Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta antirazzismo. Mostra tutti i post

Giornata della memoria, comunicato Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani


Ricevo e pubblico*:

In occasione della Giornata della memoria, istituita il 1° novembre 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 60/7, il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani propone la creazione da parte di ogni scuola di un manifesto antirazzista da realizzare durante l’ultima settimana gennaio, allo scopo di mettere in risalto proprio la storica data del 27 ..

L’iniziativa intitolata “IO SONO…” ha lo scopo di dedicare all’interno delle varie comunità educative un pannello o parete su cui riportare, a cura degli studenti, frasi e pensieri tratte da diari, poesie, racconti dei personaggi (specialmente giovani) che hanno vissuto la tragica esperienza della deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale.
L’attuazione di tale iniziativa serve a far maturare nei discenti empatia, consapevolezza civica, compresione dei fatti storici: attraverso una sorta di role playing, “l’immedesimazione” nel personaggio assegnato o scelto permetterà di scoprire anche figure meno conosciute ma non meno importanti per la loro storia. 

Il Coordinamento invita tutte le scuole di ogni ordine e grado a segnalare, qualora si decidesse di aderire, fotografando, quanto prodotto per condividere le esperienze e programmare un flash mob digitale contro il razzismo e ogni forma di segregazione. L’hashtag della giornata della memoria #iosono…
“Ricorda questo giorno; ricordalo bene, un giorno racconterai alle generazioni che verranno. Oggi alle 8 siamo stati chiusi nel ghetto. Vivo qui adesso; il mondo è separato da me e io sono separata dal mondo” (Renia Spiegel)

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

COMUNICATO PRESENTE ANCHE QUA: https://sites.google.com/view/docentiperidirittiumani/giornate-internazionali-dellonu/giornata-della-memoria-2020

IL CASO, l'idolo antirazzista Einstein era razzista verso i cinesi: aveva detto che il razzismo era una 'malattia che colpisce solo l'uomo bianco'

Immagine correlata

Di Salvatore Santoru

Albert Einstein è stato da sempre considerato un'icona dell'antirazzismo.
Praticamente tutti(o quasi) si sono imbattuti sul web su una sua presunta celebre frase sulla 'razza umana', frase che in realtà non ha mai pronunciato(1).

D'altronde il celebre fisico di origine ebraica non solo credeva nell'esistenza delle razze ma non era neanche alieno a discorsi di supremazia razziale, perlomeno nei confronti degli asiatici.

Più specificatamente, come riportato dall'ANSA(2), sono stati recentemente scoperte delle pagine dei diari di viaggio nell'estremo oriente asiatico scritti dallo scienziato, dove l'intera popolazione cinese è fortemente criticata in un modo che è considerato apertamente razzista. 
Difatti, Einstein definì gli stessi cinesi come "un popolo sporco e ottuso" e disse che sembravano più atomi che persone.

Oltre a ciò, c'è da segnalare che riferendosi agli episodi di razzismo che avvenivano in Europa e sopratutto negli USA, Einstein disse che il razzismo 'era una malattia che colpirebbe' esclusivamente i bianchi(3).

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2016/06/la-bufala-della-dichiarazione-di.html

(2) http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2018/06/13/razzismo-anticinese-in-diari-di-einstein_50d15161-b0eb-4625-97f0-e4b618218b14.html

(3) https://historynewsnetwork.org/article/169299

EINSTEIN ERA RAZZISTA, la scoperta dai suoi diari: ecco cosa disse sui cinesi

Risultati immagini per EINSTEIN racist

Di Salvatore Santoru

Albert Einstein è stato sempre considerato un'icona dell'antirazzismo.
Celebre è la frase sulla 'razza umana' che gli venne attribuita e che in realtà non ha mai pronunciato(1).

Oltre alla bufala della frase sulla razza umana, recentemente sono stati scoperti dei particolari di Einstein che stanno facendo alquanto discutere.
Più specificatamente, come riporta l'ANSA(2), dalle pagine dei diari di viaggio nell'estremo oriente asiatico scritti dal fisico è emerso un giudizio ben poco positivo nei confronti dei cinesi. 

Più precisamente, lo scienziato di origine ebraica descrisse i cinesi come degli individui spesso più simili ad automi che persone e, oltre a ciò, "un popolo sporco e ottuso".
    Inoltre, sostenne che "sarebbe un peccato se i cinesi soppiantassero le altre razze: per quelli come noi, il solo pensiero è indicibilmente cupo".

C'è da dire che in altre fasi della sua vita Einstein sostenne che il razzismo fosse una forma di "malattia dei popoli bianchi".

