C'è un paradosso che attraversa la politica contemporanea e che nei piccoli centri della Sardegna appare con una chiarezza quasi disarmante.
Da anni si ripete che i giovani non partecipano, che non si interessano alla cosa pubblica, che preferiscono osservare piuttosto che agire. Si organizzano convegni, dibattiti e campagne per coinvolgerli. Si parla di ricambio generazionale come di una necessità ormai improrogabile. Eppure, quando un giovane decide davvero di impegnarsi, di metterci il volto, il tempo e perfino la propria serenità personale, il giudizio che spesso riceve è sorprendentemente diverso da quello che ci si aspetterebbe.
È troppo giovane.
Non ha abbastanza esperienza.
Deve aspettare il suo turno.
Deve imparare.
Deve fare gavetta.
Così il giovane che non partecipa viene criticato perché assente, mentre quello che partecipa viene guardato con sospetto perché presente. È questo il grande paradosso della politica contemporanea.
Il fenomeno non riguarda soltanto i partiti. Riguarda il modo in cui le comunità guardano al cambiamento. Ogni società tende naturalmente a conservare una parte di sé stessa. È un meccanismo antico, quasi istintivo. Il nuovo porta entusiasmo, ma porta anche incertezza. Le idee innovative vengono celebrate finché rimangono astratte; quando invece chiedono spazio, responsabilità e fiducia, diventano improvvisamente scomode.
Il filosofo José Ortega y Gasset scriveva che la storia di una società è anche la storia dell'incontro e dello scontro tra generazioni. Nessuna comunità può vivere senza memoria, ma nessuna comunità può sopravvivere se si limita a custodire il proprio passato. La tradizione non è una fotografia immobile; è una staffetta.
È una riflessione che assume un significato particolare in Sardegna.
La nostra isola vive da decenni una battaglia silenziosa contro lo spopolamento. Interi paesi vedono diminuire la popolazione anno dopo anno. Le scuole si svuotano, i servizi si riducono, le attività economiche faticano a trovare continuità. Si discute spesso dei giovani che partono, molto meno di quelli che restano.
Eppure sono proprio loro a rappresentare la sfida più importante.
Restare oggi in un piccolo centro della Sardegna non è una scelta scontata. Significa accettare opportunità più limitate, affrontare difficoltà logistiche, convivere con la sensazione che il futuro venga costruito altrove. Chi decide di rimanere e di impegnarsi nella propria comunità compie una scelta che ha un valore civico prima ancora che politico.
Non si tratta soltanto di amministrare un comune, partecipare a un'associazione o organizzare un evento culturale. Si tratta di affermare un principio: che quei luoghi hanno ancora un futuro.
Non è soltanto una sensazione. Negli ultimi anni la presenza dei giovani nelle amministrazioni comunali italiane non è cresciuta. Al contrario, i dati più recenti mostrano una diminuzione degli amministratori under 35 rispetto al passato. Un fenomeno che dovrebbe interrogare tutti coloro che, almeno a parole, sostengono la necessità del ricambio generazionale. Perché se i giovani sono davvero una risorsa indispensabile per il futuro delle comunità, occorre chiedersi perché siano sempre meno quelli che scelgono di assumersi responsabilità amministrative.
Le ragioni sono molteplici. Da un lato vi è una crescente complessità burocratica che rende l'impegno amministrativo sempre più gravoso. Dall'altro permane una diffidenza culturale che spesso accompagna chi decide di candidarsi in giovane età. In molti contesti locali l'entusiasmo viene considerato inesperienza e l'innovazione viene guardata con prudenza quando non con sospetto.
È qui che il paradosso diventa evidente. Da una parte ci si preoccupa dello spopolamento e dell'abbandono dei territori; dall'altra non sempre si riesce a creare uno spazio reale per le nuove generazioni che scelgono di restare e impegnarsi.
In questo contesto torna alla mente una delle intuizioni più celebri di Giovanni Lilliu. Quando parlava della "costante resistenziale" dei sardi, non si riferiva semplicemente alla resistenza contro un dominatore esterno. Descriveva una capacità profonda di preservare la propria identità pur confrontandosi con il cambiamento.
Forse oggi quella resistenza assume una forma diversa.
Non è più soltanto la difesa di una cultura o di una tradizione. È la volontà di non arrendersi all'idea che certi paesi siano destinati a scomparire. È la scelta di chi apre un'attività dove altri vedono soltanto chiusure. È la scelta di chi organizza eventi culturali in comunità sempre più piccole. È la scelta di chi dedica il proprio tempo all'associazionismo, al volontariato e alla vita amministrativa.
In una parola, è la scelta di chi resta.
Anche Giuseppe Mazzini, in un contesto storico completamente diverso, sosteneva che ogni generazione riceve una comunità in eredità e ha il dovere di consegnarla migliore a quella successiva. È un principio semplice, ma straordinariamente attuale. Nessuna società può sopravvivere se rinuncia a formare coloro che un giorno saranno chiamati a guidarla.
Eppure, proprio coloro che cercano di costruire quel futuro si trovano talvolta davanti a una diffidenza difficile da comprendere. Si chiede ai giovani di assumersi responsabilità, ma spesso si fatica a riconoscere loro l'autorevolezza necessaria per esercitarle. Si invoca il cambiamento, ma si continua a misurarlo con criteri appartenenti a un'altra epoca.
La questione generazionale, però, non è una guerra tra giovani e anziani. Sarebbe una lettura superficiale e ingiusta. Molte delle migliori esperienze amministrative, associative e culturali nascono infatti dall'incontro tra entusiasmo ed esperienza. L'esperienza insegna quali errori evitare. La giovinezza permette di immaginare possibilità che ancora non esistono.
Il problema nasce quando una delle due pretende di bastare a sé stessa.
Una comunità non si salva conservando ogni cosa immutata. Si salva trovando il coraggio di affidare il proprio futuro a chi dovrà viverlo più a lungo.
Per questo il vero problema non è che i giovani partecipino poco alla politica. Il vero problema è capire se la politica, e più in generale la società, siano davvero pronte ad accettare la loro partecipazione quando essa si manifesta.
La Sardegna ha bisogno di investimenti, infrastrutture e servizi. Ma ha bisogno soprattutto di fiducia. Fiducia nei confronti di una generazione che troppo spesso viene descritta come disinteressata, salvo poi essere considerata inesperta quando decide di mettersi in gioco.
Perché il contrario dello spopolamento non è semplicemente avere più abitanti. È avere persone che sentano quel luogo come proprio e che siano disposte a investirvi tempo, energie e responsabilità.
La vera emergenza della Sardegna non è soltanto la perdita di residenti. È il rischio di perdere una generazione di cittadini disposti ad assumersi il peso delle decisioni. Perdere giovani amministratori, giovani imprenditori, giovani volontari, giovani professionisti significa perdere una parte del futuro prima ancora che esso possa manifestarsi.
Forse il paradosso del giovane in politica si risolverà il giorno in cui smetteremo di domandarci se i giovani siano pronti per guidare il cambiamento e inizieremo a chiederci se siamo noi, come comunità, pronti ad accettarlo.
*Archeologo, ha maturato esperienze in missioni nazionali e internazionali, collaborando a progetti di ricerca e valorizzazione del patrimonio culturale in Italia e nel Mediterraneo. Ha ricoperto per cinque anni l'incarico di assessore del Comune di Bessude e attualmente siede tra i banchi dell'opposizione come capogruppo di minoranza. I suoi interessi si concentrano sulla gestione dei beni culturali, sulla valorizzazione dei territori e sul ruolo della cultura come strumento di sviluppo delle comunità.
