L'influenza di Pitagora e Newton nell'origine della Massoneria

giu 23, 2015 0 comments

Di Nicola Ferraro

Il pitagorismo, uno dei fondamenti del pensiero massonico
Se l’indiscussa presenza di un filone pitagorico nella Massoneria non può ovviamente essere ricondotta ad un filo ininterrotto che dalle società pitagoriche giunge sino alla istituzione liberomuratoria, altrettanto superficiale sarebbe identificare le similitudini nella sola matrice iniziatica comune tanto alla Massoneria quanto alle società pitagoriche. Si tratta piuttosto del recupero, da parte massonica, di una tradizione esoterica ed iniziatica (in questo simile al recupero di tante altre tradizioni, da quelle gnostiche a quelle templari, da quelle ermetiche rinascimentali a quelle alchimistiche, e così via), teso a formare un corpus sincretico di discipline poste a fondamento della ricerca libero muratoria. Il manoscritto che Locke recuperò dalla biblioteca Bodleyana nel 1696, e che la tradizione attribuisce al re Enrico VI d’Inghilterra (1421-1471), indica chiaramente la matrice pitagorica della Massoneria. Si narra nel manoscritto che un tal Peter Gower (nome foneticamente equivalente alla lettura inglese di “Pitagora”), viaggiò nelle terre in cui i Fenici (indicati nel manoscritto come Veneziani) avevano fondato Logge massoniche, ed in particolare in Egitto e Siria; poi, iniziato egli stesso alla Massoneria, avrebbe fatto ritorno a Crotone per innalzare le colonne di una Loggia. È palese l’intento mitopoietico di questa narrazione, ma ciò non toglie che essa equivalga ad un riconoscimento del pitagorismo come uno dei fondamenti del pensiero massonico. Non stupisce che Arturo Reghini, nel tentativo di dare dignità e autonomia alla Massoneria italiana, abbia riconosciuto nella cosiddetta Scuola Italica (leggasi pitagorica) una matrice fondamentale del pensiero libero muratorio; peraltro, egli sottolineò anche che – fuori della mitologia – il legame tra pitagorismo e Massoneria non poteva essere quello di una ininterrotta derivazione storica, quanto piuttosto quello di una “filiazione spirituale”. Quel ramo della Massoneria che si riconosce in questo legame di filiazione spirituale è in Italia ancora oggi vivo e fecondo, specialmente all’interno del Rito Simbolico Italiano (e in misura minore nel Rito di Memphis e Misraim, che tende a riconoscere una più ampia filiazione di origine “mediterranea”). D’altra parte alcuni simboli di chiara ispirazione pitagorica sono presenti nella tradizione massonica: il pentalfa soprattutto, e poi la tetraktis. Come ricorda Davide Arecco, anche “l’arciprete Domenico Angherà nella prefazione del 1874 alla ristampa degli Statuti Generali della Società dei Liberi Muratori del Rito Scozzese Antico e Accettato (…) afferma categoricamente che l’Ordine massonico è la stessa, stessissima cosa dell’Ordine pitagorico. (…) In particolare l’arte geometrica della Massoneria deriva, direttamente od indirettamente, dalla geometria ed aritmetica pitagoriche; e non più in là, perché i pitagorici furono i fondatori di queste scienze liberali”[1].
La  ratio  determina e sostiene anche l’etica
L’influenza pitagorica sulla Massoneria si evidenzia nel valore simbolico dato ai numeri e alle figure geometriche: ciò che nel pitagorismo era il significato del numero come principio stesso della realtà, così che la legge di formazione dei numeri diventava legge di formazione del mondo fisico e per estensione anche legge di formazione delle norme etiche ed estetiche (insomma, il numero come arché, natura ultima del tutto, punto di partenza di ogni cosa, fisica o morale che fosse), in Massoneria diventa il riconoscimento che simboli, numeri e figure possono assumere una valenza evocativa ed (intellettivamente) energetica, e in maniera del tutto simile a quanto affermato dai pitagorici, la consapevolezza che questa riflessione deve anche condurre a conseguenze etiche.  