanto da un punto di vista economico, ma anche sul fronte della tenuta sociale.
E’ in questo contesto che lo scorso 14 settembre il primo ministro, Ahmed Ouyahia, in Parlamento ha presentato il nuovo piano d’azione dalla durata pluriennale ma  i cui primi effetti nelle intenzioni del governo dovrebbero essere immediati; nel suo discorso ai parlamentari, il capo dell’esecutivo algerino ha affermato senza messi termini che il paese sarebbe sull’orlo di un vero e proprio black out finanziario, un collasso che determinerebbe gravi danni all’economia ed alla società. Toni allarmistici, che Ahmed Ouyahia ha giustificato elencando alcuni dati decisamente poco confortevoli: crollo delle entrate, dimezzamento delle riserve negli ultimi due anni, bilanci che non riescono a chiudersi e difficoltà nel reperimento immediato di nuove risorse. Ma soprattutto, è stato il più grande spauracchio nella vita amministrativa di un paese a dare al piano del governo i crismi dell’urgenza: “Senza questo atto – ha dichiarato il primo ministro – rischiamo già a novembre di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti ed ai funzionari”.
Il parlamento ha quindi approvato, esattamente una settimana dopo, il nuovo piano economico il cui punto vitale riguarda la norma che regola gli ‘investimenti non convenzionali’ da immettere sul mercato interno; in poche parole, si tratta di nuova moneta da stampare per poter pagare gli stipendi e coprire numerose falle di bilancio evitando per il momento il totale collasso delle istituzioni. Una misura drastica, non subito digerita dalle opposizioni sia laiche che islamiste in parlamento; secondo alcuni gruppi politici infatti, la situazione di emergenza prospettata dal governo è da attribuire solamente ad una scusa dell’esecutivo per forzare l’adozione di determinate misure, secondo altri invece il piano d’azione potrebbe mettere soltanto una falla su un sistema che invece andrebbe curato con provvedimenti in grado di agire a lungo termine. Le norme volute da Ahmed Ouyahia sono comunque state approvate: tra queste, oltre alla stampa di una maggiore quantità di moneta, anche il parziale blocco delle importazioni di determinati beni al fine di avvantaggiare la produzione locale.

In gioco la stabilità dell’Algeria

Se da un lato la necessità di ricorrere a misure d’emergenza è molto più di un campanello d’allarme per il paese, dall’altro però è anche vero che il governo ha potuto e voluto muoversi all’interno dell’alveo di una sovranità monetaria e politica che l’Algeria rivendica da sempre da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia; l’operare direttamente sulla propria moneta e l’incidere con misure in un certo qual modo protezionistiche, potrebbe dare respiro nell’immediato e permettere la risoluzione di alcune delle più stringenti problematiche a partire dal pagamento degli stipendi. Pur tuttavia, la fragilità dell’economia algerina appare molto evidente: gli investimenti nelle infrastrutture non sono bastati, il calo dei prezzi del petrolio ha creato gravi buchi nel debito e nel saldo del commercio e, in generale, la mancata diversificazione del sistema economico impongono una seria preoccupazione circa il futuro dell’Algeria. La partita in questione è molto delicata: in ballo non c’è solo l’economia, ma anche la stabilità del paese.
C’è chi ha sostenuto, all’indomani delle cadute di Ben Alì e Mubarack rispettivamente in Tunisia ed Egitto, che in Algeria le istituzioni hanno retto all’urto delle primavere arabe soltanto perché i cittadini algerini hanno ancora ben in mente i ricordi della guerra civile degli anni 90 e quindi la salvaguardia della stabilità, ancora oggi, sarebbe in cima alle preoccupazioni della società civile; certo è però che, qualora il paese continui nella sua fase recessiva aggravando la situazione e dando di sé un’immagine di ‘grande malato’ del nord Africa, la stessa stabilità potrebbe essere compromessa e ciò costituirebbe un problema anche per l’intera area mediterranea.

