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Grecia, la crisi dei migranti e l’Internazionale dell’estrema destra identitaria


Di Salvatore Santoru

In questi giorni i mass media nazionali ed internazionali stanno, giustamente, occupandosi principalmente dell’emergenza Covid-19 e dei casi che riguardano l’Italia e altri paesi occidentali. Oltre alla stessa emergenza sanitaria l’Europa sta affrontando anche un’altra crisi, la crisi umanitaria che riguarda la difficile situazione che si sta sperimentando nell’isola di Lesbo.
Più precisamente, questa critica situazione riguarda le migliaia di migranti e profughi che sono arrivati in Grecia a seguito del ‘ricatto’ di Erdogan. Tale ‘ricatto’ del presidente turco è nato a seguito del mancato sostegno di qualunque governo europeo alla nazione anatolica, dopo la morte di 33 soldati turchi in un attacco aereo ordinato dal governo siriano (1).

L’opposizione anti-immigrazione e il tentativo “egemonico” dell’estrema destra greca ed europea

L’arrivo di numerosi profughi ha scatenato diverse proteste e, d’altronde, arriva in un periodo particolarmente difficile per la Grecia(2). Si tratta di una situazione veramente drammatica e difficile, dove migliaia di persone sono state utilizzate come “carne di macello” nella lotta tra Erdogan e l’Unione Europea. Volgendo lo sguardo alle perplessità e alle proteste anti-immigrazione, c’è da dire che esse riguardano certamente i cittadini greci che versano in stato di difficoltà e che stanno venendo in qualche modo utilizzate da certa destra ed estrema destra.
Oltre a ciò, il presidente della Turchia ha praticamente ripudiato l’accordo del 2016 con l’UE e vorrebbe utilizzare la questione greca in funzione della sua strategia geopolitica di chiara matrice neo-ottomana. Entrando maggiormente nei particolari, tale crisi sta vedendo la comparsa di un nuovo protagonismo dell’estrema destra tradizionale e, inoltre, una nuova fase della ‘nuova destra radicale’ di matrice identitaria.
Ciò non deve sorprendere più di tanto e, com’è abbastanza noto, l’estrema destra europea ha cercato di svolgere un qualche ruolo nel contesto delle guerre balcaniche degli anni 90 o durante il conflitto in Donbass(3). Nell’ambito della crisi dei migranti greca, l’obiettivo delle stesse formazioni di destra estrema è quello di radicalizzare lo scontro e, se possibile, cercare di attuare una “strategia egemonica” fondata sul tentativo di conquistare la leadership delle rivolte o dei gruppi di manifestanti anti-immigrazione.

La “rinascita paramilitare” di Alba Dorata

Tra i protagonisti della lotta anti-migranti vi è anche il noto partito Chrysi Avgi, conosciuto nei media italiani come “Alba Dorata“. Il partito di estrema destra era assurto alle cronache durante le elezioni del 2012 e, in quel periodo, aveva registrato una decisa avanzata politica e ‘militantistica’.
Tuttavia, in seguito la stessa Alba Dorata aveva perso una consistente popolarità a seguito di alcuni scandali e nel 2014 era stato chiesto il rinvio a giudizio di 18 deputati del partito coinvolti, stando all’accusa, “nella costruzione di un’organizzazione criminale” e dalle finalità paramilitari (4). A proposito di ciò, in questo periodo lo stesso partito ha provato a inserirsi nella crisi di Lesbo costituendo delle sorte di “ronde paramilitari” dedite alla cacciata dei rifugiati ma, oltre a ciò, anche collaborando con le forze dell’ordine allo scopo di respingere i migranti.
Su tale questione, bisogna segnalare l’attività del gruppo dei “Cacciatori” guidato da un importante esponente del partito, noto come il “colonnello” Dinos Theoharidis (5). Per completezza d’informazione, c’è da dire che Alba Dorata è un partito legato, globalmente, al network dell’estremismo di destra neofascista e neonazista e che si rifà anche alla dittatura dei colonnelli e al regime di Ioannis Metaxas(6).