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2016/06/la-bufala-della-dichiarazione-di.html

(2) http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2018/06/13/razzismo-anticinese-in-diari-di-einstein_50d15161-b0eb-4625-97f0-e4b618218b14.html

LA MAPPA DEI PAESI PIU' RAZZISTI DEL MONDO:INDIA,ARABIA E GIORDANIA IN TESTA, I PIU' TOLLERANTI IN AMERICA,EUROPA DEL NORD E AUSTRALIA

paesi piu razzisti, mappa dei Paesi del mondo

Di Salvatore Santoru

A dicembre del 2016 il quotidiano statunitense Washington Post aveva stilato una mappa del razzismo mondiale sulla base dei dati del World Values Survey(1).
Secondo lo studio della WVS, si è appurato che i paesi più razzisti al mondo sono l'India,l'Arabia Saudita e la Giordania.
Il razzismo è forte anche in paesi quali l'Iran,il Marocco,la Tunisia,l'Algeria e altri paesi africani e asiatici, tra cui Nigeria,Vietnam e Corea del Sud.
A livelli mondialmente medi e per i nostri standard occidentali comunque altissimi quelli di Russia e Cina mentre i paesi meno razzisti risultano essere quelli americani,probabilmente a causa del fatto che si tratta di relativamente recenti paesi nati da migranti e per la coesistenza tra le diverse etnie che compongono gli stessi(si pensi agli USA ma lo stesso vale per l'Argentina,il Brasile,il Venezuela ecc) e quelli nordeuropei nonché l'Australia.
Per quanto riguarda l'Europa occidentale i livelli di razzismo sono mondialmente tra i più bassi(più bassi in Germania,più alti in Italia), a parte la Francia che risulta l'unico paese europeo occidentale con più del 20%.

NOTE:

(1)http://www.termometropolitico.it/1237965_la-mappa-dei-paesi-piu-razzisti-testa-india-giordania-arabia-saudita.html

IL RAZZISMO E LE DISCRIMINAZIONI ISTITUZIONALIZZATE,SIA "CLASSICHE" CHE "ALL'INCONTRARIO", SONO IL PEGGIOR SISTEMA DI DIVISIONE DEGLI INDIVIDUI



Di Salvatore Santoru

Il razzismo e le discriminazioni istituzionalizzate sono il sistema più forte di divisione degli individui e della società.
Sia ben chiaro che in questo contesto si intende con "razzismo" NON l'orgoglio o la preferenza etnica/razziale e/o la critica all'immigrazione(quelle sono opinioni che possono essere condivisibili o meno) ma l'odio sistematico e istituzionalizzato basato sulla discriminazione di un'etnia e/o razza, concetto di discriminazione che è ben presente ancora nella società, sia in forma classica" che "all'incontrario"(certo sedicente "antirazzismo").
Inoltre, c'è da segnalare che forme di "razzismo" non etnico si possono ritrovare nelle discriminazioni "comuni" ancora presenti al giorno d'oggi( alcune note e altre meno) e nei giovani nel fenomeno del "bullismo",  ed inoltre bisogna segnalare che il suo "seme" si trova in maniera "evoluta" nelle tante contrapposizioni che attanagliavano e attanagliano la nostra società, da quelle politiche(fascisti contro comunisti negli anni di piombo per fare un'esempio "banale") a quelle culturali,sociali("popolari" contro "nerd" facendo un'esempio banalissimo e apparentemente irrilevante) e così via, basate tutte sull'adozione sistematica di stereotipi ed etichettature.

Difatti, il seme di ogni razzismo e discriminazione istituzionale sta nell'etichettare e nel consegnare alla "dittatura dello stereotipo" determinati individui e gruppi sociali(o di altro tipo) per discriminali, sia "indirettamente" che "direttamente".

Orbene, c'è da dire che bisogna far sì che la società si evolvi andando oltre il "razzismo" e la "discriminazione", qualunque esse siano.

Inoltre, c'è da sottolineare che tutto ciò non ha nulla a che vedere con certa retorica politica ed ideologica molto comune su questo tema e che tende a minimizzare invece fenomeni come "il razzismo al contrario" o le "discriminazioni inverse", che pur sempre razzismo e discriminazione(anche se molto edulcorati e magari "soft") sono.
Difatti, non c'è necessità di essere contro razzismi e discriminazioni per seguire un credo ideologico(tra l'altro una certa parte del cosiddetto "antirazzismo" nella realtà diventa a volte anche "razzismo al contrario")  ma semplicemente lo si è andando oltre le sterili contrapposizioni a cui siamo abituati e riconoscendo l'Altro nella propria vera "essenza spirituale".