La crisi la pagano i lavoratori: in 7 paesi Ue salari più bassi di 8 anni fa

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Di Roberto Derta
In sette Stati membri dell’Unione Europea, i salari sono più bassi oggi di quanto non fossero otto anni fa. Lo rileva una ricerca pubblicata oggi dall’istituto associazione europea sindacati (ETUI) e dalla Confederazione europea dei sindacati (CES). La ricerca mostra anche che in 18 paesi dell’Unione europea i salari sono cresciuti molto più lentamente nel corso dei sette anni dopo la crisi che negli otto anni precedenti. Nei 7 anni tra il 2009 e il 2016, i salari reali (al netto dell’inflazione) sono diminuiti ogni anno in media del 3,1% in Grecia; di 1% in Croazia; 0,9% in Ungheria; 0,7% in Portogallo; 0,6% a Cipro; 0,4% nel Regno Unito, e 0,3% in Italia.
La crescita dei salari reali, nel periodo 2009-2016, è stata inferiore rispetto agli anni 2001-2008 in Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia , Slovenia, Spagna e Svezia. In particolare, è precipitata in Romania la crescita dei salari reali medi annui dall’11,2% del 2001-2008 allo 0,1% del 2009-2016, in Lituania dall’8,8 all’1% e in Lettonia dal 10,6 all’1,2%. Solo in 3 paesi – Germania, Polonia e Bulgaria – gli aumenti salariali reali del periodo 2009-2016 hanno superato quelli del 2001-2008.
E anche nel 2016, ora che i salari reali iniziano ad aumentare, sono in realtà diminuiti in Belgio e sono quasi stagnanti in Italia, Francia e Grecia. “È una notizia molto brutta, non solo per i lavoratori e le loro famiglie, ma anche per le imprese”, ha detto il segretario confederale Ces Esther Lynch. “Se i lavoratori hanno meno potere di spesa, ne risentono anche gli affari. È tempo per un vero e proprio recupero. I lavoratori di tutta Europa hanno bisogno di un aumento di stipendio”.

Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/economia/la-crisi-la-pagano-i-lavoratori-in-7-paesi-ue-salari-piu-bassi-di-8-anni-fa-59219/#HKQPCcs0mEVH5aSm.99


Christine Lagarde shock: “Più il mondo va male, meglio è per l’FMI”

Christine Lagarde, Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale

Christine Lagarde, Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale, ha rilasciato un’intervista alla Wharton University of Pennsylvania in cui ammette che “più il mondo va male meglio è per il FMI”: ecco la confessione shock, tradotta in italiano da Bosque Primario per Comedonchisciotte.org

Quando in passato abbiamo scritto che, sulla base di una trascrizione di Wikileaks, il governo greco aveva capito che “c’era stato un sintomatico tentativo  del FMI di ricattare Atene – minacciando un possibile blocco del credito – per costringerlo a cedere sui tagli alle pensioni, che non voleva approvare” l’articolo ha subito fatto il giro del mondo.
Anche se non è ancora stato chiarito se il FMI abbia davvero fatto questa implicita minaccia, ci troviamo a riflettere sul motivo per cui ci sia stato tanto interesse e tanta sorpresa da parte del pubblico sul fatto che il FMI avrebbe potuto abbassarsi a tal punto, anche per i suoi normali standard: usare una nazione di 11 milioni di persone come cavie da laboratorio su cui fare esperimenti politici.
Ma perché tutta questa sorpresa?
Ecco  la trascrizione di una intervista di Aprile 2012 rilasciata da Christine Lagarde, attuale Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale e all’epoca già in carica, alla Wharton University of Pennsylvania.
La stessa Lagarde ammise che il Fondo Monetario Internazionale “prospera” nei momenti in cui il mondo “va male“. E aggiunse che “quando il mondo va bene e ci sono anni di crescita come avvenne nel 2006 e nel 2007, per il FMI gli anni non sono buoni finanziariamente e non solo“.
Va da sé che l’unica prerogativa della Lagarde è quella di assicurarsi che “il FMI vada bene“. E quindi che il mondo vada male.
Ecco la parte interessata:
(D) Knowledge@Wharton
Tra le tante cose che fate, cosa la appassiona di più? Cosa le piacerebbe veramente far succedere? Può parlare anche di una piccola cosa, non deve essere necessariamente qualcosa di importante. Cosa anima veramente il suo cuore?
(R) Christine Lagarde
È piuttosto complicato. Credo che questa sia una cosa importante … che questa sia la mia vera preoccupazione. Vedete, questa è una istituzione molto affascinante perché è completamente controcorrente: quando il mondo che gira intorno al FMI va male, a noi va molto bene. È proprio allora che noi cominciamo a diventare estremamente attivi perché prestiamo soldi e ci guadagniamo con gli interessi e con tutte le altre voci, quindi la nostra istituzione prospera, va bene. Invece quando le cose vanno bene, e ci sono anni di sviluppo come – ad esempio – fu nel periodo 2006-2007, per il FMI le cose non vanno bene, non solo finanziariamente.  
Questa istituzione è un affascinante mix di quasi tutti i paesi del mondo che – per essere sostenibile – deve avere come obiettivo, trascendere tutte le rispettive politiche e strategie nazionali ed essere molto agile, sempre in contatto con i paesi aderenti, con la base della clientela, se vogliamo chiamarla così. Dobbiamo saperci inventare e reinventare in molti modi. Così, come stavo spiegando come stia cambiando il sistema di sorveglianza da bilaterale a multilaterale, se mettiamo a fuoco qualcosa più da vicino, vediamo che tutto è olistico – tutto è correlato – e questo è esattamente quello di cui stiamo parlando.