La lotta degli identitari contro le ONG

Com’è stato già scritto, le proteste anti-migranti in Grecia hanno visto il protagonismo dell’estrema destra classica come Alba Dorata e quello, assai marginale, di quella identitaria. A proposito di quest’ultima, c’è da dire che cinque attivisti identitari sono stati attaccati da un gruppo di antifascisti greci nel centro di Mitilene durante i primi giorni della crisi migratoria (7). Entrando nei particolari, bisogna dire che i militanti di ‘Generazione Identitaria‘ arrivati in Grecia provenivano sopratutto da Germania e Austria e urge fare delle precisazioni sulla differenza tra quest’area e quella dell’estremismo di destra di tendenza neofascista/neonazista com’è quello di Alba Dorata.
Per essere più chiari, c’è da sottolineare il fatto che i movimenti e le organizzazioni legate a Generazione Identitaria non si ritengono di estrema destra e la loro ideologia risente chiaramente delle influenze della Nouvelle Droite e della destra radicale di matrice ‘pan-europea’ e/o ‘paneuropeista’ e ‘alter-europeista’. Inoltre, gli stessi vertici di Generazione Identitaria hanno alcuni legami con l’Alt-Right statunitense e la loro principale lotta è quella contro le organizzazioni umanitarie non governative.
D’altronde, nel 2017 gli attivisti identitari avevano ideato la campagna ‘Defend Europe‘ e si sono resi protagonisti di azioni dimostrative anti-ONG (8), e il loro obiettivo è quello di combattere l’immigrazionismo liberal e globalista e le stesse organizzazioni umanitarie non governative. Organizzazioni che, secondo le tesi degli identitari, sarebbero praticamente utilizzate come ‘strumento’ per la ‘Grande Sostituzione’, che porterebbe al graduale ‘genocidio etnico’ degli stessi popoli europei (9).

NOTE :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Grecia: eletta la prima presidente donna, Katerina Sakellaropoulou


Di Niccolò Di Francesco

Katerina Sakellaropoulou è la prima presidente donna della Grecia: ecco chi è il nuovo Capo dello Stato ellenico.
Prima donna presidente del Consiglio di Stato, il massimo tribunale amministrativo greco, Katerina Sakellaropoulou ha ottenuto il via libera del Parlamento alla sua candidatura, che era stata avanzata dal premier Kyriakos Mitsotakis.
Sakellaropoulou succede al presidente uscente Prokopīs Paulopoulos.
Alla votazione hanno partecipato 261 deputati sui 294 presenti.
Il maggior partito di opposizione, Syriza, ha votato insieme alla maggioranza conservatrice di Nea Dimokratia, così come i socialisti di Kinal.
Il giuramento della nuova presidente della Repubblica avverrà il prossimo 13 marzo, così come comunicato dal presidente del parlamento Costas Tassoulas, mentre il suo mandato durerà sino al 2025.
Il premier Mitsotakis ha commentato l’elezione della Sakellaropoulou affermando che: “è il simbolo dell’unità della nazione greca”. Secondo Mitsotakis, inoltre, la missione della neo presidente della Repubblica sarà quella di “guidare la transizione del Paese a una nuova era”.

Chi è Katerina Sakellaropoulou, la prima donna eletta presidente della Grecia

Nata a Salonicco, Katerina Sakellaropoulou ha 63 anni. Figlia di un presidente della Corte Suprema, ha studiato legge all’Università Nazionale e Kapodistriana di Atene e ha completato gli studi post laurea in Diritto pubblico all’Università di Parigi.
A metà degli anni Ottanta è stata ammessa al Consiglio di Stato, del quale è stata nominata vicepresidente nel 2015.
Nell’ottobre del 2018, invece, è stata eletta all’unanimità presidente del Consiglio di Stato, carica che ricopre ancora oggi.
Appassionata di calcio, è una fervente sostenitrice dell’Aris Salonicco, club che milita nella massima divisione del campionato di calcio greco, nel corso della sua carriera si è contraddistinta per la sua sensibilità in tema di diritti civili, libertà delle minoranze e dei rifugiati e sulle questioni ambientali. Katerina Sakellaropoulou, infatti, si è specializzata in diritto ambientale e alle questioni inerenti all’ambiente ha anche dedicato molte delle sue pubblicazioni giuridiche.
Motivazioni che hanno convinto Syriza ad appoggiare la candidata conservatrice.
“È un giudice eccezionale e un difensore dei diritti umani” ha affermato l’ex premier Alexis Tsipras che ha parlato di “giornata storica” per la Grecia.
FONTE:https://www.tpi.it/esteri/katerina-sakellaropoulou-eletta-presidente-grecia-20200122532637/

