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Il pensiero di Al-Hallaj, il mistico sufi condannato per eresia in Persia nel 922 D.C


al-Hallaj, ossia Abū l-Mughīth al-Husayn b. Mansūr b. Mahammā al-Baydāwī al-Hallāj (persianoمنصور حلاج‎‎) (Tur858 circa – Baghdad26 marzo 922), è stato un misticopersiano.
Giudicato un eretico, e quindi coerentemente condannato a morte dall'“ordine costituito islamico”, al-Hallaj fu invece considerato dai mistici una guida mistica di grande elevatezza, ingiustamente martirizzata.È una delle figure maggiormente discusse e controverse nel mondo islamico, e del Sufismo in particolare. Ancora oggi la sua vita, la sua predicazione e il suo martirio sono fonte di studio, approfondimento e dibattito avendo rappresentato un momento cruciale nella storia della cultura islamica e uno spartiacque nella storia del tasawwuf. Conosciuto anche in Occidente grazie agli studi del suo appassionato interprete, Louis Massignon, che lo definì il «martire mistico dell'Islam», la sua storia riflette e incarna l'apice del conflitto tra le teorie sufi e il letteralismo dei dottori della legge.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://it.wikipedia.org/wiki/Al-Hallaj

L’Islam sostiene che il Corano, nella sostanza, comprende tutte le altre religioni rivelate da Dio prima di Maometto. Le religioni rivelate, dal primo uomo e profeta Adamo fino all’ultimo profeta Maometto, sono nel loro nucleo uguali all’Islam. I popoli, con la loro cultura e nel corso del loro processo di sviluppo, hanno apportato delle modifiche e delle singolarità che riguardano però solo le regole e le leggi della società.

Enuncia Maometto il profeta
« Di tutti gli uomini io sono il piu vicino a Gesù figlio di Maria - tutti i profeti sono tra loro fratelli dello stesso padre – tra me e lui non vi è stato nessun altro profeta ».

Chi cerca nell’Islam tracce del messaggio e della persona di Gesù scopre e fa conoscenza con un personaggio straordinario: al-Husayn ibn Mansùr Al-Hallàj uno dei massimi mistici dell’Islam. La sua vita, il suo pensiero, la sua opera, il suo insegnamento e la sua morte sulla croce hanno una tale somiglianza con la storia di Gesù che per i mussulmani Al-Hallàj è considerato il “Cristo dell’Islam”.

Al-Hallàj (Tur-Iran 858 – Baghdad 922) apparteneva alla corrente islamica del Sufismo. I Sufi sostenevano che Dio fosse fondamentalmente amore e che con lui gli uomini potevano raggiungere un’unione mistica. Il Dio nell’Islam tradizionale era invece un giudice supremo inavvicinabile a cui gli uomini dovevano sottomettersi. Il messaggio del Sufismo era nuovo e destabilizzante per cui i mistici entrarono in contrasto con l’Islam ufficiale, furono accusati di blasfemia ed il loro rappresentante più importante e carismatico Al-Hallàj fu infine condannato a morte sulla croce.

Al-Hallàj era una guida mistica che svolgeva la sua opera tra la gente annunciando e predicando l’amore di Dio per le sue creature. La suafigura era circondata da un alone di santità. Egli sentiva che Dio aveva preso dimora in lui, in un rapporto totale di unità ed armonia. A testimonianza una sua poesia.

IN ME SEI TU


Il tuo Spirito si è mescolato poco a poco al mio spirito.
In mezzo a una alternanza di incontri e di abbandoni.
E adesso io sono Te stesso.

La Tua esistenza è la mia,
per mia stessa volontà intonata ormai alla Tua.
Signore, mio Signore,
ho abbracciato con tutto il mio essere il Tuo Amore.

Mi spogli tanto di me che sento che in me sei Tu.
Ma eccomi ancora qui, nella prigione della vita;
assediato, nonostante tutto, dalla mia umanità.
Strappami via dalla prigione e portami verso di Te.

Sono divenuto Colui che amo e Colui che amo è comparso in me.
Siamo due Spiriti infusi in un solo corpo.

Dio abitava nel suo cuore ed era l’anima della sua anima.

Pur riconoscendo l’importanza del grande profeta Maometto, Al-Hallaj vedeva in Gesù il suo piu importante ideale ascetico ed incarnò il suo modello fino alla morte per crocifissione. Molte delle parole attribuite a Al-Hallaj ricordano le parole di Gesù «Se tu vedi me, vedi Lui», una delle sue frasi piu famose di Al-hallaj «ana al-haqq» (Io sono la Verità) si ricollega al vangelo di Giovanni «Io sono la Via, la Verità e la Vita».

