Indagine sul Pensiero e sul Mito

ott 14, 2012 0 comments

Di Calvero
http://ilporticodipinto.it
Fu Aristotele a rendersi conto che la filosofia poté venire riconosciuta tale a partire da Talete (640 - 547 a.C.) figlio illustre di quella che fu la città di Mileto, fucìna e scintilla di un “mondo” a venire. Così, partendo da questi luoghi e personaggi che non sarebbe stupido definire leggendari, la cosa che ora preme elaborare si sposterà velocemente nelle Ere insieme a queste informazioni antiche per innovarsi in una migliore presa di coscienza di quell’Esercizio che tutto pone al suo cospetto, la cui forza viaggia in maniera inversamente proporzionale a quanto debitamente lo si indaga. Questi è - Il Potere.

Il «Pensiero», dicevamo, a partire da Mileto divenne “altra cosa”: quindi lo si intese come elaborazione razionale che concerne il Tutto e l’Uno, l’etica, la morale, fisica e metafisica, con tutti quei sondati o insondabili «perché». Tutto circa la Vita, Dio, il Cosmo, gli uomini.

Ecco che il «Pensiero» muta in nuove strutture. Vuole trovare le prove che confermino le idee, le “immagini” e le teorie prodotte, studiandole con metodo; con logiche deduttive come induttive, nel Divenire o nei suoi contrari, nei princìpi immanenti come trascendenti. «Pensiero» che desidera essere esaustivo nei suoi propositi, sensato e denominatore; per giungere, raggiungere, comunicare e cercare le “verità” così come sé stessi. La ricerca e il Pensiero si presenta con pre-potenza attraverso questa nuova Luce. La Filosofia.

Allora, la domanda, insieme a questa rivoluzione del Pensiero, prima o mentre iniziava il suo cammino e si assestasse nei secoli e soppiantasse, per molti versi, antiche prospettive: - cos’era o cosa c’era prima e insieme alla filosofia? Cosa “regnava” come pensiero universale nel cammino dell’uomo antico? Vi erano i Miti.

Le cosmogonie nella mitologia hanno ben poco da invidiare alla Scienza e questo non per detrarre alla Scienza le sue indubbie peculiarità, ma perché la mitologia elaborava modelli eccelsi e straordinariamente intelligenti rappresentanti la Vita, l’uomo e la Natura, attraverso un imperituro scontro di Forze, Caos e Intelligenze ordinatrici e riusciva in un compito; in una elaborazione magistrale dei “perché” e delle “verità” che sono intrinseche alla Vita. MITI che dispiegavano il mondo dell’uomo, del suo percepire, di ancestrali esigenze, in paralleli e Universi densi di significati e premonitori “eventi”. Premonitori in quanto esplicativi della Natura e della natura umana. Se sappiamo cosa siamo, sappiamo dove saremo portati, a cosa portano le cose.

Dove si giunse? ... credo che abbiamo sotto i nostri occhi in senso storico, lineare, in senso antropologico-culturale, una fase transitoria in cui il movente del pensiero immaginativo “irrazionale” e delle riflessioni mitologiche così immerse in tali cosmogonie, era pronto  al suo destino, pronto a naufragare e piano “annullarsi” nel nuovo Astro nascente: il pensiero. Il pensiero e il metodo che lo vuole guidare. Il Mito, piano, acquisiva un altro valore in ordine di importanza. Quelle pagine, come sappiamo possono essere aperte quando lo desideriamo così da venire catturati in quel “tempo” insieme agli Déi. Mi è piaciuto spiare lì dentro, tra figure e figure e, tra i Miti dell’origine, mi è interessato come è stato elaborato il Tempo.

Crono, temendo di subire la sorte che lui stesso inflisse al padre (Urano) si mangiò i figli man mano, tra questi, Zeus, appena nato, venne nascosto per evitargli l’atroce destino, così quando crebbe affrontò il padre e liberò i fratelli facendoglieli vomitare (o squarciandogli lo stomaco). Poi scelse l’Olimpo come “trono” e si erse a Capo degli Déi. “Crono” - il tempo - venne così spezzato, vomitò i suoi figli e fu incatenato.

Crono temeva di perdere il Potere alla guida del Mondo. Zeus ambiva a detenerlo e a impossessarsene sopra i fratelli e gli Déi stessi. Fu la detenzione del Potere l’elemento chiave, l’esigenza di assicurarselo a tessere le trame di quelle gesta che, così, perpetuarono faide infinite.

