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Altro che larghe intese : questo è il Governo delle larghe scissioni


Di Giacomo Cangi

Viene quasi il dubbio che questo Governo delle larghe intese porti sfortuna ai partiti che lo sostengono. Ce ne fosse uno che sia unito, compatto. Tutti sono divisi o dilaniati al loro interno.

Scelta Civica

 Ormai è ufficialmente finito il percorso comune di Udc e Scelta Civica. Da quanto si apprende, la spaccatura sarebbe avvenuta a causa delle critiche dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti alla legge di stabilità mentre gli ex Udc chiedevano un sostegno più forte all’azione di Governo. I popolari, che fanno riferimento soprattutto al ministro Mario Mauro, guardano con interesse a quello che sta succedendo in casa Pdl. Non è un dettaglio da sottovalutare il fatto che Formigoni e Lupi siano ciellini doc proprio come Mauro. Ma i popolari potrebbero strizzare l’occhio anche ai tanti centristi del Pd. Non è da escludere che alle prossime elezioni queste tre forze possano presentarsi insieme, formando una sorta di nuova Democrazia Cristiana. Pier Ferdinando Casini non sta con i montani ma con i popolari. E viene da sorridere ripensando a cosa diceva solamente un anno fa: «Deve essere ancora la politica dopo le elezioni, col suffragio degli elettori, a richiamare Monti» in quanto non c’è «alternativa alla sua affidabilità e credibilità» (17 novembre 2012), «Io auspico un Monti-bis, spero che l’Italia continui ad essere affidata a mani capaci, ad una persona seria», c’è «la necessità di continuare con l’agenda Monti. (…) Monti dice la verità, non ci sono più promesse e demagogia, dice che siamo messi male e che bisogna fare sacrifici» (19 Novembre 2012). A Casini non venne in mente che se gli italiani sono messi male è anche per colpa sua.

Centrodestra

 Da una parte c’è Berlusconi con i suoi fedelissimi e dall’altra parte Angelino Alfano, Fabrizio Cicchitto, Roberto Formigoni, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Nunzia De Girolamo, Beatrice Lorenzin, Gaetano Quagliariello, Carlo Giovanardi. L’impressione è che i cosiddetti alfaniani si siano allontanati dal Cavaliere per un motivo di semplice convenienza. Hanno capito che il leader del centrodestra è vicino alla fine. Fra poco verrà votata la decadenza, ed essendo a scrutinio palese, Berlusconi non potrà contare sui 101 che affossarono la candidatura di Prodi al Quirinale. In più, stanno andando avanti anche gli altri processi. Insomma, gli alfaniani stanno cercano di costruirsi un futuro politico che non prevede Berlusconi. C’è però un piccolo particolare da tenere presente: politicamente parlando, gli alfaniani valgono zero, non li votere praticamente nessuno. Nel Popolo della Libertà a portare i voti era uno soltanto, non certo la sua banda di (ex) cortigiani. Berlusconi però se li vuole tenere stressi. Ha infatti dichiarato che «non dobbiamo scavare un solco che poi sarà difficile da rimuovere. Questo gruppo (…) dovrà poi necessariamente far parte della coalizione dei moderati, dobbiamo comportarci con loro come con Lega e Fdi. E non fargli dichiarazioni contro». Il Cavaliere è un abile politico e ha imparato la lezione delle elezioni di febbraio quando la sua coalizione prese 10.069.117 voti contro i 10.353.360 della coalizione di centrosinistra. Solamente 284.243 preferenze in meno. A Berlusconi mancarono i 3.772.525 voti che andarono a Scelta Civica. I quali furono molti meno del previsto, ma sufficienti a impedire il sorpasso del centrodestra berlusconiano sul centrosinistra. Il Cavaliere ha capito che il centrodestra vince quando si presenta unito. Quando si presenta diviso, perde. Magari di poco, ma perde. E non è detto che alle prossime elezioni, al Cavaliere vada così bene come qualche mese fa, quando trovò un centrosinistra disposto a fare un Governo insieme al suo storico nemico.


