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India, rapito e decapitato bimbo di 4 anni come "offerta" di sacrificio alla dea Kali, come risposta gli abitanti hanno tentato di bruciare lo stregone boia




http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/india-decapitato-bimbo-di-4-anni-offerto-in-sacrificio-alla-dea-kali_2136312-201502a.shtml

Un bambino indiano di quattro anni è stato decapitato in un villaggio dell'Andhra Pradesh, in India, da uno stregone che ha offerto il "sacrificio" alla dea Kali per ottenere "poteri divini" e "ricchezza". Il quotidiano The Times of India riferisce che dopo l'orribile episodio gli abitanti del villaggio hanno legato l'uomo a un albero e hanno tentato di bruciarlo vivo. Lo sciamano P. Tirumala Rao è stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni.






Dopo aver rapito e decapitato il bambino, il 35enne stregone ha raccolto il suo sangue in una bottiglia per compiere il suo orribile rito religioso. Il cadavere senza testa del piccolo, hanno reso noto gli inquirenti, è stato trovato a casa dell'uomo che nel frattempo era stato catturato dagli abitanti del villaggio.

Rao è stato salvato però da alcuni anziani che hanno spento le fiamme e lo hanno portato nel vicino ospedale di Kandukur. La polizia, che ha aperto una inchiesta, ha rivelato che prima del sacrificio il bimbo è stato strangolato dal suo aggressore.

Foto:Kali, http://www.iloveindia.com

Sacrifici umani, il lato oscuro di diversi antichi culti (VIDEO)





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Sacrificio umano, forma suprema della "magia nera"



Di Francesco Lamendola

Abbiamo, nell'articolo Quando gli archeologi scherzano col fuoco, ricordato come i relitti psichici di persone decedute per morte violenta costituiscano un terribile pericolo per il mondo dei vivi, costituendo una delle vie privilegiate per le quali si verifica l'intrusione delle forze infere il cui scopo è sottrarsi alla dispersione per 'assorbire' il mondo dei viventi nel proprio sforzo di materializzazione.






 I campi di battaglia delle due guerre mondiali, letteralmente saturi di queste scorie psichiche altamente negative - cariche dell'angoscia, della sofferenza, dell'odio disperato con i quali centinaia di migliaia di esseri viventi affrontarono l'evento della morte fisica - ne sono l'esempio più clamoroso. Un altro caso, anch'esso già ricordato, è quello de grandi macelli bovini e suini, dove milioni di animali vengono uccisi, spesso con particolare crudeltà, rilasciando sia nelle carni di cui poi ci nutriamo, sia nell'ambiente circostante, energie vibrazionali estremamente distruttive, poiché il terrore e la sofferenza degli animali non sono, qualitativamente, meno intensi e devastanti di quelli degli umani.


Vi è poi un'altra maniera in cui coloro che si sono votati al trionfo delle forze infere cercano di aprire ad esse un varco per invadere il nostro piano di realtà: il sacrificio rituale di esseri umani, il culmine di tutte le operazioni di magia nera e anche, ovviamente, di quelle religioni che praticavano tali riti (ad es., quella degli Aztechi) per ingraziarsi le loro divinità. Lo spettacolo offeerto da quei sinistri officianti mentre si accingevano a delle vere e proprie orge di sacrifici umani, doveva essere semplicemente spaventoso. Scrive lo storico delle religioni Camillo Crielli (in Tacchi-Venturi, Storia delle religioni, Torino, UTET, 1944, vol. 1, pp. 129-130):
"[in Messico] il sacrifizio si faceva sopra una pietra chiamata techcatl, alta un metro, in forma di piramide o di trono troncato, nella parte superiore con superficie abbastanza larga per poter ivi appoggiare il dorso, in modo che le gambe, le braccia e la testa rimanessero penzoloni, e il petto fosse sporgente. Stava nella parte più alta del tempio, o teocalli, e talvolta vi erano quattro o cinque pietre, secondo il numero delle vittime da sacrificarsi. I sacerdoti, chiamati Chachalmechi, erano sei per ogni vittima, cinque per tenere le braccia, le gambe e il colo, il sesto era il sacrificatore. Costoro avevano il corpo ed il viso dipinti di nero, una linea bianca circondava la loro bocca e un nastro di cuoio fasciava i loro lunghi capelli. Indossavano una specie di dalmatica a strisce o macchie bianche e nere. Preparata la vittima con le cerimonie rituali, e fattala salire su fino alla cima o ultimo pianerottolo del teocalli, quattro di quei sacerdoti l'afferravano per le gambe e per le braccia e la stendevano sul techcatl, il quinto le gettava subito al collo un anello di legno per impedire che rialzasse la testa, e il sesto, il sacrificatore, dopo fatta l'orazione rituale, armato di un acuto coltello di tecpatl, specie di pietra focaia, con un solo colpo la feriva nel peto, metteva la mano nella ferita, ne strappava il cuore, l'offriva ancor palpitante al sole e lo gettava ai piedi di Huitzilopoztli.
"Finito il sacrifizio, i cuori delle vittime erano bruciati o mangiati dai sacerdoti, o conservati per qualche tempo: col sangue si ungevano le labbra degli idoli e le pareti del tempio. Il cadavere era gettato giù per i gradini del tempio, che (…) aveva la forma di piramide. Il padrone ella vittima veniva coi suoi amici a prenderne il cadavere che veniva portato via e poi tagliato a pezzi. La testa era inviata ai sacerdoti e conservata nel Tzompantli, casa dei teschi; di questo lugubre luogo parlano i compagni di Cortes, che videro il macabro museo; le viscere erano abbandonate ai cani, e le altre parti del corpo , cotte con mais, servivano per celebrare il banchetto sacro. Il padrone della vittima non poteva mangiare di quella carne, per essere considerata come sua propria; poteva invece mangiare la carne di altri prigionieri o i altre vittime sacrificate."
Anche le antiche civiltà dell'area mediterranea praticavano il sacrificio rituale, anche se - salvo casi eccezionali - non con la sistematicità e l'efferatezza degli Aztechi. Mano a mano, però, che le religioni evolvevano verso forme meno rozzamente antropomorfiche , le leggi finirono per abolirli ed essi ripiegarono nelle tenebre della magia nera, ove continuarono - e continuano - ad essere praticati clandestinamente.
Il porta Orazio, sd esempio, nel quinto dei suoi Epodi,descrive con dovizia di particolari il sacrificio rituale di un fanciullo, operato da alcune "streghe" che lo seppelliscono nella terra fino al mento per lasciarlo morire d'inedia e, poi, preparare un filtro d'amore con le sue viscere, e più precisamente con le midolla ed il fegato, mescolati ad altri ingredienti animali e vegetali.
Dapprima il bambino, che forse era stato narcotizzato dopo essere stato rapito, si guarda attorno incredulo e tenta di impietosire le megere con le sue suppliche strazianti (traduzione di Mario Ramous, in: Orazio, Odi ed Epodi,Milano, Garzanti, 1992, p. 300 sgg.):




