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TENSIONI RAZZIALI NEGLI USA: TRA GANG E SUPREMATISMO BIANCO E NERO


Di Alberto Flores D’Arcais per “la Repubblica”

«Meglio che ve ne andiate, chiudete bene le portiere e non fermatevi. Da queste parti è pericoloso». Queste parti sono le strade intorno a Dixon Circle, ghetto nero della South Dallas dove la classica ferrovia divide l’area «per bene» da quella dei «senza legge», dove la polizia non mette (quasi) mai piede.

La donna che parla non abita qui («sono venuta per vedere come sta mio zio, qui l’unica speranza è andarsene») e ha una gran fretta. Lui, lo zio, pelle nera e forte accento ispanico di parlare invece ne ha voglia e da qui non se ne andrà mai. «Le gang stanno lì oltre quel fossato, marciano avanti e indietro nella strada principale, qui non vengono, noi ci facciamo gli affari nostri, siamo tranquilli».

Non sembra molto convinto di quanto sta dicendo, fermo davanti alla sua casa su Barber Street, ridotta piuttosto male ma con una tripla inferriata a scoraggiare i poco di buono. «Sono disabile, vivo nel quartiere da 41 anni e il governo se ne è sempre fregato di noi. Che devo pensare?

Non è bello quello che è successo, certo che non si devono ammazzare i poliziotti, ma a noi chi ci difende? Per loro non siamo neanche esseri umani». Sopravvive con pochi spiccioli, ha due figli: «Li avevo, in realtà non ho idea di dove siano finiti. Da qui se ne sono andati e hanno fatto bene, chi cresce nel quartiere non ha alcuna speranza. Io ci sono cresciuto e ci resto».

Quelle che lui chiama gang sono giovani uomini e qualche donna, la fedele “milizia” di Charles Goodson, 31 anni, treccine rasta, sguardo truce e rabbia da vendere, che una volta alla settimana li guida, tute mimetiche e armati come piccoli Rambo, per «addestrarsi alla guerra», nel vicino Martin Luther King Jr. Park, raro pezzo di verde pubblico. Oggi non si fanno vedere, davanti a quello che è una sorta di loro quartier generale — la Marketa Grocery su Dixon Avenue — ci sono solo un paio di afroamericani che sembrano intenti a uno scambio soldi per droga e non hanno alcuna voglia di essere osservati.

Accanto c’è quel che rimane di un altro piccolo market abbandonato, solo un isolato di distanza da dove nel 2012 il ragazzo nero James Harper venne ucciso con tre colpi di pistola da un poliziotto bianco. A South Dallas ha avuto tutto inizio allora. Dopo la morte di Harper ci furono proteste, qualche incidente, poi una sorta di armistizio per cui la polizia doveva girare alla larga. Il salto di qualità arriva nell’estate del 2014, i giorni delle tensioni razziali seguite all’uccisione di Michael Brown a Ferguson e di Eric Garner a Staten Island.



Fu allora che Charles Goodson e il suo compare Darren X (che si auto-definisce pomposamente «maresciallo del New Black Panther») hanno organizzato il Huey P. Newton Gun Club e le marce provocatorie, imbracciando fucili d’assalto e AR-15, per le strade della metropoli texana. Dove comprare queste armi è facile quasi quanto fare la spesa alimentare.

Dixon Circle come Arlington, altra area ad alta tensione. Qui tra Dallas e Fort Worth, vicino alla stadio dei Dallas Cowboys, le cose sono ancora più complicate. Ci sono intere zone dove le gang spadroneggiano e dettano legge, ma non solo quelle che si richiamano al Black Power. Qui sono molto organizzati anche i gruppi “ariani”, suprematisti bianchi che esultano a ogni nero ucciso dalla polizia, sognano un ritorno ai “bei tempi” dei linciaggi e di quando i neri non avevano diritti civili.

È da Arlington che circa un anno fa sono calati su South Dallas manipoli di “patrioti” che volevano attaccare una moschea di neri (gestita dal Black Islam), quando due gruppi armati — bianchi da una parte, neri dall’altra — hanno dato una dimostrazione palese di come una guerra civile (e razziale) “virtuale” possa diventare reale in un futuro non troppo lontano.

La domenica è giorno di riposo e di preghiera e nelle chiese di Dallas, a maggioranza protestante, la strage dei poliziotti di giovedì scorso tiene inevitabilmente banco. Con distinguo e differenze. La First Baptist si trova al 1707 di San Jacinto, parte nobile didowntown, in mezzo a ristoranti, banche e case di buona borghesia. «La nostra missione è trasformare il mondo con la parola di Dio, la nostra eredità arriva dalla Bibbia», ripetono quasi a slogan i fedeli.

Alle 9 e 15 di mattina sono pochi i banchi liberi, il pubblico è composto quasi solo di bianchi, molti hanno appuntata sul petto la scritta “Back the Blue”, appoggiamo la polizia. Più che una celebrazione religiosa sembra un grande happening, danze e concerti, con un gruppo di sedici ballerini-cantanti (tutti rigorosamente bianchi, maschi e femmine) che vengono applauditi a lungo.
La parte “politica” è affidata a Robert Jeffress, giacca scura, cravatta e fazzoletto blu, reduce da un’intervista con Fox News. Il suo non è soltanto un invito a pregare per i poliziotti morti, ci sono anche le accuse ai «sedicenti ministri», i religiosi delle altre chiese di Dallas che usano l’altare per fomentare una «inaccettabile violenza».

Non fa nomi, «ma se vuole sentirli vada pure alla Friendship West Baptist», suggerisce un vicino di banco sorridente. La Friendship si trova sulla West Wheatland Road, una quindicina di miglia a sud del centro di Dallas, un grande edificio bianco-crema con tre tetti spioventi color mattone e il motto «cambiare la gente per cambiare il mondo». Qui di facce bianche non se ne vedono, i canti sono più classici, invocazioni e preghiere sono rivolte a tutti. «Preghiamo anche per i poliziotti, ma ricordatevi sempre che le prime vittime siamo noi neri. Vendette? No, cerchiamo solo pace ed uguaglianza». Parole che nella Dallas di oggi sembrano prive di significato.

