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Israele: attentati in serie tra Gerusalemme e Tel Aviv


È una serie di attentati che va da Gerusalemme a Tel Aviv, e che ha causato almeno quattro morti, compreso un attentatore, e oltre venti feriti.
L’episodio più grave è avvuto in mattinata su di un autobus nel quartiere ebraico di Armón Hanatziv, a Gerusalemme Est. 




Due attentatori, saliti sull’autobus, hanno fatto fuoco sui passeggeri e infierito con una lama di grosse dimensioni.
Due passeggeri sono morti, un altro è in gravi condizioni e molti hanno riportato ferite meno preoccupanti. Uno degli assalitori è stato ucciso, l’altro è stato catturato.
Un altro morto, sempre a Gerusalemme, in via Malkei Israel quando un palestinese ha lanciato la propria auto su una fermata dell’autobus, ed è poi sceso per accoltellare la gente a terra. L’attentatore è stato arrestato.
Arrestato anche un uomo che ha accoltellato in modo leggero alcuni passanti a Ranana, alle porte di Tel Aviv, dove poi si è verificato anche un altro tentato accoltellamento, con feriti leggeri.
L’ala militare di Hamas, Brigate Ezzedin Al Qassam, pur non rivendicando direttamente si è felicitata di quella che ha definito “l’Intifada dei coltelli”.

Israele: in più di 30mila hanno manifestato a Tel Aviv contro il governo


People shout slogans during a rally in Tel Aviv's Rabin Square, calling for Prime Minister Benjamin Netanyahu to be replaced in upcoming national elections, March 7, 2015.

Di Salvatore Santoru

Come riportato da RaiNews, la sera del 7 marzo più di trentamila persone hanno manifestato nella Piazza Rabin di Tel Aviv, contro le politiche dell'attuale governo, in vista delle elezioni del 17 marzo.
Lo slogan che ha accompagnato la manifestazione è stato "Israele vuole cambiare", e tra gli oratori ha partecipato anche l'ex capo del Mossad Meir Dagan, che ha espresso la sua contrarietà alle politiche di Nethanayu e a un'eventuale intervento militare contro l'Iran.

Israele, anche dove l'economia cresce la classe media è dannata

Di Stefano Casertano
 http://www.linkiesta.it/
Anche lì dove l'economia va forte, come in Israele, la classe media soffre. L’economia israeliana è in salute ma i costi abitativi sono aumentati del 40% in due anni, mettendo in difficoltà le famiglie. Il governo cerca un diversivo ipotizzando di attaccare l'Iran mentre non risolve i nodi centrali fra cui quello degli ultra-ortodossi. Circa 700 mila persone (quasi il 10%) di cui la maggior parte non lavora. La barzelletta nazionale è che ormai un terzo delle persone presta il servizio militare, un terzo lavora, e un terzo paga le tasse – solo che si tratta sempre dello stesso terzo.L’economia israeliana, secondo i dati ufficiali, è in salute: nel 2011 è cresciuta del 4,7% e le previsioni per il 2012 sono del 2,7%. Eppure, i costi abitativi sono aumentati del 40% tra il 2009 e il 2011, mettendo in difficoltà le famiglie a reddito fisso. Tel Aviv ricorda sempre di più Londra, con una pletora di piccoli lavoratori dediti alla sopravvivenza urbana, e un’élite ristretta di proprietari immobiliari e manager altamente specializzati, che attraggono a sé la maggior parte dei benefici dei record economici. L’inflazione mette a rischio le pensioni: qualcosa alla quale i giovani, peraltro, sembrano aver rinunciato.

A questo si aggiungono le conseguenze di un piano di austerità fiscale che Bibi ha voluto-dovuto introdurre per prevenire gli effetti della recessione europea. È stato deciso di portare l’Iva dal 16 al 17%, di aumentare le tasse su sigarette e benzina, e di applicare un taglio netto alla spesa pubblica e ai budget ministeriali. È stato sufficiente perché la sua popolarità piombasse al 31% - il livello più basso del suo mandato. Nonostante questo, sembra che il deficit statale potrebbe raggiungere quest’anno il 4%, rispetto alle previsioni del 2%.

