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Negli Stati Uniti è arrivato l’uragano Michael



IL POST

L’uragano Michael è arrivato negli Stati Uniti mercoledì pomeriggio, portando venti molto forti e piogge torrenziali nello stato della Florida. Si è poi diretto verso il nordest della Georgia, perdendo forza, e dovrebbe arrivare giovedì nel North e South Carolina. Michael è considerato il più violento uragano che abbia colpito la Florida negli ultimi 80 anni e il terzo più potente di sempre ad arrivare in territorio statunitense.

In Florida una persona è morta a causa della caduta di un albero e il governatore locale, Rick Scott, ha parlato di «devastazione inimmaginabile». Le immagini televisive trasmesse dalla zona costiera più colpita, quella attorno a Mexico Beach, hanno mostrato molte case distrutte a causa delle piogge e del vento. 500mila persone sono rimaste senza elettricità in Florida, Alabama e Georgia, dove è stato dichiarato lo stato di emergenza. L’uragano Michael è stato classificato di categoria 4 sulla scala Saffir-Simpson (che arriva fino a 5) e poi è stato declassato a tempesta di categoria 1.

L’uragano aveva acquisito improvvisamente forza a nord del Golfo del Messico, cogliendo di sorpresa molti osservatori: prima di arrivare negli Stati Uniti, aveva ucciso 13 persone in America Centrale, di cui 6 in Honduras, 4 in Nicaragua e 3 in El Salvador.

“Allerta uragano sull’Italia”, meteo-bufala o no ?

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L'ALLERTA URAGANO SULL'ITALIA E' REALE O ESAGERATA ? DI SEGUITO 2 ARTICOLI CHE SOSTENGONO DUE TEORIE DIVERSE E CHE MERITANO DI ESSERE CONSIDERATI PER AVERE UN'INFORMAZIONE IL PIU' IMPARZIALE POSSIBILE .

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Arriva Medicane, il ciclone del Mediterraneo: allerta in Calabria e in Sicilia

Medicane, un fenomeno atmosferico che presenta caratteristiche simili ai cicloni tropicali, si sta formando nel Mediterraneo centrale. Lo riporta il Meteo.it.
L’occhio dei ciclone si trova in mare aperto, con venti che soffiano fino a 150 chilometri orari.
Secondo le previsioni, il ciclone dovrebbe raggiungere la sua forma completa nel corso della giornata di venerdì 28 settembre al largo delle coste Siciliane, con possibilità di causare piogge torrenziali, forti temporali locali e allagamenti.
Medicane interesserà in particolare la provincia di Ragusa ma saranno colpite anche la Calabria ionica, le aree di Reggio e Catanzaro, e la provincia di Lecce.
Sulle coste i venti tempestosi soffieranno con raffiche ad oltre 90 chilometri orari, causando onde alte fino a 5 metri e il pericolo di mareggiate lungo i litorali più esposti.
Dovrebbe essere la Grecia la zona più colpita, a partire da sabato 29 settembre: passando su un mare ancora caldo, Medicane acquisterebbe nuova forza per poi scatenare la sua potenza lungo i litorali ellenici e su Creta, dove è già stata diramata un’allerta massima per il rischio di imminenti alluvioni, raffiche violente ad oltre 160 chilomentri orari e onde alte fino a 12 metri.

“Allerta uragano sull’Italia”, ma è una meteo-bufala

Nel Mar Ionio si è sviluppato un intenso ciclone Mediterraneo: non si tratta di un uragano e non rischia di colpire l’Italia, come nelle ultime ore hanno affermato molti organi di informazione. Ancora una volta, quella che si è diffusa a macchia d’olio grazie a social media e motori di ricerca è una fake news meteorologica, o di una meteo-bufala.
Allora con quale fenomeno abbiamo a che fare, e perché è diverso da un uragano? Ce lo spiegano i meteorologi del Centro Epson Meteo. “L’intenso vortice di bassa pressione che ha preso vita nel Mar Ionio – afferma il meteorologo Daniele Izzo – nelle prossime ore potrebbe assumere alcune delle caratteristiche di un ciclone tropicale. Non solo l’evento non è eccezionale, negli ultimi anni casi simili sono diventati più frequenti rispetto al passato, ma soprattutto non si tratta del primo uragano della storia nel Mediterraneo! Una tale affermazione rientra nella categoria delle fake news o meteo-bufale.
Gli uragani nascono come cicloni tropicali, i quali prendono forma su un oceano caldo con una temperatura superiore a 26-27°C fino ad una profondità di almeno 50 metri per garantire un apporto sufficiente e duraturo di energia. Certo, a causa del surriscaldamento del pianeta, le acque mediterranee in autunno si riscaldano più di quanto non lo facessero 20-30 anni fa. Ma questo non basta, perché il Mare Nostrum non è sufficientemente ampio e lo spessore dello strato delle acque calde rimane ancora troppo piccolo. Insomma, un uragano ha caratteristiche completamente diverse dai classici cicloni che portano il maltempo alle nostre latitudini.
Il ciclone mediterraneo di queste ore è nato come una classica depressione extra-tropicale e potrebbe ora assumere alcune delle caratteristiche di un ciclone tropicale come il cuore caldo, una struttura nuvolosa fatta di celle temporalesche, un ‘occhio’ e una struttura barotropica. Ma è e resterà un ciclone ibrido, a metà strada tra un ciclone extra-tropicale e un vero uragano. Nel 1989 i meteorologi americani Steven Businger e Richard Reed hanno coniato la definizione di Medicane (MEDIterranean HurriCANE, letteralmente: Uragano del Mediterraneo) per assonanza con il loro termine americano Hurricane.
In ambito scientifico, tempeste di questo tipo sono note come TLC (Tropical Like Cyclone): la parola like vuole proprio indicare che si tratta di una struttura solo ‘simile’ ad un ciclone tropicale, ma non sufficiente a definire questo fenomeno con il termine di uragano”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.askanews.it/cronaca/2018/09/28/allerta-uragano-sullitalia-ma-%C3%A8-una-meteo-bufala-top10_20180928_164228/