MILANO: IL FOTOGRAFO DI BEPPE SALA E I SUOI INSULTI OMOFOBI E RAZZISTI SUL WEB



Di Paola Bacchiddu

Ricordate la famosa foto in cui il neo sindaco di Milano, Beppe Sala, in piena campagna elettorale, sorride a bordo di uno scooter, guidato da un giovane ragazzo con cui sembra ormai diventato inseparabile? Il giovane in questione, diventato ormai l'ombra dell'ex ad Expo si chiama Daniele Mascolo e ha 33 anni. A Milano Mascolo faceva il fotografo freelance per alcune agenzie di stampa, seguendo in prevalenza la cronaca. Ma nel 2012 entra a far parte della grande squadra di Expo, dove gli viene affidata la realizzazione di alcuni servizi fotografici che riguardano la manifestazione. Come si legge sul sito Open Expo, il portale sulla trasparenza dei dati, sotto la voce “amministrazione trasparente”, a Mascolo vengono commissionati 6 diversi lavori, tra il luglio del 2012 e l'ottobre del 2015, registrati come “servizi fotografici a chiamata al fine di documentare le attività di comunicazione esterna della società quali eventi o conferenze stampa”. L'importo complessivo del lavoro effettuato in questi anni è di circa 131mila 600 euro.

Ma chi ha portato Mascolo in Expo? E come è stato selezionato, tra la mole di validi fotografi che lavorano sul territorio nazionale? Di certo deve essere piaciuto molto perché Mascolo, una volta esaurite le commesse in Expo (l'ultima è di ottobre 2015, a chiusura della manifestazione), Beppe Sala lo arruola prima come fotografo ufficiale della sua campagna elettorale, poi – una volta aggiudicatosi la vittoria a sindaco di Milano – se lo porta in Comune, come testimonia la foto che lo ritrae intento a documentare con una superottica la prima seduta del nuovo consiglio comunale, lo scorso 7 luglio. Per lui dovrebbe esserci pronto un incarico come fotografo ufficiale del sindaco: nomina che potrebbe essere formalizzata con una delibera – così come per altre figure dello staff – nelle prossime riunioni di consiglio. Eppure qualcosa al sindaco Sala, o alla sua squadra, deve essere clamorosamente sfuggito. Perché a leggere quello che Mascolo scriveva sulle bacheche dei suoi account social non molto tempo fa, emerge una figura assai diversa da quella entusiasta, moderata, convintamente di sinistra che è apparsa in questi lunghi mesi di campagna elettorale.
Se in un post fb del primo novembre del 2015 Mascolo, abbracciato al sindaco Sala e al suo neoportavoce Stefano Gallizzi (ex ufficio stampa di Expo), scriveva “Siamo una grande famiglia #expomilano2015”, la musica cambia, sulla sua bacheca, non molto tempo prima. Dove i messaggi di pace, egualitarismo, rispetto delle diseguaglianze, lotta per i diritti civili, sostegno al centro sinistra, antifascismo, lasciano spazio a post di ben altro tenore. Ed è tutto un inneggiare a slogan razzisti e fascisti contro i neri, i rom, i meridionali, gli omosessuali e i comunisti: da “zingaro di merda”, “negro di merda”, “scimmie”, “terroni”, a “finocchi” e “froci”, per non parlare degli insulti verso Milano che viene definita “una città di merda” e soprattutto verso la precedente amministrazione di centrosinistra guidata da Pisapia, che nel migliore dei casi viene salutata con il post “il vento che cambia puzza sempre più di merda”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://milano.fanpage.it/daniele-mascolo-il-fotografo-di-sala-che-chiama-scimmie-i-neri-e-vuole-il-colera-a-napoli/

DALLAS, IL CECCHINO ERA UN SUPREMATISTA NERO ED EX MEMBRO DELL'ESERCITO


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Di Salvatore Santoru

Stando alle ricostruzioni fatte dai media, il sospetto killer della strage di Dallas è il 25enne Micah Xavier Johnson, seguace dell'ideologia del "Black Power" e in generale del suprematismo razziale nero.
Spesso tale ideologia si basa sull'odio verso i bianchi (o anche diverse minoranze,a partire dagli ebrei, e per i neri non conformi a tale ideologia)e l'odio per la polizia in sé riguarda non tanto questini umanitarie(come quelle che animano i tanti attivisti afroamericani che manifestano contro gli abusi di potere della polizia)ma sopratutto interesse sociale e politico, essendo anche tale ideologia molto diffusa nelle gang di strada afroamericane.

A quanto risulta da ciò che hanno diffuso i media, Johnson era anche un grande estimatore dell'hip hop militante politico più radicale e su Facebook vi era un suo selfie con Professor Griff dei "Public Enemy", un gruppo musicale ideologicamente molto radicale(ma non propriamente estremista come i militanti suprematisti neri) noto per canzoni come "Fuck The Police", un pezzo che come altre canzoni del gruppo deve essere contestualizzato e non può considerarsi incitante ad azioni violente.

Oltre a ciò, è interessante che all'odio per la polizia Johnson univa un certo "amore" per l'esercito, tanto che recentemente aveva combattuto in Afghanistan.

PER APPROFONDIRE:http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/08/news/poliziotti_uccisi_a_dalla_profilo_micah_xavier_johnson-143705644/

FOTO:http://www.mediaite.com

POLIZIA VIOLENTA BIANCA E GANG NERE, LE DUE FACCE ESTREMISTE DELLA QUESTIONE RAZZIALE NEGLI USA


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Di Salvatore Santoru

Recentemente gli USA sono stati scossi dall'attacco terroristico a Dallas, attacco avvenuto durante la marcia pacifica degli afroamericani che protestavano contro le violenze della polizia.
L'attacco è stato perpetrato da estremisti neri e sia questa vicenda come i recenti crimini di cui sono stati vittime due afroamericani fa capire quanto ancora c'è da fare sul piano della questione razziale negli USA.
Difatti, da una parte si ha un settore della polizia bianca decisamente razzista e incline ad abusare del proprio potere sui cittadini neri(specie se indifesi e/o disarmati) e dall'altra si hanno gang violente di estremisti neri specializzati in crimini di varia natura.
Entrambe queste due fazioni di estremisti diffondono e propagandano odio e violenza nella società e nell'ambito delle rispettive comunità razziali, con i primi che attaccano gli afroamericani in sé e la polizia che non condivide i loro estremismo e i secondi che attaccano i bianchi in sé e la polizia in sé.
Tali due forme di estremismo e fanatismo non sono altro che due facce della stessa medaglia e non proprio casualmente l'impatto dei primi viene minimizzato non raramente da certa destra autoproclamata "conservatrice" mentre quello dei secondi viene tenuto ben poco in conto da certa sinistra autoproclamata "liberal".