Il cambiamento del mondo delle sette nella crisi economica, in crescita gruppi pseudoterapici e commerciali

Di Ángeles Lucas


Stai combattendo da anni per guadagnare più soldi e non ti è possibile? Impieghi tutta la tua forza e volontà ma anche così non ottieni benefici economici? E ora con la crisi economica ti senti oppresso e angosciato? Frequantando questo seminario troverai la soluzione”
In questa proposta non compare la parola manipolazione in forma esplicita ma dietro le domande potrebbe nascondersi una setta. Un annuncio di ricerca di impiego, un corso di coaching, un progetto di cooperazione o la cura definitiva per una grave malattia, sono i nuovi modelli di captazione che i leader di setta promuovono su internet e nelle aziende per reclutare adepti per un tipo di sette affiorate con la crisi e che non operano sulla base di principi religiosi: sono le cosiddette sette commerciali e pseudo-terapiche, come la bioneuroemozione.





Satana, riti, divinità, candele e tuniche sono ben lungi dal nuovo concetto di setta. Ora quello che funziona è un discorso new age, la presenza in Internet, i corsi online, la formazione all’imprenditorialità, le tecniche di leadership, le vendita di prodotti nutrizionali, gli attestati per curare…
Diverso dunque anche il profilo delle vittime: generalmente si tratta di persone con incertezze in cerca di benessere personale, di un’immediata opportunità professionale, del superamento di ogni malattia.
Le sette di nutrono delle sofferenze umane e quando attraversiamo momenti di crisi siamo più influenzabili e possiamo essere irretiti con maggior facilità”, è l’analisi di José Miguel Cuevas, psicologo e  professore all’Università di Malaga, esperto di sette. Con altri due professori dell’Università Autonoma di Madrid e di quella di Barcellona hanno appena lanciato “uno studio internazionale titolato Esperienze dell’ abuso in contesti gruppali “, per analizzare la condotta delle vittime rispetto le pressioni settarie.
L’abbiamo elaborato “per la valutazione in ambito clinico e peritale“, spiega lo stesso dott. Cuevas, che assicura trattarsi  dell’indagine più ambiziosa effettuata in Spagna per la sua portata e il numero delle vittime che potrebbe raggiungere le 500 persone. “La ricerca maggiore realizzata, a oggi, comprendeva un campione di 100 soggetti, la nostra indagine si è diffusa tra associazioni ed enti della Spagna e America latina e auspichiamo di gestire un grande quantità di informazioni molto preziose“.
Maria (nome fittizio) è la sorella di un’adepta suicidatasi in seguito all’appartenenza a una setta commerciale. “Non ce la faceva più con la pressione esercitata da quelli che considerava i suoi guru” Racconta di conoscere nomi e cognomi di coloro che introdussero sua sorella nella setta e che andarono perfino al funerale. “Possiedo documenti, messaggi, testimonianzeho parlato al telefono col leader della setta che è l’ultima persona che ha sentito mia sorella prima di morire” dice turbata. “Ho avuto contatti con la polizia segreta, consegnando loro tutta la documentazione che avevo…ma non è servito. Tutto prosegue nell’impunità” assicura Maria.
Calcolare il numero degli affiliati alle sette, è molto complesso. Né il Ministero dell’Interno, né la Polizia Nazionale hanno dati certi e l’opacità con cui si muovono i capi setta rende il compito ancora più difficile. Nonostante questo l’Associazione iberoamericana per lo Studio dell’Abuso Psicologico -AIIAP- (asociación Iberoamericana para la Investigación del Abuso Psicológico (AIIAP) , stima che lo 0,9% della popolazione spagnola aderisca a una qualche setta. “Oltre 500mila adepti, quasi 4 volte in più di venti anni fa” precisa il dott. Miguel Perlado, psicologo e presidente di AIIAP, che tuttavia evidenzia la complessità dei calcoli.
Un’altra realtà spagnola, l’Associazione per la prevenzione della manipolazione settaria -Redune- ( Asociación Española para la Prevención de la Manipulación Sectaria, Redune ), in attività da oltre 15 anni,  sottolinea, tramite le parole del suo presidente Juantxo Domínguez e similmente all’AIIAP: “E’ impressionante il boom di sette commerciali o legate alla bioneuroemozione, che hanno proliferato negli ultimi 5 anni. Riceviamo più di 300 chiamate e lettere al mese con richieste di assistenza, più del doppio di cinque anni fa” riassume. E precisa: “Durante questa crisi economica, l’80% delle consulenze sono inerenti gruppi pseudo-terapici (65%) 0 gruppi commerciali (15%) e solo un 20% è riferito a gruppi di nuova religiosità. Sette anni fa, 80% concerneva gruppi di tipo religioso”.
Il successo delle sette commerciali si deve alla loro capacità di coniugare speranza e dipendenza. “Sono organizzazioni imprenditoriali impegnate a offrire sicurezza economica tramite l’inganno, tecniche di persuasione coercitiva e pressione di gruppo. Convincono a effettuare investimenti economici, a lavorare senza riposo e ad assistere a sessioni di indottrinamento per ottenere un cambiamento profondo della mentalità dei membri, che isolano dal loro ambiente vendendo loro un sogno che finisce, in realtà, per provocare gravi problemi economici e di salute mentale” aggiunge lo psicologo.
D’altra parte, il dott. Perlado avverte che le sette pseudo-terapiche che si celano in centri di terapie alternative e di psicoterapia, nei seminari di auto-miglioramento o nei centri sportivi, costituiscono inoltre un problema di  salute pubblica.  “Manca l’idoneità professionale, la regolamentazione normativa, il controllo dei prodotti che si vendono e dei metodi di cura…Tutto fa supporre un rischio evidente per la salute“.
In ambo i casi, la parola impunità appare costantemente nei discorsi degli esperti e la mancanza di informazione pubblica su queste questioni aggrava la situazione. “In Francia, per es., esiste un osservatorio interministeriale, (MIVILUDES), che permette di controllare questi gruppi, qui no. Benché vi siano strumenti giuridici per la protezione delle vittime, sono inutili se le persone sono maggiorenni, poiché si suppone siano consapevoli di ciò che fanno. Ciò nonostante, le sette annullato la tua volontà e dovrebbe applicarsi qualcosa di analogo che garantisca la protezione come nei casi di violenza di genere“, propone Juantxo Domínguez, presidente di Redune, che evidenzia come la Procura dei Minori di San Sebastián, stia attivando delle indagini in un caso segnalato dall’associazione su possibili abusi.
Il dott. José Miguel Cuevas, in costante contatto con avvocati e vittime, conclude constatando che in Spagna è difficile perseguire queste organizzazioni. ” E non solo…alcune sono protette e godono di privilegi, come l’esenzione dalle imposte o l’assenza di ispezioni sul lavoro, benché competano e tolgano mercato a imprese che agiscono in piena legalità “.
Ci sono tanti che stanno arricchendosi con tutta questa farsa” dice infine Maria, che dopo la morte della sorella ha fondato un’associazione di vittime. “Non voglio che questo accada più a nessuno, stiamo lavorando molto affinché il mio caso non si ripeta. Siamo molto soli, benché vi sia sempre più consapevolezza e sensibilità...” conclude Maria, tra speranza, sconforto e indignazione.
Libera traduzione a cura di https://favisonlus.wordpress.com/