....
Le ultime parole del fanciullo sono particolarmente interessanti perché ci rivelano la credenza che gli spiriti di coloro che vengono uccisi ingiustamente e crudelmente si trasformeranno in demoni persecutori dei loro assassini. È un tema ben noto anche alle culture dell'Estremo Oriente;lo scrittore anglo-americano Lafcadio Hearn, naturalizzatosi giapponese, nei racconti di Kwaidan descrive appunto le tecniche per 'dirottare' la carica energetica negativa di un condannato a morte, affinché essa non si rivolga contro il suo uccisore. (Così come un altro scrittore americano, H. P. Lovecraft, nel racconto L'orrore sotto il tumulo descrive l'azione vendicativa dello spirito di uno stregone presso un'antica sepoltura indiana).
Dicevamo che la pratica del sacrificio rituale è ancor oggi in uso negli ambienti della magia nera così come lo è stata, fino a tempi recenti, nelle forme degradate di bassa religiosità. I seguaci della setta dei Thugs, nell'India di metà Ottocento, si resero responsabili dell'assassinio rituale di molte migliaia di viandanti e pacifici mercanti, sacrificati in onore della dea Kali; e forse, in certi ambienti della diaspora giudaica, si praticò l'infanticidio rituale di cristiani, come il caso assai noto di Trento, del 1475 farebbe pensare (martirio del beato Simonino). Recentemente si è occupato di questo tema Ariel Toaff nel suo libro Pasque di sangue (ed Il Mulino, 207)che ha suscitato - come è noto- un autentico vespaio, non tanto per l'ipotesi di lavoro che esso suggeriva - l'ipotesi di lavoro che alcune comunità giudaiche d'Europa praticassero, di quando in quando, simili sacrifici, quanto per le implicazioni generali sul versante dell'antisemitismo. Non è questa la sede per approfondire la questione. Quel che è certo è che a tutt'oggi le sette sataniche vedono nel sacrificio cruento, di animali ma anche di esseri umani, la forma privilegiata di comunicazione con le forze infere e, più precisamente, la tecnica per spalancare le porte ad esse investendo la persona dello stregone delle energie psichiche che si sprigionano dalla vittima al momento dell'immolazione. Le vittime più ricercate, da questo punto di vista, sono i bambini, perché da essi sprigionerebbe una energia vitale particolarmente intensa.
Sono piuttosto note le tesi di David Icke, secondo il quale decine di migliaia di bambini (e, in misura minore, di adulti) verrebbero uccisi ogni anno nel corso di rituali di magia nera praticati da sette di satanisti sparse in tutto il mondo e che godrebbero di potentissime protezioni ad alto livello, specialmente negli Stati Uniti d'America. È probabile che vi siano enormi esagerazioni nelle tesi e nelle stime di Icke; tuttavia, non ci sentiremmo di sottovalutare la gravità del fenomeno. Ogni anno scompaiono molte migliaia di bambini, sia in occidente che nei paesi del Sud della Terra, solo una parte dei quali vengono poi ritrovati. A parte l'infame traffico di organi per l'industria dei trapianti clandestini e il traffico, altrettanto infame, di gruppi di pedofili organizzati, è possibile che una parte delle persone scomparse cadano vittime di sette sataniche che hanno bisogno, come i sacerdoti aztechi dell'antico Messico, di vittime umane da sacrificare nel corso delle loro cerimonie. Si tratta di problemi estremamente sgradevoli, davanti ai quali la reazione istintiva è quella di arretrare inorriditi e di non voler sapere. Tuttavia, sporadicamente qualche cosa trapela: come nel caso di quelle cittadine lungo il Rio Grande, al confine tra Messico e Stati Uniti, ove recenti fatti cronaca hanno richiamato l'attenzione dei mass-media sull'estensione del fenomeno delle sette sataniche dedite ai sacrifici umani, e sulla rete capillare di incredibili complicità che permettono loro di agire praticamente indisturbate per lunghi periodi di tempo.
Questi 'asceti del male', come li chiamano Guénon ed Evola, hanno messo le loro energie e i loro averi al servizio di una causa che è satanismo allo stato puro: favorire l'invasione del mondo da parte delle forze del Male e preparare le condizioni per l'instaurazione di un 'nuovo odine' demoniaco. Nemmeno il marchese De Sade, con tutta la sua sbrigliata fantasia di omicidi, perversioni sessuali e profanazioni d'ogni genere, aveva osato spingersi a tanto; anzi i suoi romanzi appaiono, al confronto, poco più che delle esercitazioni puerili e rozzamente artigianali. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11276