FOTO:https://www.papermasters.com

DALLAS, L'ATTACCO TERRORISTICO DEI CECCHINI CONTRO LA POLIZIA DURANTE LA PROTESTA PACIFICA DEGLI AFROAMERICANI



Di Sergio Rame

Scorre il sangue per le strade di Dallas. Cinque poliziotti sono stati ammazzati, mentre almeno sette agenti e due civili sono rimasti feriti durante la veglia notturna control'uccisione di due afroamericani in Louisiana e Minnesota. In quello che è stato un vero e proprio agguato in stile militare, le forze dell'ordine sono state colpite da quattro cecchiniche hanno aperto il fuoco a ripetizione contro i poliziotti schierati per evitare che le proteste diventassero violente.
La protesta di Dallas era una delle tante manifestazioni organizzate in varie città del Paese dopo la morte di due afroamericani, uccisi da poliziotti, in Louisiana e Minnesota. Diverse centinaia di persone si erano radunate per marciare verso City Hall. Non erano ancora le nove di sera. E lungo la strada che porta alla sede del Comune decine di agenti erano pronti a impedire assalti contro gli edifici istituzionali. All'improvviso gli slogan di protesta sono stati brutalmente interrotti dai colpi sordi delle armi da fuoco, fucili d'assalto che hanno preso a esplodere senza alcuna pietà. I cecchini, come ha spiegato il capo della polizia di Dallas, David Brown, sparavano contro "la polizia da posizioni elevate". Così, mentre la folla si disperdeva per cercare di non rimanere ammazzata dal fuoco dei cecchini, almeno una dozzina di agenti è rimasta a terra. Cinque di loro sono morti sul colpo, mentre altri sei sono stati portati d'urgenza in ospedale. Tra i feriti c'è pure una civile, la 37enne afroamericana Shetamia Taylor che è stata raggiunta a una gamba. La donna si era buttata a terra per far scudo col suo corpo al figlio quindicenne, mentre gli altri tre figli correvano via perdendosi nella folla.
Dopo la sparatoria, le forze di sicurezza hanno subito fermato tre persone. Tra queste c'è anche una donna. Un altro uomo, Micah Johnson (un 25enne riservista dell'esercito incensurato), si è nascosto in un garage e ha minacciato di uccidere altri agenti facendo detonare alcune bombe già piazzate in città. "La fine è arrivata", ha intimato. Dopo ore di negoziati, poi interrotti da uno scontro a fuoco, la polizia lo ha neutralizzato facendo intervenire un robot bomba che dopo l'irruzione è esploso ammazzando il cecchino. Secondo il capo della polizia, i cecchini "volevano ferire o uccidere il maggior numero possibile di agenti bianchi". Per questo hanno preparato un'imboscata colpendo gli agenti alle spalle. "È un attacco pianificato da molto tempo, in attesa dell'occasione per compierlo - ha spiegato Steve Moore dell'Fbi - potrebbero non aver pianificato il luogo e il punto da cui condurlo, ma erano preparati ad attaccare".
L'ondata di proteste per la morte di Alton Sterling e Philando Castile si è diffusa ieri in diverse città americane. A Chicago, i manifestanti hanno occupato un tratto della Dan Ryan Expressway, una delle arterie principali della città, per circa 10 minuti. A New York, diverse centinaia di manifestanti hanno bloccato il traffico a Times Square, nel cuore di Manhattan, cantando "Mani in alto, non sparare". È stata eseguita più di una dozzina di arresti.

"SPRINGBOK CLUB", L'ORGANIZZAZIONE NEOCOLONIALISTA E RAZZISTA DI CUI ERA SEGUACE IL KILLER DI JO COX



Di Salvatore Santoru

Secondo quanto rivelato dai media il killer di Jo Cox,Thomas Mair, era seguace dell'organizzazione pro-apartheid e suprematista razziale inglese "Springbock Club"(1), nota anche come "Empire Loyalist Club".
Tale organizzazione, secondo quanto si legge nell'enciclopedia dell'estrema destra e del nazionalismo banco"Metapedia"(2), è favorevole alla restaurazione del colonialismo inglese e alla ri-colonizzazione e dominio dell'Africa.
Sempre secondo quanto scritto su "Metapedia", la Springbok fu fondata nel 1996 da Alan Harvey e Bill Blinding, quest'ultimo considerato come il "vicepresidente del Ku Klux Klan britannico".

NOTE:

(1)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/06/il-killer-di-jo-cox-era-seguace.html

(2)http://en.metapedia.org/wiki/Springbok_Club

FOTO:http://www.ilfattoquotidiano.it

IL KILLER DI JO COX ERA SEGUACE DELL'ORGANIZZAZIONE RAZZISTA E PRO-APARTHEID "SPRINGBOCK CLUB"

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Di Salvatore Santoru

Secondo quanto sostenuto dai media il killer della deputata inglese Jo Cox,Thomas Mair, era stato un sostenitore dell'organizzazione statunitense suprematista razziale "National Alliance"(1) e di quella inglese "Springbok Club".
Stando a quanto riportato dall'ANSA, Mair risulta "nel database della rivista online da 10 anni"(2) del Springbok, un gruppo suprematista razziale e pro-apartheid.