Cosa si nasconde dietro alle richieste greche di risarcimenti per la Seconda Guerra Mondiale?


Di Alexis Papazoglou

Le discussioni sui nazisti potrebbero distrarre da una questione ben più importante: le attuali tensioni all’interno della UE.
In Aprile il parlamento greco ha votato per tentare di rivendicare pesanti risarcimenti dalla Germania a seguito dei danni subiti durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Non è la prima volta che la Grecia vaglia l’idea, diventata improvvisamente popolare durante la crisi finanziaria. E’ dal 2012 che i capi di governo greci assegnano a gruppi di lavoro e comitati il compito di sondare la possibilità di aprire una causa legale contro la Germania per chiedere risarcimenti e calcolarne il valore (attualmente vengono stimati attorno ai 300 miliardi di euro).
C’è la tentazione, dato che sono in arrivo le elezioni europee, locali e nazionali, di etichettare questa operazione capeggiata dall’attuale primo ministro Alexis Tsipras come una manovra meramente opportunistica. In tal caso si perderebbe però il punto più importante, una questione enormemente più importante della storia del primo Novecento e che, se rimane irrisolta, potrebbe minacciare la stabilità dell’intera Unione Europea. Le lamentele della Grecia per come fu trattata durante la crisi finanziaria non sono svanite, la Germania è ricordata come la forza che ha imposto dolorosissime misure di austerità alla Grecia in cambio dei programmi di salvataggio. Le austerità imposte hanno riacceso sopiti sentimenti anti-tedeschi in Grecia, che soffrì grandemente nelle mani dei nazisti durante la SGM. Le proteste ad Atene nel 2011 e 2012 non di rado facevano riferimento al passato nazista, comparando la Merkel a Hitler. Il dibattito sui risarcimenti che sta riaffiorando in questi ultimi anni mira tanto a colpire il nervo scoperto delle politiche tedesche quanto a offrire speranza ad una nazione che ha bisogno di un miracolo economico per risollevarsi: l’improvvisa riscoperta che l’intransigente creditore in realtà deve ripagare molti miliardi porterebbe alla soluzione perfetta.
Purtroppo scavare in profondità nel passato macchiato di sangue dell’Europa non permette di trovare soluzioni ai problemi di oggi. Inoltre evita di porre domande imbarazzanti: qual’è il più recente retaggio tedesco che si pone come maggiore forza trainante all’interno della UE?
Durante le elezioni del 2014 Alexis Tsipras ed il suo partito di sinistra Syriza fecero delle riparazioni di guerra la questione centrale della propria campagna elettorale. Tsipras, una volta diventato primo ministro, quando incontrò la Merkel nel 2015 affrontò la questione: “Non è un problema di soldi, è una questione morale” disse. Pochi giorni prima aveva tenuto un discorso presso il parlamento greco riportando luoghi in cui le forze di occupazione tedesche durante la SGM uccisero e torturarono i greci. Rifiutò la tesi secondo cui tutte i risarcimenti fossero stati pagati negli accordi bilaterali del 1960 tra l’allora Germania Occidentale (RFT) e la Grecia, affermando che i 115 milioni di marchi tedeschi furono pagati esclusivamente alle vittime della guerra e non per sistemare i danni causati alle infrastrutture del paese. La posizione della Germania è che la questione è stata sistemata sia politicamente che legalmente.
Oggi come allora Tsipras sta cercando di tenere separati le dure condizioni del salvataggio imposte dalla Germania dalla discussione sui risarcimenti. Le riparazioni di guerra appartengono al passato, afferma, non al presente. Il comitato parlamentare a cui venne dato mandato nel 2014 di calcolare il valore totale dei risarcimenti che spettano alla Grecia è arrivato alle conclusioni finali nel 2016, ma il governo ha riaperto l’argomento solo il mese scorso. Tsipras ha messo in chiaro che vuole aspettare fino a quando la Grecia non farà più parte del programma di salvataggio, come prova che le nuove richieste di riparazione non sono motivate dal cercare di appianare i debiti del salvataggio.