Il mistero dell’uomo di Tollund

Lo Jutland comprende la parte continentale della Danimarca,ed è in pratica una penisola al nord dell’Europa.
In una zona paludosa,a Tollund,una mattina del 1950 ,ad alcuni contadini,intenti ad estrarre e lavorare torba,capitò di fare uno strano e macabro ritrovamento.
Un uomo giaceva rannicchiato,con un cappio sul collo,ma,inaspettatamente,con un aspetto sereno sul volto.
La polizia del posto ,che avrebbe dovuto indagare su quello che,a tutti gli effetti,sembrava un omicidio,prese il corpo e lo affidò al dottor Glob,esperto in usi e costumi delle popolazioni nordiche.
Il quale,dopo una breve analisi,disse che il corpo giaceva tra la torba da circa 2000 anni.
L’atteggiamento della polizia non deve sorprendere:erano ormai molti i ritrovamenti avvenuti nella zona,di corpi che presentavano tutti le stesse caratteristiche:mummificazione quasi perfetta,colorito del corpo tendente al color cuoio,capelli in sede,nel cuoio capelluto.
Quello che caratterizzava il ritrovamento di Tollund,rispetto ai precedenti,era l’impressionante perfezione del processo di mummificazione.
Non artificiale,ma dovuto esclusivamente a cause naturali.
Nel corpo vennero trovati,in seguito ad un’autopsia accurata,i resti dell’ultimo pranzo dell’uomo:una minestra di cereali,fatta con molte granaglie differenti,e con semi di fiori di campo.
La particolarità più importante era data,comunque,dalla presenza del cappio sul collo,che non era stato rimosso.
Chi aveva ucciso o giustiziato l’uomo?
Si trattava di un caso di giustizia,e quindi l’uomo era un assassino o un disertore,oppure si era di fronte ad un vero e proprio sacrificio umano?
Il dottor Glob,dopo aver analizzato attentamente il corpo,dopo aver analizzato le varie storie e leggende locali,giunse alla conclusione che non si trattava di una vittima della giustizia,ma probabilmente di un vero e proprio sacrificio umano,legato ai riti della fertilità,probabilmente per auspicare una primavera veloce e feconda.
L’uomo di Tollund non era l’unica vittima di questi oscuri riti:a Grauballe,nel 1952,si rinvenne un altro copro mummificato che presentava segni di morte violenta;in questo caso l’uomo non era stato impiccato,ma sgozzato,con un taglio che partiva dall’orecchio destro per arrivare al sinistro.
Si rinvenne anche il copro di una donna di circa 50 anni,che probabilmente era stata affogata nelle paludi.
E ancora corpi di gente quasi decapitata,o uccisa a bastonate.
Tutte morti violente.
Le ipotesi del dottor Glob sono oggi unanimemente accettate:le autopsie effettuate con apparecchi recentissimi,come Tac e RMN,analisi comparative sui corpi,permettono di confermare molti punti di contatto fra i corpi.
Che sono la dimostrazione storica di un oscuro passato,violento e misterioso.