Grecia, la foto simbolo: il pensionato in lacrime davanti alla sua banca



http://andreainforma.blogspot.it/2015/07/grecia-la-foto-simbolo-il-pensionato-in.html


 Un pensionato greco piange disperato seduto per terra fuori da una banca di Salonicco. Gli istituti di credito in Grecia anche venerdì hanno aperto gli sportelli solo per consentire agli anziani senza bancomat di ritirare le pensioni, con un limite di 120 euro a settimana. Molte persone, di fronte alle lunghe code che si sono formate, hanno avuto forti reazioni emotive. Una foto emblematica che ha fatto il giro del mondo. Foto: Afp/Sakis Mitrolidis

Crisi, calano i lavoratori domestici, ma è boom di colf e badanti italiane

Crisi, calano i lavoratori domestici
Ma è boom di colf e badanti italiane

http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/crisi-calano-i-lavoratori-domestici-ma-e-boom-di-colf-e-badanti-italiane_2118775-201502a.shtml

La crisi economica ha ridotto tra le famiglie la richiesta di colf e badanti, che sono diminuite nel complesso del 5,8%. Il calo, però, secondo i dati Inps è stato soprattutto tra il personale straniero, mentre sono aumentate sia le badanti italiane (passate dalle 56mila del 2013 a 63.789 del 2014, il 13,9% in più) sia le collaboratrici domestiche nostre connazionali (cresciute del 4,3% a quota 205mila), confermando la tendenza avviata nel 2013.