Il pericolo è che l’attuale discussione sui risarcimenti siano una distrazione dall’attuale tensione che deve ancora essere risolta. Le affermazioni di Tsipras riguardo l’attuale situazione greca non sono interamente veritiere: la Grecia è ancora troppo distante da ripagare i pesanti prestiti ricevuti durante gli ultimi nove anni, e l’andamento dell’economia greca continua ad essere monitorata dai creditori. La Grecia resta un paese a pezzi che sta pagando sulla propria pelle i costi di una lentissima ripresa con la disoccupazione alle stelle e senza alcuna indicazione su come tornare al benessere di cui godeva agli inizi del nuovo millennio. E la sua attuale condizione ha molto più a che fare con l’influenza dell’odierna Germania all’interno della UE che l’occupazione dell’Asse in Grecia durante gli anni ‘40.
La Germania, in qualità di principale potenza finanziaria della UE, fu a tutti gli effetti dietro ai programmi di salvataggio imposti alla Grecia tra il 2010 ed il 2015. I programmi prevedevano tagli di bilancio, irreali riforme a passi forzati e ulteriori prestiti piuttosto che le proposte più clementi di riduzione del debito che il FMI voleva far iniziare dal 2015. “La Germania è da molto tempo conosciuta come la ‘potenza egemonica riluttante’ d’Europa, a causa della propria riluttanza nell’agire per via diplomatica, così come la storia del proprio militarismo conferma” aveva osservato il New York Times quell’anno. “Ma le circostanze uniche della crisi greca… l’hanno aiutata ad essere tanto un po’ meno riluttante che un po’ più egemone”.
La Germania generalmente gode di una buona reputazione presso le nazioni del nord Europa, almeno secondo le indagini. Ma la meno favorevole opinione della Grecia (43% della popolazione ha un’opinione molto negativa della Germania secondo i sondaggi del 2017) riflettono una tendenza più ampia. Le nazioni del sud Europa hanno a più riprese espresso le loro preoccupazioni riguardo allo sproporzionato potere della Germania sul potere decisionale all’interno della UE stessa. Italia e Spagna, ma anche la Francia, si sono sempre schierate contro la rigorosa austerità voluta da Berlino quando è stata trattata l’euro crisi, ma sono rimaste inascoltate.
L’influenza tedesca sull’UE non è solo stata esplicita quando si è trattato di prendere provvedimenti contro la crisi del debito greco, ma si estende anche sulle decisioni importanti per l’Europa negli ultimi anni: la cosiddetta crisi dei migranti. L’apertura della Merkel nel 2015 verso i migranti ha avuto un grosso impatto non solo nel determinare un forte calo di consensi per il suo partito, dando l’opportunità al partito di estrema destra AFDdi fare un grosso balzo in avanti ma, come alcuni sostengono, è stata la causa dell’aumento dei consensi elettorali a favore delle destre e dei partiti populisti anti immigrazione in tutta Europa. Le politiche europee tendono a scaricare il peso dell’immigrazione sulle spalle del sud Europa, principalmente sugli Stati di approdo come la Grecia e si continua cosìnonostante Bruxelles dichiari che la crisi sia finita. Circa 15.000 rifugiati sono ancora ospitati presso le isole greche ed il paese si è dimostrati incapace di affrontare il problema, con la conseguenza di registrare condizioni squallide e pericolose nei campi di accoglienza.
C’è un perverso senso di conforto nel ritornare al passato, anche se zeppo di orrori, piuttosto che affrontare il presente. Il rinnovato dibattito sui crimini nazisti e relativi risarcimenti alla Grecia non fa che distrarre entrambi i Paesi e l’unione a cui entrambi appartengono di mettere a fuoco le vere cause dell’attuale malcontento popolare. La Grecia dovrebbe fare molta più attenzione al ruolo del governo di Syriza, inclusi i tentativi di controllare la giustizia ed i media, senza dimenticare la riforma dell’istruzione che riporta le università indietro di decenni, quando erano controllate dai partiti. Elencare la lunga lista di esecuzioni naziste serve a nascondere in Grecia ed in altre nazioni le problematiche legate all’influenza tedesca odierna, rendendo questa necessaria e più proficua discussione quasi impossibile. In assenza di questo più profondo dibattito sulle strutture di potere all’interno della UE, il malumore di stampo nazionalista non può che crescere ed esprimersi attraverso contraccolpi di destra o disfatte del tipo Brexit. La Germania ha fatto molto per venire a patti con il proprio passato nazista. Ciò di cui ha bisogna l’Europa oggi è renderla responsabile nella gestione del potere.
 Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da TONGUESSY

