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La doppia morale sulle “fake news”


Di Salvatore Santoru

Negli ultimi anni il tema delle fake news” è diventato uno dei più discussi nell’ambito del mondo dell’informazione, specialmente occidentale. L’attuale emergenza legata al Covid-19 ha contribuito ad un’ulteriore presa di coscienza dei potenziali danni derivanti dalla proliferazione di notizie false e, d’altronde, è stata accompagnata da proposte politiche tese a limitarne la diffusione.
Tuttavia, c’è da dire che tali proposte sono state accompagnate da un discreto e comprensibile scetticismo e alcuni opinionisti hanno sostenuto che una possibile stretta “anti-fake news” potrebbe eventualmente portare alla limitazione della libertà dell’informazione e dei media.
Comunque sia, ciò che risulta attualmente chiaro è che le recenti campagne anti-fake news risultano essere alquanto “selettive” e non propriamente “super partes”.

Quando le fake news sono diffuse dal mainstream: alcuni esempi

Solitamente, quando si parla di fake news si pensa generalmente a certe bufale diffuse nella Rete o, in alternativa, a certe menzogne utilizzate dalla propaganda di determinati regimi totalitari o autoritari, sia di ieri che di oggi.
D’altronde, nei principali mass media si identifica perlopiù il problema delle fake news con certa disinformazione, propaganda e/o falsità particolarmente diffusa su Internet. Di per sé, c’è da dire che effettivamente esiste un forte problema legato a tutto ciò ma, d’altro canto, non è propriamente corretto restringere la tematica delle notizie false al solo web o al mondo dell’informazione non mainstream.
Il fatto è che, purtroppo, pare questa la piega che si sta prendendo in Occidente e ciò andrebbe a vantaggio degli interessi dei pochi grandi gruppi editoriali internazionali. Sempre a riguardo di ciò c’è anche il rischio che, dietro il paravento della nobile causa della battaglia per la “corretta informazione”, si possa portare avanti un’attacco ai media indipendenti e alla stessa libertà d’informazione e ciò in modo ‘indiretto’ e/o ‘subdolo’.
Uno degli aspetti che rafforza questa ipotesi è un certo “doppio standard” che si registra a seconda della fonte che diffonde notizie false o, ancora, informazioni distorte o più semplicemente misinformazione(1).
Il punto è che, a volte e non così raramente, anche i media mainstream pubblicano notizie false o informazioni distorte e al riguardo si possono fare alcuni esempi.
Uno dei più noti è sicuramente quello delle famigerate “arme di distruzioni di massa” dell’Iraq, un falso diffuso anche e sopratutto dal New York Times, che in seguito fece ‘mea culpa’ per ciò(2). Altri esempi più recenti riguardano alcune ‘mezze verità’ e notizie false diffuse prima dell’intervento militare in Libia e altre che rientrano nell’ambito della propaganda di guerra contemporanea(3).
Oltre a ciò, si possono citare casi di importanti reporter che per anni si sono ‘specializzati’ nella creazione di notizie false prima di essere ‘scoperti’, come Stephen Glass del New Repubblic(4) e, più recentemente, Claas Relotius dello Spiegel(5).
Inoltre, poche settimane fa è stata diffusa da diversi media mainstream, tra cui la CNN, la notizia della presunta scomparsa di Kim Jong-un, notizia che è stata smentita inizialmente dallo stesso presidente statunitense Donald J Trump e pochi giorni dopo da tutti i media globali(6).
Passando all’Italia, c’è da segnalare che pochi giorni fa La Repubblica ha pubblicato un’intervista con un individuo identificato come il portavoce di Al Shabaab in merito alla recente liberazione di Silvia Romano, ma tale rappresentante (Ali Dhere) in realtà è scomparso alcuni anni fa(7).