L’Uomo di Lindow e gli omicidi rituali dei Druidi

Nell’agosto del 1984, nella contea inglese dello Cheshire, fu rinvenuto un corpo mummificato risalente II secolo a.C. Le analisi delle circostanze della morte hanno ricondotto il cadavere ad antichi riti eseguiti dai druidi, i leggendari sacerdoti celtici. E’ molto probabile che L’Uomo di Lindow sia stato sacrificato durante una delle loro cerimonie sacre. 
Fu subito chiamata la polizia, nonché l’archeologo della contea, Rick Turner. Le autorità riuscirono a individuare il punto dove il piede era stato estratto e ritrovarono anche il resto del corpo, sfuggito per puro caso alle lame della macchina che tagliava la torba. I resti sembravano antichi e non appartenevano, come si era temuto, alla vittima di un omicidio recente; così la polizia se ne andò, lasciando a Turner ed alla sua équipe di specialisti il delicato lavoro di rimuovere quei resti senza danneggiarli.Il 1° agosto 1984 era cominciato come un giorno qualunque per il minatore inglese Andy Mould. Aveva scavato con un gruppo di compagni a Lindow Moss, una grande torbiera del Cheshire, e, tornato in fabbrica, stava controllando il montacarichi che trasportava i blocchi di torba alla macchina che li sbriciolava. Notando sulla piattaforma quello che sembrava un pezzo di legno, Mould lo afferrò e lo scagliò per scherzo contro un compagno, che si scansò. Quando il blocco cadde a terra, e la torba si sbriciolò, i due uomini si trovarono davanti qualcosa che non poteva che essere un piede umano.
Il corpo, un maschio, chiamato poi “Uomo di Lindow” dagli studiosi che lo esaminarono, si era ben conservato nell’ambiente acido e senz’aria della torbiera, sicché gli scienziati hanno potuto stabilire che L’Uomo di Lindow era morto intorno al II secolo a.C. e che all’epoca della morte doveva avere tra i venticinque ed i trent’anni. Di peso medio e dotato di una corporatura massiccia, sebbene priva della muscolatura accentuata tipica dei guerrieri, aveva le mani lisce, non callose, di chi apparteneva ad un’alta classe sociale.
Se il corpo offriva vari indizi riguardo alla vita di quell’uomo, straordinaria fu la prova delle modalità della sua morte. L’Uomo di Lindow portava evidenti i segni di un assassinio rituale. Poiché non vi erano tracce di lotta, gli studiosi conclusero che era stato tramortito con due colpi in testa ed in seguito dissanguato con un’incisione alla carotide. Per quanto hanno potuto stabilire gli esperti, sino al momento della sua orribile morte, l’Uomo di Lindow aveva goduto di perfetta salute.
Chi era quell’uomo, e perché aveva subito quella sorte? In base allo studio dei suoi resti alcuni esperti ritengono che fosse un druido, membro della casta sacerdotale pagana dei Celti, una popolazione stanziata su parte del continente europeo e in Gran Bretagna forse sin dall’VIII secolo a.C. Si ritiene che i Druidi, che presiedevano alla vita spirituale, intellettuale e rituale del loro popolo, praticassero sacrifici umani durante le cerimonie religiose, e i resti di cibo rinvenuti nello stomaco dell’Uomo di Lindow hanno probabilmente a che fare con tali cerimonie.
E’ proprio questa la prova che ha indotto alcuni studiosi a pensare ad una relazione con la cultura druidica. A quanto pare, l’ultimo pasto dell’Uomo di Lindow si riduceva a un pezzo carbonizzato di focaccia d’orzo, il cibo tradizionalmente consumato durante le feste celtiche in onore dell’avvento della primavera. Secondo un’antica usanza celtica, che si dice facesse parte della celebrazione, a tutti i presenti veniva distribuita una porzione di una speciale focaccia d’orzo; una di queste porzioni era carbonizzata, e chi la riceveva era destinato ad essere sacrificato agli dei.
Come nel caso di molte altre sette segrete, ciò che sappiamo dei Druidi sembra un intricato tessuto di realtà e immaginazione. I Druidi non hanno lasciato alcun resoconto scritto dei loro riti e delle loro credenze: preferivano infatti salvaguardare le proprie tradizioni imparando a memoria tutto lo scibile per poi trasmetterlo oralmente. Le nostre conoscenze si fondano su informazioni vaghe e approssimative offerte dalle testimonianze greche e romane, che nella migliore delle ipotesi sono di seconda o terza mano, e su alcuni poemi epici irlandesi, trasmessi oralmente per secoli e infine trascritti dai monaci medioevali. Custodendo gelosamente il proprio sapere esoterico, i Druidi inculcavano nei seguaci un senso di esclusività, l’idea di essere gli unici depositari di una conoscenza speciale tramandata attraverso i secoli.
I Druidi non soltanto presiedevano a tutte le cerimonie religiose e rituali, ma, a quanto riferisce Giulio Cesare nei “Commentarii de Bello Gallico” (Commentari sulla guerra di Gallia) del 51 a.C., studiavano “le stelle ed i loro movimenti, le dimensioni dell’universo e della Terra, la natura delle cose, il potere degli dei immortali“. In quanto depositari del patrimonio culturale di una società priva di scrittura, i Druidi passavano la vita a imparare a memoria le leggi e le epopee celtiche. I loro poteri politici erano almeno pari a quelli del re, che essi sceglievano personalmente all’interno della famiglia reale e consigliavano in materia di governo e di guerra. Di tanto in tanto fungevano da comandanti in battaglia, sebbene la legge non imponesse loro né l’esercizio delle armi né il pagamento delle tasse.