Grecia, Fubini: “Non ho voluto scrivere che dopo la crisi sono morti 700 bambini in più: sarebbe clava per gli antieuropei”



“Faccio una confessione, c’è un articolo che non ho voluto scrivere. Guardando i dati della mortalità infantile in Grecia mi sono accorto che facendo tutti i calcoli con la crisi sono morti 700 bambini in più di quanti ne sarebbero morti se la mortalità fosse rimasta quella di prima della crisi. La crisi e il modo in cui è stata gestita ha avuto questo effetto drammatico e ci sono altri dati che confortano questa mia conclusione, come i bambini nati sottopeso“. Così Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, presentando su Tv2000 il suo nuovo libro ha raccontato di aver scelto di “censurare” la notizia dell’impatto di crisi e misure imposte dalla Troika sulle morti infantili.
“Adesso nel libro lo scrivo e lo racconto in dettaglio”, ha spiegato il giornalista, che fa parte del Gruppo di alto livello di 39 esperti per la lotta alle notizie false e alla disinformazione online della Commissione europea. “Ho deciso allora di non scrivere perché il dibattito in Italia è avvelenato da antieuropei pronti a usare qualsiasi materiale come una clava contro l’Europa e quello che rappresenta, cioè la democraziafondata sulle istituzioni e sulle regole. Mi sono detto, se scrivo questo vengo strumentalizzato dagli antieuropei e ostracizzato dagli altri, la sostanza del problema si perde e dovrei perdere tempo a difendermi da attacchi sui social e non”.

Nel 2014 la rivista Lancet ha pubblicato uno studio sull’impatto della crisi – prima ancora che dei piani di austerità varati a partire dal 2010 – sulla salute della popolazione ellenica, in cui si leggeva tra l’altro che “tra 2008 e 2010 c’è stata una inversione del calo di lungo periodo nel tasso di mortalità infantile, che è aumentato del 43% con aumenti sia delle morti neonatali sia post-neonatali”. Il tasso di mortalità infantile, calcolato come numero di morti nei primi 12 mesi di vita su 1000 nati vivi, è passato nel corso di quel biennio da 2,65 punti a 3,80, ma nel biennio successivo è tornato a calare scendendo a 2,92, mentre quello di mortalità dei bambini sotto i 5 anni è salito da 3,32 a 4,47 nel 2010 e sceso a 3,68 nel 2012 (vedi tabella). In termini assoluti, nel 2010 sono morti 436 bambini sotto l’anno di età, contro i 314 del 2008. Nel 2012 il numero cala a 293. Dello studio ha dato conto all’epoca il magazine del CorriereSette.