FOTO:http://davidsusman.com

Il contributo del pensiero di Frantz Fanon al processo di liberazione dei popoli


Fanon, ribelle che lotta tenacemente contro la dominazione esercitata dai potenti contro i deboli,chiarisce oggi l’articolazione fondamentale che esiste fra il diritto di ribellarsi al sistema sociale, politico e economico che affonda il mondo nel disordine, e una colonizzazione di nuovo tipo. È chiaro infatti che oggi alla violenza coloniale si è sostituita una nuoca violenza indiretta.
Per un paradosso che ha il suo segreto nella storia, l’”indigeno” è onnipresente non solo nel luogo di origine ma allo stesso tempo in quelle che Fanon chiamava le “città proibite”, dove si esercitano le rinnovate forme di discriminazione, ci dice infatti ne “I dannati della terra”: “dove il mondo colonizzato è un mondo diviso in due (…) La zona abitata dai colonizzati non è complementare alla zona abitata dai coloni. Queste due zone si oppongono ma non al servizio di una unità superiore (…). Quel mondo frazionato in due è abitato da specie differenti.”
L’avvicinarsi del cinquantenario della sua morte, il 6 dicembre del 1961, ci fa constatare che nonostante l’evoluzione del mondo, il suo pensiero è di un’incredibile attualità, anche se il colonialismo sotto le sue vecchie vesti è sparito, e sono nati numerosi Stati liberati dall’oppressione.
Ma, in realtà l’espropriazione, l’alienazione e l’ingiustizia, sono spariti da questo mondo? Da questo p unto di vista, un osservatore imparziale potrebbe dire, alla luce delle sanguinose guerre imperialiste in Irak, Afganistan e Libia, e l’esperienza coloniale in Palestina, che la politica dei fucili sulla quale si sono fondati gli imperi coloniali, è in realtà ritornata in auge.
L’azione dell’opera di Fanon si colloca nel contesto del dopoguerra, segnato dalla lotta ideologica fra il blocco occidentale e il blocco socialista. Ma un terzo mondo nasce fra il ’50 e il ’60, un mondo che rivendica un riconoscimento nelle relazioni internazionali e la sua parte nella distribuzione della ricchezza del pianeta. Afferma per la prima volta la propria esistenza politica nel 1955 alla Conferenza di Bandung, proclamando il proprio rifiuto alla bi polarizzazione del mondo. Molti leader del terzo mondo compaiono in relazione ai movimenti di liberazione nazionale e portano avanti una lotta radicale in Africa, Asia e America Latina. Gli anni ’60 sono stati segnati dalle violente repressioni e omicidi di uomini politici che rappresentavano la lotta dei popoli oppressi.
In questo contesto Fanon elabora la propria riflessione sul ruolo della violenza dentro il processo di liberazione e sui rischi per le antiche colonie una volta conquistata l’Indipendenza. La produzione intellettuale di Fanon ha avuto grande influenza sui rivoluzionari nel mondo, in Africa ma anche in Asia e nelle Americhe. I suoi testi non possono essere scontettualizzati dalle circostanze storiche in cui sono nati, ma la loro pertinenza rimane intatta e continuano a ispirare nuove generazioni di militanti e intellettuali a nord e a sud. Le idee che si estrapolano dalla lettura di Fanon si mantengono come strumenti efficaci per analizzare l’attualità di un mondo dove la dominazione e lo sfruttamento hanno cambiato apparenza, ma continuano a esserci e a essere retti dagli stessi meccanismi.
Rendersi conto del contributo di Frantz Fanon dentro al processo di liberazione dei popoli, ci porta a presentare le differenti tappe della sua esistenza, delle prese di posizione, dello sviluppo e della formulazione del suo pensiero. La sua opera si confonde con la sua corta esistenza, segnata dalla rivolta contro l’ingiustizia, il confronto con la realtà e l’etica del compromesso(fra il pensiero e la realtà).
La Seconda Guerra Mondiale fu causa dell’avvicinamento alla politica del giovane Fanon. Spontaneamente antifascista e cercando di concretizzare questo suo pensiero, Fanon lascia la famiglia e parte clandestinamente per unirsi come volontario alle Forze Libere Francesi che lottavano contro la Germania nazista. Decorato dall’armata coloniale francese, non si sente veramente parte dei liberatori.
Fanon deve aver costatato che la forza mobilitata contro il nazismo alimentava in realtà l’ideologia razzista e praticava quasi ufficialmente una discriminazione razzista ed etnica. L’uniforme era in teoria riflesso dell’uguaglianza fra i soldati, ma in realtà l’uniforme nascondeva difficilmente le insopportabili diseguaglianze di trattamento fra i neri e i bianchi.
Dopo la smobilitazione, torna in Martinica e poi di nuovo in Francia, dove si iscrive alla facoltà di medicina di Lione; oltre ai corsi di medicina frequenta quelli di filosofia di Maurice Merleau-Ponty, legge la rivista di Sartre, “i tempi moderni”, e si interessa in particolare a Freud e Hegel.
Nel suo primo libro, “Pelle nera, maschere bianche” –la sua tesi di dottorato- pubblicato nel 1952, Fanon evoca il suo primo incontro con il razzismo europeo, che scopre dentro l’armata antifascista di De Gaulle. La scoperta intellettuale del razzismo e che inglobava corpo e parole, continua immancabilmente nell’attualità, soprattutto se si osserva il riapparire senza veli dell’aperto razzismo in Europa. Fenomeno che oggi in Francia arriva a creare scuole di calcio per giovani dello stesso paese, che sono state oggetto di un dibattito indegno a proposito di quote in base al colore della pelle, delle origini e delle pretese attitudini fisiche specifiche. “Pelle nera, maschere bianche” è un segnale fondamentale, dentro la lotta antifascista, di un meccanismo codificato della segregazione e delle sue mete politiche.
Analizzando i meccanismi del colonialismo e il suo impatto sui dominati, Fanon si oppone al concetto di “negritudine” forgiato da Senghor e Cesaire, articolando la lotta contro il razzismo dentro un movimento universale di disalienazione delle vittime del razzismo e dei razzisti stessi.
Diventato psichiatra, nel 1953, ai ventinove anni, arriva all’Ospedale Psichiatrico di Blida e rimane sconcertato allo scoprire che la scuola psichiatrica dell’Algeria coloniale classifica gli arabi algerini come “primitivi”, affermando che il loro sviluppo cerebrale era “sottosviluppato e ritardato”. Così, per gli psichiatri coloniali, i comportamenti patologici degli indigeni derivavano da cause genetiche e quindi incurabili. Fanon scopre allora l’espressione cruda della gerarchia di razza e di una segregazione violenta, comparabile all’apartheid.