Pedagogia della crisi continua

Di Marco Della Luna
La lunga crisi economica, e non solo economica ma anche sociale, costituzionale, morale, culturale, sta letteralmente rieducando i popoli: questa è la riforma delle riforme. Insegna loro una lezione importante e penetrante. L’uomo impara ad interiorizzare una diversa e molto più modesta e docile concezione di se stesso, dei suoi diritti fondamentali, delle sue prospettive esistenziali. Taglia pretese e aspettative.
La crisi prevedibilmente verrà portata avanti, con gli strumenti di destabilizzazione descritti nei miei precedenti articoli (Comunitarismo e Realismo, Questa non è una Crisi Economica), finché questa lezione non sarà stata assimilata e finché la precedente maniera di considerare il mondo, la società, i diritti dell’uomo, non sarà stata dimenticata o perlomeno “sovrascritta” da una nuova coscienza, imperniata sugli elementi seguenti:
Il rating delle agenzie finanziarie e le variabili “necessità” del mercato sono la fonte normativa suprema, superiore ai principi costituzionali e prevalgono su di essi; lo Stato di diritto e garanzia è finito.
Conseguentemente, i diritti di partecipazione democratica e di rappresentanza del cittadino sono condizionati e comprimibili.
Le scelte di politica economica, del lavoro, dei rapporti internazionali discendono da fattori di mercato superiori alla volontà popolare e sono dettate ai popoli dall’alto, da organismi tecnocratici sovranazionali, che non sono responsabili degli effetti di tali scelte e possono mantenerle in vigore quali che siano i loro effetti, mentre esse non sono rifiutabili dai popoli e dai loro rappresentanti.
Se così non fosse, si metterebbe in pericolo il pil, il rating, lo spread. In effetti, gli Stati sono politicamente impotenti e subalterni, essendo indebitati in una moneta che non controllano più essi, ma un cartello bancario, da cui essi dipendono per rifinanziarsi,
Il cittadino è essenzialmente passivo: subisce senza poter reagire, interloquire, negoziare, le tasse, le tariffe, i prezzi imposti dallo Stato, dei monopolisti dei servizi, dell’energia, di molti beni essenziali. Subisce senza poter reagire il tracciamento di tutte le sue azioni, spostamenti, incassi, spese, consumi.
Lo Stato, la pubblica amministrazione, le imprese private monopolistiche che operano in concessione, lo governano e agiscono su di lui da lontano, con mezzi telematici, senza che egli possa interagire con tali soggetti.
Come lavoratore, deve accettare una strutturale mancanza di garanzie e pianificabilità, di stabilità dei rapporti e dei redditi, di continuità occupazionale, di prospettiva di carriera e persino di una pensione sufficiente a vivere.
Come consumatore, deve accettare i prezzi e le tariffe fissate da monopoli multinazionali o da monopoli locali ammanicati con la casta politica.
Deve accettare senza discutere che lo Stato, pur potendo investire e rilanciare l’economia e l’occupazione, scelga piuttosto di lasciare milioni e milioni di persone senza lavoro e nella miseria, nonché senza servizi pubblici decenti, per rispettare i parametri astratti e senza alcuna utilità verificabile, o addirittura dannosi.
Deve accettare che i suoi risparmi, sia in valori finanziari che in beni immobili, siano posti in line e gli vengano gradualmente sottratti con le tasse, le bolle, i bail-in, e che non gli rendano più niente, e che i rendimenti siano solo per i grandissimi capitali, quelli di coloro che comandano la società, e che si muovono in circuiti finanziari off shore dove non si pagano le tasse.
In fatto di ordine pubblico, deve accettare che la sicurezza sia garantita in misura limitata e in modo pressoché occasionale, che molti delitti e traffici criminali si svolgano in modo tollerato, che molti malfattori non vengono perseguiti o vengano subito rilasciati. Deve rinunciare ad essere tranquillo e padrone sul suo territorio. Deve rinunciare ad avere un territorio suo proprio.
Deve inoltre abituarsi a non considerarsi portatore di diritti inalienabili e propri di cittadino, in quanto vede gli immigrati anche clandestini preferiti a lui nei
servizi sanitari, nell’edilizia popolare, nell’assistenza pubblica in generale, e protetti quando commettono abitualmente reati. Deve capire che è lo Stato, dall’alto e insindacabilmente, a dare e togliere diritti, a stabilire chi ha diritti, chi non ne ha, chi ne ha di più, chi ne ha di meno.