NOTE:

(1)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/06/inghilterra-la-deputata-jo-cox-uccisa.html

(2)http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/06/16/gb-deputata-labour-accoltellata-a-comizio-e-grave_7da03c60-6e57-4c8c-a0bf-b06069ac82c1.html

FOTO:http://www.independent.co.uk

INGHILTERRA: LA DEPUTATA JO COX UCCISA DA UNO SQUILIBRATO SEGUACE DELL'ESTREMISMO DI DESTRA RAZZISTA



Di Salvatore Santoru

Tragedia in Inghilterra.
La deputata laburista Jo Cox è stata uccisa in un agguato da parte di Thomas Mair, un 52enne giardiniere avente avuto in passato simpatie per il suprematismo razziale.
Secondo quanto dichiarato dal "Southern Poverty Law Center"(1) e riportato in un articolo di "Next Quotidiano"(2), Mair aveva acquistato nel 1999 materiale editoriale del movimento suprematista razziale statunitense "National Alliance" e sosteneva posizioni favorevoli all'apartheid sudafricano e all'odio razziale.
Inoltre, sempre secondo l'articolo di "Next Quotidiano" Main "nelle cronache di un giornale locale sei anni fa veniva descritto come un disturbato mentale"(3).

NOTE :

(1)https://www.splcenter.org/hatewatch/2016/06/16/alleged-killer-british-mp-was-longtime-supporter-neo-nazi-national-alliance

(2)http://www.nextquotidiano.it/thomas-mair-laccusato-dellomicidio-jo-cox/ 

(3) Idem

FOTO:https://en.wikipedia.org

IL RAZZISMO E LE DISCRIMINAZIONI ISTITUZIONALIZZATE,SIA "CLASSICHE" CHE "ALL'INCONTRARIO", SONO IL PEGGIOR SISTEMA DI DIVISIONE DEGLI INDIVIDUI



Di Salvatore Santoru

Il razzismo e le discriminazioni istituzionalizzate sono il sistema più forte di divisione degli individui e della società.
Sia ben chiaro che in questo contesto si intende con "razzismo" NON l'orgoglio o la preferenza etnica/razziale e/o la critica all'immigrazione(quelle sono opinioni che possono essere condivisibili o meno) ma l'odio sistematico e istituzionalizzato basato sulla discriminazione di un'etnia e/o razza, concetto di discriminazione che è ben presente ancora nella società, sia in forma classica" che "all'incontrario"(certo sedicente "antirazzismo").
Inoltre, c'è da segnalare che forme di "razzismo" non etnico si possono ritrovare nelle discriminazioni "comuni" ancora presenti al giorno d'oggi( alcune note e altre meno) e nei giovani nel fenomeno del "bullismo",  ed inoltre bisogna segnalare che il suo "seme" si trova in maniera "evoluta" nelle tante contrapposizioni che attanagliavano e attanagliano la nostra società, da quelle politiche(fascisti contro comunisti negli anni di piombo per fare un'esempio "banale") a quelle culturali,sociali("popolari" contro "nerd" facendo un'esempio banalissimo e apparentemente irrilevante) e così via, basate tutte sull'adozione sistematica di stereotipi ed etichettature.

Difatti, il seme di ogni razzismo e discriminazione istituzionale sta nell'etichettare e nel consegnare alla "dittatura dello stereotipo" determinati individui e gruppi sociali(o di altro tipo) per discriminali, sia "indirettamente" che "direttamente".

Orbene, c'è da dire che bisogna far sì che la società si evolvi andando oltre il "razzismo" e la "discriminazione", qualunque esse siano.

Inoltre, c'è da sottolineare che tutto ciò non ha nulla a che vedere con certa retorica politica ed ideologica molto comune su questo tema e che tende a minimizzare invece fenomeni come "il razzismo al contrario" o le "discriminazioni inverse", che pur sempre razzismo e discriminazione(anche se molto edulcorati e magari "soft") sono.
Difatti, non c'è necessità di essere contro razzismi e discriminazioni per seguire un credo ideologico(tra l'altro una certa parte del cosiddetto "antirazzismo" nella realtà diventa a volte anche "razzismo al contrario")  ma semplicemente lo si è andando oltre le sterili contrapposizioni a cui siamo abituati e riconoscendo l'Altro nella propria vera "essenza spirituale".