L’inizio della guerra di liberazione nazionale, il 1 di novembre del 1954, ha naturalmente un forte impatto sull’ospedale, che riceve via via pazienti traumatizzati dall’esperienza della violenza(alcuni casi sono menzionati ne “I dannati della terra”).
Attraverso i militanti della causa algerina, medici e attivisti, che si occupano dei muyaidin feriti, Fanon entra in contatto diretto con l’FLN(Fronte di Liberazione Nazionale). Nel 1956, il governo imbocca deciso una politica di repressione militare brutale e generalizzata, e Fanon rinuncia all’incarico di psichiatra, venendo successivamente espulso dalle autorità coloniali nel 1057; si rifugia quindi in Tunisia, sede estera della rivoluzione algerina.
Riprende in Tunisia le sue attività professionali, e contemporaneamente si coinvolge profondamente nella politica del FLN. Diventa giornalista per FLN, nel giornale “El moudjahid” e viene nominato ambasciatore itinerante per l’Africa dal governo algerino in esilio. Visita con questo incarico il Ghana dove incontra Kwame Nkrumah e studia da vicino i problemi della nascita di uno Stato Africano indipendente; in Congo conosce Patrice Lumumba, visita poi Etiopia, Liberia, Guinea e Mali. La sua missione era rendere popolare nel resto del continente la lotta del popolo algerino attraverso il consolidamento di alleanze fra i popoli africani e la messa in pratica di quell’internazionalismo che caratterizzava il suo pensiero.
Grazie alla sua azione sui dirigenti del Mali, si apre nel 1960 un nuovo fronte nel sud dell’Algeria, al cuale la Guinea fornisce le armi. Allo stesso modo riesce a giocare un ruolo importante nella spedizione di armi sovietiche al fronte ovest, grazie alla solidarietà del Presidente Sekou Toure.
Nel 1959, l’editore francese François Maspero pubblica il secondo libro di Fanon, “Il V anno della rivoluzione algerina”(libro sequestrato immediatamente), che non è solo un accusa alla Francia per i crimini compiuti sulla popolazione algerina –cinquantanni dopo l’indipendenza algerina, la Francia inizia appena a riconoscere alcuni dei suoi crimini, le proprie responsabilità nel saccheggio sistematico dell’Africa, ma ancora risulta difficoltoso aprire completamente questo capitolo oscuro della storia francese- ma anche di un’analisi della rivoluzione algerina e delle trasformazioni che la creano dentro una società dominata, umiliata e gravemente impoverita. L’opera viene proibita in Francia, ma ciò non impedisce che si inizi a parlare di Fanon in Africa e nel Terzo Mondo. Viene invitato a forum internazionali, dove viene ascoltato attentamente fino a costringere le autorità francesi a prenderlo in considerazione(come se fosse diventato bianco).
Nella primavera del ’61, consegna al suo editore “I dannati della terra”, che non parla solo dell’Algeria ma di tutto il Terzo Mondo in via di decolonizzazione. Il 3 dicembre riceve la copia stampata del libro nell’ospedale Bethesda di Washington, e muore 3 giorni dopo di leucemia.
Nel ’62 Maspero pubblica in “Presenza Africana” un omaggio a Fanon; si impegna anche nella pubblicazione delle sue opere complete cercando i suoi testi pubblicati spesso in maniera anonima durante gli anni nel giornale clandestino “El Moudjahid” del FLN. “Per la rivoluzione africana” diventerà libro nel 1964, e viene tradotto tra gli altri da Ernesto Che Guevara.
Nel ’61, finche scrive “I dannati della terra”, Fanon considera il periodo coloniale definitivamente concluso; il problema centrale diviene l’evoluzione dei paesi liberati. Per Fanon, la costruzione di una società giusta e prospera deve fondarsi sulla liberazione integrale delle donne e uomini sottomessi al colonialismo. Da questo punto di vista è fondamentale identificare le carenze create dalla presenza devastatrice nella società ed eliminarle.
Uno degli ultimi capitoli de “I dannati della terra”, Disavventure della coscienza nazionale è un richiamo lanciato ai popoli liberati dal dominio coloniale per la promozione di elite produttive e intellettuali dotate di una coscienza politica volta all’interesse generale. Se i paesi indipendenti non saranno in grado i promuovere queste elites, trionferà una cultura di mercanti che non saranno altro che burattini educati dall’occidentale, nei propri comportamenti e nei modi di consumo. I movimenti di liberazione si possono trasformare in partiti unici, “la forma moderna della dittatura borghese, senza maschere, senza trucco, senza scrupoli”. In assenza di prospettive veramente nazionali, la via delle “dittature tribali” è aperta: poggiate sulle divisioni etniche e sulle frontiere create dal colonialismo, questi nuovi poteri finiscono per mandare in rovina i nuovi Stati. Questi avvertimenti furono pronunciati all’alba dell’indipendenza, celebrati con entusiasmo e fervore.
La lucida analisi di Fanon metteva in guardia in maniera premonitrice sui rischi possibili per i nuovi Stati postcoloniali. È una descrizione con anni di anticipo della patologia neo coloniale, la perpetrazione del dominio grazie alla sottomissione di governi nazionali corrotti e antipopolari agli interessi delle vecchie metropoli coloniali. Se non è facile spiegare la sconfitta delle indipendenze africane, questo mezzo secolo trascorso dimostra spietatamente l’efficacia delle bombe a scoppio ritardato preparate dalle potenze coloniali. L’indipendenza dei paesi colonizzati è in Fanon una tappa fondamentale e necessaria, ma che in nessun modo poteva costituire la fine del processo di liberazione.
Fanon è stato uno dei pensatori della rivoluzione algerina che si collocava fuori da ogni riduzione dogmatica o dottrinale del pensiero. Progressista e anti-imperialista senza reverenze “teologiche” al Marxismo, vicino ma senza servilismo alcuno al campo socialista. Come diceva il sociologo Inmanuel Wallerstein, “Fanon leggeva Marx con gli occhi di Freud e leggeva Freud con gli occhi di Marx”. La liberazione dell’uomo e la sua disalienazione è stata per Fanon l’obiettivo ultimo della sua lotta politica senza stile predefinito, senza rigidezza ma che non ha mai concesso nulla agli avversari.
Era un uomo indivisibile, che non può essere ridotto a una dimensione particolare della lotta; antirazzista in nome dell’universalità e anticolonialista in nome della giustizia e della libertà. In nessuna parte del suo pensiero si ritrova una volontà vendicatrice ne di stigmatizzazione dei bianchi come vorrebbero presentarlo i teorici dell”Essenzialismo” e dello “scontro di civiltà”.

