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Le "patologie pregresse" del 'paziente Occidente'


Di Pierluigi Fagan

Perché un accidente “x” in alcuni casi non ha effetti ed in altri porta alla morte? Nel dibattito pubblico delle ultime settimane è comparso il concetto di “patologie pregresse”. Per rispondere cioè alla domanda, tocca distinguere l’organismo giovane e sano da quello anziano in lotta terminale contro il principio di entropia che alla fine, inesorabilmente porta a disordine tutti gli ordini faticosamente costruiti per resistere. Esistere è cioè l’emergenza del resistere.
Prendiamo allora il paziente occidentale e facciamogli l’anamnesi. Sappiamo che l’Occidente è in contrazione netta demografica e di peso di Pil sul totale mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dal 1950, dal 29% al 14.6% (la metà esatta) di oggi per la popolazione. Più lento il declino del Pil dal 55% al 45% circa, ma con prospettive di trend unanimi verso l’ulteriore contrazione nei prossimi trenta anni.
L’Occidente si è fondato negli ultimi secoli sull’ordinatore economico ma questo incontra oggi tre problemi. Si dicono “problemi” perché quell’ordinatore, per gli occidentali, ha una forma che si basa non opzionalmente sul principio di crescita. Del resto si è evoluto storicamente in un processo di crescita e quindi è naturale sia così conformato.
Il primo problema è di ciclo. La forma economica occidentale da alcuni detta “capitalismo” è storica e come tutte le cose storiche risente delle condizioni storiche. Il ciclo aperto da questa forma economica ha preso un mondo coi cavalli e gli uomini a piedi, con qualche vestito per lo più di lana, con pasti contenuti ed a volte saltuari, con case di legno e paglia, qualche volta di pietra e l’ha portato all’oggi, da pochi milioni a centiania. Ma da diversi decenni, l’indice di innovazione di prodotto ovvero le “cose nuove” che ancora nel dopoguerra presentavano frigoriferi, elettrodomestici, radio, televisori, automobili e moto, aeroplani e molto altro, stenta a trovare novità. Soprattutto stenta il sottostante tecno-scientifico che a cavallo secolo aveva prodotto rivoluzioni a ripetizione (industriale, chimica, elettrica, meccanica, sanitaria). La rivoluzione info-digitale è solo una pallida ombra delle rivoluzioni precedenti e molte volte è un semplice trasferimento di forma o di canale (Internet) di cose che già esistevano. I paesi non occidentali invece, si trovano al loro inizio ciclo ed hanno molte più cose da fare visto che hanno iniziato da poco.
Il secondo problema è il contesto umano. Da quando si è andato a sviluppare questo modo economico in Occidente, dal Quattrocento, gli occidentali hanno alimentato il proprio interno (l’Europa per lungo tempo, l’Europa più l’anglosfera negli ultimi due secoli), coartando l’esterno. Colonie commerciali, colonie d’insediamento, domini coloniali, imperi formali, domini e imperi informali, rubando risorse, soggiogando esseri umani prima schiavi, poi servi, poi salariati consumanti eccedenze occidentali o produttori a basso costo. Con armi, religioni, immagini di mondo, corruzione, punizione, cooptazione, divide et impera, propaganda, libero mercato, dominio valutario, sanzioni, dazi, monopoli e quant’altro che troverete nei libri di storia. E per sproporzione tra il peso occidentale e quello del Resto del Mondo e per dinamica storica, oggi questo non è più possibile ai livelli precedenti e sempre meno lo sarà.
Il terzo problema è il contesto naturale. Il dominio del mondo che ha creato le condizioni per il benessere occidentale, si è declinato non solo nel mondo umano, ma anche nel mondo naturale. Si tratta di risorse: minerali, agricole, forestali, idriche, animali di terra-di cielo-di mare, energetiche. Oggi molte di queste risorse cominciano a scarseggiare, danno rendimenti decrescenti, sono richieste anche da altri ed accendono sempre più costose competizioni. In più, iniziano i feed-back di ritorno a secoli di saccheggio naturale che ha modificato gli equilibri con cui la natura si ordina in logica omeostatica.
La crescita è quindi in declino per via dei tre problemi e lo è da un bel po’, almeno cinquanta anni. Questo ha generato una rimozione della diagnosi che ha preso la forma di un ultimo disperato tentativo di “guadagnare tempo” (W. Streeck) di prorogare oltre il possibile la vigenza dell’ordinatore. Ne è nata la coppia globalizzazione + finanziarizzazione (detta “neo-liberismo”) che ha portato ad una atrofia completa della sfera pubblica, corruzione diffusa ed endemica, dominio di una sempre più stretta oligarchia omnipotente. Ma questa tentativo disperato di mantenere un ordine che non si dava più ha generato un grande disordine i cui effetti si sono visti a partire dall’ultimo decennio se non prima. Braudel lo chiamava “autunno del ciclo del capitale” solo che lui lo leggeva tra cicli-paesi-potenze occidentali, oggi è proprio il sistema occidentale nel suo assieme ad esser nel suo autunno di ciclo.
In tutto ciò, per la prima volta 7,8 mld di umani sul pianeta determinano l’oggettiva planetarizzazione (che è cosa diversa dalla globalizzazione) e questo nuovo tavolo da gioco mostra una nuova forma geo-politica di: secondo alcuni disordine detto “anarchia internazionale”, secondo altri di ordine conteso detto “multipolare”. Ma si tratta della stessa cosa vista da due punti di vista.
A questo nuova condizione storica gli occidentali debbono trovare nuovo adattamento chiudendo i conti col moderno durato cinque secoli e trovano difficoltà a farlo per le ovvie ragioni che si possono desumere da quanto sopra. Ma difficoltà nella difficoltà, è il doverlo fare cercando nuove forme del pensare prima di fare, stante che le forme del pensiero che ereditiamo sono, purtroppo, quelle moderne, inadatte sotto tutti i punti di vista alla nuova condizione mondo.
Su queste “patologie pregresse” si è abbattuto il filetto di RNA circondato da poche proteine.