L’idea di molti israeliani, cioè, è che Bibi abbia scelto di continuare a remunerare le élite, facendo scontare al resto della popolazione gli effetti della crisi, costringendo i cittadini a pagare più tasse. Ha subito critiche anche da Shaul Mofaz, leader della formazione Kadima, che fino a metà luglio è stata parte di un effimero “governo di unità nazionale” con il Likud di Bibi (Kadima è nato da una scissione nel Likud guidata da Ariel Sharon nel 2005). Per Mofaz, l’obbiettivo di Bibi è «uccidere la classe media… dopo aver voltato le spalle ai dipendenti pubblici e alla classe media, Netanyahu mostra loro il dito medio». Ha aggiunto Moshe Gafni, presidente della commissione finanze della Knesset, che «l’economia israeliana è forte, ma la classe media soffre e ci sono seri problemi sociali. La stabilità economica è importante, ma la stabilità sociale è ugualmente importante».

Bibi è alla ricerca di un’azione spettacolare che possa avere sul paese un effetto di galvanizzazione nazionale, sul modello di ciò che la guerra nelle Falkland fece per la popolarità in picchiata della Thatcher. Il problema, però, è che la classe media non si fida più di Bibi. Chi protesta a Tel Aviv, per esempio, ritiene che una manovra analoga sia stata adottata in occasione della liberazione del soldato Gilat Shalit: ritengono che il premier avesse avuto per mesi l’opportunità di farlo tornare a casa, ma che sia stato scelto il momento politicamente più appropriato. Quando Shalit ha riabbracciato i suoi cari, è iniziata la repressione di Occupy Tel Aviv.

Poiché ha perso il sostegno della base, Netanyahu sta cercando adesso di negoziare consensi separati con gruppi d’interesse organizzati. Alla base del crollo del governo di unità nazionale con Mofaz, per esempio, c’è stato un disaccordo su alcune leggi che riguardavano gli ebrei ultra-ortodossi. Si tratta di ormai 700.000 persone, dalla scolarizzazione “particolare” (spesso non c’è la matematica), con vie privilegiate per evitare il servizio militare di tre anni per gli uomini e di due per le donne (la “Tal Law”). Il 60% di essi vive sotto la soglia di povertà e non lavora. Mofaz voleva introdurre un piano rapido di coscrizione militare, mentre Bibi preferiva negoziare. “Tipico Bibi” è il refrain che accompagna ormai il suo mandato: ha preferito ascoltare il leader degli ultra-ortodossi, Meir Porush, che con linguaggio da salafita minacciava la “guerra civile”.

Così, la barzelletta nazionale è che ormai in Israele un terzo delle persone presta il servizio militare, un terzo lavora, e un terzo paga le tasse – solo che si tratta sempre dello stesso terzo. La minaccia di guerra all’Iran sembra sempre più il “believe me” di Colin Powell alle Nazioni Unite, quando l’amministrazione Bush cercava di convincere il mondo che Saddam Hussein nascondesse armi di distruzione di massa in Iraq. In assenza della prova definitiva sullo stato del programma nucleare iraniano, saranno i fattori interni a condizionare la decisione. Se l’eventualità di successo è alta, la probabilità di attacco è alta – e in Israele si vocifera che l’aviazione potrebbe impiegare per la prima volta nella storia mini-testate nucleari a penetrazione, tanto per essere più sicuri.

C’è poi l’effetto del collegamento con gli Stati Uniti. Gli israeliani percepiscono sempre più di essersi rinchiusi in un isolamento politico e mediatico dal quale devono necessariamente risalire. I rapporti tra Bibi e Barack Obama sono sempre stati pessimi, eppure nel corso dell’ultima visita rilevante del premier israeliano a Washington la sua popolarità è salita di molto. Rimane però il fatto che Netanyahu critica l’atteggiamento di semi-indifferenza degli americani per la questione palestinese, insieme al fatto che nel corso degli ultimi interventi a Gaza i media americani abbiano preferito far trasparire solo la versione di Hamas delle varie storie.

Paventare un intervento in Iran è, in questo senso, un messaggio agli Stati Uniti: Bibi minaccia Obama in chiave elettorale. Chiaramente, attaccare l’Iran sarebbe un “muoia Sansone” dal futuro incerto, ma serve per ribadire la centralità d’Israele nel mantenimento dell’equilibrio nel quadrante: denuncia il fatto che, per la destra israeliana, Washington ha scelto di non assegnare al paese ebraico un ruolo attivo nella questione delle rivolte arabe, fino a non schierarsi in occasione delle spericolate avventure neo-ottomane della Turchia.