Conoscevano le erbe e le piante utilizzate per curare varie malattie, e praticavano numerosi metodi di divinazione: di un druido irlandese di nomeFingen si diceva che sapesse diagnosticare la malattia di un uomo dal fumo del suo camino. A quanto si tramanda, i Druidi istruivano inoltre i fanciulli nelle tradizioni culturali e nelle procedure per accedere al loro ordine, in modo che un giorno potessero anch’essi entrare a far parte della prestigiosa setta.
Pare che i Druidi fossero reclutati nei ceti superiori della società celtica e percorressero tre livelli, o gradi, di autorità: i vati, che praticavano la divinazione; i bardi, che recitavano la poesia sacra; e i druidi, sacerdoti incaricati delle cerimonie rituali; ma tutti finirono poi per essere genericamente noti come “Druidi”. Un giorno alla settimana i Druidi si appartavano per le cerimonie religiose e presiedevano a quattro feste stagionali annuali. Si dice che i Celti, come i seguaci di Mitra, celebrassero il solstizio d’inverno il 25 dicembre; i riti iniziatici erano probabilmente effettuati nel corso di questa cerimonia e di quelle del solstizio d’estate e degli equinozi d’autunno e di primavera.
La grande celebrazione annuale Beltame, la festa di maggio che commemorava la resurrezione del Sole, comportava festeggiamenti rituali e danze; poi a mezzanotte, in un sacro boschetto illuminato dalla luce di numerosi falò, un iniziato rappresentava la morte e la resurrezione simbolica di Hu, il dio celtico del Sole. Secondo Plinio il Vecchio, le date di certe cerimonie druidiche venivano stabilite osservando l’insolita comparsa del vischio su una quercia: allora un druido di bianco vestito saliva sull’albero e con un falcetto d’oro coglieva la pianta parassita, che si credeva incarnasse lo spirito della quercia, l’albero sacro. Seguiva una grande festa, in cui sacrificavano due tori bianchi.
Molte feste druidiche erano riti agricoli della fecondità, che senza dubbio implicavano sacrifici di animali; ma è quasi certo che durante alcuni riti, alla vigilia di una battaglia o quando si ammalava un alto personaggio, i druidi sacrificassero vittime umane. Cesare afferma che i Galli costruivano grandi gabbie di vimini a forma di corpo umano, le riempivano di vittime e poi vi appiccavano fuoco. Benché di solito si offrissero agli dei criminali riconosciuti colpevoli, se i malfattori scarseggiavano, racconta Cesare, li si rimpiazzava con vittime innocenti; e secondo altre fonti, all’occorrenza i druidi sacrificavano persino i loro colleghi.
Sacerdote druido
Sacerdote druido
Anche lo scrittore greco Diodoro riferisce episodi di sacrifici umani: “Quando debbono divinare su questioni importanti, praticano una strana ed incredibile usanza, uccidendo un uomo con una coltellata nella regione sopra al diaframma“. Quando la vittima sacrificale stramazzava, continua Diodoro, “predicono il futuro osservando le convulsioni degli arti e il modo in cui si sparge il sangue“. Alcuni storici dubitano dell’attendibilità di questi macabri racconti: è assai probabile che Cesare abbia descritto a fosche tinte i selvaggi Celti per giustificare le sue guerre galliche, mentre negli altri casi non si tratta probabilmente di testimonianze dirette.
Altri autorevoli studiosi ritengono tuttavia che gli antichi resoconti storici non siano molto lontani dal vero: e la scoperta dei resti dell’Uomo di Lindow in una torbiera del Cheshire, nel 1984, avvalora effettivamente l’ipotesi che i druidi praticassero sacrifici umani. Le autorità romane in Gallia e in Britannia tolleravano questi ed altri riti religiosi druidici, ma erano preoccupate dal prestigio politico dei druidi tra le tribù celtiche assoggettate: così nel 54 d.C. fu emanato un decreto che aboliva la religione druidica e sette anni dopo venne ripresa una campagna per debellare le ultime vestigia della setta pagana.
Lo scontro definitivo avvenne ad Anglesey, un’isola al largo della costa settentrionale del Galles, una delle roccaforti del druidismo. Secondo l’autorevole storico romano Tacito, quando le imbarcazioni romane raggiunsero la riva, dai boschi sbucarono druidi dalle lunghe barbe e donne munite di torce, lanciando grida e maledizioni contro gli invasori. Ma quell’attacco puramente verbale si rivelò purtroppo inefficace contro l’acciaio delle spade romane. I guerrieri romani abbatterono tutto ciò che trovarono sul loro cammino, uomini e cose, senza risparmiare neppure gli alberi del boschetto sacro, che Tacito ci descrive orrendamente macchiati dal sangue dei celti uccisi.
Il massacro di Anglesey e la successiva conversione dei celti al cristianesimo, posero fine all’influenza druidica nel mondo antico: soltanto nel Galles ed inIrlanda, il druidismo sopravvisse fino al medioevo. In epoca moderna, tuttavia, si è assistito a una rinascita della setta. Oggi i suoi seguaci sono più che altro impegnati a promuovere le concezioni e i principi della civiltà celtica, ma alcuni gruppi difendono ciò che ritengono essere le mistiche tradizioni dei druidi: avvolti in bianche vesti, questi druidi, bardi e vati contemporanei rievocano le cerimonie iniziatiche e le rappresentazioni stagionali, ovviamente, senza sacrifici umani, a Stonehenge e in altri siti analoghi di tutta la Gran Bretagna.
Le sette moderne sembrano attratte da questi megaliti e molti dei loro seguaci credono che siano stati gli antichi druidi ad erigere i pilastri di Stonehenge, anche se il sito risale a mille anni prima del loro arrivo in Britannia; inoltre, sebbene i druidi abbiano quasi sicuramente utilizzato il monumento come osservatorio per determinare l’avvento delle stagioni, questa antica setta sembra preferisse la solitudine dei boschetti sacri per celebrare i riti segreti della sua credenza pagana.