Partiti ed Opere Pubbliche negli anni ’80: Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione


Di Giorgio Pirré

“… sors non est aliquid mali, sed res, in humana dubitatione, divinam indicans voluntatem” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione.

Guardiamo da un altro versante la questione della differenza tra le nazioni di cultura politica anglosassone e l’Italia circa la diversa legittimazione del successo politico e del suo uso. Giovanni Sartori distingue tra democrazie realiste (utilitariste) di tradizione anglosassone e democrazie di ragione (teleologiche) di tradizione continentale [Sartori 1993]. La distinzione si fonda non solo sui diversi valori diffusi all’interno dei differenti ordinamenti ma sul ruolo diverso della politica in relazione ai fatti economici e sociali ed alla loro regolazione. L’autore valuta più vicine al modello ideale di democrazia quelle utilitariste di derivazione anglosassone. Una riserva critica [Pasquino 1993] sembra essere il favore di Sartori per l’indipendenza del mercato da regole e restrizioni laddove invece avrebbe dovuto esserci una certa attenzione proprio agli aspetti ed ai soggetti destinati a regolarlo: Pasquino fa esplicito riferimento ad Anthony Downs [1988] ed alla sua teoria economica della democrazia come fonte del pensiero di Sartori.
Sembra riprodursi la differenza che evidenziavamo tra Lindblom ed Etzioni: interazione senza regole tra attori; o apposizione di regole alle interazioni? Rimanendo nel campo che ci è proprio ci sembra che la differenza attiene al diverso valore (e quindi alla supremazia) che viene assegnato all’un campo di regole rispetto all’altro: utilità ex ante (politica), utilità ex post (mercato).
La diversa origine dei sistemi politici nazionali rende ragione dell’utile distinzione operata da Sartori tra democrazie utilitariste e democrazie teleologiche. In Inghilterra lo Stato di diritto è nato di pari passo al capitalismo. Negli Stati Uniti l’intero edificio politico-istituzionale è costruito attorno alle attività economiche e l’azionariato diffuso è uno dei collanti che legittima i rapporti intra sistemici e ne qualifica l’interazione: quando le imprese decidono di quotarsi in borsa go public e cioè become a public company; e le compagnie assicurative svolgono un ruolo fondamentale nella definizione e la garanzia del tempo futuro attraverso le polizze vita e sanitarie. Se invece passiamo a considerare le democrazie continentali il primo pensiero va alla Rivoluzione Francese, alla Ragione, alla nascita della parola “sinistra”; se vogliamo, al periodo di Robespierre dove la riproposizione dei valori politici era ab-soluta eppure morale perché indirizzata a “valori più elevati”. Quindi, nel rapporto tra valore da assegnare agli spazi di mercato (utilità ex post) e valore da assegnare alla discrezionalità politica (utilità ex ante) sembra risiedere una delle differenze fondamentali tra democrazie occidentali. Ma anche, aggiungiamo, una delle più interessanti dialettiche da esaminare.
Si può utilizzare la qualità del rapporto con il mercato (il luogo dove i soggetti dovrebbero tendere ad avere comportamenti il più possibile efficienti e di concorrenza) come uno degli indicatori per qualificare partiti e sistemi politici. Quanto più le scelte politiche tendono a prefigurare le utilità migliori\auspicabili in un’arena (o in più arene) tanto più si tende a togliere spazio a soggetti economici che agiscono per utilità diretta ed immediata. La differente valutazione (meglio\peggio) dei due sistemi di valutazione (legittimità dell’utilità a monte dell’interazione; dell’utilità a valle) chiarisce le posizioni. Il mix tra i due estremi diviene un’altra delle variabili: per qualificare le posizioni del singolo attore, per valutare una interazione semplice, per valutare il risultato di un sistema di interazioni. Per questa via è possibile dire che la confluenza all’interno di soggetti formalmente solo politici di utilità direttamente economiche (tramite le imprese cooperative ed il sistema delle imprese pubbliche) tende a prefigurare soggetti con una ideologia tendenzialmente totalizzante, che mira cioè a coprire con le sue razionalità a priori quanti più ambiti sociali (e quindi logici; cognitivi) possibili.