Corte dei Conti: la crisi ha fatto tornare i consumi al secolo scorso

 Corte dei Conti: consumi famiglie italiane in caduta verticale
Di Giuseppe Maneggio
La Corte dei Conti ha depositato al Senato un documento in occasione delle audizioni sul Def nel quale evidenzia come i consumi delle famiglie italiane siano tornati ai livelli del secolo scorso. Nel 2014 risultano inferiori del 7,7% rispetto al 2007 e sono tornati al livello del 1999 (a quello del 1997 se misurati in termini pro-capite). La magistratura contabile dello Stato osserva che “il 2007 appare ancora molto lontano per l’Italia. Solo le esportazioni non sono così distanti dai livelli pre-crisi (-1,4 per cento) mentre per tutte le altre componenti della domanda i divari risultano molto ampi”.
Il Pil alla fine del 2014 era dell’8,9 per cento inferiore rispetto al livello pre crisi del 2007 e vicino a quello dell’anno 2000. Medesimo risultato registrato dai consumi delle famiglie inferiori del 7,7 per cento rispetto al 2007.
Impressionante la caduta verticale subita dagli investimenti: 1/3 del loro valore è andato in fumo rispetto a prima della crisi.
Nonostante la leggerissima crescita registrata lo scorso anno, la riduzione di occupazione rispetto al 2007, osserva la Corte dei conti, rimane imponente: le unità di lavoro sono cadute di 800 mila, il tasso di disoccupazione è cresciuto di 6,6 punti percentuali, avendo raggiunto il 13 per cento alla fine del 2014 (3,4 milioni di persone). Il riassorbimento dei posti di lavoro pur con tutte le attenuanti derivate dalle nuove normative, sarà un processo molto lungo.
Le retribuzioni, durante i sette anni di crisi, sono cresciute dell’11 per cento, ma poiché i prezzi al consumo sono anch’essi cresciuti nello stesso periodo del 12,3 per cento, i salari in termini reali sono caduti dell’1,3 per cento.
a Corte dei Conti osserva che la produttività (misurata come Pil per addetto) è diminuita del 2,1 per cento innalzando il costo unitario del lavoro del 12 per cento. Questo ha contribuito a peggiorare la competitività dell’Italia rispetto agli altri partner dell’area euro e della Germania in particolar modo.
Il documento della magistratura contabile si conclude con una triste osservazione: “La ripresa che si prospetta, conserva un’intensità del tutto insufficiente a recuperare le ampie perdite di reddito e di prodotto subite nel corso della recessione“. Come a dire che l’annunciato ritorno alla crescita economica con percentuali da prefisso telefonico servirà a poco o nulla se non a far crescere il livello, già fin troppo elevato, di autostima nutrito da Matteo Renzi.

Gli italiani non hanno piu’ oro da vendere, per i “compro oro” è l’ora della crisi


Per i “compro oro” è arrivata l’ora della crisi. Dopo il boom degli anni 2010-2011, il settore è in forte difficoltà: 13mila aziende hanno infatti chiuso i battenti nell’ultimo triennio, secondo i dati diffusi da Oroitaly, l’organizzazione delle piccole e medie imprese dell’oreficeria
“Le aziende nate sul territorio italiano – dice il segretario Gianni Lepri – sono scese da 35 a 22mila e il fatturato medio è dimezzato. Prima si fatturavano 550-600mila euro l’anno. Oggi i ricavi annuali non superano i 300mila euro”.
Sono quindi stati persi migliaia di posti di lavoro e la situazione è in continuo peggioramento. A penalizzare il settore c’è la forte flessione del prezzo dell’oro. Gli italiani infatti non trovano più conveniente vendere i gioielli che hanno in casa come accadeva fino a poco tempo fa.
Secondo Lepre questo non è il segnale della fine della crisi. “In realtà – spiega – gli italiani hanno dato via il loro tesoretto e si sono ulteriormente impoveriti”.

Grecia: è emergenza umanitaria:medicine finite nelle farmacie



Di Salvatore Santoru

Ormai in Grecia è emergenza umanitaria: nelle farmacie scarseggiano le medicine di base e sugli scaffali dei supermercati non ci sono quasi più gli ultimi prodotti alimentari d'importazione da arraffare. Ad Atene, secondo quanto riferito dall'emittente radiotelevisiva privata Antenna, "se ci sono ancora generi alimentari sugli scaffali dei supermercati, questo dipende dalla buona amministrazione dei responsabili dei supermercati stessi".
Per approfondire sulla situazione:http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2015/03/23/focusgreciae-emergenza-umanitaria-farmacie-senza-medicine_d18b727a-42a6-401b-b45a-1699eaf300cf.html