Eppure, c’è chi sostiene una linea diversa. Il professor Efraim Inbar, esperto di temi di sicurezza all’Università Bar Ilan presso il Begin-Sadat Center for Strategic Studies, ritiene che un attacco di successo sia possibile anche con armi convenzionali, e che «gli Stati Uniti sarebbero contenti se l’operazione riuscisse, visto che Israele completerebbe il lavoro sporco al posto loro, e non se ne dovrebbero addossare il peso politico». Insomma, il messaggio di Bibi è che Obama deve schierarsi nella crisi, e sta cercando di far leva sulla crisi per portarlo allo scoperto.

Obama ha compreso bene il messaggio, e ha reciprocato a tono. Ogni anno si tiene in Israele l’esercitazione militare congiunta “Austere Challenge”, che quest’anno arriva alla dodicesima edizione. Gli Usa dovevano spedire 5.000 soldati: si sono limitati a 1.500, mentre l’operazione è stata fatta slittare di un paio di mesi fino a ottobre – e forse gli americani saranno solo 1.200. Geniale anche la trovata di Washington di spedire batterie antimissilistiche Patriot, come ogni anno, ma stavolta senza operatori. Sembra, insomma, che insieme al processo di pace israelo-palestinese, debba essere avviato anche quello israelo-americano.

Fonte:http://www.linkiesta.it/Israele-Netanyahu-iran

FLYTILLA: OLTRE 40 ARRESTI A TEL AVIV

 Di Redazione  Nena News
Beit Sahour (Cisgiordania), 15 aprile 2012, Nena News – Bilancio provvisorio di 35 internazionali e sei attivisti israeliani arrestati dalle forze di sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Da questa mattina, lo Stato di Israele sta cercando, con modalità diverse, di impedire l’ingresso dei circa 1500 attivisti internazionali pro-palestinesi della campagna globale “Welcome to Palestine 2012”.
Attivisti bloccati negli aeroporti europei
Tentando di mantenere un basso profilo: la stragrande maggioranza degli internazionali (intenzionati ad entrare in Israele attraverso l’aeroporto Ben Gurion dichiarando apertamente di voler visitare i Territori Occupati Palestinesi) sono stati bloccati nei rispettivi aeroporti di partenza: Roma, Londra, Manchester, Parigi, Istanbul, Bruxelles, Ginevra. Le compagnie aeree europee, da Alitalia a British Airlines e Lufthansa, da EasyJet a AirFrance, hanno impedito a centinaia di internazionali di imbarcarsi nei voli verso Tel Aviv.
A Ginevra, bloccati circa 50 attivisti a cui è stato impedito di sedersi in aereo: alla domanda “Perché ci state impedendo di partire?”, il rappresentante della compagnia aerea EasyJet ha risposto che i loro nomi erano stati segnalati come presenti nella famigerata “lista nera” israeliana. Ad uno di loro è stato confiscato il passaporto. Altri venti sono riusciti a salire, ma sono stati subito fermati a Ben Gurion. A Istanbul, le autorità aeroportuali hanno impedito agli attivisti di imbarcarsi e hanno portato le loro valige fuori dall’aereo.
All’aeroporto Charles De Gaulle, corteo di protesta contro i mancati imbarchi: gli attivisti francesi hanno intonato lo slogan “Oggi il checkpoint è a Parigi”.