La somiglianza tra la vita, la morte, l’insegnamento e la spiritualità del Cristo dell’Islam ed il Cristo del Cristianesimo è stupefacente, entrambi hanno realizzato nella vita e sul patibolo le estreme verità dell’amore.

Gesù ed Al-Hallaj ci fanno riflettere e ci suggeriscono che la musica celeste, il concerto divino, vengono interpretati nell’ambito delle religioni Ebreo-Cristiana e dell’Islam da diverse orchestre, ma la musica ed il compositore sono nell’essenza gli stessi.

L'Anarco-Cristianesimo, il libertarismo e il pensiero di Tolstoj




Di Gugliemo Piombini

Per quanto la civiltà greca e romana avessero accolto concezioni filosofiche proto-liberali, concretizzatesi in istituzioni giuridiche rispettose dei diritti della persona, non si può negare che fu il cristianesimo a introdurre, rispetto alle religioni precedenti, una fede di carattere fortemente individualistico. L'enfasi sulla salvezza individuale, l'uguaglianza di tutti gli uomini e la condanna della violenza rappresentano altrettanti elementi a favore del riconoscimento dei diritti naturali dell'individuo in un universo in larga parte permeato da quegli opposti valori pagani, eroici e guerrieri, così rimpianti da Nietzsche. 
Sappiamo in realtà che il cristianesimo fu, a differenza della dottrina libertaria fondata sui diritti naturali, un messaggio essenzialmente apolitico, mirante ad indicare non tanto ciò che l'autorità può o non può fare, quanto una filosofia di vita cui il buon cristiano su deve uniformare nei suoi comportamenti quotidiani. È certo, comunque, che la morale predicata da Gesù Cristo non può accettare come legittima, in nessun caso, l'aggressione contro la persona o i beni altrui. 
Il rifiuto dell'uso della forza e il richiamo al pacifismo sono nelle parole di Cristo così radicali, che non solo viene condannato l'atto che dà inizio alla violenza, ma viene anche sconsigliato l'uso della forza come risposta ad una precedente aggressione, secondo il famoso precetto di "porgere l'altra guancia".
Qualsiasi forma di coercizione dell'uomo sull'uomo è quindi in contrasto con l'insegnamento evangelico, e anche l'aiuto ai più bisognosi, così enfatizzato dai cristiani, soggiace a questa regola, perché mai il Messia ha auspicato forme di assistenza che, invece di sgorgare dallo spontaneo sentimento di carità delle persone, si fondassero sull'uso della forza legale o extralegale: come la redistribuzione della ricchezza o la messa in comunione obbligatoria dei beni. Per questa ragione l'esistenza delle imposte, e quindi dello Stato stesso, molto difficilmente sembra accordarsi con la novella cristiana. Le imposte, infatti, violano in pieno il divieto di aggressione perché si fondano sulla minaccia di usare la violenza fisica contro i contribuenti, individui pacifici e per nulla aggressivi. Nel vangelo secondo Matteo (17,24 ss.) compare un'interessante discussione tra Gesù e Simon-Pietro sulle tasse: arrivati a Cafarnao Gesù e i suoi discepoli vengono fermati dagli esattori, che chiedono loro l'imposta speciale dovuta da tutti gli israeliti adulti come contributo per la ricostruzione del tempio. Simone chiede a Gesù se è giusto soggiacere al pagamento della tassa. Gesù risponde: "I re della terra da chi esigono i tributi e le tasse? Dai loro sudditi o dagli stranieri sottomessi? "Dagli stranieri", risponde Simone. "Allora noi che siamo sudditi - replica - Gesù non dovremmo pagare per questo tributo". Successivamente, però, Gesù per evitare altre noie decide di pagare, con una specie di miracolo, estraendo una moneta dalla bocca di un pesce appena pescato. Gesù avrebbe preferito evitare di sottostare all'estorsione, e ha escogitato lo strano pagamento solo per poter continuare la propria predicazione senza incidenti. L'episodio dimostra chiaramente che per Gesù le tasse non hanno alcuna giustificazione morale, e si pagano solo perché il conquistatore ha la forza di imporle al vinto.
Di tutti i pensatori, il grande Lev Tolstoj è stato quello che con maggior vigore ha messo in luce l'essenza radicalmente antistatalista insita nella dottrina cristiana: "La dottrina della rassegnazione, del perdono e dell'amore", scriveva nella sua opera "Il Regno di Dio è in voi, non può conciliarsi con lo Stato, con il suo dispotismo, con la sua violenza, con la sua giustizia crudele e con le sue guerre". Anzi, "la promessa di soggezione a qualsivoglia governo è la negazione assoluta del cristianesimo, perchè promettere anticipatamente di essere sottomessi alle leggi emanate dagli uomini, significa tradire il cristianesimo, il quale non riconosce, per tutte le occasioni della vita, che la sola legge divina dell'amore".