Vi è poi, ad accomunare pitagorismo e Massoneria, anche un aspetto religioso e mistico in senso lato: religioso, nel senso etimologico di creare un vincolo (da re-ligare, unire insieme), che si estrinseca nella fratellanza degli adepti; e mistico nel senso etimologico di mystikos, ossia relativo ai misteri. È evidente, soprattutto nella Massoneria inglese del periodo di transizione tra Logge operative e Logge speculative (dalla fine del XVII all’inizio del XVIII secolo) la diretta influenza di opere neopitagoriche (ad esempio la Introductio arithmetica di Numenio di Apamea e l’Enchiridion harmonices di Nicomaco di Gerasa[2]) che fanno da fondamento ad una mistica del numero e dell’armonia. Non c’è dubbio che, in questa fase storica, il ricorso ad argomenti di tipo religioso (in senso lato) tendeva ad ovviare ad un apporto ancora troppo scarso da parte della scienza, alla quale evidentemente la Massoneria non dava ancora troppo credito.  In particolare, in questo periodo, lo studio dei numeri sacri non poteva che avere come strumento privilegiato l’aritmogeometria dei pitagorici, tanto sul piano strettamente matematico quanto su quello della aritmetica formale (secondo la definizione che ne aveva dato Pico della Mirandola), ovvero della aritmetica simbolica. Infine, nel processo di appropriazione dell’eredità pitagorica da parte della Massoneria, non poteva rimanere escluso il grande filone della musica, come espressione più evidente della teoria pitagorica dell’armonia; un esponente di questa ricerca fu il musicista Francesco Saverio Geminiani, il primo italiano iniziato in Massoneria[3].
Dopo Pitagora, Newton
Dalla scienza l’etica
La religiosità dei pitagorici – una religiosità non formale, che risponde ad una richiesta di comprensione da parte dell’uomo di cogliere l’essenza dell’ordine universale – è in fondo la stessa religiosità che impregna tutto il pensiero di Newton. Non stupisce quindi che, quando l’influenza della matrice pitagorica inizia a perdere vigore nella Massoneria inglese settecentesca a vantaggio dell’introduzione di tradizioni ermetico-alchimistiche e rosacrociane[4], il newtonianesimo tende a prendere il posto fino ad allora occupato dal pitagorismo. D’altra parte l’elemento alchemico che pare fare il proprio ingresso tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo nelle Logge che cominciano ad accettare persone non lavorativamente coinvolte nel mondo dei costruttori (basti qui ricordare l’alchimista Elias Ashmole) non era materia estranea al pensiero newtoniano, in cui convivono istanze preilluministiche e deiste, a fianco di influenze ermetiche, alchimistiche, cabalistiche e forse rosacrociane. Ancora nel novecento il Reghini ha strenuamente sostenuto come, nella storia dell’istituzione liberomuratoria, le due anime – pitagorica ed ermetica, arricchita dalla più tarda componente alchimistica – abbiano convissuto senza che i nuovi innesti di tradizioni esoteriche abbiano posto in posizione di subalternità la componente italico-pitagorica[5]. Questo giudizio – che in senso stretto appare afflitto da una pregiudiziale neopitagorica, essendo innegabile una sostanziale scomparsa
della componente italica dalla massoneria inglese intorno alla metà del Settecento – trova però forse nel doppio volto del newtonianesimo una sua indiretta conferma[6]. D’altra parte, anche il celebre discorso di Ramsey del 1740, con cui si proponeva una filiazione diretta della Massoneria dall’Ordine Templare, riconduce a tradizioni di stampo chiaramente – anche se non esplicitamente – pitagorico: basti pensare a tutta una tradizione che rimanda a segreti templari circa numeri, pesi e misure relativi alla costruzione del tempio di Salomone.
La polisemia del messaggio newtoniano
Fatto si è che quando il pensiero newtoniano inizia la sua influenza sulla Massoneria, esso la esercita in molti modi differenti, a conferma di una matrice sincretica della filosofia di Newton che trova la propria immagine speculare nel sincretismo che è una delle cifre caratteristiche del pensiero liberomuratorio. Così, il newtonianesimo lascia varie impronte sul pensiero massonico: la prima, molto più visibile ed esplicita – ma incompleta e parzialmente distorta – è quella di un contributo pre-illuministico che raccoglie solo la parte deistica[7] (impronta che ebbe il suo massimo fulgore in alcune Logge dei Paesi Bassi) ed empirista: basti pensare all’emblematica figura di John Theophilus Desaguliers (il terzo Gran Maestro della Gran Loggia Unita d’Inghilterra), grande sperimentatore newtoniano, membro della Royal Society dal 1714[8]. D’altra parte è innegabile che, via via che il newtonianesimo ispirava il pensiero illuminista, anche il suo contributo alla filosofia massonica si spostò verso tendenze utilitaristiche, in ogni campo del sapere.