Il maggior spazio che viene dato ai (o viene preso dai) soggetti economici che agiscono in regime di mercato concorrenziale corrisponderebbe ad una progressiva sottrazione degli spazi politico-discrezionali. Durante questa progressiva perdita d’importanza dell’etica a priori un indicatore importante è il ruolo che viene dato all’istituzione statale in qualità di soggetto terzo, in grado di far rispettare le regole del gioco ai contendenti. Nell’interazione tra politica ed economia l’amministrazione pubblica dovrebbe essere, in teoria, il soggetto in grado di regolare con procedure chiare ed evidenti il rapporto tra valori (tendenzialmente assoluti) ed utilità (necessariamente parziali). L’assenza di questo livello di garanzia porta, come si è detto, all’appiattimento delle scelte istituzionali su fini intra organizzativi, cioè dei partiti; e al potenziale uso discrezionale intra organizzativo di risorse formalmente pubbliche.
 Alcuni casi europei sembrano confermare l’assunto. Colpisce in particolare il caso della burocrazia francese. Tradizionalmente considerata tra le migliori del mondo, ha conosciuto negli anni ’80 un impoverimento tecnico e di legittimità, parallelamente all’estendersi della pratica della nomina politica e partigiana da parte del partito socialista. Nello stesso periodo in Francia sembra essersi diffusa sempre di più una cointeressenza tra mondo politico, mondo degli affari, amministrazione[1]. Diventa difficile dare giudizi di sintesi su questioni così complesse; tuttavia si può rilevare che la prassi del partito socialista francese, fondata sul controllo diretto di molte leve della burocrazia e dell’amministrazione, sembra aver posto le premesse per una generale impunità. Accentuata dalla dipendenza del pubblico ministero francese dall’esecutivo, dall’indipendenza da molte regole procedurali dei leader politico-istituzionali locali, dal periodo particolarmente lungo di presidenza mitterrandiana. Giudizi analoghi possono essere dati sul caso spagnolo anche se, ovviamente la costruzione della democrazia dopo il franchismo ha posto problemi di tipo molto diverso.[2]L’impressione, comunque, è che ogniqualvolta si tende a far prevalere le utilità ex-ante (discrezionalità politica) sulle procedure formali e visibili il pur nobile obiettivo di superare ostacoli ed impacci finisce col giustificare qualsiasi prassi che si autolegittima. Si può aggiungere che i fenomeni di appropriazione di risorse pubbliche sono tanto più dannosi quanto più legati ad organizzazioni in grado di esercitare una discrezionalità parecchio distorsiva delle curve di utilità degli altri attori. In questa direzione il parere di Matte Blanco[3] [1987] che rifletteva sul rapporto tra Polis e Psiche: sosteneva che la corruzione dei singoli (appropriazione di risorse altrui) fosse meno pericolosa perché meno distorsiva della allocazione delle risorse rispetto alla corruzione (sottrazione illecita di risorse) esercitata da soggetti organizzati. È la stessa logica sottesa alle normative antitrust che cercano di evitare le posizioni dominanti ed oligarchiche.
Pensiamo di poter leggere in questa direzione anche i risultati di ricerca di Putnam [1988] [1993]. L’autore statunitense sostiene che a prescindere dalle formazioni politiche e dai contingenti successi economici, le regioni italiane a maggior benessere economico sono quelle che hanno conosciuto nei secoli una regolazione sociale nel complesso più democratica, più suscettibile di far entrare nelle arene quanti più attori e logiche di azioni possibili; a garanzia di una ricchezza di scelte ed opzioni che permettono l’innovazione ed il cambiamento a beneficio di tutti. La questione può essere affrontata anche facendo riferimento ai modelli di simulazione delle interazioni sociali ed economiche riconducibili al tema della complessità. Sono tutti formulati in base al postulato che più è ampia e variegata l’interazione tra gli elementi in gioco maggiore è la possibilità dell’innovazione. Si tratta di un paradigma molto vicino alla logica darwiniana della selezione naturale ed alla conseguente epistemologia [Monod 1970], [Popper K. R. 1991]. Il presupposto è che i modelli vincenti sono il frutto di caso (variazioni casuali) e necessità: la variazione casuale si trova ad agire in un contesto dove si richiedono inaspettatamente proprio quelle qualità casualmente variate e che, a posteriori, vengono viste come necessarie perché sono le uniche che si sono adattate alle nuove esigenze. Il restringersi delle possibilità di variazione impedirebbe anche nel campo sociale, economico, culturale, scientifico che si sperimentino novità potenzialmente innovative e vincenti[4]Uno scenario ideale prefigurerebbe delle arene nelle quali l’interazione è un gioco a più voci in grado di arricchire l’universo delle possibilità: l’opposto di quando un attore controlla molte aree di incertezza o, che è lo stesso, assomma più funzioni.
Per questa via pensiamo che si possa evitare un errore scientifico. Quello di dover necessariamente sussumere all’interno del frame teorico dell’interazione non preventivamente regolata (come suggerisce Lindblom) un’ideologia sociale storicamente determinata (come suggerisce Sartori con il liberalismo di derivazione anglosassone): tale scelta, paradossalmente, presenta il rischio di una reductio ad unum perché predefinita. Se si sostenesse la superiorità naturale di quel modello si correrebbe il rischio di una modellistica sociale astratta perché sovrapposta a soggetti ed interazioni che potrebbero esprimere logiche diverse e con diversa origine. Tale posizione è legittima sul piano politico-discrezionale ma appare inconciliabile con un approccio di ricerca che voglia esaminare le interazioni ed i loro risultati evitando, per quanto possibile, posizioni pregiudiziali.
L’unica cosa che si può auspicare è una architettura decisionale che: a) tenda a distorcere il meno possibile la definizione dei problemi emergenti ad opera degli attori; b) tenda a processarli in modo tale da garantire una ponderata analisi di tutti gli interessi coinvolti. Si può fare un esempio. L’architetto Aldo Rossi in una intervista sosteneva che in Lombardia non era possibile effettuare una pianificazione “per città”. Ritenendo che ormai il bacino doveva essere regionale. Aggiungeva, inoltre, che si può effettivamente programmare in maniera efficiente ed efficace solo il sistema dei trasporti dato che dalla sua esperienza emergeva che quasi tutti gli sforzi di andare a forme di programmazione più radicali erano naufragati e quindi inutili. Non siamo in grado di dire se ha ragione l’architetto Rossi; possiamo osservare però che se fosse realmente così ed in presenza di attori forti particolarmente interessati non ai trasporti su base regionale ma per es. solo alle autostrade (è stato questo il caso dell’Anas in Italia ’90) la issue tenderebbe ad essere pericolosamente predefinita con un evidente effetto distorsivo.
La materialità delle costruzioni, anche attraverso gli stili architettonici, è un indicatore utilissimo del grado di integrazione sociale e comunitario; ed in ultima analisi dei valori diffusi e condivisi. Viene in mente una valutazione espressa a questo proposito da un storico italiano: “…il quarantennio repubblicano, mentre inurbava gli italiani e cementificava il territorio, ha avuto cura di non lasciare ai posteri alcun monumento … [le realizzazioni] mi pare si restringano alle autostrade ed agli stadi sportivi: non ho presente un solo auditorium, un ospedale, una biblioteca, un museo, una galleria d’arte, una piazza, una chiesa, una fontana che per cifra ideologica e personalità stilistica siano intesi espressamente a segnare l’età repubblicana … La vocazione anti-monumentale … ha radici profonde e reali: mancano, quei monumenti civili, non solo per un’apprezzata vocazione antiretorica, ma anche perché la gran parte delle loro funzioni tecnico-educative, assistenziali, repressive e di controllo è delegata alla “società”: alle “autonomie” e alle famiglie, alla solidarietà del popolo ed alla Chiesa, alla mafia ed ai partiti, al volontariato ed alla creatività delle private associazioni, insomma ai numerosi circuiti corporativi e della mediazione che la spesa pubblica nel frattempo è incessantemente impegnata a mantenere“. [Romanelli 1991].[5]
Opere urbanistiche ed infrastrutturali e modalità di interazione degli attori che le realizzano sono vere e proprie mappe logiche in grado di descrivere un contesto sociale.