(Tratto dal V numero di Enclave, rivista libertaria, edita da Leonardo Facco Editore )

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.liberanimus.org/art.cristiano.anarco.htm

VISTO SU http://sensodellapolitica.blogspot.it/2012/03/idee-sull-anarcocristianiesimo.html

http://centrodestra.forumattivo.com/t13-il-vero-cristiano-e-anarco-capitalista

FOTO:http://epl.org.br

Il significato del Natale


Di Salvatore Santoru

La festività del Natale simboleggia religiosamente e culturalmente la nascita di Gesù Cristo e a livello più profondo la rinascita interiore e spirituale.
D'altronde non è un caso che tale festività cada il 25 dicembre, a pochi giorni dal solstizio d'inverno che prepara la "rinascita" del Sole e a livello simbolico della luce che fuoriesce dalle tenebre.
A livello psicologico e interiore, il Natale simboleggia l'inizio di un nuovo ciclo e il risveglio interiore della volontà nonché (appunto) la vittoria della propria "luce" sulle proprie "tenebre".
La nascita di Gesù Cristo, oltre le mere questioni storiche e culturali, sta a simboleggiare il rinnovamento dell'individuo e dell'umanità nonché l'inizio di una nuova era di armonia e benessere spirituale e non.
Secondo il cristianesimo, Gesù è il figlio di Dio incarnato sulla Terra per divulgare il messaggio e la conoscenza divina e preparare la via della salvezza e liberazione spirituale, ma anche per chi non crede la sua figura può essere comunque utilizzata metaforicamente, essendo il messaggio più profondo della natività quello del rinnovamento personale e della liberazione individuale e collettiva, interiore ed esteriore.

Gli assiri, ultimi umani che parlano la lingua di Gesù

Di Umberto Guzzardi
Quando si parla di assiri, la memoria corre inevitabilmente ai banchi di scuola. Vaghi ricordi diun tempo in cui la Mesopotamia era il centro del mondo, si sposano forse alle immagini dei bassorilievi del British Museum, capolavoro ineguagliabile dell’arte antica. Eppure, fra il Caucaso e il Medio Oriente, come anche nella sempre più nutrita diaspora in America e in Europa, si incontrano ancora oggi uomini che definiscono se stessi assiri, e che si vorrebbero – a torto o a ragione – i discendenti di quella popolazione antica.
Come gli assiri dell’antichità, anche quelli di oggi parlano una lingua semitica, e cioè della stessa famiglia linguistica dell’arabo e dell’ebraico. Più esattamente, parlano (e scrivono, con un proprio alfabeto) la lingua neo-aramaica assira, che altro non è che una moderna evoluzione dell’aramaico, lingua usata duemila anni or sono da Gesù e dagli apostoli. Una lingua, ancor più indietro nel tempo, già diffusa fra le popolazioni dell’impero assiro prima della sua definitiva caduta, nel 612 a.C. Tale legame è alla base dell’autoidentificazione, controversa e tutta moderna, fra questa minoranza etnico-religiosa e il grande impero mesopotamico del passato.
Più in concreto – e senza rischiare di cadere in errore – possiamo dire che gli assiri di oggi sono gli ultimi eredi, da un punto di vista culturale e religioso, della tradizione orientale del cristianesimo nestoriano. Dottrina cristologica predicata da Nestorio, Patriarca di Costantinopoli del V secolo, il nestorianesimo divenne in seguito alla condanna del Concilio di Calcedonia nel 451 un’eresia non più ammessa dal resto della Chiesa. I suoi seguaci trovarono quindi rifugio nell’Iran sasanide dove, unendosi alle comunità cristiane locali, diedero vita a una tradizione portata avanti ancora oggi dagli assiri.
Una Chiesa, quella nestoriana, che ha conosciuto nella sua storia momenti di notevole splendore. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che, all’alba dell’invasione araba, l’espansione del cristianesimo in Iran fosse tale da minacciare l’egemonia della religione di stato dell’impero: lo zoroastrismo. Secondo tale teoria, si fu molto vicini all’eventualità di avere un altro grande impero cristiano, l’Iran, con esiti del tutto imprevedibili. Anche in seguito all’avvento dell’islam, il cristianesimo rimase ancora per molti secoli una presenza importante in Iran. In concomitanza con i grandi stavolgimenti dell’epoca mongola, fra XIII e XIV secolo, i cristiani tentarono un ultimo colpo di coda, mettendo addirittura in discussione – seppur per un breve periodo – la supremazia religiosa dell’islam. A tale sfortunato tentativo seguirà una lenta decadenza.
Oggi gli assiri rappresentano, assieme agli armeni, una delle due anime principali del cristianesimo iraniano. A paragone degli armeni, più numerosi e facoltosi, gli assiri hanno conosciuto negli ultimi decenni una marginalizzazione tale da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della comunità nel paese. La ragioni sono diverse: si tratta innanzitutto – sempre a differenza degli armeni – di una minoranza non nazionale, e oltre a ciò pesantemente indebolita, nel contesto mediorientale d’origine, dai conflitti degli ultimi decenni. Un altro punto di debolezza è la frammentazione religiosa.
Gli assiri in Iran appaiono oggi divisi fra appartenenti alla Chiesa apostolica assira d’Oriente, erede diretta della Chiesa nestoriana, e seguaci della Chiesa cattolica caldea. Oltre a queste, diversi di loro aderiscono al protestantesimo e ad altre denominazioni minori. La Chiesa apostolica assira ha una sola diocesi, nella capitale, mentre quella caldea cattolica – che pare maggioritaria – ne ha tre: Teheran, Ahvaz e Urmia-Salmas, quest’ultima sede originaria della presenza assira in Iran, nel nord-ovest del paese.
Non mancano in Iran scuole, istituzioni, e persino un rappresentante in parlamento (il Majles) della minoranza assira. Tutto ciò non basta, tuttavia, ad arginare una scomparsa certo più lenta e meno drammatica che altrove in Medio Oriente – dove è la comunità assira non è già più che un ricordo – ma forse ugualmente inesorabile.