L’esigenza di spiegare l’universo venne messa in opera con l’antropomorfismo delle energie, dei fenomeni della natura, ma anche delle caratteristiche animali che trascesero a simbolo e, significativo, vivificare quella “realtà speculare” che dava anima al significato in Terra. Era come se si trasferissero nei “Cieli” le battaglie del nostro mondo interiore; si poteva così parlare di esorcizzare i mali ritenuti responsabili del nostro destino, così come le cose che più ci irretiscono, non ultimo il senso della bellezza e il suo Potere. In un certo senso l’uomo metteva sul lettino della psicanalisi il mondo interiore. Direi con estrema intelligenza. Già pensare al Tempo così come lo viviamo, come è considerato; diviso, parcellizzato, figlio di una violenza, fa riflettere non poco.

L’uomo si specchiava, si metteva in discussione nei Miti e attingeva linfa dagli stessi. Come fosse un dialogo con sé stessi. Un modo di educarsi. La coscienza dei Miti era una multiforme rappresentazione, nonché precorritrice dei personaggi dei fumetti, dove gli “Déi”, attraverso quelli che oggi sarebbero chiamati “super poteri” indicavano, ammonivano e si facevano essi stessi monito. Difficilmente si sarebbe potuto attingere al nostro Sé in maniera più intelligente. Anche perché il Mito chiede un rapporto psicologicamente collaborativo tra inconscio e credenza. Non è un rapporto umiliante quello tra Uomo e Déi, poiché anche se l’uomo è il minore, colui che subisce forze immani, in realtà è inserito al proprio posto nelle forze della Natura.

L’immaginazione e la sua verità non hanno terminato di agitarsi in noi, ancora il Tuono fa tremare i nostri cuori e il fulmine infonde potenza. Siamo noi oggi così distanti da tutto questo? E qual'è il rapporto oggi con tutto ciò? ... direi snaturato. Questo il primo termine che mi sale dal cuore alla mente. La mancanza di quell'immaginazione, e la forza del nostro pensiero odierno che è indubbiamente affascinante, penso ci abbia reso soli; lo spartiacque del Metodo e del Pensiero ci ha distanziati, irretiti e, a differenza di Ulisse, non eravamo legati per poter resistere al canto delle sue sirene. Il pensiero che vuole studiare col “microscopio” divide, ci allontana dalle Forze della Vita, dagli “Déi”.

Credo, per portare un esempio limite, utile a cogliere i risultati ultimi di ogni tipo di disagio, che colui che uccide, per questo uccide. L’apice della violenza, cioè di eliminare una Vita, parte da una base inconscia che ci inganna facendoci credere separati dal creato e dalle energie. Noi, da troppi secoli, stiamo dicendo ogni giorno che siamo soli e per questo uccidiamo e prevarichiamo. Il percorso si è così, in maniera deleteria, amplificato. Non per niente a regnare oggi è il “DIO” che non ha rapporti collaborativi col nostro mondo interiore e le forze della Vita, della natura. E’ un Dio che non parte dalla nostra voglia di comprendere il creato, ma dalla insana esigenza di pretendere un Padrone. Di trovare una gerarchia certa.

In questo senso, il non essere soli non significa fare Massa, fare popolo, significa credere nel Pathos della Vita. Eraclito (340-480a.C.) nella sua celebre massima: «un uomo solo vale diecimila, ammesso che sia il migliore» disse molto se non tutto. Ci si rifletta e, avviso tutti i lettori, costa un po del nostro intelletto. Non serve sapere in quanti siamo, ma chi siamo ... il resto verrebbe da sé.

Parliamo del dolore, della morte, della tragedia. Parliamone in ragione del nostro sentimento di impotenza per le guerre, per il dolore, con quella di riflettere in maniera atipica, parlando di quello che già avveniva nella Tragedia Greca, cioè di come allora si affrontava intellettualmente il mondo e seguendo questa analisi sia utile mettere come cardine quanto asseriva Claude Bernard: -  Sono convinto che verrà un giorno in cui il fisiologo, il poeta e il filosofo parleranno la stessa lingua e si comprenderanno - ..

.. e se osassimo, potremmo già sapere, ora, che scienza e psicologia, parleranno la stessa lingua. Questa è la rivoluzione che, io credo, unirà ciò che il Potere oggi divide. Il “rompere gli schemi” ha un nuovo e cruciale significato, rideterminare pesi e misure; uccidere il “Dio” di questo mondo ...  è ora: è sempre ora. Il Potere si nutre di paura, e la paura è generata dall’incertezza, poiché l’educazione al metodo e al rigore del pensiero (sì quella che dovrebbe esser cosa buona) ha illuso gli uomini che la sicurezza, come la serenità, possano scaturire dalle certezze, mentre è vivere il famoso mistero (come ultimamente si è ripetuto qui sul Portico Dpinto) che rende gli uomini forti, ergo non soggetti impreparati alle influenze del mondo, invece partecipi al dubbio, in poche parole... alla Vita. Il Potere, per quanto sembri un paradosso, non accetta nel gregge individui umili, bensì vanitosi.