FOTO:http://davidsusman.com

Il contributo del pensiero di Frantz Fanon al processo di liberazione dei popoli


Fanon, ribelle che lotta tenacemente contro la dominazione esercitata dai potenti contro i deboli,chiarisce oggi l’articolazione fondamentale che esiste fra il diritto di ribellarsi al sistema sociale, politico e economico che affonda il mondo nel disordine, e una colonizzazione di nuovo tipo. È chiaro infatti che oggi alla violenza coloniale si è sostituita una nuoca violenza indiretta.
Per un paradosso che ha il suo segreto nella storia, l’”indigeno” è onnipresente non solo nel luogo di origine ma allo stesso tempo in quelle che Fanon chiamava le “città proibite”, dove si esercitano le rinnovate forme di discriminazione, ci dice infatti ne “I dannati della terra”: “dove il mondo colonizzato è un mondo diviso in due (…) La zona abitata dai colonizzati non è complementare alla zona abitata dai coloni. Queste due zone si oppongono ma non al servizio di una unità superiore (…). Quel mondo frazionato in due è abitato da specie differenti.”
L’avvicinarsi del cinquantenario della sua morte, il 6 dicembre del 1961, ci fa constatare che nonostante l’evoluzione del mondo, il suo pensiero è di un’incredibile attualità, anche se il colonialismo sotto le sue vecchie vesti è sparito, e sono nati numerosi Stati liberati dall’oppressione.
Ma, in realtà l’espropriazione, l’alienazione e l’ingiustizia, sono spariti da questo mondo? Da questo p unto di vista, un osservatore imparziale potrebbe dire, alla luce delle sanguinose guerre imperialiste in Irak, Afganistan e Libia, e l’esperienza coloniale in Palestina, che la politica dei fucili sulla quale si sono fondati gli imperi coloniali, è in realtà ritornata in auge.
L’azione dell’opera di Fanon si colloca nel contesto del dopoguerra, segnato dalla lotta ideologica fra il blocco occidentale e il blocco socialista. Ma un terzo mondo nasce fra il ’50 e il ’60, un mondo che rivendica un riconoscimento nelle relazioni internazionali e la sua parte nella distribuzione della ricchezza del pianeta. Afferma per la prima volta la propria esistenza politica nel 1955 alla Conferenza di Bandung, proclamando il proprio rifiuto alla bi polarizzazione del mondo. Molti leader del terzo mondo compaiono in relazione ai movimenti di liberazione nazionale e portano avanti una lotta radicale in Africa, Asia e America Latina. Gli anni ’60 sono stati segnati dalle violente repressioni e omicidi di uomini politici che rappresentavano la lotta dei popoli oppressi.
In questo contesto Fanon elabora la propria riflessione sul ruolo della violenza dentro il processo di liberazione e sui rischi per le antiche colonie una volta conquistata l’Indipendenza. La produzione intellettuale di Fanon ha avuto grande influenza sui rivoluzionari nel mondo, in Africa ma anche in Asia e nelle Americhe. I suoi testi non possono essere scontettualizzati dalle circostanze storiche in cui sono nati, ma la loro pertinenza rimane intatta e continuano a ispirare nuove generazioni di militanti e intellettuali a nord e a sud. Le idee che si estrapolano dalla lettura di Fanon si mantengono come strumenti efficaci per analizzare l’attualità di un mondo dove la dominazione e lo sfruttamento hanno cambiato apparenza, ma continuano a esserci e a essere retti dagli stessi meccanismi.
Rendersi conto del contributo di Frantz Fanon dentro al processo di liberazione dei popoli, ci porta a presentare le differenti tappe della sua esistenza, delle prese di posizione, dello sviluppo e della formulazione del suo pensiero. La sua opera si confonde con la sua corta esistenza, segnata dalla rivolta contro l’ingiustizia, il confronto con la realtà e l’etica del compromesso(fra il pensiero e la realtà).
La Seconda Guerra Mondiale fu causa dell’avvicinamento alla politica del giovane Fanon. Spontaneamente antifascista e cercando di concretizzare questo suo pensiero, Fanon lascia la famiglia e parte clandestinamente per unirsi come volontario alle Forze Libere Francesi che lottavano contro la Germania nazista. Decorato dall’armata coloniale francese, non si sente veramente parte dei liberatori.
Fanon deve aver costatato che la forza mobilitata contro il nazismo alimentava in realtà l’ideologia razzista e praticava quasi ufficialmente una discriminazione razzista ed etnica. L’uniforme era in teoria riflesso dell’uguaglianza fra i soldati, ma in realtà l’uniforme nascondeva difficilmente le insopportabili diseguaglianze di trattamento fra i neri e i bianchi.
Dopo la smobilitazione, torna in Martinica e poi di nuovo in Francia, dove si iscrive alla facoltà di medicina di Lione; oltre ai corsi di medicina frequenta quelli di filosofia di Maurice Merleau-Ponty, legge la rivista di Sartre, “i tempi moderni”, e si interessa in particolare a Freud e Hegel.
Nel suo primo libro, “Pelle nera, maschere bianche” –la sua tesi di dottorato- pubblicato nel 1952, Fanon evoca il suo primo incontro con il razzismo europeo, che scopre dentro l’armata antifascista di De Gaulle. La scoperta intellettuale del razzismo e che inglobava corpo e parole, continua immancabilmente nell’attualità, soprattutto se si osserva il riapparire senza veli dell’aperto razzismo in Europa. Fenomeno che oggi in Francia arriva a creare scuole di calcio per giovani dello stesso paese, che sono state oggetto di un dibattito indegno a proposito di quote in base al colore della pelle, delle origini e delle pretese attitudini fisiche specifiche. “Pelle nera, maschere bianche” è un segnale fondamentale, dentro la lotta antifascista, di un meccanismo codificato della segregazione e delle sue mete politiche.
Analizzando i meccanismi del colonialismo e il suo impatto sui dominati, Fanon si oppone al concetto di “negritudine” forgiato da Senghor e Cesaire, articolando la lotta contro il razzismo dentro un movimento universale di disalienazione delle vittime del razzismo e dei razzisti stessi.
Diventato psichiatra, nel 1953, ai ventinove anni, arriva all’Ospedale Psichiatrico di Blida e rimane sconcertato allo scoprire che la scuola psichiatrica dell’Algeria coloniale classifica gli arabi algerini come “primitivi”, affermando che il loro sviluppo cerebrale era “sottosviluppato e ritardato”. Così, per gli psichiatri coloniali, i comportamenti patologici degli indigeni derivavano da cause genetiche e quindi incurabili. Fanon scopre allora l’espressione cruda della gerarchia di razza e di una segregazione violenta, comparabile all’apartheid.