...


Questo l’ha portato a sopravvivere al di là delle generazioni. La sua analisi delle patologie sociali e politiche del razzismo sono di sorprendente attualità; la sue analisi politica, psicologico e sociale sorpassa il contesto nel quale furono elaborate, conservando ancora oggi una grande pertinenza.
La sua lucidità e indipendenza di pensiero, lontane dall’isolarlo pur con le riserve espresse da marxisti “ortodossi” prigionieri del dogma, gli permisero di conquistare la stima e il rispetto di combattenti per la libertà e l’indipendenza. È principale riferimento militanti illustri quali il Comandante Che Guevara, Amilcar Cabral, Agostino Neto, Nelson Mandela, Mehdi Ben Barka e molti altri.
In Africa, in Europa, Fanon appare oggi più attuale che mai. Ha senso per i militanti africani per la libertà e i diritti umani, ha senso allo stesso modo per tutti gli africani e gli arabi nei confronti dei quali si scatena, nei media come nei propositi delle elite di certi Stati, un razzismo senza complessi e organico.
Ha senso perchè l’emancipazione è la prima meta delle generazioni che puntano alla maturità politica. Molti africani hanno imparato che la lotta per la libertà, la democrazia e i diritti umani sono dirette si contro i potentati locali, ma allo stesso modo contro i governanti dell’ordine neo-coloniale che li protegge e li utilizza per rubare risorse e poi li scarica quando hanno esaurito le funzioni per le quali sono stati creati e protetti.
Il pensiero di Fanon continua ad ispirare oggi tutti coloro che combattono per il progresso dell’uomo in tutto il pianeta. In questo mondo dove il sistema dell’oppressione, lo sfruttamento umano non smette di rinnovarsi e di adattarsi, il suo pensiero è un rimedio contro la rinuncia alla lotta e lo sconforto. È l’arma fornita da una passione lucida per la lotta per la libertà, la giustizia e la dignità di uomini e donne. La liberazione dei popoli e degli individui dalla schiavitù e dall’alienazione rimane ancora oggi l’obiettivo, l’emancipazione verrà.
Se Fanon fosse vivo, di certo non apprezzerebbe di essere considerato un autorità canonica fuori dal contesto della sua lotta e della sua testimonianza scritta. Al contrario costantemente egli ricalcava dal primo all’ultimo libro, che un pensiero vivo deve essere sempre estrapolato, un compromesso, con la realtà. La resistenza continua, e cinquantanni dopo Fanon ci esorta a non abbandonare la lotta dentro questo spazio sociale dove donne e uomini comuni possono mettere nuovamente in discussione e dispiegare l’energia e la sapienza di un vero progetto politico.
Fondazione Frantz Fanon
----------------------------------------------------------
Traduzione a cura della redazione di Bologna

Relazione presentata al IV incontro degli Afrodiscendenti e le Trasformazioni Rivoluzionarie in America e nei Caraibi, tenutosi a Caracas, dal 20 al 22 giugno 2011


Gli attacchi di Colonia sono stati un'atto di razzismo,sessismo e misognia

Colonia,  caccia all'immigrato: 1 feriti. Per Capodanno indagati 19 stranieri


Di Salvatore Santoru

Secondo quanto appurato recentemente dai media, gli aggressori di Colonia hanno diffuso alcuni messaggi nel web in cui si affermava di effettuare il "Taharrush gamea" in tutta Europa accompagnato da frasi come "Molesta e aggredisci la donna bianca, usala come vuoi".

Da questo fatto si può desumere chiaramente la natura misogina e razzista dei fatti di Colonia e degli altri episodi sessisti che hanno interessato diverse città europee durante la notte di Capodanno.

L'obiettivo da colpire erano chiaramente le donne bianche, considerate da punire in quanto donne, bianche ed europee e viste come nemico di genere ed etnico/culturale da parte delle gang di miliziani razzisti e sessisti che hanno compiuto i fatti.

I fatti di Colonia e delle altre città europee coinvolte sono stati un grave atto di sessismo e razzismo da non sottovalutare, e se in questo caso si è trattato di razzismo antibianco e antieuropeo non bisogna negarne l'origine discriminatoria.