Un senso univoco nella polisemia
L’altra impronta è quella, altrettanto incompleta e parziale e certamente meno esplicita della precedente, di un lascito mistico ed esoterico del Newton alchimista e cabalista. Ma forse, come accennato, il volto più vero del contributo newtoniano alla filosofia massonica è quello che emerge dai suoi manoscritti inediti, per lo più di stampo alchemico ed esoterico: quello che esprime il concetto di una sola verità che però è raggiungibile attraverso una molteplicità di strade differenti. Il linguaggio delle profezie bibliche e quello dei  segreti alchemici, il linguaggio della matematica per interpretare la Natura e quello degli arcani segreti numerologici: tutti provengono direttamente da Dio, tutti inevitabilmente devono condurre alla Verità.
Nel Trattato dell’Apocalisse scriveva:
“La verità deve essere sempre trovata nella semplicità e non nella molteplicità e nella confusione delle cose. (…) Il mondo che a occhio nudo mostra la più grande varietà di oggetti appare molto semplice nella sua costituzione interna quando sia osservato con intelletto filosofico. (…) È per la perfezione dell’opera di Dio che tutto è compiuto con la più grande semplicità. Egli è il Dio dell’ordine e non della confusione”. Molte vie, una sola Verità, insomma. Si scorge facilmente, in questo pensiero, un lascito fondamentale per il sincretismo della ricerca massonica. Non solo: l’insegnamento di Newton mostra chiaramente al Massone (forse a quello di oggi più ancora che a quello di ieri) la possibilità di far convivere gli aspetti più razionali e illuministici con quelli più attinenti alle tradizioni esoteriche, talvolta confinanti con derive irrazionalistiche.
Ecco l’Utopia, o il sogno, della Legge dell’Armonia
Se dovessimo sommariamente tracciare un parallelismo tra i contributi del pitagorismo e del newtonianesimo sulla Massoneria, le direttrici fondamentali potrebbero essere identificate in primo luogo nella affannosa ricerca della legge che governa il nostro Universo e che, determinando l’armonia di questo suggerisca una analoga legge dell’armonia anche per la convivenza tra gli uomini. In secondo luogo, tanto il pitagorismo quanto il newtonianesimo mostrano un’ispirazione simile quanto al tentativo di esplorazione della dimensione del sacro, dove persino alla matematica e alla scienza[9] finisce per essere associata una mistica (nel già visto senso etimologico di relativo ai misteri) di matrice religiosa. Alcune famose citazioni su Newton (riferite al Newton scienziato, si badi bene) rendono chiaramente ragione di questo aspetto: “Più vicino agli Dei nessun mortale può avvicinarsi” (Edmund Halley); “La Natura e le sue leggi erano nascoste nel buio della notte. Dio disse, sia Newton! E tutto fu luce” (Alexander Pope);
“Il catechista annuncia Dio ai fanciulli, Newton lo spiega ai sapienti” (Voltaire).  
Forse l’esponente della Massoneria che meglio nella storia ha incarnato tanto l’anima pitagorica quanto quella newtoniana è il già citato John Theophilus Desaguliers (1683-1744): è lui (insieme a John Payne, Anthony Sayer e James Anderson) a porre le basi della Gran Loggia Unita d’Inghilterra su di un indirizzo nettamente pitagorico, ma è sempre lui ad essere – oltre che amico personale di Newton – uno dei maggiori esponenti del newtonianesimo empirista. In lui pitagorismo e newtonianesimo convivono, e come in Pitagora il numero diviene fondamento di tutta la realtà – mondo fisico, etica, politica –, così nelle opere di ispirazione newtoniana di Desagulier sono le scoperte scientifiche di Newton a porre  “le fondamenta per una filosofia naturale che riconduceva le origini dell’Universo e della stessa società civile non a un principio metafisico, ma a un movimento razionale impresso in origine da un dio architetto, che poteva spiegare tanto i cambiamenti nella natura quanto quelli dei sistemi politici”[10].
Marco Rocchi
R\L\ Antonio Jorio 1042 GOI, Pesaro