Bibliografia

Bodei R. 1997, l’Ethos dell’Italia Repubblicana, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, Torino: Einaudi
Downs A. 1988- Teoria economica della democrazia Bologna: Il Mulino (l’edizione originaria era del 1957: An Economic Theory of Democracy).
Matte Blanco 1981, L’inconscio come insiemi infiniti, Torino: Einaudi
Matte Blanco 1987, Polis e Psiche, Micromega, n. 2.
Micromega 1993, n. 2- Corruzione e politica in Europa
Monod J. 1970, Il caso e la necessità, Milano: Mondadori
Pasquino G., 1993- La democrazia trionfante- La Rivista dei libri – Maggio
Popper K. R. 1991, Un universo di propensioni, Firenze: Vallecchi.
Putnam R. D. 1988, Rendimento istituzionale e cultura politica: qualche interrogativo sul potere del passato, Polis, n.3
Putnam R. D. 1993, (con R. Leonardi e R. Nanetti). Making democracy work: civic tradition in modern Italy. Princeton University Press.
Romanelli R. 1991, La Rivista dei libri, Giugno
Sartori G. 1993- Democrazia- Cosa è, Milano: Rizzoli
Weiner E. 2016 – La geografia del genio. Alla ricerca dei luoghi più creativi del mondo, dall’antica Atene alla Silicon ValleyMilano: Bompiani

Note


[1] Nota del Dicembre 2019: il riferimento era ad una serie di inchieste giudiziarie che riguardarono il Partito Socialista francese durante il doppio settennato del Presidente Mitterand.
[2] Per maggiori dettagli [Micromega 1993]
[3] Psicoanalista cileno autore di un innovativo manuale di epistemologia psicoanalitica [Matte Blanco 1981] utilissimo per esaminare le logiche cognitive e le loro aporie. 
[4] Nota del Dicembre 2019: Weiner [2016] ha rivisitato luoghi che nella Storia hanno prodotto innovazioni significative, dall’antica Atene alla Silicon Valley trovando delle costanti: multiculturalità etnica, facilità di incontri e scambi, assenza di estrema specializzazione, assenza di legami sociali vincolanti, estremo bisogno del cambiamento (per es. a seguito di catastrofi).
[5] Nota del Dicembre 2019: era dello stesso parere Remo Bodei [1997] che in un bel saggio dedicato all’”Ethos dell’Italia Repubblicana” parla di “Partito Etico” e di come gli italiani attribuiscano valore superiore alla “parte” rispetto ad altri valori (la nazione, la produzione economica).
[6]Traduz. frase apertura:”Il caso non è un male: è la manifestazione della volontà divina quando l’uomo è indeciso.” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) Alcuni temi della letteratura; b) I case-study esaminati; Bibliografia; Note).
II Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.1. Genova: le Colombiadi; 1.2. Roma Capitale; Bibliografia; Note).
III Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.3. Palermo: una costa lunga decenni; Bibliografia; Note).
IV Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.4. Torino: Il Palazzo di Giustizia; 1.4.1. Alcune comparazioni tra il caso torinese e quello palermitano; Bibliografia; Note).
V Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.5. Lo stadio di Cagliari; 1.6. Firenze: il caso Fiat- La Fondiaria; Bibliografia; Note).
VI Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.7. Alcune Considerazioni; 1.8. Italia ’90;Bibliografia; Note).
VII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1. Le caratteristiche dell’Area di Policy; 2.1.1. Aziende Pubbliche e PPSS;Bibliografia; Note)
VIII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1.2. La Società Civile; 2.1.3. I Partiti; 2.2.Politica, Economia, Identità Sociale; Bibliografia; Note)
IX Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione; Bibliografia; Note)
X Puntata (Capitolo 3. A futura memoria; 3.1. Gli indicatori di policy: a) il mercato, b) la pubblica amministrazione, c) la discrezionalità politica; 3.2. Alcune questioni di metodo: a) il sistema oppositivo, b) universo convenzionale; Bibliografia; Note)