La necessità di un’informazione più libera e corretta

Gli esempi citati possono servire a capire che la questione delle notizie false e della “cattiva informazione” è, in linea di massima, più “trasversale” di quanto comunemente si pensi. Difatti, come appena ricordato, anche nei media ritenuti più autorevoli capita di incorrere in qualche errore, sia involontariamente che qualche volta spontaneamente.
Un altro dei punti cruciali della questione è che, d’altronde, anche l’informazione mainstream occidentale (e non) è ben meno “libera” e “indipendente” di quanto si pensi. Difatti, com’è notorio, la maggioranza dei media che ‘realmente contano’ appartiene a pochi gruppi editoriali decisamente potenti ed influenti a livello globale.
Detto ciò, è di conseguenza superfluo aggiungere che buona parte dei media mainstream fa gli interessi delle società ‘controllanti’ o segua determinate agende politiche/economiche o di altro tipo (private o pubbliche). Affermare ciò, comunque, non sta a significare che la maggioranza dei media mainstream occidentali diffonderebbe un’informazione non autorevole ma, semmai, riconoscere che essa è comunque funzionale a determinati interessi piuttosto che essere propriamente ‘imparziale’ come si vorrebbe far credere.
Il punto fondamentale di tutta la questione è che c’è indubbiamente bisogno di un’informazione che sia, almeno nei limiti possibili, maggiormente autorevole così come corretta e libera.
Quindi, sarebbe anche necessario che si crei un ‘rinnovamento’ del mondo dell’informazione occidentale e globale e che, al contempo, si promuova sempre di più l’importanza di un’informazione più indipendente e libera.
In tal modo si creerebbero le basi di un’informazione più genuina e, oltre a ciò, si promuoverebbe quella che dovrebbe essere la stessa funzione ufficiale dei mass media, mainstream o meno.
Ovvero sia, fungere da “mezzi” di una comunicazione e di un’informazione utile e efficace nella comprensione e nello ‘svelamento’ dei meccanismi che governano la società e il mondo.

NOTE

- ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

L’emergenza Covid-19 e la questione delle fake news


Di Salvatore Santoru

L’attuale emergenza legata al Covid-19 sta avendo, tra le altre, delle notevoli ripercussioni anche nell’ambito dell’informazione e della controinformazione.
Difatti, da diversi giorni e settimane vi è l’appello ad una corretta informazione sul Coronavirus e sulle sue effettive conseguenze. Oltre a ciò, da alcuni giorni è diventato un tema centrale anche la questione della lotta alle ‘notizie false’ e tale delicata questione merita degli opportuni chiarimenti.
Comunque sia, ciò che per ora risulta chiaro è che l’emergenza Coronavirus potrebbe stimolare un cambiamento del ruolo dell’informazione, sia di quella ‘tradizionale’ e sia di quella che fa riferimento ai ‘new media’.

La lotta alle fake news, tra opportunità e criticità

Recentemente il governo italiano ha autorizzato una task force dedita alla lotta contro le fake news e tale notizia è stata annunciata da Andrea Martella, l’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri(1).
La stessa creazione della task force è stata considerata fondamentale da Martella e da alcune personalità governative mentre, al contrario, ha ricevuto una netta opposizione da parte di altri esponenti politici come Giorgia Meloni(2).
Al di là della diatriba prettamente politica e elettoralistica, c’è da dire che l’istituzione di tale task force merita di essere analizzata elencando, per quanto possibile, gli aspetti costruttivi e le criticità che essa potrebbe presentare.
Il fatto è che certamente c’è bisogno di maggiore autorevolezza e chiarezza sul Covid-19 e, di conseguenza, la diffusione di bufale e notizie eccessivamente ‘distorte’ dovrebbe essere perlomeno limitata.
D’altro canto, ciò che conta in questo difficile periodo è salvaguardare la salute dei cittadini e offrire, per quanto possibile, una responsabile fruizione di un’informazione utile e genuina.
Inoltre, non è eccessivamente opinabile la necessità di fermare la proliferazione di quelle notizie e informazioni fake che potenzialmente potrebbero essere addirittura pericolose per la salute dei cittadini.
D’altronde, in tempi di emergenza ci sono sempre i ‘furbetti’ che cercano di speculare sulla credulità popolare per questioni e interessi ben poco nobili e tuttavia anche in questo caso c’è bisogno di fare una piccola specificazione.
Difatti, bisogna pur sempre distinguere tra le vere e proprie deliberate truffe e/o la diffusione volutamente fuorviante e interessata di informazioni false da altri tipi di bufale non aventi risvolti potenzialmente pericolosi per la salute e la sicurezza del cittadino. Oltre a ciò, bisognerebbe anche analizzare e operare un adeguato discernimento in merito alle tante informazioni e notizie legate a possibili cure e terapie per il Coronavirus.