Partito Democratico

 Nel Pd le scissioni interne non sono certo una novità. Primo motivo di divisione è il sindaco di Firenze Matteo Renzi che non piace, per motivi diversi, a una buona fetta del partito. Il secondo motivo di scontro è il futuro europeo del Pd. L’attuale segretario Guglielmo Epifani ha annunciato da poco che «tra febbraio e marzo avremo l’onore di organizzare a Roma, per la prima volta, il congresso del Pse». Apriti cielo. Subito Fioroni ha minacciato la scissione: «Un blitz pericoloso e grave», «Viene meno l’atto fondativo del Pd», «Lo scioglimento della Margherita è annullato di fatto». Gli ha fatto eco Giorgio Merlo, dirigente nazionale del partito: «È sufficiente ricordare che il profilo politico del Pd, l’atto fondativo del Pd e la prospettiva stessa del Pd non prevedono una confluenza acritica e passiva del partito nel Pse. Chi lo pensa o ha troppa fretta o dà per scontato un passaggio che nessuno ha mai discusso». Non la pensa come loro il candidato alle primarie Gianni Pittella: «La linea maggioritaria del Pd dovrebbe essere, mi auguro, quella dell’adesione alla famiglia del socialismo europeo. Poi se Fioroni non vuole starci è libero di andarsene ma non può impedire al Pd di fare le sue scelte». Terzo motivo: il caso Ligresti. Sono sempre di più i democratici che chiedono le dimissioni, fra cui tutti i candidati alle primarie. I filogovernativi, invece, non ne vogliono sapere di sfiduciare la Cancellieri.

Chi ci guadagna?

 Di sicuro non Sel, visto il recente scandalo che ha al centro il suo leader Nichi Vendola, probabilmente giunto alla fine della sua carriera politica. Ma il Movimento 5 Stelle. Così come durante il Governo Monti i pentastellati accumularono un largo consenso grazie agli autogol degli altri partiti, soprattutto del Pd, adesso stanno approfittando dell’immobilismo del Governo. E, soprattutto, dell’atteggiamento dei partiti che sembrano essere più impegnati a risolvere i loro dilemmi interni piuttosto che i problemi degli italiani.

Fonte:http://www.wakeupnews.eu/altro-che-larghe-intese-il-governo-delle-larghe-scissioni/

Rimborsi elettorali: ecco quanto incasserà ogni partito. M5S escluso



Di Antonio Palma

Finita la campagna elettorale i partiti che hanno partecipato alla consultazione elettorale per il rinnovamento del Parlamento sono pronti ad incassare i rimborsi elettorali previsti per legge. Attenzione non si tratta di veri e propri rimborsi per i costi sostenuti in questi mesi, ma di un finanziamento a forfait in base al numero dei voti ricevuti alle elezioni politiche. La torta da spartirsi nel 2013 si aggira intorno ai 160 milioni di euro, e considerando che il numero di senatori e deputati  eletti è stato pari a 945, il rimborso medio sarà di oltre 169mila euro per ogni parlamentare. Una cifra enorme comparata con i costi effettivamente sostenuti ma che impallidisce di fronte ai rimborsi percepiti dai partiti nella passata legislatura.

Al Pd la cifra maggiore - Dopo la riforma varata lo scorso anno con una legge bipartisan che ha limitato l'erogazione dei fondi pubblici ai soli partiti che eleggono almeno un parlamentare, la somma complessiva infatti è significativamente diminuita rispetto ai 407 milioni del 2008, che equivaleva  al record di  430 mila euro di rimborso per ogni parlamentare. Nel dettaglio e sulla base dei risultati elettorali il partito che dovrebbe intascare i rimborsi maggiori è il Pd con una cifra che si aggira intorno ai  45,8 milioni di euro, seguito dal Movimento Cinque Stelle con 42,7 milioni di euro, dal Pdl con 38 milioni di euro e da Scelta Civica con Monti che intasca “solo” 15 milioni di euro.


Anche i partiti al di sotto dell'1% avranno i rimborsi - In questa classifica dei guadagni per essere semplicemente entrati in Parlamento troviamo poi La Lega Nord con 7,3 milioni di euro, Sel con 5,1 milioni di euro, Fratelli d'Italia che intasca 1,6 milioni di euro e l'Udc a cui toccheranno 1,5 milioni di euro. Ma fette più piccole della torta dei rimborsi elettorali spettano anche alle formazioni più piccole da Grande Sud di Miccichè che intasca 350mila euro a SVP che ne prende 366mila, passando per i 398mila euro che invece spettano al lista di Crocetta e i 422mila euro del Centro Democratico.

Il Movimento Cinque Stelle rinuncerà al rimborso - In realtà il Movimento Cinque Stelle come da programma elettorale ha già annunciato che rinuncerà al rimborso previsto, come già accaduto in Sicilia dopo le elezioni regionali per il parlamento dell'Isola. Del resto uno dei punti cardine del programma politico del M5S è proprio l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti o rimborsi elettorali come ribadito dallo stesso Beppe Grillo dopo il voto. Vedremo se l'esempio del M5S potrà convincere qualche altro partito a rinunciare al suo rimborso.

Fonte:http://www.fanpage.it/rimborsi-elettorali-ecco-quanto-incassera-ogni-partito-m5s-escluso/

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