India:50enne vittima di sacrificio umano per propriziare la pioggia

L'asfalto liquefatto nelle strade di città
Di Mariangela Campo
Vittima di un sacrificio umano per propiziare la pioggiaThepa Kharia, un disoccupato di cinquantacinque anni, è stato trovato decapitato all’interno della sua abitazione dalla polizia, intervenuta dopo che il fratello di Thepa ne aveva denunciato la scomparsa domenica scorsa. La testa, invece, non è stata ancora ritrovata: secondo gli abitanti del villaggio sarebbe stata sepolta in mezzo ad un campo per favorire il ritorno della pioggia.
SACRIFICIO UMANO PER PROPIZIARE LA PIOGGIA – Da più di una settimana ormail’India è stata colpita da una ondata di caldo mortale, per la quale sono morte oltre duemila persone.  Soprattutto negli Stati sud-orientali le temperature hanno sfiorato i 50°, facendo completamente liquefare anche l’asfalto delle strade. Nelle grandi città, come Calcutta o Nuova Delhi, gli esperti consigliano di non esporsi al sole soprattutto nelle ore più calde, di coprire la testa e di bere molta acqua.
Ma nei villaggi come Gumla, che si trova a circa quattrocentocinquanta chilometri da Calcutta, la maggior parte della popolazione lavora nei campi da mattina a sera e i consigli per evitare il caldo non vengono seguiti. Perciò, benché inusuali nelle grandi città indiane, i riti occultisti sono ancora diffusi nei villaggi delle zone più remote del continente: probabilmente Thepa Kharia è stato vittima di un sacrificio umano rivolto agli dei per propiziare la pioggia. Non ci è dato sapere se la vittima fosse d’accordo o meno con gli abitanti del villaggio.
LE INDAGINI DELLA POLIZIA – Le autorità indiane non hanno molti dubbi sul fatto che si sia trattato di un sacrificio agli dei: infatti il corpo dell’uomo decapitato è stato trovato all’interno della casa, mentre la testa è stata portata altrove, segno inequivocabile del dono alle divinità. È anche molto probabile che, come hanno suggerito gli abitanti del villaggio, la testa si ritrovi in mezzo ad un campo perché, oltre a propiziare la pioggia il sacrificio dovrebbe servire anche per favorire la rinascita dei raccolti, cancellati quasi del tutto dalla persistente siccità.

Swaziland:i sacrifici umani di albini e per scopi "terapeutici" e "religiosi"




Di Mattia Paolinelli
Quando si parla di Africa si parla sempre o di povertà o di misteri o di meravigliosi scenari naturali. Ebbene, in questa storia questi elementi -tutti presenti- sono come spremuti dai confini ristretti di uno dei paesi più piccoli al mondo, lo Swaziland. Il risultato di questa stretta sembra essere una colata di sangue inarrestabile, un orrore che in altri paesi africani è dovuto alla guerra e che in questo anacronistico avamposto della monarchia assoluta è invece dovuto alla caccia.

Non bisogna pensare però alla triste fine di elefanti o rinoceronti o altri animali esotici, perché qui, nello Swaziland, si cacciano uomini. Uomini che nel continente nero sono una rarità: gli albini.
Non si tratta di razzismo, né di pulizia etnica, non c’entrano nulla nemmeno le guerre di religione, ma la religione si, c’entra eccome.