Difatti, c'è da dire che purtroppo secondo un'interpretazione fatta dall'ideologia del cosiddetto "antirazzismo"(o forse sedicente tale) molto diffusa negli USA e ultimamente presso le élite culturali europee autodichiaretisi "progressiste" e terzomondiste, non si può parlare di razzismo se le vittime sono europee o bianche per questioni culturali e storiche, mentre nella realtà una reale lotta contro il razzismo dovrebbe riguardare la difesa di qualunque individuo o gruppo discriminato, a prescindere dalla sua origine etnica e/o culturale/religiosa.

Il fatto è che il radicalismo terzomondista,antioccidentale e antieuropeo che tanto va di moda presso le classi dirigenti europee di "sinistra" insieme alla xenofobia e all'islamofobia di quelle di "destra"(praticamente l'altra faccia della medaglia), con il suo negazionismo che a volte pare rasentare il "giustificazionismo" per questi casi, sta distruggendo la lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione dando man forte (indirettamente o forse anche direttamente) all'islamismo radicale e ad altre forme di estremismo antioccidentali e antieuropee, che della propaganda di tale ideologia si nutrono insieme alla speculare propaganda xenofoba/islamofoba.

Bisognerebbe essere chiari nel denunciare ogni forma di razzismo(compreso quello contro i bianchi) andando oltre la propaganda del sempre più sedicente "antirazzismo", che sempre meno di rado sembra tollerare se non propriamente difendere e sdoganare il razzismo se visto come "positivo" per la propria causa, e preparare la strada per una società migliore e libera, dove ogni tipo di discriminazione etnica/culturale e religiosa sia condannata, e il razzismo vecchio e nuovo diventi un brutto ricordo storico.

Michelle Obama:"anch'io negli anni ho subito discriminazioni razziali, bisogna reagire nel modo giusto e non arrendersi"


Di Rossana Spartà 

 Subire il razzismo non deve limitare ambizioni e progetti dell’individuo. Questo è il pensiero che la first lady Michelle Obama ha voluto trasmettere ai ragazzi della Tuskegee University in Alabama, università ad alta frequenza di studenti di colore.
Il razzismo non deve portare alla autocommiserazione, non deve essere una scusa sufficiente per non riuscire nella vita.
La stessa Michelle ha raccontato di aver subito, in prima persona, quello che è ancora oggi il male del mondo, l’avversità verso il colore diverso della pelle. Ma lei ha saputo reagire nel modo giusto: ha fatto in modo che le discriminazioni non avessero la meglio sulle sue ambizioni e sui suoi progetti.
La first lady, la prima afroamericana della storia, ha raccontato che nel corso degli anni in molti hanno usato parole non sempre adeguate per descriverla, ma si trattava di chiacchiere che non sono riuscite ne a cambiarla e tantomeno a fermarla.
Con riferimento ai recenti incidenti di Ferguson e Baltimora, Michelle ha spiegato ai ragazzi che la strada da percorrere non è certamente facile, soprattutto per gente “come voi e come me. Ci saranno momenti in cui sentirai che la gente fa attenzione quando gli passi vicino o vede solo una parte di chi sei veramente».
Ha ricordato i momenti in cui, quando camminava per strada qualcuno mostrava timore verso di lei o di quando si recava con suo marito ai grandi magazzini e venivano tenuti d’occhio dagli addetti alla sicurezza, aggiungendo che tutto ciò però non è mai diventata scusa valida per gettare la spugna e rinunciare o perdere la speranza. “Siamo in grado di affrontare questi problemi insieme, insieme possiamo superare qualsiasi cosa».
Prima di lasciare i ragazzi della Tuskegee University ha parlato del suo ruolo di mamma sottolineando di amare le sue figlie più di qualsiasi cosa al mondo, più della vita stessa. 

Denuncia Unar:"troppa propaganda razzista nel web", verrà chiesto l'oscuramento dei siti che la diffondono e segnalati gli autori alla Procura

Risultati immagini per razzismo web


"Centinaia di migranti muoiono in mare ma non c'è rispetto per queste persone che non meritano neppure una pausa alla propaganda razzista. Sono tantissime le segnalazioni che stanno pervenendo al nostro contact center di siti, chat e blog che non danno tregua alla intolleranza razzista neanche davanti a una tragedia cosi immane che sta mobilitando tutte le istituzioni a livello nazionale ed europeo". Lo ha reso noto il direttore dell' Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziali (Unar) del dipartimento delle Pari Opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, Marco De Giorgi, denunciando "la furia con cui sul web impazzano in queste ore slogan, post e commenti a sfondo xenofobo e razzista".
"Abbiamo appositamente rafforzato in questi giorni la collaborazione con l'Oscad e la polizia postale - ha reso noto ancora l'organismo del governo- per frenare questa ondata di incitamento all'odio razziale, ai limiti dell'illecito penale, che si nutre della paura delle persone speculando sulla tragedia altrui con centinaia di post razzisti alimentando pregiudizi e stereotipi che non possono che generare altra violenza e sofferenza. Manterremo alta la soglia di allarme su queste forme di hate speech on-line non esitando a segnalare gli autori dei post alla Procura e a chiedere l'oscuramento dei siti che li ospitano".