In Germania ci sono 12mila estremisti di destra pronti potenzialmente alla violenza

In Germania ci sono 12mila estremisti di destra pronti alla violenza

Di Francesco Boezi

La marcia organizzata in Germania dal partito “Terza via”, quella che si è svolta a Plauen, in Sassonia, pochi giorni fa, ha stimolato il dibattito politologico europeo: stiamo assistendo o no al ripresentarsi di certe istanze? Poi sono emersi alcuni numeri, che segnalano come l’estremismo di destra travalichi i confini simbolici e identitari di cori, divise tamburi. Il ministero dell’Interno teutonico – come riportato dall’Agi – stima l’esistenza di 12.700 militanti pronti a fare uso di violenza. Non sono cifre tirate a caso.1
La stima è stata fatta, come racconta Repubblica, sulla base di un macro dato complessivo: le persone considerate ascrivibili a simpatie neonaziste sono il doppio dei possibili violenti, cioè 24mila. Ma bisogna stare attenti a non fare confusione. Radicalismo ideologico e populismo sono molto diversi. Il secondo differisce dal primo anche per via della connotazione post – ideologica. Gli estremismi sono ancorati al novecento e a piattaforme idealistiche desuete. Il populismo, al contrario, ha fatto del superamento di quel secolo uno dei suoi principali punti di forza.
Sarebbe sbagliato e pressapochista accostare Alternative für Deutschland a certi nostalgismi. Alice Weidel è una leader laica, ha una formazione economicista ed è una donna omosessuale. Niente a che vedere con la narrativa dell’uomo solo al comando. Perché, allora, fenomeni politici come “Terza via” attecchiscono nel Vecchio continente? Lo ha spiegato tempo fa il professor Marco Tarchi. Si può ancora leggere un’intervista a L’Espresso in cui il professore di Scienza Politica dell’Università di Firenze ha elencato le sfide della modernità cui il populismo potrebbe non rispondere in modo esaustivo.
Al centro del ragionamento del politologo c’è lo “sconvolgimento” sociale conseguente alla globalizzazione. Fatto sta che questi 12.700 neonazisti, al di là di tutte le analisi possibili, sono stati individuati. L’attenzione dei tedeschi sugli sviluppi della destra riguarda persino le dinamiche parlamentari, dove ad Afd, che nazista non è, è stato impedito di ottenere, attraverso delle votazioni, lo scranno di vicepresidente del Bundestag, che gli sarebbe spettato de facto. In Germania non ci tengono ad assecondare processi istituzionali che i partiti tradizionali ritengono pericolosi, ma l’ostruzionismo minaccia di produrre un effetto uguale e contrario?
I populisti potrebbero svolgere una funzione d’incubazione, normalizzazione e trasformazione degli estremismi, mentre la costante cacciata dei sovranisti dalle logiche istituzionali polarizza ancora di più il clima. Questa è una delle analisi che, specie la stessa parte populista, presenta. Ma sarà vero? Vedremo, intanto, il responso delle urne la mattina del 27 maggio. Chi si professa antidemocratico, di solito, non prende parte agli appuntamenti elettorali. 