Lo Swaziland è un paese privo di contrasti. Il collante sociale del paese è l’AIDS, che colpisce circa il 40% della popolazione adulta e crea un’aspettativa di vita di 31 anni circa. Con un problema del genere tutto passa in secondo piano, tutto tranne l’unica arma della speranza, la religione, che in questo paese ha due anime, una cristiana e una animista.




Il pensiero animista, a differenza di molte religioni moderne, non attribuisce la divinità al trascendente, ma la identifica con realtà materiali. Ogni oggetto, insomma, ha delle proprietà spirituali, benefiche o malvagie, che possono essere utilizzate per pratiche mediche o incantesimi seguendo i dettami dell’antica “medicina” Muti.

La religione animista non è né arretrata né moderna, né buona né cattiva, è semplicemente una religione e come tale trova applicazione nell’interpretazione che ne danno gli uomini. E alcuni uomini ritengono che i corpi degli albini, una vera rarità, posseggano qualità fuori dal comune che rappresenterebbero ottimi ingredienti per la preparazione di potenti medicinali, incantesimi e amuleti in grado di donare potere e ricchezza. E naturalmente protezione contro l’AIDS.

Accade così che gli albini vengano uccisi e fatti a pezzi e i loro corpi siano rivenduti al pari delle zanne degli elefanti, i corni dei rinoceronti, le pelli dei leopardi eccetera, eccetera. Non sto quindi raccontando un fatto eccezionale, ma solo gli ultimi due casi, di martedì scorso. Il 26 agosto altri due albini sono scomparsi. Uno è morto di sicuro, l’altro anche, ma non essendo stato ritrovato il corpo per il momento è soltanto disperso. Ritengo che lo sia in ogni senso.

Breve storia dei sacrifici umani

Di Alessandro Girola
Ne abbiamo traccia fin dalle prime comunità nate attorno ai falò e nelle caverne e, ancora oggi, c’è chi porta avanti la macabra tradizione. Basti pensare che in Uganda vengono uccisi circa 900 tra bambini e ragazzini, venduti agli stregoni per i loro rituali di potere. Ma su questo torneremo più avanti, quindi avrete tempo per indignarvi e per raccapricciarvi.
Partiamo però da altri tempi e da altre latitudini.
Partiamo da Maya, Inca e Aztechi, veri virtuosi del settore.

L’onore del sacrificio

A diffondere la notizia furono i conquistadores spagnoli, disgustati da quanto avevano visto durante le loro spedizioni. Ma lo sgomento era tutto loro, visto che per i popoli Inca e Maya i sacrifici erano nell’ordine naturale delle cose, tanto che essere scelti come vittime designate per gli Dei era ritenuto un grande onore.
Si trattava, ancora una volta, di bambini. Dovevano essere privi di imperfezioni, in quanto destinati a raggiungere le sfere celesti e a farne parte. Spesso venivano scelti tra i rampolli delle famiglie nobili. Almeno in questo c’era un senso di uguaglianza che univa i ricchi e i poveri.
Altre volte erano le donne a venire sacrificate, purché in età fertile.
Il metodo scelto era alquanto atroce: lo strangolamento.
Il clima delle Andine ha permesso agli archeologi di ritrovare diversi cadaveri mummificati, tutti vittime di sacrifici agli Dei dei monti. Nei loro corpi sono stati individuate tracce di droghe e oppiacei vari, somministrati ai poveracci prima del rituale.
Tuttavia i veri esperti in materia, si sa, furono gli Aztechi. Arrivavano a sacrificare diverse centinaia di giovani, il cui sangue serviva a placare le divinità del loro nutrito pantheon, e a nutrire il sole con la cosiddetta “acqua sacra”, vale a dire il sangue.
A differenza di quanto avveniva nelle cerimonie Maya e Inca, non tutte le vittime azteche erano volontarie (anche se una cospicua base di spontanei offerenti c’era, eccome).
I riti venivano officiati sulle piramidi a gradoni. I sacrificati venivano squartati, il loro cuore veniva donato agli Dei ancora pulsante (veniva buttato in un braciere sacro), e il sangue scorreva copioso sui gradoni del tempio. I sacerdoti, pesantemente drogati per poter ballare anche per ore senza fermarsi, gettavano poi i corpi in una pila destinata a crescere di ora in ora. A volte, e in specifiche occasioni, venivano anche svolte pratiche di cannibalismo rituale. Del resto, con oltre duecento divinità a cui rendere omaggio, c’era un gran da fare per ammazzare giovani in nome della pace celeste.
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Sacrifici Greci e Fenici