La mezza bufala delle decine di divinità nate il 25 dicembre


NATALE-DEI


FONTE:http://www.butac.it/piccole-perle-di-facebook-chi-festeggia-il-compleanno-con-gesu/
Mi trovo spesso a chiedervi scusa per le mie assenze, ma questa volta è stato per colpa del lavoro e del pessimo wifi dove mi trovavo, ma cercherò di recuperare. Arriva il santo Natale: c’è chi lo ama e chi lo odia, c’è chi lo sente come festività religiosa e a chi piace solo farsi l’albero e mangiare in famiglia, e non c’è nulla di male. Però in questo periodo tornano a circolare anche piccole perle che hanno il solo scopo di “denigrare” il festeggiato del Natale. Tipo questa:
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ni e ogni tanto si evolve, ma non smette di girare. Prima di continuare 2 punti importanti
  • Butac è super tollerante e aperto, ma la questione da affrontare è storica, non religiosa, e così sarà affrontata (giusto una parentesi in chiusura)
  • è chiaro che l’intento di questo tipo di immagine sia di ridicolizzare la data del 25 Dicembre. Mi spiego meglio: l’intento è di ridicolizzare il fatto che il “compleanno” di Gesù sia lo stesso di altre divinità, come a rubarne il ruolo e l’autorità. Questo vuol dire ignorare il perché della scelta del 25 Dicembre, ma ci arriviamo dopo.
La ricerca si è rivelata più difficile del previsto e se qualcuno avesse più informazioni ce lo segnali pure così da correggere eventuali errori.
Ma davvero queste 11 divinità condividono lo stesso compleanno?
Partiamo da più famoso concorrente, Buddha.
Siddhartha Gautama Buddha è nato in Nepal nel 563 a.C. – come correttamente indicato nella immagine, ma non c’è nessuna data certa della sua nascita. La data è più una convenzione che un dato certo. Nella maggior parte delle tradizioni buddiste non è considerato una divinità, ma è nella foto, quindi investighiamo au si lui. Esiste una festività ufficiale buddista che celebra la sua nascita. Il Vesak è la festa della nascita – o della nascita e illuminazione per altre tradizioni – del Buddha e si festeggia in genere nel mese di Maggio. Come per la Pasqua, essendo la data calcolata in funzione del calendario lunare la data varia ogni anno e varia anche da nazione a nazione: in Italia lo si festeggia l’ultima domenica di Maggio.