Ad esempio, si possono citare in tal caso la vicenda dell’Arbidol, un farmaco antivirale che è stato spacciato da due turisti italiani come “la cura” utilizzata dai russi contro il Covid-19(3).

In tal caso, si tratta di una vera e propria bufala che probabilmente è stata creata anche con finalità per così dire ‘goliardiche’ e, allo stesso tempo, comunque senza intenti truffaldini o di altro genere. Una vicenda a parte è invece quella dell’ormai famoso Avigan, il farmaco giapponese di cui tanto si è discusso nelle ultime settimane in Italia.

Su ciò, c’è da dire che la pubblicazione di un video virale su Facebook e la conseguente approvazione della sperimentazione da parte dell’AIFA hanno scatenato diverse polemiche tra chi sosteneva presunti “effetti miracolosi” del medicinale e chi riteneva che si trattasse di una totale ‘hoax’.

In realtà, a riguardo c’è da dire che il farmaco antivirale nipponico non sembra avere i tanti effetti benefici anti-Coronavirus di cui parlano i suoi sostenitori ma, allo stesso tempo, pare avere efficacia nella cura di alcuni pazienti già interessati dal Covid-19 e le sue proprietà stanno venendo utilizzate in Cina e Giappone(4). Quindi, in questo caso si può a ben ragione parlare di ‘sensazionalismo’ e di informazioni poco chiare e ‘fumose’ ma, tuttavia, non si tratta comunque di una bufala tout court.

I possibili rischi della battaglia anti-fake news

Alcuni giorni fa i media occidentali davano la notizia di una nuova possibile svolta autoritaria in Ungheria, svolta ‘legittimata’ dal governo di Viktor Orban utilizzando l’emergenza Covid-19.

Tra le metodologie di stampo autoritario contestate dai media vi era, tra le altre, quella relativa all’inasprimento della battaglia contro le stesse notizie false. Tale inasprimento è stato considerato potenzialmente pericoloso per la già precaria libertà di stampa vigente nel paese magiaro e, d’altro canto, si è sostenuto che in tal modo potesse essere ancora di più repressa e limitata l’informazione e la controinformazione ostile nei confronti dell’attuale potere costituito.

Tuttavia, bisogna pur ricordare che tale ‘appello al principio della libertà d’informazione’ potrebbe apparire ad alcuni osservatori per certi versi ‘ondivago’.
Il fatto è che, da diversi giorni, si assiste alla diffusione di campagne anti-fake news diffuse dai media mainstream e lo stesso establishment occidentale è sempre di più proteso verso l’inasprimento delle leggi che puniscono i diffusori e fruitori delle notizie false(5).
Di per sé tale fatto potrebbe anche essere considerato avente finalità positive e, d’altro canto, ci sarebbe da considerare il fatto che tale ‘limitazione’ non dovrebbe avere a che fare con una ‘censura’ delle voci non allineate come avviene negli stati autoritari.
Tuttavia, il rischio di una deriva ‘censoria’ è pur sempre presente ed è interessante che l’attuale ‘narrazione anti-fake news’ concentri il suo sguardo solo o sopratutto nell’ambito dell’informazione e della controinformazione non mainstream, specialmente quella diffusa sul web.
Senza addentrarsi in ragionamenti eccessivamente ‘dietrologici’, l’ipotesi di una strumentalizzazione della battaglia anti-fake news per scopi di ‘egemonia mediatica’ non è così campata in aria. Argomentando brevemente su ciò, si potrebbe sostenere che l’apparato mediatico mainstream occidentale teme una possibile e crescente ‘concorrenza’ da parte dell’informazione e della controinformazione legata ai ‘nuovi media’ e lontana dalle logiche del ‘potere costituito’.
D’altronde, è vero che nei paesi occidentali la libertà di stampa e d’espressione è abbastanza salvaguardata ma è altrettanto vero che la maggioranza dei media ‘che realmente contano’ non è ovviamente espressione di un’informazione “libera e indipendente” ed è conforme a determinati interessi di natura pubblica o privata.
Oltre a ciò, c’è da ricordare che non sempre le fake news sono diffuse dai soliti siti o blog di Internet ma è capitato più volte che gli stessi media mainstream fossero veicoli, magari inconsapevoli, della proliferazione di ‘false notizie’.
A tal riguardo, c’è da segnalare la storia dell’ex redattore e collaboratore dello Spiegel Claas Reotius, già pluripremiato reporter(6).
Inoltre, una ricerca del Reuteurs Institute for Study of Journalism ha evidenziato come la stessa rilevanza e popolarità dei siti specializzati in fake news sia più bassa di come si pensi e che, ovviamente, essi sono decisamente meno letti rispetto alle testate mainstream(7).
Per concludere questo paragrafo, c’è anche da dire che alcuni opinionisti sostengono che l’attuale lotta alle fake news e la creazione della task force potrebbero rivelarsi un fallimento(8).