L’inizio della guerra di liberazione nazionale, il 1 di novembre del 1954, ha naturalmente un forte impatto sull’ospedale, che riceve via via pazienti traumatizzati dall’esperienza della violenza(alcuni casi sono menzionati ne “I dannati della terra”).
Attraverso i militanti della causa algerina, medici e attivisti, che si occupano dei muyaidin feriti, Fanon entra in contatto diretto con l’FLN(Fronte di Liberazione Nazionale). Nel 1956, il governo imbocca deciso una politica di repressione militare brutale e generalizzata, e Fanon rinuncia all’incarico di psichiatra, venendo successivamente espulso dalle autorità coloniali nel 1057; si rifugia quindi in Tunisia, sede estera della rivoluzione algerina.
Riprende in Tunisia le sue attività professionali, e contemporaneamente si coinvolge profondamente nella politica del FLN. Diventa giornalista per FLN, nel giornale “El moudjahid” e viene nominato ambasciatore itinerante per l’Africa dal governo algerino in esilio. Visita con questo incarico il Ghana dove incontra Kwame Nkrumah e studia da vicino i problemi della nascita di uno Stato Africano indipendente; in Congo conosce Patrice Lumumba, visita poi Etiopia, Liberia, Guinea e Mali. La sua missione era rendere popolare nel resto del continente la lotta del popolo algerino attraverso il consolidamento di alleanze fra i popoli africani e la messa in pratica di quell’internazionalismo che caratterizzava il suo pensiero.
Grazie alla sua azione sui dirigenti del Mali, si apre nel 1960 un nuovo fronte nel sud dell’Algeria, al cuale la Guinea fornisce le armi. Allo stesso modo riesce a giocare un ruolo importante nella spedizione di armi sovietiche al fronte ovest, grazie alla solidarietà del Presidente Sekou Toure.
Nel 1959, l’editore francese François Maspero pubblica il secondo libro di Fanon, “Il V anno della rivoluzione algerina”(libro sequestrato immediatamente), che non è solo un accusa alla Francia per i crimini compiuti sulla popolazione algerina –cinquantanni dopo l’indipendenza algerina, la Francia inizia appena a riconoscere alcuni dei suoi crimini, le proprie responsabilità nel saccheggio sistematico dell’Africa, ma ancora risulta difficoltoso aprire completamente questo capitolo oscuro della storia francese- ma anche di un’analisi della rivoluzione algerina e delle trasformazioni che la creano dentro una società dominata, umiliata e gravemente impoverita. L’opera viene proibita in Francia, ma ciò non impedisce che si inizi a parlare di Fanon in Africa e nel Terzo Mondo. Viene invitato a forum internazionali, dove viene ascoltato attentamente fino a costringere le autorità francesi a prenderlo in considerazione(come se fosse diventato bianco).
Nella primavera del ’61, consegna al suo editore “I dannati della terra”, che non parla solo dell’Algeria ma di tutto il Terzo Mondo in via di decolonizzazione. Il 3 dicembre riceve la copia stampata del libro nell’ospedale Bethesda di Washington, e muore 3 giorni dopo di leucemia.
Nel ’62 Maspero pubblica in “Presenza Africana” un omaggio a Fanon; si impegna anche nella pubblicazione delle sue opere complete cercando i suoi testi pubblicati spesso in maniera anonima durante gli anni nel giornale clandestino “El Moudjahid” del FLN. “Per la rivoluzione africana” diventerà libro nel 1964, e viene tradotto tra gli altri da Ernesto Che Guevara.
Nel ’61, finche scrive “I dannati della terra”, Fanon considera il periodo coloniale definitivamente concluso; il problema centrale diviene l’evoluzione dei paesi liberati. Per Fanon, la costruzione di una società giusta e prospera deve fondarsi sulla liberazione integrale delle donne e uomini sottomessi al colonialismo. Da questo punto di vista è fondamentale identificare le carenze create dalla presenza devastatrice nella società ed eliminarle.
Uno degli ultimi capitoli de “I dannati della terra”, Disavventure della coscienza nazionale è un richiamo lanciato ai popoli liberati dal dominio coloniale per la promozione di elite produttive e intellettuali dotate di una coscienza politica volta all’interesse generale. Se i paesi indipendenti non saranno in grado i promuovere queste elites, trionferà una cultura di mercanti che non saranno altro che burattini educati dall’occidentale, nei propri comportamenti e nei modi di consumo. I movimenti di liberazione si possono trasformare in partiti unici, “la forma moderna della dittatura borghese, senza maschere, senza trucco, senza scrupoli”. In assenza di prospettive veramente nazionali, la via delle “dittature tribali” è aperta: poggiate sulle divisioni etniche e sulle frontiere create dal colonialismo, questi nuovi poteri finiscono per mandare in rovina i nuovi Stati. Questi avvertimenti furono pronunciati all’alba dell’indipendenza, celebrati con entusiasmo e fervore.
La lucida analisi di Fanon metteva in guardia in maniera premonitrice sui rischi possibili per i nuovi Stati postcoloniali. È una descrizione con anni di anticipo della patologia neo coloniale, la perpetrazione del dominio grazie alla sottomissione di governi nazionali corrotti e antipopolari agli interessi delle vecchie metropoli coloniali. Se non è facile spiegare la sconfitta delle indipendenze africane, questo mezzo secolo trascorso dimostra spietatamente l’efficacia delle bombe a scoppio ritardato preparate dalle potenze coloniali. L’indipendenza dei paesi colonizzati è in Fanon una tappa fondamentale e necessaria, ma che in nessun modo poteva costituire la fine del processo di liberazione.
Fanon è stato uno dei pensatori della rivoluzione algerina che si collocava fuori da ogni riduzione dogmatica o dottrinale del pensiero. Progressista e anti-imperialista senza reverenze “teologiche” al Marxismo, vicino ma senza servilismo alcuno al campo socialista. Come diceva il sociologo Inmanuel Wallerstein, “Fanon leggeva Marx con gli occhi di Freud e leggeva Freud con gli occhi di Marx”. La liberazione dell’uomo e la sua disalienazione è stata per Fanon l’obiettivo ultimo della sua lotta politica senza stile predefinito, senza rigidezza ma che non ha mai concesso nulla agli avversari.
Era un uomo indivisibile, che non può essere ridotto a una dimensione particolare della lotta; antirazzista in nome dell’universalità e anticolonialista in nome della giustizia e della libertà. In nessuna parte del suo pensiero si ritrova una volontà vendicatrice ne di stigmatizzazione dei bianchi come vorrebbero presentarlo i teorici dell”Essenzialismo” e dello “scontro di civiltà”.