Buddha NO

Zarathustra fu un profeta persiano sul quale c’è un po’ di incertezza sul periodo nel quale è vissuto. Generalmente si accetta il periodo tra il 6° e il 5° secolo a.C. – quindi non 1000 anni come indicato, ma argomento inutile. Più utile è il fatto che Zarathustra, o Zoroastro per i greci, non era una divinità: la divinità della religione che professava era Ahura Mazda, quindi è impropriamente inserito in questa perla, ma accettiamolo lo stesso. Come per il Buddha non c’è una data precisa, ma la nascita del profeta Zoroastro viene festeggiata nella celebrazione del Kordad Sal, sei giorni dopo il Noruz, che è il capodanno dello zoroastrismo. Il Noruz cade durante l’equinozio di primavera, quindi con un rapido calcolo possiamo concludere che il compleanno di Zoroastro non è il 25 Dicembre,  ma viene celebrato il 26 Marzo.

Zarathustra NO

Krishna è considerato in base alla tradizione o una espressione di Visnu o come il Dio supremo. Difficile una datazione della sua vita: nella immagine si parla del 900 a.C. Il culto di Krishna comincia a prendere piede nel 4° secolo a.C. e secondo una datazione astrologica risalirebbe a oltre 3’000 anni prima di Cristo. Comunque sia, la celebrazione della sua nascita, lo Janmashtami, cade solitamente tra Agosto e Settembre – quest’anno era il 5 di Settembre. Sempre secondo i vari calcoli astrologici dovrebbe essere nato il 18 Luglio, o il 23 Giugno. Diciamo che non c’è una grande certezza, se non che

Krishna NO

Non che i precedenti fossero semplici, ma Mithra è un po’ più complesso da analizzare in quanto nell’arco del tempo è stato associato o assimilato da molte tradizioni successive a quella originaria, anch’essa persiana o indo-iraniana. In sostanza si possono considerare due versioni di Mithra: quella greco-romana e quella persiana. Quella persiana è di gran lunga precedente al 6° secolo a.C. come indicato dalla immagine. Il Mithra occidentale si sovrappone al culto cristiano sia geograficamente, che storicamente che come punti in comune con il Cristo. Secondo alcuni furono i cristiani ad attingere al culto mitraico e altri il contrario. Per entrambe le religioni ci sono pochi ritrovamenti precedenti al 2° secolo d.C. quindi è difficile avere prove concrete su questo, ma non è il nostro scopo. Quello che sappiamo però sia del mitraismo occidentale che di quello orientale è l’importanza del periodo invernale con il solstizio d’inverno e il ruolo del Sole. Nella tradizione orientale non sembra esserci una vera e propria celebrazione della sua nascita, ma in occidente la sovrapposizione di Mithra e del Sol Invictus era quasi totale, e il 25 di Dicembre sembrerebbe la data nella quale venisse celebrata. Al quarto tentativo abbiamo trovato un’altra divinità nata il 25 Dicembre, anche se sembrerebbe che il culto mitraico non desse un peso particolarmente alto a questa festa in quanto suo compleanno. Qua però subentra la questione alla quale accennavo prima sulla celebrazione del Natale: la data scelta per la celebrazione del Natale cristiano fu stabilita dall’imperatore Costantino. Devoto al Sol Invictus e poi convertito al cristianesimo, decise che dovesse essere quella la data ufficiale della celebrazione della nascita di Gesù. La “questione 25 Dicembre” è molto complessa e dibattuta da secoli. Non esiste una data precisa indicata nei Vangeli né negli Atti degli Apostoli, che sono i testi più antichi, e la necessità di celebrarne la nascita è nata molto dopo. Nei primi secoli la nascita venne celebrata in tante date diverse. Concludendo