Sul populismo



Di Salvatore Santoru

"Populismo" è uno dei termini più inflazionati usati nel linguaggio politico, specialmente negli ultimi tempi.
In Italia e in Europa, si è fatto un grande parlare di esso per descrivere l'avanzata del Movimento 5 Stelle e la crescita dei movimenti euroscettici in generale.
A "populismo" viene quasi sempre associato il termine "demagogia", per certi versi impropriamente visto che il "demagogismo" è una caratteristica di tutte le forze politiche (populiste o meno) e si può ben considerare come una norma all'interno del sistema democratico moderno, il quale fonda la sua legittimazione proprio sul volere teorico del demos o popolo.

Oggi come nel passato "populismo" è stato usato per designare diversi movimenti e personalità politiche spesso trasvesali e differenti, ma accomunati dalle stesse motivazioni: atteggiamento di rottura con lo status quo politico e partitico, lotta alla corruzione e proposte di rinnovamento sociale e nazionale.
Storicamente, si potrebbero far risalire le prime forme di populismo moderno alla Rivoluzione Francese, e tra i diversi personaggi dela storia recente che potrebbero rientare in questa categoria, con tutte le ovvie e spesso grandi differenze, si possono citare Emiliano Zapata, Sandro Pertini, John Fitzgerald Kennedy, Mahathma Gandhi,Eva e Juan Domingo Peron, Nelson Mandela, Muammar Gheddafi e anche Adolf Hitler,Benito Mussolini e così via.

La caratteristica fondamentale e comune a tutti i movimenti populisti, è il rifarsi socialmente perlopiù alla media e piccola borghesia e al proletariato in opposizione alle oligarchie dominanti e/o ai poteri forti, oggi tutto ciò che può essere identificato con il grande capitale internazionale.
Il populismo è stato ed è indubbiamente una carrateristica di gran parte dei movimenti di liberazione nazionale e/o anticoloniali, e dei movimenti o partiti ispirati da una visione che si potrebbe definire in modo molto generico "nazional-popolare", sia di sinistra che di destra.

Indubbiamente, il populismo può portare sia effetti positivi che negativi, e non va sicuramente demonizzato come la maggior parte dei media e gli esponenti delle classi politiche e economiche dominanti fanno.

Esso ha sia la potenzialità di diventare terreno di coltura per la diffusione di forme dittatoriali, sia per la costruzione di una società migliore e maggiormente democratica.

E su quest'ultimo punto, si può ben dire che l'utilizzo costruttivo della giusta indignazione popolare può portare a un reale cambiamento sociale, al raggiungimento o alla consolidazione della sovranità popolare e democratica e così via.

Quindi, un populismo costruttivo e non troppo dipendente dal demagogismo, può essere considerato per molti versi un fatto tutto sommato positivo e da valorizzare nel miglior modo possibile.

Popolo sovrano sempre. Non solo il giorno delle elezioni.



Di Dino Nicolia

Seguendo la liturgia dell’uomo moderno (da una parte la lettura dei giornali rigorosamente on line e, dall’altra, i messaggi sui social network), come spesso mi capita ultimamente mi sono intristito e amareggiato. Oggi più degli altri giorni. Gli appelli, più o meno celati, in favore di questa o quella forza politica si sprecano.

Ci sono esempi di mistificazione della realtà straordinari. Vengono descritti, da destra e da sinistra, scenari catastrofici o idilliaci, a seconda della vittoria di una parte o dell’altra. Molto probabilmente, come sempre accade, la verità sta nel mezzo. Non ci saranno né catastrofi, né paradisi. Ci saranno mille difficoltà, dove si tenterà di vivere, e per molti di sopravvivere.

E allora quanto conta davvero la volontà popolare?

Diamo uno sguardo a due scuole di pensiero, lasciando a chi legge la possibilità di esprimere la propria preferenza.