...


Questo l’ha portato a sopravvivere al di là delle generazioni. La sua analisi delle patologie sociali e politiche del razzismo sono di sorprendente attualità; la sue analisi politica, psicologico e sociale sorpassa il contesto nel quale furono elaborate, conservando ancora oggi una grande pertinenza.
La sua lucidità e indipendenza di pensiero, lontane dall’isolarlo pur con le riserve espresse da marxisti “ortodossi” prigionieri del dogma, gli permisero di conquistare la stima e il rispetto di combattenti per la libertà e l’indipendenza. È principale riferimento militanti illustri quali il Comandante Che Guevara, Amilcar Cabral, Agostino Neto, Nelson Mandela, Mehdi Ben Barka e molti altri.
In Africa, in Europa, Fanon appare oggi più attuale che mai. Ha senso per i militanti africani per la libertà e i diritti umani, ha senso allo stesso modo per tutti gli africani e gli arabi nei confronti dei quali si scatena, nei media come nei propositi delle elite di certi Stati, un razzismo senza complessi e organico.
Ha senso perchè l’emancipazione è la prima meta delle generazioni che puntano alla maturità politica. Molti africani hanno imparato che la lotta per la libertà, la democrazia e i diritti umani sono dirette si contro i potentati locali, ma allo stesso modo contro i governanti dell’ordine neo-coloniale che li protegge e li utilizza per rubare risorse e poi li scarica quando hanno esaurito le funzioni per le quali sono stati creati e protetti.
Il pensiero di Fanon continua ad ispirare oggi tutti coloro che combattono per il progresso dell’uomo in tutto il pianeta. In questo mondo dove il sistema dell’oppressione, lo sfruttamento umano non smette di rinnovarsi e di adattarsi, il suo pensiero è un rimedio contro la rinuncia alla lotta e lo sconforto. È l’arma fornita da una passione lucida per la lotta per la libertà, la giustizia e la dignità di uomini e donne. La liberazione dei popoli e degli individui dalla schiavitù e dall’alienazione rimane ancora oggi l’obiettivo, l’emancipazione verrà.
Se Fanon fosse vivo, di certo non apprezzerebbe di essere considerato un autorità canonica fuori dal contesto della sua lotta e della sua testimonianza scritta. Al contrario costantemente egli ricalcava dal primo all’ultimo libro, che un pensiero vivo deve essere sempre estrapolato, un compromesso, con la realtà. La resistenza continua, e cinquantanni dopo Fanon ci esorta a non abbandonare la lotta dentro questo spazio sociale dove donne e uomini comuni possono mettere nuovamente in discussione e dispiegare l’energia e la sapienza di un vero progetto politico.
Fondazione Frantz Fanon
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Traduzione a cura della redazione di Bologna

Relazione presentata al IV incontro degli Afrodiscendenti e le Trasformazioni Rivoluzionarie in America e nei Caraibi, tenutosi a Caracas, dal 20 al 22 giugno 2011


SUBIRE IL RAZZISMO FA MALE ALLA SALUTE

Di Walter La Gatta
Il razzismo può essere definito come un sistema organizzato all’interno della società, che causa disuguaglianze evitabili e ingiuste al potere, alle risorse, alle capacità e alle opportunità di alcuni gruppi etnici. Il razzismo può manifestarsi attraverso credenze, stereotipi, pregiudizi e discriminazioni. Il concetto comprende tutto: dalle minacce aperte agli insulti, ai fenomeni profondamente radicati nei sistemi e nelle strutture sociali [Berman G, Paradies Y. 2010].
Il razzismo può manifestarsi a più livelli e può essere:
– interiorizzato (assimilazione di atteggiamenti, ideologie o convincimenti razzisti nella propria visione del mondo),
– interpersonale (nelle interazioni tra individui)
– sistemico (per esempio, controllo razzista sull’accesso al lavoro, sulle risorse materiali e simboliche all’interno di una società)
[Paradies Y., 2006; Hamilton C, Carmichael S. 1967].
Il razzismo esiste come causa di esclusione, conflitto e svantaggio su scala globale [ONU 2009], e i dati esistenti suggeriscono che il razzismo sia in aumento in molti contesti nazionali  [Brika J, Lemaine G, Jackson J. 1997; Semyonov M, Raijman R, Gorodzeisky A., 2006; Gallup Poll, 2014, The Guardian. Racism on the rise in Britain, 2014; Markus A. 2014]
Il comportamento razzista può avere un impatto sulla salute di chi lo subisce attraverso diversi percorsi riconosciuti:
(1) riduce l’accesso al lavoro, la possibilità di trovare un alloggio o di accedere all’istruzione e / o comporta una maggiore esposizione a fattori di rischio (ad esempio, il contatto altrimenti evitabile con la polizia);
(2) sperimentazione di processi emozionali e cognitivi associati alla psicopatologia;
(3) carico allostatico e processi fisiopatologici concomitanti;
(4) partecipazione diminuita a comportamenti sani (ad esempio, sonno e esercizio fisico) e / o maggiore coinvolgimento in comportamenti non salutari (ad esempio, consumo di alcol);
(5) danno fisico a causa della violenza razzista
[Paradies Y. 2006; Brondolo E, Brady N, Libby D, Pencille M. 2011; Harrell CP, Burford TI, Cage BN, McNair Nelson T, Shearon S, Thompson A, et al. 2011; Pascoe EA, Richman LS. 2009; Priest N, Paradies Y, Trenerry B, Truong M, Karlsen S, Kelly Y.  2013; Gee GC, Ro A, Shriff-Marco S, Chae D. 2009]
I primi studi che mettono in relazione razzismo e salute, fisica e mentale, sono stati condotti a partire dalla metà degli anni novanta negli Stati Uniti [Krieger N, Rowley D, Hermann AA, Avery B, Phillips MT. 1993; Williams DR, Lavizzo-Mourey R, Warren RC. 1994]. Questi studi hanno fornito una prima indicazione sugli impatti negativi del razzismo per la salute di chi lo subisce e hanno dato il via a ulteriori ricerche sull’argomento.
Due grandi revisioni sistematiche sono state pubblicate nel 2006 e nel 2009, per un totale di 253 studi empirici, pubblicati tra il 1984 e il 2007. Queste recensioni si sono focalizzate sul razzismo fornendo una pletora di risultati sulla salute, e hanno scoperto associazioni molto consistenti tra razzismo e cattiva salute mentale. Più di recente, due meta-analisi condotte su larga scala hanno scoperto significativi impatti negativi sulla salute mentale e associazioni un po’ più deboli, ma comunque significative, con la salute fisica [Pascoe EA, Richman LS., 2009,Schmitt MT, Branscombe NR, Postmes T, Garcia A. 2014]. Per quanto riguarda la salute mentale (intesa come benessere) vi sono problemi nell’area dell’autostima e del disagio psicologico, e risultati simili per soddisfazione di vita, ansia e depressione . I loro risultati per quanto riguarda l’associazione cattiva salute mentale e razzismo e discriminazione sono stati confermati anche da una più piccola meta-analisi e da un’altra recensione [Goto JB, Couto PFM, Bastos JL. 2013; Conklin HD.  2011].
I soggetti studiati sono stati in particolare i bambini e gli adolescenti,  vari gruppi etnici, tra cui asiatici americani, afro-americani e Latino americani.  Per quanto riguarda gli aspetti fisici sono stati osservati in particolare dei cattivi valori per la pressione sanguigna, l’ipertensione e le malattie cardiovascolari scoprendo che vi sono dati allarmanti soprattutto per quanto riguarda la pressione arteriosa, una misura che evidenzia lo stato di stress [Dolezsar CM, McGrath JJ, Herzig AJM, Miller SB. 2014; Brondolo E., Love E. E., Pencille M., Schoenthaler A., & Ogedegbe G. (2011)].].
In sintesi, le recensioni e le meta-analisi finora prodotte hanno evidenziato che la discriminazione subita per motivi razziali è costantemente legata ad una cattiva salute mentale e, meno costantemente, alla cattiva salute fisica.
Ci si è chiesto quali siano i meccanismi attraverso i quali il razzismo colpisce la salute. L’esposizione cronica al razzismo può essere implicata nella disregolazione del sistema ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) che, a sua volta, può danneggiare altri sistemi corporei e portare a risultati fisici, come problemi cardiocircolatori e obesità. L’impatto del razzismo sulla disregolazione delle regioni cognitivo-affettive, come la corteccia prefrontale, la corteccia cingolata anteriore, l’amigdala e il talamo può portare ad ansia, depressione e psicosi [Berger M, Sarnyai Z. 2015]. Gli studi di neuroimaging hanno identificato l’attivazione di queste regioni, in risposta al rifiuto sociale, che sono correlate a sensazioni personali di disagio e sono analoghe alla attivazione delle regioni coinvolte nel dolore fisico.
I dati longitudinali a lungo termine (più di un anno tra l’esposizione al razzismo e l’esito) hanno mostrato associazioni più deboli, anche se ancora significative, tra razzismo e salute.  Questa scoperta suggerisce che l’impatto negativo del razzismo può attenuarsi nel corso del tempo, forse a causa della dissolvenza dei ricordi quando l’esposizione è stata breve, o perché ci si abitua al razzismo nel corso del tempo, diventando più forti.
[Clark R, Anderson NB, Bulatao RA, Cohen B. 2004; Gee GC, Walsemann KM, Brondolo E. 2012]. 
Gee, Walsemann e Brondolo [2012] hanno sostenuto che occorre fare attenzione alla tempistica:
(1) la durata dell’ esposizione agli eventi discriminatori;
(2) la tempistica di questi eventi nel corso della vita;
(3) il periodo tra esposizione e insorgenza della malattia.
E’ altamente plausibile che i bambini siano più vulnerabili agli effetti nocivi del razzismo, e che le esperienze di razzismo vissute nei primi anni di vita abbiano più gravi e persistenti conseguenze .
Dr. Walter La Gatta
Fonte:
Paradies Y, Ben J, Denson N, et al. Racism as a Determinant of Health: A Systematic Review and Meta-Analysis. Hills RK, ed. PLoS ONE. 2015;10(9):e0138511. doi:10.1371/journal.pone.0138511.