I danni delle notizie false e l’importanza dell’informazione libera e indipendente

Evidenziare le criticità sottese ai possibili decreti anti-fake news non significa sottovalutare i potenziali pericoli che, non raramente, notizie false e bufale provocano.
Difatti, le stesse notizie o informazioni false e fuorvianti rappresentano un’importante problematica per la credibilità dell’informazione e della controinformazione e, d’altronde, per gli stessi operatori e professionisti che lavoravano in tali settori.
Il problema è particolarmente gravoso nell’ambito dell’informazione considerata libera e indipendente, o comunque slegata dalle ‘logiche di potere'(9). In tal senso, il fatto è che da alcuni anni si è avviata una campagna di graduale delegittimazione dei media indipendenti e tale campagna è stata orchestrata dai grandi gruppi mediatici e dalle corporations dell’high tech.
La questione non è di carattere meramente ‘complottistico’ ma, come ben si sa, è dovuta alla reazione politica e mediatica alla proliferazione di fake news che avrebbero favorito la campagna presidenziale di Donald J.Trump nel 2016.
Entrando maggiormente nei dettagli, c’è da dire che da quel momento si è operata sempre di più una soft e ‘subdola’ censura nei confronti dei media alterativi e/o indipendenti, ‘censura’ basata su un determinato utilizzo degli algoritmi, delle demonetizzazioni e con la limitazione dell’indicizzazione sul web.
Tale processo ha portato, relativamente e almeno apparentemente, alla promozione di un’informazione più cristallina ma un effetto collaterale importante è stato costituito da un’ulteriore limitazione dell’informazione maggiormente libera e indipendente. Tale limitazione potrebbe costituire dei potenziali rischi per la stessa libertà dei media e dell’informazione e, allo stesso tempo, c’è da auspicare una nuova crescita dell’informazione libera e indipendente e dell’obiettività dei media nel loro complesso.
12 – continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray.
  7. “La pandemia e la rinascita” di Attilio Sodi Russotto.
  8. “Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?” di Gaetano Magno.
  9. “Il Medio Oriente e la minaccia del Covid-19” di Marco Giaconi.
  10. “Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina” di Stefano Graziosi.
  11. L’Europa alla prova della storia” di Gabriele Ciancitto.
  12. “L’emergenza Covid-19 e la questione delle fake news” di Salvatore Santoru
NOTE

Coronavirus, fa discutere un video del Tgr Leonardo su un 'supervirus' creato in Cina nel 2015


Di Salvatore Santoru

Nelle ultime ore sta facendo discutere un servizio, datato 2015, del Tgr Leonardo di Rai3.
Più specificatamente, il video del servizio è diventato virale e parla della creazione di un supervirus polmonare da pipistrelli in Cina.
Nel servizio, riporta l'ANSA(1), si era ricordato che tale creazione del 'supervirus' sarebbe avvenuta per scopi di studio.

Stando ai sostenitori dell'origine artificiale del Covid-19, lo stesso servizio potrebbe essere in correlazione con l'ipotesi di una presunta origine del Coronavirus nel laboratorio di Wuhan.

Tale teoria è stata considerata decisamente complottista e, stando agli scienziati, sarebbe già stata smentita e, inoltre, i presunti legami tra i due episodi costituirebbero delle fake news o bufale.