Esiste una vera e propria teoria, detta “delle élites” che si propone di spiegare scientificamente una delle tendenze indiscutibili della storia umana. In ogni società e in ogni epoca, una frazione numericamente ristretta di persone concentra nelle proprie mani la maggior quantità di risorse esistenti, siano esse ricchezze, potere oppure onori, e si impone al resto del popolo. A partire da Platone e Aristotele si é cercato di individuare le cause delle diseguaglianze e della distribuzione del potere. Tuttavia, é soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento, quando sia la sociologia che la scienza politica acquistano un più deciso orientamento empirico, che il fenomeno delle dispartità presenti nella società civile, diventa il tema centrale delle riflessioni politiche e sociologiche.

Gli elitisti descrivono l’élite di potere come una minoranza unica, omogenea e coesiva che si oppone alla massa subordinata.

Agli elitisti si contrappongono i pluralisti, i quali sottolineano come il processo di reciproca interdipendenza e condizionamento che lega i pochi ai molti configura l’élite al potere come l’insieme di una pluralità di minoranze, eterogenee e discordanti. In altri termini, per i pluralisti gli attori in gioco sono talmente tanti che risulta impossibile per le oligarchie elitiste amministrare il potere senza controllo.

Gli elitisti, a loro volta, ritengono che una cosa che viene data per scontata dalle più diverse posizioni politiche é che il popolo debba essere sottomesso ai governanti. In una democrazia i governati hanno il diritto di esprimere il proprio consenso, e nulla più, solo il giorno delle elezioni.

Per dirla secondo una terminologia moderna, i cittadini sono spettatori e non attori della scena politica, con una sola eccezione, quando sono chiamati a scegliere, tra i candidati, chi deve rappresentarli.

Inoltre, se si abbandona il terreno politico e si va su quello economico, la situazione peggiora. In questo ambito il popolo subisce un’esclusione totale. Le decisioni spettano ad altri. Ci si preoccupa delle reazioni dei mercati, dei grandi investitori, dei giornali finanziari, di cosa pensi l’Economist, il Financial Times e gli analisti di Moody’s.

Questi assunti, mutatis mutandis, sono sempre stati oggetto di critica nel corso della storia. A volte hanno scatenato conflitti violenti a partire dalla prima grande rivolta democratica nell’Inghilterra del Seicento. All’epoca, coloro che si considerevano “gli uomini di più nobile sentire” (i Migliori di Platone), l’idea che il popolo volesse essere protagonista e non delegare alcune decisioni fondamentali per la sua esistenza, arrecavano non poche preoccupazioni. Secondo questi “uomini di nobile sentire” occorreva riconoscere i diritti del popolo, ma solo entro certi limiti e nel rispetto del principio che per popolo non debba intendersi la massa confusa e ignorante.

Non mi soffermo, per questioni di tempo (conosco benissimo i tempi di attenzione di un lettore) e di spazio (si tratta di un semplice post e non di un articolo scientifico) sulla teoria delle élites.

Mi limito a prenderne spunto per riflettere sul valore della scelta elettorale proprio nel giorno delle elezioni.

Personalmente ritengo che tutte le forme di governo siano riconducibili sostanzialmente a delle oligarchie, come dimostrano, non solo lo studio sui sistemi decisionali ma anche i valori e i principi che servono, il più delle volte, a celare o mascherare lotte di potere e che spesso si basano su manipolazione, più o meno visibili, del consenso. Molti altri, tuttavia, la pensano diversamente.

Al di là delle opinioni personali, ritengo, comunque, che sia bene riflettere soprattutto il giorno delle elezioni al fine di dare il giusto valore, qualunque essa sia, alla propria scelta.

P.S.
Per correttezza vanno menzionati gli studi di Giovanni Sartori (“The Theory of democracy revisited”, 1988) che hanno tentato di superare definitivamente gli ostacoli che si opponevano all’integrazione tra elitismo e democrazia, da un lato evidenziando come l'esistenza di tendenze oligarchiche all'interno delle singole organizzazioni non escluda la presenza, a livello sistemico, di una vigorosa ed effettiva competizione tra oligarchie e, dall'altro, sottolineando come il controllo elettorale, esercitato liberamente nei confronti di una pluralità di élites concorrenti, conferisca un effettivo potere potestativo all'elettorato, rendendo le minoranze governanti responsabili verso di esso.

Fonte:http://www.linkiesta.it/blogs/cavoletti-di-bruxelles/popolo-sovrano-sempre-non-solo-il-giorno-delle-elezioni

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