«Dio è l'unico essere che per regnare non ha nemmeno bisogno di esistere» diceva Baudelaire. Nel mondo non si parla di Dio, ma di ciò che l’uomo ha creato ... con la Paura: il suo Dio. Quel “Dio” è Potere e non vuole saperne di reale collaborazione ma solo di genuflessione. Lo abbiamo “sotto” al naso, questo Dio diabolico. Il Potere nega il nostro mondo interiore e le Chiese, tutte le Chiese, sdoganano la Mala-Fede, cioè spostano la Fede in un “al di là”, basta che sia “di là” da qualsiasi parte, basta non sia qui. Quel che non si accetta di qua, non lo si combatte, lo si sposta. Se vogliamo vederlo il Potere nelle parole degli altri, nei governi, negli atteggiamenti, nei Leader, nei pensieri, nei film, basti sapere come seguire le sue orme: il Potere rifiuta il presente, schernisce il mistero, pretende d'insegnare l’amore e idolatra il futuro.

Si pensi che nella tanto citata Tragedia Greca lo “spettacolo”, così come comunemente lo si intenderebbe ora, era in realtà l’ultimissima cosa a interessare il pubblico. L’intrattenimento e il divertimento non possiamo considerarli col nostro dizionario. E’ utile capire come nella Polis Greca l’uomo necessitava di una formula che si manifestava come in un Rito collettivo, si desiderava esorcizzare, attraverso la Leggenda e i racconti, il pathos generato dai conflitti insormontabili sempiterni nell’uomo. In ciò non v’era nulla di superstizioso o magico ma riguardava la formazione spirituale del Cittadino che si immergeva - attraverso l’arte e la musica - nell’imitazione della realtà e della sofferenza tratta da eventi drammatici. Mentre venivano danzate “le Forze, i Racconti, gli Eroi”, il pubblico partecipava in una mimesi coi personaggi chiave. Da questa condivisione e Arte vivificata potevano trarre il beneficio particolare di un monito così come di una catarsi.

Mi sembra osservare anche oggi una mimesi, ah sì certo; che se quella antica è ancora oggetto di infinite discussioni per intenderla, quella odierna [mistificatrice] è lampante. Siamo tutt’uno con la mercificazione dei sentimenti, l’omologazione dell’apparire e l’inseguimento della perfezione, non importa se tutti sanno consciamente che non esiste, l’importante è che lo spettacolo della propaganda, inconsciamente, ti indichi la strada per raggiungerla. Il reale processo culturale si è fermato. Solo in un rigurgito, forse è riapparso nel Rinascimento. Il resto è noia.

Vi fu l’uomo che creò i mondi immaginari e “irrazionali” che ancora oggi sono pronti a dire la loro. Poi un altro uomo gli succedette in potenza di ciò. Quest’uomo, questo pensatore razionale, diede al pensiero nuovo nutrimento e metodo. Vi fu l’uomo di scienza che si arrampicò per distruggere Dio e lo fece, ma distrusse non Dio, distrusse il nostro sentire, il nostro immaginare, il nostro giocare, il nostro rispetto per le forze.

Nel bene e nel male, nella magnificenza come nella decadenza che ogni sincretismo di tale portata pretende, dovuto soprattuto alle incredibili conquiste di Alessandro Magno ove una cultura ingoiò quell’altra, finì il Mito generatore e le sue Arti; anche a causa della Roma che seguì, quella Roma bisognosa di riempire le proprie lacune morali/mitico/religiose che da altri Miti attinse ... e piano, in maniera ineluttabile, un universo intelligente e “irrazionale” si inabissò, venne assorbito e si cristallizzò tra le pagine del tempo.

Il Potere ora ringrazia e si nutre della sua denigratoria risata, prima che un giorno, chissà possa giungere la nostra a seppellirlo, e magari comprendere una buona volta che la vanità dei popoli è una barzelletta e che, come diceva Virgilio «Il lupo non si preoccupa mai di quante siano le pecore».

Fonte:http://ilporticodipinto.it/content/indagine-sul-pensiero-e-sul-mito

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