Mithra SI

Tammuz è una divinità che ha origini sumeriche, risalenti a oltre 2 millenni prima di Cristo. Nel culto di Tammuz sono molto importanti due avvenimenti, il suo matrimonio e la sua morte, che viene celebrata tra Marzo e Aprile. In occidente la figura di Tammuz è associata ad Adone, anche se anche su questo non c’è unità di opinioni. Metterli entrambi è un po’ giocare sporco potremmo dire. Ora vi cito la parte iniziale che si trova su Wikipedia su Adone
Adone (in greco antico Άδωνης o Άδωνις) è una figura di origine semitica, dove era oggetto di un importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici. È relativamente assimilato alla divinità egizia Osiride, al semitico Tammuz e Baal Hadad, all’etrusco Atunnis, all’anatolicoSandan (divinità) di Tarso e anche al frigio Attis, tutte divinità legate alla rinascita e alla vegetazione. Soprattutto nell’attuale Siria, era identificato come Adon, stesso termine di Adonai, il Signore ebraico (nome utilizzato al posto del Tetragramma YHWH impronunciabile dai devoti). Alcuni mitologisti hanno pensato che Balder è da leggere come una sua personificazione nella mitologia germanica, associato a sua volta al Baal fenicio.
Tutto molto semplice e lineare direi. Ho voluto riportare questo garbuglio per chiarire un punto: moltissime divinità sono le stesse ripetute e copiate da diverse civiltà. La corrispondenza quasi perfetta tra il pantheon romano e greco è la più conosciuta, ma ogni cultura ha copiato, o quantomeno attinto, le divinità precedenti, adattandole al luogo e al periodo storico o copiando elementi solitamente associati a quella divinità. Tammuz stesso passa da divinità pastorizia a divinità agricola passando dai sumeri agli assiri. Come per Tammuz, anche per Adone era la celebrazione della morte la festività principale, che cadeva nel periodo estivo, non la nascita. Nella immagine Adonis viene datato nel 200 a.C., ma la sua morte viene descritta già nel 6° secolo a.C. Finora non avevo trovato grosse difficoltà a reperire info sulla celebrazione della nascita delle divinità, ma cercando info su Tammuz si trovano quasi solo riferimenti su siti che mettono in relazione la sua nascita con il Natale. A quanto pare sia Adone che Tammuz nel tempo divengono divinità solari, che è un grande classico della storia, e questo discorso vale anche per Dionisio, ed inevitabilmente la celebrazione del compleanno diventa il solstizio d’inverno, se lo si vuole festeggiare secondo l’idea della rinascita.

Tammuz e Adone SI (con riserva)

Hermes non so come possano averlo datato anche lui nel 200 a.C., non ha senso. Ci sono riferimenti a lui risalenti a molto tempo prima. Divinità greca che aveva come ruolo principale quello di messaggero degli dei dell’olimpo. Il pantheon Greco sembra aver attinto molto a quello Egizio, quindi Ermes sembrerebbe derivare o quantomeno avere una stretta relazione con Toth. La sua festa principale non era la nascita, ma in suo onore si tenevano le Hermea, con sacrifici alla divinità e si celebrava con ginnastica in stile Olimpiadi. Hermes non è una divinità solare quindi non avrebbe alcun legame col solstizio d’inverno. Sulla sua nascita l’unica cosa natalizia sembra l’essere nato in una grotta, mentre sulla celebrazione della sua nascita nel solstizio d’inverno o nel 25 Dicembre non trovo traccia.

Hermes NO

Per Dionisio possiamo anche accettare una datazione attorno al 500 a.C. Viene considerato la divinità “straniera” per eccellenza della religione greca. Nonostante un po’ tutti noi lo identifichiamo con un ubriacone che ballava nudo grazie a Pollon, in origine era una divinità legata al ciclo della natura, come Adone poco sopra, e quindi due erano i periodi dell’anno che venivano celebrati in suo onore: uno in primavera durante la vendemmia e uno di stile molto più mondano, definitoorgiastico, invernale. Essendo Dionisio una divinità legata al ciclo della natura, egli era legato anche al ciclo del Sole, pertanto attorno al solstizio la colorita celebrazione era sì in suo onore, ma non per una diretta celebrazione del compleanno. Come per Adone, l’associazione con il solstizio d’inverno è legato alla immagine della rinascita del Sole.

Dionisio NO (con riserva)

Eracle (Heracles) era un semidio e il maggiore eroe della letteratura greca, più conosciuto dall’uomo medio come Ercole o Hercules, famoso per la sua grande forza. Esistono 3 tradizioni sulle sue gesta: quella greca, quella romana e quella orientale di stampo egiziano/fenicio. Per quanto riguarda la celebrazione della sua nascita trovo riferimenti soltanto alla celebrazione della sua nascita il 4° giorno di ogni mese, non celebrazioni al solstizio d’inverno. Per il momento

Eracle NO

Horus è una divinità egizia che risale almeno al 3’000 a.C. come da immagine ed è una divinità solare e forse la più importante nell’antico Egitto. Il faraone era considerato la personificazione di Horus, suo pari e suo rappresentante in terra. Anche se esistono diverse versioni delle sue origini, tanto per cambiare, la versione più famosa lo pone come figlio di Iside e Osiride, che sconfisse poi lo zio Seth – la versione originale del Re Leone. Secondo la tradizione sarebbe nato al solstizio d’inverno. Abbiamo qui un altro vincitore nella competizione, quindi

Horus SI

ma c’è da fare un appunto a tutta la questione. Quando cade il solstizio d’inverno? Il solstizio d’inverno non cade il 25 Dicembre: generalmente è tra il 21 e il 22 di Dicembre. A Roma le Saturnie si celebravano tra il 17 e il 23 di Dicembre, a cavallo del solstizio. Il Sol Invictus si celebrava davvero il 25? Sembrerebbe di no, o almeno non sempre. Il cronografo del 354 è la prima testimonianza della celebrazione del Natale il 25 Dicembre (del 336). Potremmo dire che un tempo non sembrava così importante essere precisi con la celebrazione delle festività.
Come spesso capita trovo molto utile fare queste ricerche ed invito sempre chi ci legge di fare a sua volta le sue. Spesso la “questione 25 Dicembre” viene strumentalizzata per accusare i cristiani di aver “rubato” tradizioni precedenti. Come abbiamo visto, e come potete leggere per ogni divinità, quasi tutte le religioni e divinità hanno dei forti legami, sia come contenuti che come immagini utilizzate. Questo viene appunto utilizzato come argomento contro il cristianesimo. Il culto di Mithra è forse il più simile, ma si possono trovare elementi in comune con molte religioni – oltre al fatto più che ovvio che discenda dalla religione ebraica che a sua volta è stato contaminato da religione egizia e mesopotamica in maniera importante, e ha origine in un periodo successivo alla ellenizzazione di quelle aree.

La parentesi in chiusura

Qui entro nella sfera delle opinioni personali, ma dato che si parla del Natale rimango nell’argomento, senza lanciarmi in una esegesi biblica che non è luogo e se siete arrivati fino a qua rischio di causare dei suicidi: la natività di Gesù è raccontata esclusivamente nel Vangelo di Luca dove sono contenuti tutti quegli elementi caratteristici del Natale. L’annunciazione, il concepimento verginale, la nascita in una grotta/mangiatoia, la stella cometa, i Re Magi, la persecuzione di Erode, la fuga in Egitto sono tutti elementi che sono presenti solo nel testo di Luca. Sono credente, ma non sono un tipo da dogmi: se vogliamo proprio andare a cercare elementi criticabili sul Natale è sulla parte iniziale del Vangelo di Luca che ci si dovrebbe concentrare più che sulla presunta appropriazione di una data già cara ad altri culti.
Comunque sia, passano i millenni, passano le civiltà, razze diverse in zone diverse del mondo, ma – senza contare le infinite connessione tra l’occidente e l’oriente in questi secoli dalle quali dovremmo cercare di imparare di più invece che guardare gli altri solo come stranieri pericolosi- ci troviamo comunque a festeggiare l’equinozio di primavera (Pasqua) e il solstizio d’inverno (Natale) da almeno 5’000 anni.
Continuiamo pure a crederci diversi ed originali.

Consigli per gli alti e bassi della vita: l'esempio di Gesù nella tempesta




Di Gaetano Piccolo

In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all'altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?». (Mc 4,35-41)

È vero che la nostra vita è un po’ come il mare di Galilea: a volte è calmo, persino piatto, ma all’improvviso si scatenano tempeste nelle quali ci sembra di perdere la vita. Siamo naviganti, non possiamo fare a meno di attraversare il lago!

A volte forse ci viene voglia di fermarci, di mettere fine al viaggio, vorremmo accontentarci, toccare terra. La terra è la sicurezza, la stabilità, il mare è il cambiamento, il rischio, la precarietà. Il mare fa paura, il mare dice sempre possibilità di precipitare nell’abisso. Quando troviamo le nostre sicurezze, ci attacchiamo, non vorremmo cercare oltre, smettiamo di essere naviganti.




E invece la vita, proprio come la parola di Gesù ai suoi amici, ci chiede sempre di “passare all’altra riva”, di continuare il viaggio, di continuare a rischiare. La vita è così, come il lago di Galilea, a volte ci sono tempeste inaspettate, che giungono senza preavviso. E in ogni tempesta ci sembra sempre di morire. Eppure proprio nella tempesta veniamo fuori per quello che siamo. Le tempeste della vita sono quelle che ci permettono di conoscere meglio noi stessi e quelli che stanno nella barca con noi.

Proprio come nelle tempeste, anche nella vita accade di sentirci sballottati dalle onde, di salire su per poi sprofondare improvvisamente, come quando ci sentiamo tanto amati e poi profondamente delusi. Mentre l’acqua entra nella barca, ci chiediamo perché ci siamo messi in viaggio, perché ci siamo imbarcati in quest’avventura. Eppure sappiamo bene nel profondo del cuore che non avremmo potuto fare a meno di “passare all’altra riva”: la vita deve continuare, il viaggio deve continuare, c’è sempre un’altra riva che ci aspetta. Non possiamo fare a meno di rischiare.

Questo racconto di Marco è forse anche un invito a chiederci come ci imbarchiamo di solito, cosa scegliamo di portare con noi o chi scegliamo di portare con noi. Il testo dice infatti che i discepoli presero Gesù con loro, ma aggiunge anche che lo presero “così com’era”, cioè stanco! Gesù è talmente stanco che si addormenta, e doveva essere così stanco da non accorgersi dell’acqua che entrava nella barca in mezzo alla tempesta. Gesù sembra sprofondato in un sonno profondo che indica non solo la sua stanchezza, ma anche la sua fiducia, una fiducia che contrasta molto con lo spavento dei suoi amici. Ecco, nella tempesta ci si può stare in modi diversi: alcuni si agitano, qualcuno si permette di dormire con fiducia.

Gesù accoglie la sua stanchezza, non la nasconde. È stanco e si permette di risposare. Non si vergogna di farsi vedere addormentato. È un Gesù che si presenta in tutta la sua nuda umanità di persona stanca. A volte, anche noi uomini di Chiesa continuiamo ad agitarci, come se la vera nobiltà d’animo, il senso religioso, stesse nel farsi vedere continuamente indaffarati e mangiati dalle cose da fare. Il rispetto di se stessi e degli altri, la vera fiducia nel Padre, sta invece nel darsi il permesso di addormentarsi quando si è stanchi!

Nella tempesta viene fuori anche l’immagine che abbiamo di Dio: i discepoli non accettano l’idea di un Dio che dorma, di un Dio che resti in silenzio nel momento del pericolo, in mezzo alle difficoltà. Vogliono un Dio pronto a risolvere magicamente le loro tempeste. Non accettano un Dio che li lasci nella difficoltà per sperimentare cosa c’è nel loro cuore. E infatti i discepoli chiamano Gesù “Maestro”, non usano la parola “Signore” (che indica la divinità di Gesù e che infatti viene usato invece nel testo parallelo di Matteo). Improvvisamente Gesù non è più il loro Dio, ma semplicemente un maestro da trattare con autorevolezza, richiamato ai suoi doveri.

A volte anche noi sperimentiamo il sonno di Dio, il suo silenzio, ma paradossalmente sono anche i momenti della storia in cui viene fuori quello che ci portiamo veramente nel cuore. Forse il sonno di Gesù vuole costringerci a cercare dentro di noi le risorse per buttare via l’acqua dalla barca e ordinare al vento di cessare. Forse anche nella tempesta possiamo continuare a credere che passare all’altra riva è possibile. Forse non c’è bisogno di attendere che le cose cambino magicamente per affrontare con coraggio le inevitabili tempeste della vita.

Le analogie tra Cristo e Buddha secondo il Dalai Lama




Di Tenzin Gyatso  *

Quando paragoniamo due tradizioni spirituali antiche come
il buddhismo e il cristianesimo, osserviamo straordinarie analogie nella storia
dei maestri fondatori: nel caso del cristianesimo Gesù Cristo, e nel caso
del buddhismo il Buddha. Vedo un parallelismo molto importante: la vita dei
maestri, dei padri fondatori, è una dimostrazione sostanziale dei loro
insegnamenti.






 Prendendo per esempio la vita del Buddha, l'essenza del suo
insegnamento è rappresentata dalle Quattro Nobili Verità: la verità della
sofferenza, la verità dell'origini della sofferenza. la verità della cessazione della
sofferenza, e la verità del sentiero che conduce a tale cessazione. La vita del
maestro fondatore, il Buddha appunto, offre esempi molto chiari ed espliciti
delle Quattro Nobili Verità.



Senza Buddha non Potrei Essere Cristiano


Ritengo che lo stesso valga per la vita di Cristo. Se
si esamina la vita di Gesù, si troveranno esempi di tutti gli insegnamenti e le
pratiche fondamentali del cristianesimo.



Incontro con Gesù



Secondo me un'altra analogia della
vita di Gesù Cristo e del Buddha consiste nel fatto che si può migliorare
spiritualmente e giungere alla liberazione solo attraverso le difficoltà, la
dedizione e restando saldi nei propri principi. Questo sembra un messaggio
fondamentale e comune a entrambe.

* Dalai Lama-Una lettura buddhista dei Vangeli, pg 20

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