Cosa si sa della presunta camera di tortura del Battaglione Azov a Kiev


Di Enrica Perucchietti

Denunce di torture, quattro militari feriti trasferiti in ospedale e scontri davanti a una casa utilizzata da un’unità della Guardia nazionale appartenente al Battaglione Azov. Il 2 novembre scorso, a Petropavlivska Borshchahivka, alle porte di Kiev, centinaia di persone si sono radunate dopo la diffusione sui social di notizie secondo cui circa quaranta uomini sarebbero stati rinchiusi e seviziati nel seminterrato del palazzo. La folla inferocita ha bloccato l’uscita e ha tentato di entrare nell’edificio; sono seguiti colluttazioni, lanci di pietre e petardi. I cronisti hanno riferito di colpi d’arma da fuoco, sparati in aria dai militari assediati, mentre fuori i dimostranti distruggevano auto della polizia e un autobus usato dalle pattuglie per la mobilitazione forzata. Sul posto è arrivato anche Kyrylo Budanov, capo dell’Ufficio presidenziale. Il giorno dopo, il DBR, l’Ufficio investigativo statale ucraino, ha aperto un procedimento per possibile abuso di potere da parte di funzionari militari. Dovrà chiarire le condizioni degli uomini, il possibile ricorso alla coercizione e le responsabilità negli scontri.

Secondo Azov, la casa era una sede di dislocazione temporanea dell’unità 3121, dove mobilitati e militari fermati dopo l’allontanamento non autorizzato dai reparti attendevano l’assegnazione. Lo stesso corpo ha confermato che quattro di questi ultimi presentavano lesioni e sono stati trasferiti in ospedale per accertamenti. La polizia ha smentito le notizie di detenzioni illegali e della morte di un uomo. Azov ha assicurato che, qualora fossero accertate violenze illegali, i responsabili saranno puniti, invitando al contempo i cittadini a non ostacolare l’attività dei reparti. Il comando della Guardia nazionale, guidato dal maggior generale Oleksandr Pivnenko, ha annunciato di aver preso in carico gli accertamenti insieme alle forze dell’ordine. Il comandante Denys Prokopenko ha poi evocato un “complotto russo”, sostenendo che la diffusione del caso favorisce gli interessi russi, screditando i militari e alimentando la divisione tra esercito e popolazione.

Stando alla ricostruzione di Slidstvo.Info, che cita la polizia, la segnalazione divenuta virale sui social sarebbe partita dal post del militare Serhiy Gnezdilov: questi aveva scritto sulla sua pagina Facebook che il 1° novembre gli erano state inviate informazioni circa una “camera di tortura” a Petropavlivska Borshchahivka, dove presumibilmente «vengono uccise delle persone e sono tenuti prigionieri circa quaranta innocenti ucraini, e la polizia si mostra indifferente a tutto ciò».

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.lindipendente.online/2026/11/04/cosa-sappiamo-della-presunta-camera-di-tortura-del-battaglione-azov-a-kiev/

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