Il declino italiano? Tutto è cominciato negli anni ’90

Di Giuseppe Maneggio
 E’ opinione diffusa tra gli accoliti della sinistra italiana che i mali economici del Belpaesesiano stati in larga misura acuiti e creati dai governi presieduti da Silvio Berlusconi. Mentre un’altra grossa fetta della popolazione è convinta che si debba viceversa far risalire le cause del declino alla pazza spesa pubblica della stagione dei governi del Pentapartito, quindi grosso modo in quel periodo storico che va dal 1980 alla nascita della cosiddetta e fantomatica Seconda Repubblica (1993). Quest’ultima tesi è quella che va per la maggiore negli ambienti dei liberali moderati che indistintamente possono essere collocati all’interno del centro-destra o del centro-sinistra.
In questa piccola analisi ci occuperemo invece di quel periodo che va dalla fine degli anni ’80 fino alla fine dei ’90. Scopriremo come e perché le cause di tutti i nostri mali economici siano da attribuire alle politiche intraprese durante quegli anni. Anni che hanno visto il crollo del nostro Pil e del valore della lira contro il marco tedesco e dollaro Usa e il drammatico avvento delle privatizzazioni. L’Italia perderà terreno nei confronti della Francia (-21%), della Germania (-29,3%), della Gran Bretagna (-11,1%), del Giappone (-27,7%) e degli Stati Uniti (-25,8%). Per ricchezza prodotta il nostro paese raggiungerà il suo punto più elevato nel 1986 entrando a pieno titolo al quinto posto delle nazioni del G6 e scavalcando anche la Gran Bretagna per 47 miliardi delle vecchie Lire. L’Italia raggiunse un altro storico traguardo nel 1991 allorquando in piena Tangentopoli divenne la quinta potenza industriale del pianeta e sfiorando il quarto posto nella classifica delle nazioni più ricche.
Fu l’ultimo capitolo di una stagione che vedeva la politica ancora con le redini per poter intervenire nei processi economici del paese. L’epitaffio più prestigioso prima che il pool di Mani Pulite facesse piazza pulita della classe dirigente e imprenditoriale con il chiaro intento di aprire la strada a potentati economici e finanziari di marca anglo sassone. Si chiudeva la stagione dell’intervento pubblico e di tutti quei meccanismi partecipativi che permisero alla nostra economia di vivere i fasti del boom economico degli anni ’70 e del consolidamento degli ’80. Gran merito di questo successo va attribuito alle strutture, alle leggi e a quegli istituti (Iri su tutti) creati durante il fascismo che in un modo e nell’altro sopravvissero ancora nei decenni successivi al Ventennio.
Nel 1987 l’Italia entra nello Sme (Sistema monetario europeo) e il Pil passa dai 617 miliardi di dollari dell’anno precedente ai 1201 miliardi del 1991 (+94,6% contro il 64% della Francia, il 78,6% della Germania, l’87% della Gran Bretagna e il 34,5% degli Usa). Il saldo della bilancia commerciale è in attivo di 7 miliardi mentre la lira si rivaluta del +15,2% contro il dollaro e si svaluta del -8,6% contro il marco tedesco.
Tutto questo, come detto, ha un suo apice e un suo termine coincidente con la nascita della Seconda Repubblica. La fredda legge dei numeri ci dice difatti che dal 31 dicembre del 1991 al 31 dicembre del 1995, solo quattro anni, la lira si svaluterà del -29,8% contro il marco tedesco e del -32,2% contro il dollaro Usa. La difesa ad oltranza e insostenibile del cambio con la moneta teutonica e l’attacco finanziario speculativo condotto da George Soros costarono all’Italia la folle cifra di 91.000 miliardi di lire. In questi quattro anni il Pil crescerà soltanto del 5,4% e sarà il fanalino di coda della crescita all’interno del G6. In questi anni di governi tecnici la crescita italiana perderà terreno nei confronti della Francia (-21%,), della Germania (-29,3%), della Gran Bretagna (-11,1%), del Giappone (-27,7%) e degli Usa (-25,8%).
Sono questi gli anni più tragici per l’economia italiana. Da allora la crescita, quando c’è stata, si è contabilizzata sulla base di cifre percentuali da prefisso telefonico. L’Italia perse in pochi mesi la classe politica del trentennio precedente che venne rimpiazzata nei posti strategici soprattutto da gente proveniente da noti istituzioni bancarie che seguirono – facendo addirittura meglio – alla lettera l’esempio thatcheriano. Non è un caso che proprio la Gran Bretagna della Lady di ferro perse nel periodo che va dal 1981 al 1986 il 29% di crescita nei confronti dell’Italia, il 4.9% nei confronti della Francia e il 5% nei confronti della Germania. La fredda legge dei numeri che una volta per tutte smentisce chi ancora oggi glorifica la svolta liberista intrapresa dalla Thatcher.
Svolta liberista che a partire dai governi tecnici e di sinistra colpì pesantemente l’Italia. Tutte le riforme strutturali avviate in quegli anni portarono il nostro paese a perdere posizioni che mai più avrebbe riguadagnato.