Grecia, nello scandalo Novartis in campo anche l’Fbi: “Tangenti per tutti, politici, funzionari e media”


Di Francesco De Palo

C’è anche l’ex ministro socialista della salute Andreas Loverdos tra gli indagati in Grecia per lo scandalo Novartis, la mega inchiesta fatta in collaborazione con l’Fbi che sta scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora di tangenti e sovraprezzi di farmaci per l’erario ellenico. L’azione della procura greca anticorruzione ha portato alla rimozione dell’immunità di Loverdos che dovrà dare spiegazioni sulle quattro composizioni farmaceutiche (Gilenya, Tasigna di 150 mg e 200 mg e Lucentis) che costavano uno sproposito all’erario per decisione del suo Ministero della Salute. Per questo avrebbe intascato una mazzetta da 200mila euro. Le accuse contro Loverdos, incluse in un voluminoso fascicolo di 3000 pagine trasmesso al Parlamento, si basavano sulle affermazioni di quattro informatori, le cui identità rimangono segrete. Ad aggravare la sua posizione un appunto interno alla Novartis finito nelle mani dei magistrati che spiega l’intervento dell’allora ministro socialista sul farmaco Gilenya: “A tempo di record, è la prima volta che un prodotto registra l’approvazione del prezzo oltre la procedura standard”.

Ma i 200mila euro sarebbero solo la punta di un iceberg molto più vasto, dal momento che secondo l’attuale ministro della giustizia, Stavros Kontonis, Novartis avrebbe corrotto “migliaia” di medici e dipendenti pubblici per promuovere i suoi prodotti. Il fatto nuovo è che l’inchiesta tocca anche venti persone (tra giornalisti, manager, direttori delle Asl, medici e informatori scientifici) coinvolte direttamente dall’aprile 2011 al maggio 2012 nella creazione di fondi neri. Secondo i magistrati almeno un milione di euro, ma verosimilmente molti di più dal momento che il vantaggio economico calcolato per il colosso farmaceutico dai favori della politica greca si aggirava sui 500 milioni all’anno, nonostante la spending review imposta dalla Troika. Ad arricchire il fascicolo anche un report redatto dal Dipartimento americano di Giustizia sulla base delle indagini portate avanti dall’Fbi in cui si afferma che alcuni media sono stati utilizzati da Novartis per pagare tangenti e per riciclare denaro. Nel paper si afferma che “i funzionari governativi e il ministro della salute sono stati pagati per la registrazione e l’introduzione di nuovi prodotti sul mercato e la protezione contro gli aumenti dei prezzi. Nel 2011-2012 l’industria farmaceutica ha subito riduzioni di prezzo elevate. Ma Novartis non ha avuto una tale riduzione per i suoi farmaci oncologici, mentre per altri farmaci riduzioni irrisorie”.

Secondo i federali un’agenzia pubblicitaria ha svolto il ruolo di soggetto-ponte per corrompere i funzionari, come risulta da una serie di fatturefittizie agli atti della procura anticorruzione di Atene. Entro il mese di maggio si deciderà anche l’autorizzazione a procedere per gli altri indagati, tutti nomi eccellenti della politica greca ed europea: si va dall’ex premier conservatore Antonis Samaras, all’ex ministro della sanità Adonis Georgiades (anch’egli di Nea Dimokratia), dall’attuale governatore della Banca di Grecia ed ex ministro dell’economia Yanis Stournaras, all’attuale commissario Ue all’immigrazione Dimitris Avramopoulos. Tutto nasce dalle dichiarazioni di un ex manager greco della Novartis, che il giorno di Capodanno del 2016 minacciò di gettarsi nel vuoto dal roof garden dell’Hotel Hilton di Atene se non fosse stato ascoltato dal magistrato ateniese che negli ultimi anni si è occupato di anticorruzione. Dopo le sue rivelazioni venne perquisita anche l’abitazione privata Yanis Stournaras, ex ministro delle Finanze sotto il premier tecnico Luka Papademos e attuale Governatore della Banca di Grecia.
Cadono le accuse invece per gli ex ministri Evangelos Venizelos, Andreas Lykouretzos e Georgios Koutroumanis e per l’ex premier Panagiotis Pikrammenos. L’opposizione di Nea Dimokratia respinge le accuse. Secondo la portavoce Sofia Zacharaki il governo Tsipras “in preda al panico per le manifestazioni pubbliche contro l’accordo di Prespa ha inventato quello che pretende essere il più grande scandalo dalla fondazione dello stato greco per screditare dieci dei suoi rivali politici”. La risposta del governo Syriza è affidata allo speaker Dimitri Tzanakopoulos secondo cui il caso ha “completamente terrorizzato i poteri del vecchio establishment e portato a reazioni che sono indicative della sua mentalità”, aggiungendo che Nea Dimokratia e Pasok stanno cercando di intimidire i pubblici ministeri. Proprio l’Associazione nazionale i procuratori Grecia, dopo gli attacchi da più parti ai magistrati, in una nota ufficiale ha reagito contro i commenti offensivi dei partiti coinvolti, sottolineando il fatto che già sono costretti a “esercitare il loro dovere costituzionale in condizioni avverse” per via dell’austerità dovuta alla crisi.