Strage California: “killer bianchi”, anzi no, l’epic fail dell’Huffington Post

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Di Lorenzo Berti
Un nuovo grave fatto di sangue stravolge le cronache internazionali di questi giorni. Stavolta si tratta di un agguato a colpi di arma da fuoco all’interno di un centro per disabili a San Bernardino (California). Allo stato attuale sono ancora in corso le indagini per capire con certezza se si trattati di un attentato di matrice terroristica, come appare sempre più probabile, oppure del gesto isolato di qualche squilibrato spinto da motivi personali.
Dal punto di vista giornalistico i primi in Italia a suggerire una lettura politica della stragesono stati quelli dell’Huffington Post. Sulla base delle prime indiscrezioni giunte dalla California, il sito web titolava a caratteri cubitali “Killer bianchi in azione negli USA”. Lo scopo del messaggio era chiaramente quello di fornire argomentazioni (“avete visto che anche tra i bianchi occidentali ci sono dei terroristi?”) e linfa vitale ai "progressisti".
...
Vi immaginate cosa sarebbe successo se qualcuno avesse così apertamente enfatizzato l’appartenenza razziale in uno dei numerosi casi in cui a commettere crimini è un immigrato? Via con il teatrino delle accuse di sciacallaggio e magari pure una bella denuncia per istigazione all’odio razziale. Il razzismo e la discriminazione anti-bianchi invece si sa sono bonariamente tollerate dai professori del "politicamente corretto".
Purtroppo per l’Huffington Post, però le successive notizie ufficiali svelano che i responsabili del massacro si chiamano Syed Rizwan Farook e Tafsheen Malik e sono due cittadini nati da genitori stranieri (pakistani quelli di Farook, ancora sconosciuta la nazionalità di origine per Malik) e sposati in Arabia Saudita. Non si tratta quindi di qualche esponente del Ku Klux Klan o di suprematisti bianchi impazziti ma di immigrati di seconda generazione, i cosiddetti “nuovi cittadini”, esattamente come gli autori degli attentati di Parigi.
Una volta emersa la realtà dei fatti, gli editorialisti dell’Huffington Post si affrettano a cambiare il titolo di apertura in un neutro “Ennesima strage di innocenti in USA”. Via qualsiasi accenno all’etnia dei colpevoli! Ma lo sfondone e la relativa retromarcia non sfuggono agli attenti osservatori del web e così la testata appartenente al gruppo l’Espresso, viene contestata e messa sotto attacco per il suo tentativo malriuscito di strumentalizzazione terminato con una imbarazzate figuraccia. La pagina Facebook satirica FuffaPost Italia lancia l’evento “Chiediamo che l’Huffpost si scusi per questo titolo vergognosamente razzista” e sul portale Change.org nasce una petizione per chiedere all’ordine dei giornalisti di prendere dei provvedimenti.

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