A seguire tutte le privatizzazioni con relativo valore al momento della cessione in miliardi di lire dell’epoca:
  • 1993 Italgel, Cirio-Bertolli-De Rica, Siv 2.753
  • 1994 Comit, Imi, Ina, Sme, Nuovo Pignone, Acciai Speciali Terni 12.704
  • 1995 Eni, Italtel, Ilva Laminati piani, Enichem, Augusta 13.462
  • 1996 Dalmine Italimpianti, Nuova Tirrenia, Mac, Monte Fibre 18.000
  • 1997 Telecom Italia, Banca di Roma, Seat, Aeroporti di Roma 40.000
  • 1998 Bnl + altre tranche 25.000
  • 1999 Enel, Autostrade, Medio Credito Centrale 47.100
  • 2000 Dismissione Iri 19.000
Con la scusa di reperire capitali in vista della futura introduzione della moneta unica il governo presieduto da Romano Prodi (17 maggio 1996 – 20 ottobre 1998) iniziò a spingere sull’acceleratore delle privatizzazioni e sulle cartolarizzazioni, ovvero la sistematica svendita del patrimonio di tutti gli italiani.
Il governo Prodi non riuscì a completare la sua missione perchè ad ottobre del 1998 cadde, ma con una mossa a sorpresa, evitando di fatto il ricorso alle urne, si diede l’incarico di creare una nuova maggioranza all’ex comunista Massimo D’Alema, che che proseguì la barbarie fin quando gli fu permesso (aprile del 2000) e conseguentemente proseguito dal governo “tecnico” Amato, quest’ultimo finito con la chiamata alle urne nel maggio del 2001.
Questa fu la stagione legata alla più colossale svendita del patrimonio pubblico italiano. Furono incassati 178.019 miliardi di lire pari a 91 miliardi di euro. “Meglio” della liberale Inghilterra della Thatcher. Milioni di posti di lavoro cancellati negli anni a venire che fecero perdere quella crescita che viceversa aveva contraddistinto i decenni precedenti.
Le privatizzazioni non sono mai cessate. Dopo il 2000 proseguirono e continuano ancor oggi a piè sospinto. Cambia solo la ragione per la quale i governi ci dicono che dobbiamo procedere obbligatoriamente per questa strada: l’abbattimento del debito pubblico. Vale a dire come far passare il fatidico cammello attraverso la cruna dell’ago.
Ma le privatizzazioni non solo non sono servite a nessuna delle cause fin qui addotte, ma come detto prima, cancellano posti di lavoro abbassando l’occupazione reale nell’arco di qualche anno. Nessuna delle ex aziende pubbliche ristrutturate dai privati ha difatti provveduto ad assumere più dipendenti della vecchia gestione. Centinaia di migliaia di posti di lavoro persi in favore del precariato e di tutti quei contratti a termine che hanno tolto certezze e diritti.
Un altro elemento che oggi favorisce questa continua barbarie ai danni del lavoro ci è data dall’immigrazione favorita e voluta dalla Ue, accompagnata dal solito finto e perfido buonismo, che ha la funzione di servire sempre alla stessa finalità: alzare la disoccupazione marginale per far accettare ai lavoratori salari e diritti calanti.
L’Italia ha avuto nel suo passato degli ottimi spunti che ci hanno posto ai vertici delle nazioni più competitive e questo malgrado le cassandre che enfatizzavano gli aspetti legati all’elevata corruzione, alla criminalità organizzata e all’ignavia tipica dei mediterranei. Un paese che era vivo e presente, con il giusto slancio per affrontare qualsiasi sfida posta a livello internazionale. E questo era stato ampiamente compreso dai nostri diretti competitor, Germania, Gran Bretagna e Francia in testa che hanno fatto di tutto per smantellarci pezzo dopo pezzo.
Nel 1997 il Pil italiano ha ancora una brutta caduta e passa dai 1266 miliardi dell’anno precedente ai 1199 miliardi. Recupera qualcosa nel ’98 (1225 miliardi) per poi scendere ancora a 1208 miliardi di dollari nel 1999. L’intero periodo segna una decrescita complessiva del -4,6%.
L’11 dicembre del 2001 dopo 15 anni di negoziati, la Cina entrava a far parte del Wto (World Trade Organization), l’organizzazione mondiale del commercio. Da allora tutto è cambiato. Le economie anglosassoni, grazie alla deregolamentazione dei mercati voluta da Bill Clinton e Tony Blair, si sono votate esclusivamente sul finanziario. Si è creata di fatto una asimmetria tra rendita finanziaria e profitto capitalistico che ha favorito la Cina che con i presupposti della concorrenza sleale ha sparigliato tutti soprattutto nel campo manifatturiero, da sempre fiore all’occhiello dell’Italia. Chi non ha retto questi primi tragici anni del terzo millennio o ha chiuso i battenti o ha delocalizzato la produzione proprio nel paese del Dragone.
Dal 2001 in poi i protagonisti dell’economia mondiale saranno altri. L’Italia esce mestamente dal G6 accompagnata verso un ruolo di marginalità politico-economica sempre maggiore.

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