Foto:http://www.cronachediordinariorazzismo.org

Né neocolonialismo e né terzomondismo:l'Africa ha bisogno di autodeterminazione e indipendenza

Di Sebastiano Caputo
Il confine che separa la retorica africanista dall’ipocrisia o dal suprematismo è sottile. Anche se, in realtà ipocrisia e razzismo, sono due forme differenti di sfruttamento eredi della tradizione liberal-democratica e progressista anglosassone. Infatti i promotori dell’ideologia razzista, come gli odierni professionisti dell’anti-razzismo, hanno le stesse identiche finalità: colonizzare, diversamente,  l’Africa. Quelli che predicano un terzomondismo da salotto non fanno altro che legittimare la globalizzazione economica (capitalismo per tutti in un mondo senza frontiere) e l’industria sorridente dell’asservimento delle varie organizzazione benefiche. E a furia di mantenerli in uno stato d’inferiorità (quote etniche, politiche immigrazioniste, assistenzialismo, ecc.) continuano a sostenere ideologicamente tutte le “guerre umanitarie” conformemente all’ideologia razzista della Rule Britannia e della Pax Americana.
Ci voleva Walter Veltroni per ricordarci la miseria africana quando promise di trasferirsi per aiutare i poveri bisognosi. Poi non ci andò ovviamente, e preferì lucrare sulla condizione di un intero popolo pubblicando nel 2011 un libro-diario intitolato “Forse Dio è malato”. Il politicamente corretto crea sottosviluppo quanto la politica economica di una multinazionale cinese o occidentale che fa profitto sul continente nero. Lo aveva capito Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso negli anni Ottanta e teorico della rivoluzione burkinabé, che portò in pochi anni il suo Paese dal 143esimo al 78esimo posto per ricchezza nel mondo. “Il Burkina Faso ai burkinabé, l’Africa agli africani” esclamava a gran voce nei congressi continentali invitando tutti gli altri capi di Stato che si trovavano nella stessa situazione di indigenza a non restituire il debito – considerato “uno strumento di controllo che i Paesi ex colonizzatori usavano per tenere in pugno il terzo mondo” -, a svincolarsi da esso, e a riprendere in mano il destino africano con le sole forze dell’Africa.
La questione africana e del suo sviluppo è strettamente legata all’Europa. In primis in relazione al fenomeno dell’immigrazione incontrollata e clandestina che è diventato un problema reale, soprattutto se si prendono in considerazione le stime demografiche dell’area subsahariana. Alcuni di demografi ritengono che soltanto la Nigeria nel 2050 avrà una popolazione di 450 milioni di persone. Sovrappopolazione è sinonimo di carestia, dunque di fame, malattie, povertà. La retorica del “Aiutiamoli a casa loro!” o “Integriamoli!” sono due forme sloganistiche che non aiutano la condizione africana e il suo popolo bensì lo mantengono in uno stato di inferiorità perenne. Per rispondere al neo-colonialismo di suprematisti e professionisti dell’anti-razzismo è di conseguenza necessario auspicare una neo-decolonizzazione sul modello sankariano: solo gli africani possono emancipare il continente nero e tracciare una via di sviluppo reale. Ci provarono i panafricanisti degli anni Settanta e successivamente i teorici della negritudine come Malcolm X e Leopold Sedar Senghor. Ora tocca ai popoli, sacrificati dalla maggior parte delle élite africane, ormai colluse da decenni con quelle occidentali. 
Titolo articolo originale:"Della negritudine"

Londra:polemiche per "evento antirazzista" all'Università Goldsmith, le persone bianche non vi possono partecipare




Di Salvatore Santoru

A marzo fa alla Ryerson University di Toronto era successo che due studenti, Julia Knope e Trevor Hewitt, erano stati cacciati da un meeting "antirazzista" organizzato dal "collettivo "Racialised Students’ Collective"(1).



A distanza di un mese, questa volta in Inghilterra è avvenuto un'episodio simile.
Difatti, ad un grande incontro incentrato sull'antirazzismo organizzato nella celebre università Goldsmith di Londra(2) la partecipazione di qualunque persona bianca è vivamente sconsigliata(3).
Su Facebook  Bahar Mustafa, la responsabile della sezione "equità" e "diversità" dell'organizzazione studentesca principale "Goldsmiths Students Union"(4) ha consigliato in uno status, in caratteri grandi ( che nel gergo virtuale significa urlare) alle persone bianche di non venire.



Per comprendere le affermazioni di Bahar, che si definisce prima di tutto "antirazzista", "queer" e impegnata nella lotta contro l'islamofobia(5) bisogna cercare di comprendere l'ideologia "antirazzista" che ella segue, e che viene propagandata da diversi intellettuali liberal statunitensi e più in generale dell'estrema sinistra modena.
Difatti, essi credono che il razzismo non è la discriminazione etnica di per sé, ma una modalità di pensiero creata come legittimazione alla "supremazia bianca", un potere che controllerebbe ogni aspetto della società occidentale e mondiale da secoli, e che garantirebbe a tutte le persone bianche il "privilegio bianco"(6), un tema molto studiato nelle università statunitensi.


Secondo questa teoria, sin dalla nascita ogni bianco detiene questo privilegio e solo dopo essersi reso cosciente di questo fatto, può cercare di espiare ciò e liberarsi, lottando contro il proprio "razzismo interiore" e quello dei propri simili.