Varoufakis: "Nel 2015 Soros chiamò Tsipras per cacciarmi"


Di Salvatore Santoru

L'ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis ha sostenuto in un'intervista all'emittente greca Skai Tv che sarebbe stato George Soros colui che avrebbe chiesto a Tsipras di cacciarlo.
Più specificatamente, come riportato da Keep Talking Greece, Soros avrebbe chiamato lo stesso Tsipras nel luglio del 2015.

In questo modo il fondatore di Diem 25 ha affermato che questo sarebbe stato il suo unico contatto con Soros e, come scritto su l'Inkiesta, tali dichiarazioni sono arrivate come risposta al ministro della Difesa Panos Kammenos che lo aveva aveva definito "dipendente di Soros".
 Inoltre, riporta l'Antidiplomatico, l'ex ministro greco ha dichiarato che 'i neofascisti' utilizzano il nome del noto finanziere per attaccare gli avversari e che Soros ha fatto alcune cose buone ma anche alcune cose strane.

E ora pure Atene accusa l'Italia: "Banche in crisi? Colpa vostra"

Di  Luca Romano
In questi giorni caldi dopo il varo del Def, l'Italia ha ricevuto parecchi attacchi da più fronti.
Siamo finiti nel mirino dell'Unione Europea, del Fondo Monetario Internazionale e anche in quello degli investitori. Ma di certo nessuno poteva immaginare che pure la Grecia puntasse il dito contro Roma. Anche Atene adesso accusa il nostro Paese e lo fa senza usare giri di parole: "Lo scivolone delle banche elleniche in Borsa degli ultimi giorni si spiega solo con fattori esterni - ha detto il governatore della banca centrale Yannis Stournaras - e in particolare al rialzo dei tassi nei paesi più vicino a noi". L'identikit porta direttamente all'Italia.
Insomma adesso siamo pure la causa dei mali greci. Eppure solo fino a qualche tempo fa era proprio l'Italia, insieme all'Europa, a farsi carico delle sofferenze di Atene. La responsabilità della crisi bancaria greca ha probabilmente radici più lontane. Infatti l'indice bancario è in perdita del 40 per cento da inizio anni ed è ai minimi negli ultime tre. Come sottolina Repubblica, solo una parte del problema potrebbe essere legata a quanto sta accadendo in Italia nelle ultime settimane. Intanto il governo di Atene sta già studiando una "Bad Bank" in cui dirottare tutti i portafogli dei crediti che non vengono pagati.