 2) Davide Arecco, Massoneria inglese e tradizione pitagorica 1696-1748, in “Arkete” 2(2), 2001, pp.78-94.
3) Arecco, op. cit.
4) Fu iniziato nel 1725 presso la Loggia di soli musicisti Philo-Musicae et Architecturae Societas Apollini di Londra. Fu egli il primo Massone italiano, mentre Antonio Cocchi – spesso citato come tale – fu più precisamente il primo Massone italiano ad essere iniziato in Italia, nel 1732, in una Loggia di obbedienza inglese attiva a Firenze.

5) Si legge in Arecco, op.cit.: “È proprio l’innesto nell’originario corpus muratorio di elementi, anche consistenti, provenienti dalla tradizione alchimistica orientale ed occidentale, segnatamente ermetica prima e soprattutto rosa†crociana poi, a far diminuire il peso e l’importanza storica entro l’ambito massonico dell’auctoritas italica, affiancandogli fonti di ispirazione che ne relegano il ruolo da istanza primaria quale in origine era stata a dato sempre più periferico”.

6) Arturo Reghini, La tradizione pitagorica in Massoneria, Gherardo Casini Editore, Sant’Arcangelo di Romagna, 2010.

7) A questo proposito è emblematico il titolo dell’opera più importante sul Newton esoterico: Betty Jo Teeter Dobbs, Isaac Newton scienziato e alchimista, il doppio volto del genio, Edizioni Mediterranee, Roma, 2002.

8) Newton non fu mai un deista in senso stretto – anche se il suo arianesimo vi si avvicinava molto – soprattutto per la sua profonda convinzione in un intervento diretto di Dio nel mondo, e nel conseguente rifiuto di un Dio descritto come un “latifondista ozioso” che si disinteressa del destino dell’uomo e dell’intero universo, privandolo della sua Provvidenza. Cfr. Dobbs, op.cit. e Marco Rocchi, Santinelli, Newton e l’alchimia: un triangolo di luce, Argalia Editore, Urbino, 2010.

9) A proposito della Royal Society, gioverà qui ricordare che, stando alle parole di un autorevole membro, Johh Wallis, i membri si riunivano “prescindendo dalle questioni di teologia e di politica”; cfr. Francis R. Johnson, Gresham College, precursor of the Royal Society, in “Journal of the History of Ideas”, 1(4), 1940, pp.413-438.

10) Non stupisce dunque che lo stesso Newton, nei suoi Scolii classici, faccia riferimento ad una prisca sapientia, che avrebbe accomunato filosofi egizi, ionici ed italici nella conoscenza delle leggi che descrivono la gravitazione.

11) Davide Arecco, Massoneria e scienza nella Londra di Giorgio I, in “Atrium” 3, 2003, pp.34-47.

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