NOTA:

(1) http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/03/25/coronavirus-il-caso-del-video-del-tgr-leonardo-2015-sul-supervirus-creato-in-cina_7adf8316-6ca5-42cd-96de-c18f7fb53595.html

Il Tg2 riscrive la storia e fa liberare Auschwitz dagli americani


Di Giovanni Drogo

Il Tg2 diretto da Gennaro Sangiuliano riscrive e rilegge a modo suo la storia del Novecento. Un compito arduo e difficile che al telegiornale della seconda rete Rai affrontano con umiltà e la forza di studi matti e disperatissimi. L’ultima fatica storiografica è andata in onda durante l’edizione delle 20:30 dell’8 dicembre nel servizio di Chiara Prato in ricordo di Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti allo sterminio nazista e reduce del campo di Auschwitz-Birkenau morto tre giorni fa a Roma a 91 anni.

Terracina, deportato in Germania all’età di 15 anni, fu l’unico della sua famiglia a fare ritorno a casa. Ad un certo punto, mentre sullo schermo passano delle immagini d’archivio della liberazione di un campo di concentramento la giornalista afferma «c’è anche lui in queste immagini sbiadite filmate dagli americani a liberare Auschwitz». Il che è vero solo se la vostra fonte è il film La vita è bella di Roberto Benigni, dove appunto è un carro armato statunitense a fare l’ingresso nel campo di concentramento dove sono rinchiusi il protagonista e il figlio. Ma il lager nazista del film di Benigni non è Auschwitz, ma solo un campo “di fantasia” che non esiste né è mai esistito nella realtà.

Il vero campo di concentramento in cui invece fu imprigionato Piero Terracina esiste, attualmente si trova in Polonia e fu liberato il 27 gennaio del 1945 (che è la data scelta per il giorno della Memoria) dalle truppe sovietiche dell’Armata Rossa. Alla giornalista che invocava la necessità di «fare memoria del passato» non è balenata l’idea di verificare le informazioni e nessuno in Redazione pare essersene accorto. Almeno fino all’edizione del giorno dopo quando dando la notizia dei funerali di Terracina la giornalista ha ricordato che «il campo di Auschwitz venne liberato dalle truppe sovietiche il 27 gennaio del 1945»
Ma non bisogna essere troppo severi con il Tg2, perché ieri anche Stefano Parisi ha cinguettato sul falso storico degli americani che hanno liberato gli ebrei: «questa sera a Milano qualcuno ha cantato Bella Ciao. Dopo l’Inno di Mameli intonato a gran voce da tutti. Nulla contro Bella Ciao ma forse bisognava intonare l’inno USA. Sono gli americani che hanno liberato gli ebrei dai campi di concentramento». Il che non è assolutamente vero.
parisi Auschwitz americani - 1
È vero invece che anche gli americani hanno liberato i prigionieri di alcuni campi di concentramento(ad esempio quello di Mauthausen, liberato dagli USA il 5 maggio del 1945) ma è come dire che la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta solo dagli americani e non anche dai russi o dagli inglesi(anche i britannici parteciparono alla liberazione dei campi di concentramento nazisti come ad esempio Bergen-Belsen).
parisi Auschwitz americani - 3
Qualcuno ha fatto notare a Parisi che aveva preso una cantonata e allora l’ex candidato sindaco di Milano ha concesso che anche i sovietici liberarono i campi (dimenticando gli inglesi) ma che furono gli americani a liberarci dal Fascismo mentre nella Russia comunista (impegnata a sconfiggere il Nazismo sul fronte orientale) “milioni di morti e dissidenti nei gulag”. Ecco, è questa visione manichea della storia che forse sarebbe bene che politici e giornalisti abbandonassero una volta per tutte.