Quelle 50 barche nell’Egeo che preoccupano gli Stati Uniti

egeo grecia
Di Lorenzo Vita
La guerra delle spie fra Russia e Stati Uniti si arricchisce di un nuovo teatro operativo: il mare Egeo. La Grecia è da sempre al centro dello scontro, come Paese a cavallo fra blocco legato a Washington e sfera d’influenza russa. I legami culturali e politici di Atene con Mosca sono sempre stati forti, anche se adesso molto meno solidi. E allo stesso tempo, l’appartenenza al blocco Nato e all’Unione europea ha consolidato l’essenza occidentale della strategia ellenica.
In questa sfida continua fra i due poli, non sorprende quindi che anche oggi la Grecia sia il campo di battaglia non di una guerra combattuta con gli eserciti, ma con le spie. Soprattutto in una fase in cui la Russia ha ripreso a muovere la sua flotta nel Mediterraneo, la Turchia è sempre più una mina vagante e il Mediterraneo orientale rappresenta l’area di scontro fra potenze regionali e internazionali.
A descrivere un frangente di questo scontro di spionaggio e controspionaggio nell’Egeo è il quotidiano greco Real che ha pubblicato un’inchiesta su una lista di50 imbarcazioni che circola fra Guardia costiera e marina miliare e il comando dell’Alleanza atlantica. Secondo le informazioni ottenute dal giornale ellenico, si tratta di barche da diporto, sia a vela che a motore, che in realtà navigano fra le isole dell’Egeo e le coste greche per raccogliere informazioni. E naturalmente gli occhi, ancora una volta, sono puntati sulla Russia.
Il fatto che Grecia e Nato mostrino entrambe preoccupazione nei confronti delle presunte operazioni dell’intelligence russa, non deve sorprendere. Come detto in precedenza, negli anni passati Atene rappresentava un delicato equilibrio di rapporti fra Occidente e Oriente, negli ultimi mesi questa politica del doppio forno è stata erosa da una crescente influenza americana sul Paese. L’espulsione dei due diplomatici russi dal Paese come risposta a presunte interferenze del Cremlino negli accordi fra Grecia e Macedonia è stata un esempio eclatante.
Fino a pochi anni fa era quasi impensabile credere che Atene potesse agire in questo modo contro funzionari del governo russo. Ma l’equilibrio fra Est e Ovest sembra essere stato gradualmente sostituito da uno scivolamento verso Occidente. La Grecia è diventata di nuovo strategicamente fondamentale per il Pentagono con la ripresa delle operazioni all’estero della Russia, l’arrivo dei cinesi e il Mediterraneo orientale che ribolle. E ora la Nato vuole vederci chiaro su quel settore navale, specialmente con l’espansione dell’Alleanza a Oriente che di fatto sta consegnando militarmente i Balcani a Washington.
Proprio a conferma di questo rinnovato interesse americano verso la Grecia, è di qualche mese fa la notizia che per la prima volta i droni Reaper dell’esercito Usa sono stati dislocati in territorio ellenico, e precisamente nella base di Larissa. Con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan che si muove in completa autonomia e con il passaggio della flotta russa dal Mar Nero alla Siria, gli Stati Uniti hanno voluto dare un nuovo impulso al monitoraggio dell’Egeo. E sempre nella stessa base di Larissa, nelle scorse settimane sono arrivati due F-22 dell’aviazione americana per alcune esercitazioni, mentre un aereo cisterna  Kc-135 Stratotanker si è diretto alla base navale di Souda a Creta.
Questi arrivi sono messaggi rivolti ad almeno due destinatari: la Russia, come visto in precedenza, ma anche alla Turchia. La tradizionale rivalità fra Atene e Ankara è riesplosa in questi ultimi tempi con il nuovo corso nazionalista ed espansionista di Erdogan. Gli incidenti fra marina greca e turca sono in aumento e lo scontro ha assunto spesso tonti molto alti che rischiavano di incrinare il già debole equilibrio della Nato, di cui entrambi i Paesi fanno parte.
Nel triangolo fra Grecia, Stati Uniti e Turchia si può assistere a una vera e propria miscela esplosiva. La contemporanea rivalità fra Grecia e Turchia, lo scontro durissimo fra l’amministrazione di Donald Trump e Erdogan sul caso del pastore americano Brunson (che arriva dopo anni di crisi dovuto all’approccio americano al fallito golpe e alla guerra in Siria) e i rapporti militari fra Ankara e Mosca, rappresentano un terreno molto fertile per aumentare la pressione americana sulla Turchia. E per farlo, l’Egeo è fondamentale.

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