In questo senso, si può comprendere l'esclusione dei bianchi dagli incontri "antirazzisti", visto che ogni bianco, per via del proprio privilegio, sarebbe "razzista" di per sé, e una sua discriminazione non può essere considerata ovviamente "razzista", in quanto il "razzismo" è una creazione della "razza bianca".
Sul tema della "razza", gli ideologi "antirazzisti" tendono a negare e al contempo affermare la sua esistenza, in quanto dichiarano che le razze non esistono, ma sono un "costrutto sociale" inventato dalla cosiddetta "razza bianca" per dominare sulle "razze di colore", ma ancora allo stesso tempo tra di loro ci sono dei disguidi su cosa si intenda per "razza bianca".
Tale ideologia, che sostanzialmente si rifà a un mix di sociologia e ideologia neomarxista dove al posto della "classe" si pone la "razza" come reale fondamento, merita senz'altro una più approfondita analisi, che si può affrontare in altri articoli.

Note:

NBA:Batum si scusa per frasi razziste rivolte indirettamente al giocatore spagnolo Marc Gasol :"non perdiamo contro gli spagnoli"



Di Salvatore Santoru

Il cestista Nicolas Batum(Portland Trail Blazers) si è scusato e ha affermato di essere stato frainteso, per essere stato l'artefice di un motto considerato di stampo xenofobo e razzista, scritto in un cartello usato dalla squadra come "frase motivazionale"(1).
"Non perdiamo contro gli spagnoli" ha detto Batum riferendosi all'unico giocatore di origine spagnola presente nella squadra Marc Gasol, del Memphis Grizzlies, che in seguito ha guidato la sua squadra al successo(2) .
Il cestista afroamericano Damian Lillard ha difeso Batum sostenendo che questa questione doveva rimanere all'interno della squadra, e che non ha nessuna accezione xenofoba e razzista.
Dal canto suo, Gasol ha sostenuto di non preoccuparsene, sperando che i media non ne facciano chissà che questione. Inoltre, ha detto:"per quanto ne so, nessuno di voi è spagnolo. Quindi spero nessuno si senta offeso da queste parole."(3)

Comunque sia, pur non trattandosi assolutamente di fatti gravi, bisogna pur sempre tenere presente che nello sport, così come in altri ambiti della società, i pregiudizi razziali e xenofobi, sono pur sempre dietro l'angolo, anche se si presentano dietro innocue affermazioni rivolte a uno dei pochi giocatori "diversi", sia per nazionalità che per colore della pelle.

Note:
(1)http://www.sportando.com/it/usa/nba/158948/non-perdiamo-contro-gli-spagnoli-la-scritta-nello-spogliatoio-blazers.html
(2)http://www.oregonlive.com/sports/oregonian/john_canzano/index.ssf/2015/04/canzano_defensive_effort_of_da.html
(3)http://www.basketnet.it/it/batum-si-scusa-per-le-velate-accuse-di-razzismo/268331

Foto:http://www.si.com

Francia: arriva “Patries”, il primo film sul razzismo antibianco nelle banlieu, prodotto da Cheyenne Carron



Di Adriano Scianca

Il razzismo antibianco delle periferie francesi sbarca anche al cinema. È infatti in arrivo sui grandi schermi transalpini Patries, della regista Cheyenne Carron.
La pellicola parla della storia di Sébastien, un ragazzo francese che con la sua famiglia va ad abitare nella banlieue parigina. Qui fa subito amicizia con Pierre, un giovane camerunense in cerca della sua identità, ma deve scontare anche l’ostilità di un gruppo di ragazzi di origine africana.
Schermata 2015-04-18 alle 14.35.14
Carron è del resto una regista da sempre interessata ai temi delle origini, delle appartenenze, delle identità, anche in virtù della sua storia familiare: di origine kabila, a tre mesi viene sottratta ai genitori naturali per una storia di maltrattamenti e affidata ai Carron, una famiglia di cattolici umanisti di sinistra. Nella Pasqua del 2014 si è fatta battezzare ed è diventata Cheyenne-Marie.
Il suo precedente film, L’Apôtre (L’Apostolo), ha fatto discutere per il fatto di rappresentare la conversione al cattolicesimo di un giovane musulmano, fra la costernazione della sua famiglia e della sua comunità (dopo gli attentati di Charlie Hebdo il ministero degli Interni ha fatto sì che alcune proiezioni della pellicola saltassero per pericolo di attentati).
Ora arriva il tema forte del razzismo antibianco, una realtà che i media francesi negano con forza, ormai oltre ogni plausibilità. “Io non sono né bianca né nera – ha detto in un’intervista la regista – ma marrone chiara. Non ho mai sofferto del razzismo da parte dei bianchi o dei neri. Dai tempi della mia adolescenza ho avuto occasione di frequentare ragazzi e ragazze venuti da tutti gli ambienti e da tutte le origini etniche. Ho osservato le manifestazioni del razzismo in tutte le sue forme. Oggi credo di avere abbastanza distanza da questo soggetto per potermene 
interessare in quanto cineasta. Ho constatato che molti magnifici film sono stati fatti per denunciare il razzismo contro i neri, penso a Imitation of Life12 years a slave, o Dear white people, ma non ho mai visto dei film sul razzismo antibianco. Allora ho avuto voglia di correggere questo dato”.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *