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Goldman Sachs: 'Improbabile che il governo italiano arrivi fino alla metà del 2019'


Di Salvatore Santoru

Secondo Goldman Sachs l'attuale governo italiano non durerà a lungo. 
Più precisamente, come riporta l'AGI, un recente rapporto della banca d'affari statunitense sostiene che l'attuale governo potrebbe durare solo fino alla metà del 2019. 

Inoltre, nel rapporto si sostiene che il governo potrebbe essere sostituito da un nuovo esecutivo di centrodestra o di centrosinistra.

PER APPROFONDIRE: ARTICOLO SU BLASTING NEWS

Analista Goldman Sachs: 'I farmaci che guariscono non sono sempre redditizi economicamente'

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Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere ua recente nota presentata agli investitori da un analista di Goldman Sachs, Salveen Richter.
Come riportato in un articolo pubblicato su L'Alto Adige.it(1), Richter ha sostenuto che le terapie geniche che sono attualmente in sviluppo e altre 'cure miracolose'(come i farmaci per l'epatite C) non sono sempre sono un modello di 'business sostenibile'.

Sugli stessi farmaci utilizzati per la cura dell'eptatite C, stando a quanto riportato da 'Affari Italiani'(2), nel report presentato agli investitori da Richter si sostiene che quasi sempre tali medicinali funzionino ma anche che essi non contribuiscono all'aumento dei profitti.

La notizia sulle dichiarazioni dell'analista di Goldman Sachs è stata diffusa dal giornalista della CNBC Tae Kim(3).

NOTE:

(1) http://www.altoadige.it/salute-e-benessere/analista-goldman-sachs-business-incerto-con-alcune-terapie-1.1579579

(2) http://www.affaritaliani.it/blog/saluteuropa/curare-i-pazienti-non-conviene-lo-spiega-goldman-sachs-536112.html

(3) https://www.cnbc.com/2018/04/11/goldman-asks-is-curing-patients-a-sustainable-business-model.html

L'Arabia Saudita apre a Goldman Sachs per provare a rilanciare l’economia

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Di Michele Crudelini
L’Arabia Saudita ha aperto definitivamente le porte ai grandi investitori internazionali, con un occhio di riguardo verso Goldman Sachs. È stata la crisi economica che ha colpito la petromonarchia per eccellenza da ormai tre anni a spingere verso un’apertura ai grandi istituti di credito occidentali.

L’austerity saudita 

Sono infatti più di due anni che l’Arabia Saudita ha imposto la tristemente nota austerity all’interno dei suoi confini, complice il bassissimo andamento del prezzo del petrolio (ormai fisso sotto i 50$ a barile). Questo, insieme ai dispendiosi e infruttuosi interventi militari nella Regione ha distrutto il settore pubblico saudita. Il governo di Riyad ha registrato tagli ai salari fino al 60% rispetto ai livelli pre crisi. Decurtazioni che non hanno escluso nemmeno gli stessi ministri, con paghe ridotte del 15-20%. Una situazione esplosiva che potrebbe riaccendere i fervori di protesta di quel lontano 2011.

Un programma di ripresa per il 2030

Così il Regno saudita ha deciso di correre ai ripari e ha lanciato un programma di ripresa chiamato Vision 2030. Un programma molto ambizioso che impegna il regno a rispettare ben 24 obiettivi proprio entro il 2030. Tra questi saltano all’occhio quelli sotto il nome di “Open for business”. Secondo questi l’Arabia Saudita si impegna a “aumentare i contributi del settore privato dal 40% del GDP al 65%, a entrare nella Top 10 dei Paesi nell’Indice Globale della Competitività e ad aumentare gli investimenti stranieri diretti dall’attuale 3.8% al 5.7% del GDP”. L’opportunità è stata subito captata dai colossi della finanza americana e occidentale in generale.

Le mani di Goldman Sachs su Riyad

Su tutti Goldman Sachs pare essere l’istituto più attivo a Riyad. A fine agosto la banca d’affari americana guidata da Lloyd Blankfein ha ottenuto il benestare del regno saudita per le operazioni di compravendita dei titoli azionari emessi sotto la Saudi Capital Market Authority, l’istituto che regola il mercato finanziario saudita, come riportava la Reuters.
Parallelamente a questo Riyad avrebbe anche deciso di portare in borsa Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi e anche la più grande compagnia petrolifera del mondo. L’IPO, ovvero l’Initial Public Offering (offerta pubblica iniziale), di Aramco è prevista per il 2018. Tuttavia nel frattempo Goldman Sachs si è già portata avanti acquisendo una quota della struttura di credito della compagnia, avvantaggiando così l’istituto di Wall Street per l’acquisizione di un suo pacchetto importante.

IL QUOTIDIANO DANESE POLITIKEN: 'BARROSO PRENDE 7MILA EURO DI PENSIONE DALL'UE', LUI SI DIFENDE: 'ACCUSE INFONDATE'

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Di Salvatore Santoru

Il quotidiano danese "Politiken"(1) ha sostenuto che  José Manuel Barroso percepisce ogni mese circa 7mila euro dall'Ue.
Come segnalato da "Eu News"(2) Barroso non ha più incarichi nell'UE e ora lavora come presidente non esecutivo della banca d’affari Goldman Sachs(3).
Intanto, è già nato uno "scontro" tra la Commisione Europea e Barroso al riguardo, con la stessa Commissione che intende fare chiarezza sull’assunzione di Barrso a Goldman Sachs(4).

GOLDMAN SACHS VIETA AI SUOI 'DIPENDENTI MIGLIORI' DI FINANZIARE LA CAMPAGNA PRESIDENZIALE DI TRUMP


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Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato da diversi media statunitensi e internazionali, i vertici di Goldman Sachs hanno deciso di vietare le donazioni dei loro 'migliori dipendenti' alla campagna presidenziale di Donald Trump.
Secondo quanto riportato dalla sezione finanza di "Yahoo News" la nuova regola è stata approvata il 29 agosto 2016 e si basa sul divieto di effettuare una donazione per i candidati in corsa presso gli uffici statali e regionali, e nel documento inviato dalla banca d'affari ai suoi dipendenti si è fatto riferimento, a titolo d'esempio, del membro della Camera dei rappresentanti per lo stato dell'Indiana e candidato vicepresidente di Trump Mike Pence.
La decisione ha destato sospetti, visto che il CEO della stessa Goldman Sachs Lloyd Blankfein in passato ha sostenuto e finanziato diverse personalità del Partito Democratico, tra cui la stessa Hillary Clinton nel 2007.

PER APPROFONDIRE:

http://finance.yahoo.com/news/why-goldman-partners-cant-donate-000000969.html

http://fortune.com/2016/09/06/goldman-elite-trump-pence/

https://www.rt.com/business/358505-goldman-sachs-bans-donating-trump/

http://www.cnbc.com/2016/09/07/goldman-sachs-bans-top-employees-from-donating-to-trump-report.html

https://en.wikipedia.org/wiki/Lloyd_Blankfein

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2016/05/28/riemerge-grana-goldman-sachs-per-hillary_5d0ad312-cb84-4b3f-9faf-cdfcbe54d652.html

Nel 2016 previsto un crollo del prezzo del petrolio

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«Il prezzo del petrolio continua a scendere: a New York ieri il greggio è arrivato a scendere a quota 44 dollari al barile, cedendo circa il 3%. A deprimerne le quotazioni dell’oro nero è stato l’allarme lanciato da Goldman Sachs che ha annunciato che il petrolio potrebbe scendere fino a 20 dollari». Così sulla Stampa del 12 settembre (titolo: Il petrolio frena dopo l’allarme di Goldman).









 Per la Goldman Sachs a far crollare il prezzo del petrolio la frenata dei consumi, in particolare di quelli cinesi, e l’aumento di produzione dei Paesi Opec e non Opec.

Nota a margine. Nessuna fonte ufficiale lo dirà, ma al calo del prezzo del petrolio contribuisce anche il contrabbando di greggio da parte delle agenzie del terrorismo internazionale, che controllano giacimenti in Iraq, Siria e Libia e vendono a prezzi stracciati. È un particolare secondario, magari, ma del quale va tenuto debito conto perché pone diversi interrogativi, sia sul sostentamento di suddette agenzie, che sulla rete di complicità che si è creata, e ormai consolidata, attorno ad esse.

Altra considerazione: il calo del prezzo del petrolio ad oggi non si è rivelato utile a una ripresa dello sviluppo occidentale, ancora in regressione, mentre la Russia viene posta di fronte a un’ulteriore sfida, stante che l’esportazione dell’oro nero è fondamentale al suo sviluppo.
L’allarme di Goldman Sachs ha quindi tante valenze geopolitiche, da non sottovalutare.

La "Santa Alleanza" Nato-Goldman Sachs



Di Giampaolo Rossi

La notizia dovrebbe solleticare la curiosità dei grandi giornalisti di quel “circo Barnum” che è il mainstream occidentale; invece nulla, è passata stranamente inosservata.
Anders Fogh Rasmussen, ex Primo Ministro di Danimarca e Segretario Generale della Nato fino ad un anno fa, è entrato nelle file della potente banca d’affari Goldman Sachs.







Bloomberg News, tra i pochi a dare la notizia, ha legato la sua nomina alla necessità di“contribuire ad affrontare gli ostacoli politici” che la banca ha nello scandalo Dong.
Di cosa si tratta?

LO SCANDALO DONG
Dong Energy è la più grande azienda energetica danese a maggioranza pubblica. Nel Novembre del 2013 Goldman Sachs, attraverso un suo Fondo (il New Energy Investment), ha acquistato il 18% delle azioni ad un prezzo di 1,5 miliardi di dollari (circa 8 miliardi di corone danesi).
L’acquisizione, avvenuta con l’autorizzazione dell’allora governo socialista ed ampliata a due fondi pensione danesi, ha creato uno scandalo enorme. I motivi, come ricorda il blog Zero Hedge, furono la concessione a Goldman Sachs del diritto di veto su scelte strategiche e di management (in genere riservato ai detentori di almeno il 33% delle quote), ma soprattutto il fatto che il prezzo di vendita non avrebbe tenuto conto di un’operazione che, di lì a poco, sarebbe stata conclusa e che avrebbe aumentato enormemente il valore di Dong: la realizzazione in Gran Bretagna (uno dei principali mercati di riferimento) di un imponente parco eolico offshore (cioè costruito sul mare). Operazione di cui erano a conoscenza, secondo l’accusa, sia il governo che Goldman Sachs.
In altre parole, il Ministero delle Finanze di Copenaghen, al momento della vendita delle quote, avrebbe sottostimato il valore compelssivo di Dong a 31 miliardi di corone, ben sapendo che dopo poco sarebbe schizzato oltre i 50 miliardi; insomma un regalino di non poco conto ai banchieri di Goldman Sachs.
Lo scandalo ha portato alle dimissioni molti ministri del governo di sinistra della bella Helle Thorning-Schmidt (ve la ricordate la signora che durante i funerali di Mandelafaceva i selfie sorridenti con Obama e Cameron?) e poi alla vittoria dei conservatori nelle elezioni del giugno scorso.

I DUE RASMUSSEN
Ma cosa c’entra Anders Rasmussen in questa storia?
Dal giugno scorso in Danimarca è al governo il liberale Lars Løkke Rasmussen che non ha alcna parentela con il “nostro” Rasmussen, ma una dipendenza per così dire “funzionale”; infatti è stato ministro in tre dei suoi governi (ricoprendo tra gli altri i ruoli fondamentali di Ministro degli Interni e delle Finanze) e poi suo successore quando Anders lasciò l’incarico per la Nato.
In Danimarca è pronta una Commissione d’inchiesta per avere accesso ai documenti dell’accordo Dong che erano stati secretati dal precendente governo perché ritenuti “troppo sensibili” persino per i membri del Parlamento.
Quindi Goldman Sachs ha preso come consulente per il caso Dong, un ex Primo Ministro danese (Anders Rasmussen) di cui, l’attuale capo del Governo (Lars Rasmussen) è l’uomo più fidato.
Un’operazione da manuale sul “come blindare uno scandalo finanziario”.

L’ASSE NATO-GOLDMAN SACHS
Ma il vero problema è un altro e travalica il contesto danese.
La domanda che ci si pone è questa: è normale che l’uomo che fino ad un anno fa era a capo della più potente organizzazione militare del mondo (la Nato), venga poi assunto da una delle più potenti banche d’affari del mondo al centro dei peggiori scandali finanziari degli ultimi tempi (Goldman Sachs)?
Rasmussen è stato tra i principali sostenitori della folle guerra alla Libia (che lui stesso definì “uno dei capitoli di maggior successo nella storia della Nato”), le cui ragioni umanitarie furono inventate a tavolino e il cui il disastro geopolitico ampiamente previsto (come abbiamo spiegato in questo video).
Ed è colui che ha maggiormente sponsorizzato il coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nella crisi Ucraina per generare un punto di non ritorno con la Russia.
Il suo ingresso in Goldman Sachs avvalora sempre più la sensazione che la Nato si stia trasformando, da strumento di difesa delle democrazie occidentali, a strumento di interesse della grande finanza globale.
Il confine tra il potere delle armi e quello del denaro è sempre più labile e la sovranità degli Stati sempre più debole rispetto al potere delle grandi tecnocrazie.

La Grecia sempre più sull'orlo del baratro per volere della troika: ora tutto è in vendita


Di Salvatore Santoru

La Grecia, culla della civiltà mediterranea e europea, si trova sempre di più vicina al baratro.
Come riportato da un articolo dell'Unità, tutto è in vendita : isole ( compresa quella di Elafonisos,nella foto) ,porti,aeroporti,strade e anche acquedotti.




Come scritto nel sito Tribuno del Popolo, con queste privatizzazioni a buon mercato si dovrebbero recuperare non meno di 22,3 milioni di euro e il tutto entro il 2020.

La disoccupazione e la povertà sono alle stelle, e secondo l'Unicef oltre 600mila bambini sono a rischio povertà ed esclusione sociale.

Questa situazione è stata causata dalle politiche di lacrime e sangue imposte dal governo per volere della troika, ovvero l'organismo che governa l'Unione Europea e che risponde ai dettami dell'alta finanza internazionale.

Tutto questo dimostra come non mai il fallimento delle politiche adottate dall'Unione Europea, eppure secondo i suoi più accaniti sostenitori ne è la prova del successo.

Su ciò basta ricordare cosa disse l'ex presidente del Consiglio italiano Mario Monti, a proposito della situazione greca che precipitava sempre di più : "la Grecia è la dimostrazione del successo dell'euro".




Il pensiero di Monti si può capire alla luce del fatto della sua appartenenza nei circoli che contano, dalla Commissione Europea al Bilderberg, gruppo che nelle questioni europee ha avuto sempre una grande importanza, e infine alla Goldman Sachs, una delle più potenti banche d'affari internazionali.

Bisogna precisare che sostanzialmente Monti è sempre stato un'esecutore delle politiche di questi poteri forti, e quindi relativamente un'esponente di basso livello, sempre prone a seguire i diktat di essi.

Essenzialmente la stessa Unione Europea è basata sul potere di grandi organismi sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale, che sostanzialmente fa gli interessi dell'oligarchia finanziaria mondiale.

Non è un caso che alcuni dei maggiori esponenti dell'UE siano stati collegati al mondo dell'alta finanza, si pensi  all'attuale presidente della BCE Mario Draghi o agli stessi Monti e Papademos, accomunati dall'essere stati appartenenti alla Goldman Sachs.



Si potrebbe dire che in fin dei conti l'UE sarebbe meglio chiamarla come " Unione antieuropea", visto che le sue politiche sono orientate perlopiù sul fare gli interessi dei grandi gruppi di potere finanziario e industriale, a scapito dei popoli europei che in teoria dovrebbe rappresentare .

Tornando alla Grecia, per capire meglio la situazione consiglio la visione di " Debtocracy", un documentario dei giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanouuscito, uscito nel 2011 e che si concentra principalmente sulle cause della crisi greca e su alcune possibili soluzioni future per superarla.




 Di solito gli opinionisti europeisti considerano la crisi greca come mero risultato della politica " spendacciona" e corrotta dei governi che si sono succeduti negli anni novanta.

Bisogna riconoscere che effettivamente c'è stata una situazione del genere, ma anche che questi governi erano sostanzialmente alla mercè dell'UE e della finanza internazionale, e quindi la strategia dell'alta finanza e della troika di far pagare il popolo per politiche volute da suoi " burattini" è indubbiamente cinica.

Tra l'altro, ciò che di solito non viene detto è che la Grecia fu costretta ad entrare nell'UE contro la volontà popolare ( come l'Italia) e per far ciò il ministro delle finanze dell'epoca,Nikos Christodoulakis, fu costretto a truccare i conti, come fecero, stando alle sue parole, un pò tutti i paesi ( Italia compresa).

Difatti è a partire dalle sue basi che l'UE è fondata sull'errore e il suo progetto ora come ora dovrebbe essere fermato, e magari porre le basi per una diversa Europa, che rifiuti il modello tecnocratico su cui è basata l'attuale unione.

Ora la Grecia e l'Europa passo dopo passo devono risalire dagli inferi in cui gli oligarchi finanziari e i loro emissari e servitori l'hanno portate, rifiutare gli obsoleti modelli causa del loro male e allo stesso tempo porre le basi per una Grecia e un'Europa veramente libere e indipendenti.

Banche, la Giustizia non è uguale per tutti


Di Marcello Foa

Leggo sul Fatto Quotidiano questo titolo: “Banche, JP Morgan pagherà agli Usa 410 milioni per manipolazione del mercato”, poi sul Sole 24 ore un altro articolo secondo cui Obama “starebbe regolando i conti con le banche” infliggendo multe miliardarie. Segue elenco dei reati commessi da diversi grandi istituti bancari, prevalentemente anglosassoni:
-JPMorgan è accusata di aver manipolato il mercato elettrico di California e Midwest, in particolare “la banca avrebbe speculato su alcuni derivati, spacciando in California e in altre zone del Midwest degli Usa “centrali elettriche in perdita per incredibili fonti di profitto”, e causando così un sovrapprezzo di “decine di milioni di dollari in tariffe, molto oltre i prezzi di mercato”. Ovvero truffa.
-altre banche come Bank of America, Ubs, Wells Fargo, Citigroup, Credit Suisse, Hsbc, Deutsche Bank, Barclays oltre alla stessa JP Morgan sono accusate e giudicate colpevoli per reati del calibro di manipolazione dei mercati, riciclaggio, truffa ai danni di clienti, informazioni ingannevoli, eccetera. Nel 2010 Goldman Sachs aveva patteggiato per aver ingannato i propri clienti.
Trattasi di reati molto gravi, reati penali. E noi tutti sappiamo quanto sia severa la Giustizia americana. In teoria. O perlomeno non per tutti. Già perchè se a commettere i reati di cui sono accusati i grandi istituti bancari sono singoli cittadini o aziende normali o altre piccole banche l’esito è quasi scontato: carcere per i responsabili.
Invece i processi avviati contro i summenzionati istituti si concludono con una multa. E tutto viene dimenticato. Non è un caso che siano gli stessi istituti a rallegrarsi per l’esito dei processi, come JP Morgan che afferma: “Siamo lieti di metterci questa vicenda alle spalle”. In fondo le multe, per quanto milionarie e talvolta miliardarie, possono essere facilmente assorbite con accontamenti o riducendo gli utili in periodi di crescita come questi.
Ben per loro. Resta però un mistero: perché chi appartiene alla superlobby delle grandi banche internazionali gode di fatto dell’immunità? E che garanzie ha l’investitore che questi reati non vengano reiterati? Basta la parola?

Derivati, la vittoria della lobby bancaria americana


La riforma del mercato dei derivati americani è alle corde. I regolatori degli Stati Uniti, che speravano di riuscire ad imporre una maggiore trasparenza e ad aumentare la concorrenza nel settore, si apprestano a rinunciare ad uno dei punti più importanti della legge Dodd-Frank. Quest’ultima, approvata nel 2010, prevedeva che i gestori di hedge funds fossero obbligati a rompere quello che, di fatto, costituisce un vero e proprio oligopolio (le 5 più grandi banche del Paese - JP Morgan, Citigroup, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Bank of America - controllano infatti il 90% del mercato).
 La guerra scatenata dagli istituti di credito contro la concorrenza, sembra dunque aver portato i propri frutti. Non a caso, le Ong hanno manifestato grande delusione: «È proprio questo oligopolio che ci ha portati alla crisi finanziaria del 2008», ricorda al quotidiano Les Echos Dennis Keleher, presidente dell’associazione Better Markets.
Secondo Gary Gensler, presidente dell’autorità di controllo CFTC, si tratta invece di una sconfitta parziale, che potrebbe essere mitigata dall’introduzione di norme più stringenti in tema di trasparenza. «Il mercato dei derivati resta il più oscuro del pianeta - ha sottolineato il dirigente - e occorrerà per questo applicare regole simili a quelle che disciplinano il mercato azionario e quello dei futures».

Fonte:http://valori.it/finanza/derivati-vittoria-lobby-bancaria-americana-6414.html

Lobby internazionali e interessi “locali”, i soliti noti dietro alla corsa per il Colle



Di Costanza Iotti

Poteri forti e poteri deboli dietro la corsa per il Quirinale. Già perché per ogni nome proposto c’è una storia. E una lobby che si muove a sostegno della candidatura alla massima carica dello Stato: finanza internazionale, politica, imprese, massoneria, clero, schieramenti di sinistra e di destra spostano le proprie pedine in Parlamento con l’obiettivo di avere i numeri per conquistare la poltrona del Presidente della Repubblica. Tutte le candidature hanno però in comune l’appartenenza ad un sistema politico-economico che da quarant’anni domina l’Italia.

PRODI E IL SOTTILE FILO DI GOLDMAN SACHS. Il Romano Prodi che piacerebbe al segretario Pd, Pierluigi Bersani e che ha dalla sua gli effetti benefici sul pil dei suoi brevi governi, porta con sé il sostegno indiretto dell’Unione europea. Come pure quello della finanza internazionale dal momento che l’ex presidente dell’Iri, che ha dato il via alla stagione delle privatizzazioni, è stato consulente della banca d’affari americana Goldman Sachs dal 1990 al 1993 e dopo il 1997. Negli anni Prodi ha costruito una solida amicizia con il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ex vicepresidente della stessa Goldman dopo che, nel 1991, era stato Direttore del Tesoro a Roma, prima di diventare presidente del Comitato privatizzazioni e, poi, numero uno di Bankitalia. E naturalmente con il premier uscente Mario Monti, anche lui ex consulente di Goldman tra il 2005 e il 2011. Un filo, quello della banca Usa, che chiama in causa anche il presidente di Impregilo, Claudio Costamagna, che è marito di quella Linda nella lista dei finanziatori dell’ultima campagna elettorale di Prodi e che in Goldman è entrato nel 1988 come responsabile dell’investment banking italiano per uscirne nel 2006 come presidente dello stesso settore per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. Si arriva così dritti all’affare del panfilo Britannia, sul quale il 2 giugno del 1992, all’ormeggio di Civitavecchia, si consumò la svendita del comparto produttivo italiano alla presenza di Draghi e con il sostegno, appunto, della finanza angloamericana. Una vicenda su cui si sprecarono fiumi d’inchiostro in interrogazioni parlamentari e che diede il là ai governi tecnici come quelli di Ciampi e Amato.

AMATO TRA LA FINANZA MITTELEUROPEA E SIENA. Proprio Giuliano Amato, detto Mr 31mila euro, che oggi lancia il prelievo di solidarietà sulle pensioni più alte, ma che gli italiani ricordano piuttosto per il prelievo forzoso del 1992 pari al 6 per mille dai conti correnti bancari giustificato da un “interesse di straordinario rilievo” in relazione a “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica”, è in corsa per il Colle. Forte anche lui di un appoggio della finanza che conta grazie ai legami con i cugini francesi e al lavoro da consulente svolto per conto di Deutsche Bank dal 2010 con l’obiettivo di supportare la banca tedesca in Europa, principalmente in Italia, fornendo “un focus sugli scenari politici e macro economici di rilievo, monitorando gli interventi governativi e normativi e sostenendo i clienti già esistenti e quelli potenziali”, come spiegò l’istituto all’epoca della nomina. Ma il dottor Sottile è più orientato alle trame nazionali: nominato deputato nel collegio di Grosseto e con un passato vicino a Bettino Craxi, Amato, secondo molti avrebbe aiutato Carlo De Benedetti a mettere le mani sulla rete telefonica ferroviaria, ma soprattutto è stato tra i padrini politici della nomina dell’ex numero uno del Monte dei Paschi di Siena, Giuseppe Mussari, alla guida della Fondazione prima e della banca poi. E da sempre è sostenuto dalla finanza rossa.

LE “MERCHANT BANK” DI D’ALEMA E LETTA. Come del resto lo stesso Massimo D’Alema, la cui esperienza da premier ben descrisse il giurista Guido Rossi sottolineando che “a palazzo Chigi c’è l’unica merchant bank dove non si parla inglese”. Erano i tempi in cui D’Alema, nel febbraio 1999, a Borsa aperta, dava la sua benedizione all’imminente scalata ostile di Roberto Colaninno a Telecom Italia. Un’operazione che il direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, avrebbe potuto stoppare, ma viene bloccato da un ordine scritto D’Alema come ricorda il Corriere della Sera del 21 febbraio 2005. Poi sono arrivati i giorni della Unipol di Giovanni Consorte, cui D’Alema consiglia vivamente attenzione sulle comunicazioni. Quelli in cui la compagnia assicurativa rossa puntava alla Banca Nazionale del Lavoro resi celebri dalla telefonata in cui l’attuale sindaco di Torino, Piero Fassino chiedeva a Consorte: “Abbiamo una banca?”.

La fotografia della Merchant bank di palazzo Chigi fu così felice che venne poi ripresa quando, nel 2005, premier Silvio Berlusconi, per gli affari bisogna passare per Gianni Letta, altro candidato al Colle e altro consulente di Goldman Sachs con compiti di “consulenza strategica per le opportunità di sviluppo degli affari, con focus particolare sull’Italia”, ma figlio del Polo delle Libertà. Oltre che, su nomina dell’emerito Benedetto XVI, Gentiluomo di Sua Santità. Nel 1984 il presidente Italstat Ettore Bernabei lo chiamò in causa a proposito dei fondi neri Iri davanti al giudice Gherardo Colombo. Poi a Milano nel ’93 confessò all’allora pm Antonio Di Pietro di aver versato una mazzetta di 70 milioni al segretario Psdi Antonio Cariglia nel 1989, reato poi coperto da amnistia. Di recente, poi, è stato tirato in ballo da Luigi Bisignani, il faccendiere al centro dello scandalo P4, con cui ammette di intrattenere ”rapporti di amicizia che io gestisco in modo istituzionale e corretto come ogni altro”. Un caso fortuito che nella stessa rete di amici ci fossero anche l’Opus Dei, l’Eni e i ministri, la Rai e i giornali, le Ferrovie e i Servizi segreti.

LE MANI DI MARINI NELLA CROSTATA. Insomma, meglio forse l’ipotesi lanciata da Marco Pannella dell’ex sindacalista Franco Marini, che, pur essendo uomo di sinistra, ha sempre mantenuto buoni rapporti con il Cavaliere. Punto di riferimento del Pd in Abruzzo, Marini ha dimostrato di avere le doti del pacificatore evitando una faida interna al partito sulla scia dello scandalo sulla sanità abruzzese con focus sull’ex governatore Ottaviano Del Turco. Sostenitore, nel 2006, dell’inutilità di una commissione d’inchiesta sui fatti del G8 di Genova al grido di: “Vedrei bene che questo problema venisse chiuso. Le polemiche non fanno bene al Paese”, anche se di lui si ricordano fatti più antichi. Come l’inchiesta del 1995 sull’ipotesi di concussione per un episodio del 1992 legato alla Sme, che avrebbe visto l’allora ministro del Lavoro del governo Andreotti attivarsi per far ottenere alla finanziaria dell’Iri gli ammortizzatori sociali richiesti a patto che la Sme comprasse della pubblicità sul settimanale il Sabato vicino al “suo” Partito Popolare.

Lui si è sempre dichiarato estraneo ai fatti, ma non è stato possibile verificarlo visto che l’inchiesta si è arenata sul nascere con il no della Camera all’autorizzazione a procedere. E’ invece del 1997 la partecipazione alla firma del cosiddetto patto della crostata tra D’Alema, Berlusconi e Fini in casa Letta. Mentre risale all’estate del 1998 la proposta che l’ex Presidente del Senato, all’epoca segretario dei Popolari, lanciò dal palco della Festa dell’Unità: “Penso che sia maturo un intervento specifico per la depenalizzazione del reato di finanziamento illecito ai partiti. Bisogna parlarne nelle prossime settimane e trovare una soluzione”, disse annunciando un’iniziativa ad hoc targata Ppi. La figura resta comunque fuori dai giochi della finanza, con l’appoggio della sinistra, ma anche quella del sindacato e potrebbe piacere anche ai moderati cattolici visti i trascorsi tra le fila della Democrazia Cristiana, delle Acli e di Azione Cattolica, prima di approdare alla Cisl. Ma che ha già raggiunto l’età di ottant’anni.

LE QUOTE ROSA ALLA FINESTRA. Magari come vorrebbe il leghista Roberto Maroni una donna: la pd Anna Finocchiaro, il cui marito è stato coinvolto in un’inchiesta per l’assegnazione di un appalto pubblico senza gara. O il ministro dell’interno uscente, Anna Maria Cancellieri, il cui figlio, Piergiorgio Peluso, ha guidato la Fondiaria Sai dei Ligresti intascando il compenso record, buonuscita inclusa, di 5,01 milioni di euro, prima di diventare direttore finanziario di Telecom Italia, società controllata dalle principali banche del Paese. O la superfavorita Emma Bonino, la cui nomina a Commissario Ue nel 1995 avvenne grazie al sostegno del primo governo Berlusconi e che ora trova il supporto, tra gli altri, dell’ex ministro Mara Carfagna. Anche lei bocconiana, ma laureata in lingue e non proprio allineata alle posizioni dei cattolici, sconta la posizione radicale in tema di amnistia.

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/09/lobby-internazionali-e-interessi-locali-soliti-noti-dietro-alla-corsa-per-colle/555797/

CRISI BENETTON/ Un impero che si sgretola: licenziati 450 lavoratori. Spunta l’ombra di Goldman Sachs


crisi_benetton_goldman_sachs

Di Maria Cristina Giovannitti
http://www.infiltrato.it

Sembrava non conoscere crisi il colosso italiano del tessile e dei trasporti, la famiglia Benetton. Eppure la stangata è arrivata anche per la multinazionale preferita da Monti. L’impero dell’azienda è ramificato: Edizione Holding la nota famiglia possiede il 67% della Benetton Group Spa, che conta 1.900 dipendenti sul territorio italiano e diecimila nel mondo. Ma la Holding non gestisce solo il tessile, domina anche nei trasporti con Autogrill Spa – al 57% - Atlantia/ Autostrade Spa - 37% - Olimpia Spa al 16%, che controlla la Telecom e le Grandi Stazioni, la Sagat Spa al 24% che gestisce l’aeroporto di Torino. Inoltre la famiglia Benetton è azionista, con quasi il 9%, della Cai-Alitalia. Insomma un impero che conta per l’economia italiana e che, nonostante gli appoggi della politica, comincia a barcollare ed entra in crisi.


LA MULTINAZIONALE BENETTON MANDA A CASA 450 LAVORATORI TRA LE LAMENTELE DEI SINDACATI – Con il senno di poi, la provocatoria campagna pubblicitaria della Benetton suona come un monito o, per altri, come una scelta di cattivo gusto. A settembre la multinazionale tessile tempestava le città del mondo denunciando i livelli record di disoccupazione: “Unemployee of year” – “Disoccupati dell’anno” lo slogan che riprendeva giovani ragazzi “non avvocati”, “non giornalisti”, “non ricercatori” a causa del ‘non lavoro’. Ora a mandare a casa i lavoratori sono proprio loro.

La denuncia arriva da Cgil, Cisl, Uil che definiscono una «vera mazzata» per l’economia italiana, il netto taglio di personale annunciato dalla multinazionale: non saranno solo 100, come tempo fa aveva preannunciato l’azienda, ma bensì 450 lavoratori che a breve si ritroveranno senza lavoro. Di questi ben 258 saranno licenziati nelle sedi di Ponzano Veneto e Castrette di Villorba. Cominciano a tremare i lavoratori – soprattutto tecnici e sviluppatori di prodotti, i primi che saranno mandati a casa. A questo licenziamento di massa segue anche la recessione del contratto di fornitura per 135 laboristi, per la maggior parte veneti. Una vera stangata per l’economia italiana temuta anche dal Presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro, che è preoccupato poiché l’azienda Benetton ha annunciato che affiderà la realizzazione di alcuni prodotti ai fornitori esteri. Un fulmine a ciel sereno questo che colpisce la Benetton, un’azienda che perfino in piena recessione vedeva incrementare i suoi fatturati. Come mai? Una crisi dovuta al calo dei consumi specialmente in Italia e in Spagna- che detiene circa l’11% del mercato totale. Il ‘piano di trasformazione’, che manderà a casa 450 lavoratori, è necessario per il rilancio dell’azienda, spiegano in un comunicato ufficiale, soprattutto in quelle zone che non sono più strategiche per la vendita. Intanto alla denuncia dei sindacati si somma anche quella dei dipendenti della Benetton-trasporti che denunciano licenziamenti, riduzione dei salari e scarsa manutenzione delle autostrade nonostante le agevolazioni avute con il governo tecnico.



IL ‘REGALINO’ DI GOLDMAN SACHS ALLA FAMIGLIA BENETTON – Con la privatizzazione nel 1999 delle autostrade, voluta dal governo D’Alema, l’Atlantia-Autistrade Spa fa capo alla famiglia Benetton, la quale può godere di ben 4 miliardi di euro  l’anno per il pedaggio. Una cifra non da poco se si considera che durante il 2012, al culmine della recessione e della spending review, le tariffe autostradali sono aumentate e la holding ha chiuso il bilancio in positivo del 2%. Nonostante la crescita economica, i disservizi e i disagi ai lavoratori sono stati molti e denunciati ai vari sindacati. Ma il vero scandalo è stata la ‘gentile concessione’ che il governo Monti ha fatto, tramite il ministro delle Infrastrutture Corrado Passera, alla famiglia Benetton. Prima dell’uscita di scena del Professore, il ministro Passera ha firmato un provvedimento che da ben 26 anni era chiuso in un cassetto: un vero e proprio regalo all’impero Benetton che incrementa il sistema di oligarchie e privatizzazioni. In totale silenzio sono state incrementate le tariffe aeroportuali di Fiumicino che sono addirittura raddoppiate, passando da 16 euro a passeggero a 26,50 euro. Ovviamente questo è tutto guadagno per i poteri forti che gestiscono Fiumicino e tra questi ci sono anche i Benetton.




Inoltre nel provvedimento è previsto anche un ampliamento dell’aeroporto, con una pista in più, e si potrà realizzare solo grazie ai 1.300ettari di terreno circostante che sono di proprietà della Maccarese Spa. Ma chi sono i proprietari di questa impresa agricola? Ovvio, gli stessi Benetton che rivenderanno allo Stato quello che hanno acquistato dallo Stato stesso. Quest’operazione costerà 12 miliardi di euro e, in caso di esproprio delle terre, l’impero Benetton crescerà ancora di più: il provvedimento prevede che ogni metro quadrato di terreno sarà pagato 20 euro, per un totale di 200 milioni di euro.

Quest’ultimo colpo di coda di Monti è la nuova manifestazione del favoritismo alle caste all’oscuro dei cittadini, che continuano a subire la crisi tra tagli del personale e aumento delle tasse.

Fonte:http://www.infiltrato.it/notizie/italia/crisi-benetton-un-impero-che-si-sgretola-licenziati-450-lavoratori-spunta-l-ombra-di-goldman-sachs

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