Arresti e deportazioni a Tel Aviv
Intanto, al Ben Gurion, la polizia israeliana ha proceduto a interrogatori, arresti e conseguenti deportazioni. Al momento sarebbero trentacinque gli arrestati, tra cui quindici francesi, un canadese, sei svizzeri e un portoghese. Tra loro, sei francesi subito deportati e il canadese Ted McLaren, delegato del Construction Worker Federation: l’uomo è stato messo immediatamente su un aereo diretto in Canada dopo essersi rifiutato di firmare l’ordine di deportazione.
In giornata si sono susseguite voci che riferiscono che tre attivisti pro-palestinesi sarebbero riusciti ad entrare nel Paese e a superare il Muro di Separazione. In questo momento sarebbero arrivati a Betlemme, ma le fonti non sono state ancora confermate.
Roma: Alitalia applica legge israeliana del 1952
A Fiumicino, sette attivisti italiani sono stati bloccati da Alitalia e non sono riusciti ad imbarcarsi per Tel Aviv. I sette hanno chiesto di parlare con il responsabile della sicurezza che si è rifiutato di dare loro le sue generalità. “Marco” si è limitato a consegnare loro “un pezzo di carta prestampata – come spiega Patrizia, una delle attiviste intervistate da Nena News, responsabile dell’associazione umanitaria Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese – che, con riferimento alla legge d’ingresso israeliana del 1952, dichiara che la compagnia Alitalia non si assume alcuna responsabilità per l’applicazione della legge israeliana. Il dirigente della sicurezza ha rifiutato di incontrarci”.
“Più tardi un portavoce di Alitalia – continua Patrizia – l’unico ad essersi presentato con nome e cognome, ci ha girato la ‘proposta’ delle autorità israeliane, una sorta di accordo per poter entrare in Israele: avremmo dovuto fornire allo Stato di Israele nome, cognome, indirizzo e-mail e numero di passaporto e comunicare dove avremmo alloggiato una volta nel Paese”.
“Solo una provocazione, un modo per farci perdere tempo e per lasciarci in attesa – ha spiegato la donna – visto che Israele conosceva già tutte queste informazioni. Abbiamo rifiutato e abbiamo organizzato un corteo di protesta a Fiumicino, prima di lasciare l’aeroporto”.
Per ore è girata la voce che anche il noto vignettista Vauro Senesi fosse stato bloccato a Fiumicino questa mattina. In realtà, interpellato dal sito Globalist, Vauro ha raccontato che ieri, aggirando i controlli a Roma e mescolandosi ad un gruppo di pellegrini, è riuscito ad imbarcarsi e in questo momento sarebbe a Gerusalemme.
Attivisti israeliani arrestati a Ben Gurion
Agli attivisti internazionali arrestati a Tel Aviv, vanno aggiunti sei attivisti israeliani pro-palestinesi: uno di loro, Yonathan Shapira del movimento Boycott from Within si è presentato all’aeroporto con disegni dei bambini palestinesi di Betlemme. Ma le voci sono discordanti: secondo alcuni testimoni, Shapira sarebbe stato arrestato, secondo altri sarebbe stato allontanato perché circondato da fanatici israeliani. Numerosi i membri del National Unit Party israeliano e rappresentanti dei coloni di Hebron presenti in aeroporto, che stanno cantando e ballando indisturbati nelle sale di Ben Gurion.
Lettera di Israele ai “cari attivisti”: andate in Siria
Le autorità israeliane hanno preparato una “lettera di benvenuto” per gli attivisti pro-palestinesi in arrivo oggi all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Nella lettera al “caro attivista”, Israele chiede agli internazionali intenzionati ad entrare in Palestina di convogliare le loro battaglie per i diritti umani non verso “l’unica democrazia del Medio Oriente”, dove si rispetta la libertà di espressione, ma verso altri target: il regime siriano, quello iraniano e quello di Hamas a Gaza.
“Apprezziamo la vostra scelta di fare di Israele l’oggetto delle vostre preoccupazioni umanitarie – si legge nella lettera di Israele – Sappiamo che ci sono altre scelte migliori. Avreste potuto scegliere di protestare contro le violenze quotidiane del regime siriano contro il suo stesso popolo. O di protestare contro la brutale repressione del regime iraniano verso i dissidenti. Avreste potuto protestare contro il regime di Hamas a Gaza, dove le organizzazioni terroristiche commettono un doppio crimine di guerra, lanciando razzi contro i civili e usando civili come scudi umani”.
Dimenticando che un Paese che pretende di chiamarsi “democrazia” rispetta e non mette sotto silenzio le voci di protesta. Non deporta cittadini europei, non li arresta e non usa il suo potere per obbligare compagnie aeree straniere a impedire la libertà di movimento. Un potere che gli deriva unilateralmente dall’occupazione illegale e in violazione del diritto internazionale della Cisgiordania e di Gaza, dove i veri crimini di guerra sono compiuti dall’esercito, dalla marina e dell’aviazione israeliani. 

Fonte: Nena News

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