Anche nella civilissima Grecia antica non mancavano alcune pratiche che contemplavano i sacrifici umani. Le Baccanti, sacerdotesse del Dio del vino Dioniso e del sesso, celebravano riti oscuri, che spesso terminavano con l’uccisione di alcuni animali consacrati. In alcuni casi tali animali erano sostituiti da dei bambini, sgozzati in onore del Dio.
Plutarco riferisce poi di pratiche simili nelle regioni dell’Acaia e, più raramente, in occasione di alcune battaglie dall’esito incerto, in cui ingraziarsi il favore delle divinità guerresche poteva risultare determinante per le sorti dello scontro.
I Fenici, dal canto loro, potevano vantare nel proprio pantheon la presenza di un pezzo da novanta come Moloch, divinità ingorda di sacrifici umani, legata al culto del sole e rappresentata con un’enorme statua di bronzo in cui ardeva un fuoco perenne. Moloch aveva la testa di toro e le braccia alzate, in un gesto che voleva replicare la sua propensione ad accettare i sacrifici.
I sacerdoti, ben propensi a soddisfarlo, lanciavano i bambini (sì, ancora una volta loro) nella fornace ardente, simbolicamente posta all’altezza dello stomaco del mostro.
Alcuni complottisti raccontano che il culto di Moloch è sopravvissuto fino ai giorni nostri, e che viene praticato da alcune potenti sette segrete, nel cuore dell’Occidente (in particolare in Germania e negli Stati Uniti).
Fantasie? Può essere…
Moloch

Celti, Longobardi

I Celti, tutt’altro che bonari, erano soliti celebrare sacrifici umani. Con buona pace delle interpretazioni new age che tendono a rappresentare questo popolo con un buonismo che ha dell’imbarazzante.
Nelle tribù celtiche si svolgevano sontuose cerimonie, celebrate ogni cinque anni, in cui si nutriva la Madre Terra col migliore dei concimi: l’essere umano. In tal modo ci si augurava che regalasse ricche armenti per molte stagioni a venire.
I sacrifici venivano celebrati in modo inusuale: i druidi costruivano grandi strutture antropomorfe, di legno, paglia e giunchi. Al loro interno venivano stipati uomini e bestiame, quindi si procedeva all’incendio rituale. Altre volte venivano impiegati degli arcieri, in sostituzione del fuoco.
Quando i sacrifici volontari erano numericamente insufficienti, si utilizzavano eventuali prigionieri di guerra.
Dei Longobardi si parla relativamente poco, ma anche loro avevano una discreta tradizione in merito.
Si trattava di un popolo di origine germaniche, ben noto anche nelle tradizioni italiane. I Longobardi avevano una civiltà guerriera e violenta, costituita da adoratori di divinità implacabili e da cultori di usanze alquanto grottesche: pare per esempio che re Alboino avesse la consuetudine di bere vino nel cranio del padre di sua moglie.
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Vichinghi e affini

I Vichinghi, bontà loro, non disdegnavano affatto i sacrifici umani.
Il principale beneficiario di tali offerte era proprio Odino, padre degli Dei, signore di Asgard e Dio di grande potere e saggezza.
Gli archeologi hanno rilevato una varietà di riti sacrificali, a seconda della zona, del regno e della tribù interessata. In Svezia, soprattutto a Uppsala, le vittime venivano affogate in grandi vasche, oppure appese agli alberi e li lasciate morire.
Altrove veniva praticato il macabro rituale dell’Aquila di Sangue (taglio sulla schiena, vertebre e polmoni estratti ed esposti, finché il poveraccio non moriva dissanguato, tra atroci sofferenze).
In Islanda invece il “Cerchio del Destino” custodiva la pietra del dio Thor, sulla quale le vittime venivano brutalmente percosse fino alla morte.
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Africa Nera, oggi

Torniamo al presente.
Come anticipavo in apertura di articolo, l’Africa è il continente in cui, ancora oggi, vengono celebrati sacrifici umani spietati. L’Uganda detiene questo triste primato, ma non è il solo paese a ospitare questo fenomeno.
Sciamani e stregoni sono alla ricerca costante di bambini da sacrificare nei loro rituali. La superstizione radicata in molti strati sociali di quelle lontane terre spinge infatti gli uomini, soprattutto i ricchi e i potenti, a chiedere magie propiziatorie e incantamenti di varia natura. Secondo la magia ancestrale non c’è tramite più potente del sangue umano per ottenere questi benefici.
I sacrifici praticati dagli stregoni sono, tra l’altro, molto crudeli. Si va dalle mutilazioni rituali (mani, piedi, genitali) al seppellimento delle vittime ancora vive, fino a farle morire di soffocamento.
In Tanzania e Burundi abbiamo poi gli sciamani seguaci della dottrina Muti, una forma di medicina tradizionale che prevede l’utilizzo di organi del corpo umano per realizzare balsami e pozioni. Come se non bastasse, secondo gli stregoni Muti, le urla di sofferenza rendono più efficaci e potenti tali disgustosi elisir, sicché i sacrifici rituali sono particolarmente brutali e feroci.
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