La vera storia di Daniela Carrasco, la “Mimo” simbolo dei manifestanti cileni


Di David Puente

Era una storia troppo strana quella diffusa a fine novembre tra i social e i media italiani, e non solo. Daniela Carrasco, la “Mimo” diventata simbolo dei manifestanti cileni, secondo molti sarebbe stata trattenuta dai Carabineros il 19 ottobre 2019 e trovata impiccata e senza vita il giorno successivo dopo essere stata stuprata e percossa dagli agenti fino alla morte.
La versione ufficiale riporta, al contrario, che l’autopsia non ha riscontrato segni di violenze e che Daniela sia morta suicida. Nel frattempo, in Italia, durante il corteo di ieri a Roma di “Non una di meno” si sono visti manifesti e alcune manifestanti truccate in viso come Daniela.
Ciò che rende la storia più strana è come sia giunta in Europa e in Italia a distanza di un mese dalla sua morte, come mai in Cile se ne sia parlato fino a un certo punto – liberamente anche tramite dibattiti televisivi dove accusavano i Carabineros – e come ci sia la totale mancanza di una dichiarazione o accuse da parte della famiglia della ragazza.
Ho contattato via Twitter l’account dell’associazione delle avocatesse femministe del Cile (“Abogadas Feministas Chile” – @Abofemcl) per saperne di più, soprattutto dopo un loro thread pubblicato il 22 novembre. Ho avuto modo di parlare direttamente con Daniela Watson Ferrer, responsabile delle comunicazioni dell’associazione che si occupa pro bono del caso per la famiglia della ragazza trovata senza vita in Cile.



Il tweet di Daniela Watson Ferrer dove chiede ai media e ai cittadini di smettere di condividere notizie false su Daniela Carrasco “la Mimo”.

L’intervista

Quale è il ruolo dell’associazione in questa vicenda?
«Non appena siamo venute a conoscenza della vicenda, occupandoci con maggior attenzione di donne vittime di violenza, abbiamo raggiunto la famiglia e ci siamo offerte di lavorare per loro pro bono. Si tratta di una famiglia povera che ha affrontato e sta affrontando molte difficoltà».
Su Twitter la vostra associazione ha parlato del ritrovamento di una lettera della ragazza legata al suicidio. Confermi?
«Si, la lettera esiste ed è stata lei a lasciarla».
Quindi la famiglia pensa che sia stato un suicidio?
«La famiglia prosegue la tesi del suicidio che, viste le prove in mano, risulta quella plausibile. Comunque non scartiamo eventuali novità».
Voi e la famiglia non avete riscontrato qualche elemento che porti a pensare a violenze e percosse subite sul corpo della ragazza?
«No. In ogni caso abbiamo fatto fare delle perizie da parte di terzi sul corpo e sulla lettera, ma i risultati potrebbero tardare e forse dovremmo aspettare un anno prima di consultarli».
Online si sostiene che la ragazza fosse stata trattenuta dai Carabineros la sera prima di essere trovata senza vita. Vi risulta?
«No, si trovava insieme alla sua famiglia. Capisci quanti rumors ci sono in questa storia?».



In questa foto non c’è Daniela Carrasco. La ragazza ritratta è una studentessa che ha voluto fare un omaggio a Daniela.
A proposito di rumors, dai tweet della vostra associazione mi sembra di capire che ci sono delle accuse verso la famiglia di guadagnare denaro grazie alla morte della ragazza. Cosa ci racconti a riguardo?
«No, non hanno accusato la famiglia. Pare che ci siano delle persone che avrebbero fatto delle illustrazioni o prodotti su Daniela alludendo alla sua causa. Pensiamo che questi siano altri rumors perché non abbiamo prove che qualcuno lo stia facendo davvero, ma ci teniamo a precisare che in ogni caso la famiglia non è coinvolta».
Mi hai detto che la famiglia è povera e che vive diverse difficoltà. C’è qualche forma di aiuto, anche economico con un crowdfunding, che gli utenti possono dare?
«No, al contrario. Vogliono essere lasciati in pace anche nel poter piangere la loro perdita in santa pace».
Da una parte il dubitare nella versione del suicidio e dell’autopsia, dall’altra il timore che qualcuno usasse la morte della ragazza per dare forza alle manifestazioni. In questi casi chi ha diffuso le notizie non verificate doveva essere più cauto. Cosa ne pensi?
«È esattamente quello che abbiamo voluto comunicare nei nostri comunicati diffusi nei nostri account social».



Una delle immagini diffuse da parte di chi sostiene che sia stata maltrattata.

Conclusioni

Due erano le tesi diffuse, quella ufficiale dell’autopsia e quella della denuncia di violenza da parte dei manifestanti e attivisti cileni. I dubbi erano tanti, così come le ombre. Le risposte fornite dall’associazione ci mostrano un quadro più chiaro di come stanno le cose, di quanto non si debbano diffondere notizie infondate – la tesi delle violenze – e soprattutto di quanto la famiglia di Daniela Carrasco voglia essere lasciata in pace.

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