Uragano Maria: sette morti in Dominica

Uragano Maria: sette morti in Dominica
di Ansa
(ANSA-AP) - ROSEAU (REPUBBLICA DOMENICANA), 20 SET - Secondo il consigliere del primo ministro della Dominica, Roosevelt Skerrit, i morti provocati dall'uragano Maria sono almeno sette. Il paese è senza elettricità e con pochissime comunicazioni: "Ci sono tremendi danni, alle case e agli edifici pubblici", ha aggiunto precisando che al momento un bilancio complessivo è ancora prematuro. Ieri l'uragano aveva provocato almeno un morto e due dispersi in Guadalupa.

L’uragano Maria risale a forza 5, minaccia le isole dei Caraibi

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La Stampa

L’uragano Maria minaccia i Caraibi. Il Centro nazionale uragani statunitense ha comunicato che ha riacquistato la categoria 5 dopo essere stato declassato brevemente a categoria 4. E che la perturbazione si dirige con venti di una velocità massima di 260 chilometri l’ora. Il Centro nazionale uragani (Nhc) ha fatto sapere inoltre che, dopo esser passato sulla Dominica e sulla Martinica, Maria si sta dirigendo verso Saint-Croux e Porto Rico: per quest’ultima isola e per quelle Vergini americane il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato il decreto per lo stato di emergenza. 

Sulla sua pagina Facebook il primo ministro della Dominica, Roosevelt Skeritt, ha scritto che l L’uragano ha provocato una «devastazione molto estesa» sull’isola, annunciando che visiterà il Paese non appena i servizi di emergenza gli daranno il via libera. Le autorità francesi iniziano intanto a fornire i primi bilanci dei danni: il direttore della Protezione Civile francese, Jacque Witkowski, ha parlato di «danni minori» e ha riferito che a Martinica 25 mila utenze sono rimaste senza elettricità e senza acqua potabile.  

Più complicato, ha aggiunto, fare il punto sulla situazione a Guadalupe, dove è comunque in corso un blackout e le comunicazioni sono difficili. «la ricognizione avrà luogo in poche ore», ha proseguito Witkowski che ha parlato di «due feriti molto molto leggeri». Intanto questa mattina Air France ha annullato i voli in partenza e in arrivo da Pointe-a-Pitre a Guadalupe per via delle condizioni meteo legate al passaggio di Maria. La compagnia aveva già annullato ieri tutti i voli e prevede comunque di effettuare un volo supplementare domani verso Guadalupe che dovrebbe essere efftuato con un aereo con una capacità di 380 passeggeri. 

IRMA, l'uragano arriva alle Florida Keys

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Di Salvatore Santoru

L'uragano Irma si e' nuovamente rafforzato a categoria 4 ed è arrivato a toccare le isole più a sud delle Florida Keys
Stando a quanto riportato da ANSA(1), sinora vi sono stati almeno tre morti in Florida.

NOTA:

(1)http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/09/10/uragano-irma-miami-florida-categoria-4-_7da6185b-6913-4320-9b52-8344494d49e7.html

Come vengono scelti i nomi degli uragani

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Harvey e Irma sono già sui media di tutto il mondo, José e Katia stanno per entrarci: i nomi delle tempeste tropicali atlantiche statunitensi, associati a eventi naturali spesso distruttivi e luttuosi, vengono decisi dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). Seguono un rigoroso ordine alfabetico e sono scelti da sei elenchi. Ognuno di questi elenchi contiene 21 nomi, uno per ogni lettera dalla A alla W. Con qualche eccezione: niente uragani chiamati Quentyn, Uma, Xavier o Yannick, ad esempio. I sei elenchi vengono utilizzati a rotazione: ciò significa che l’elenco usato quest’anno era già stato utilizzato nel 2011 e sarà riutilizzata nel 2023.  

I più devastanti depennati dalla lista  
Gli uragani più devastanti, però, vengono depennati dalla lista, in modo che rimangano associati soltanto all’anno in cui hanno avuto le conseguenze più gravi. Ad esempio, nel 2011 Irene aveva provocato 56 morti nel suo viaggio tra Caraibi e East Coast. Una furia tale da suggerire alla WMO di toglierla dai nomi da riutilizzare. Stessa cosa per altri 81 uragani, il cui nome non verrà più assegnato: è il caso di Sandy, che nel 2012 aveva ucciso 182 persone, e di Katrina, che nell’agosto del 2005 aveva spazzato via 1836 vite, devastando la città di New Orleans e classificandosi tra gli uragani più letali al mondo.  

Ai sei elenchi per gli uragani atlantici, si aggiungono quelli del Pacifico del nord-est, e quattro per le tempeste che si formano nel centro-nord del Pacifico. E nomi ancora diversi sono associati ai fenomeni meteorologici che si sviluppano nei mari del sud della Cina, al largo dell’Australia o dell’India, per un totale di dieci diverse aree ognuna delle quali dotata di liste di nomi, che così hanno origini inglesi, spagnoli, olandesi e così via. 

Nomi di persona dal 1953, prima numeri o nomi femminili  
È solo dal 1953 che gli uragani hanno i nomi propri di persona. Prima del 1950 venivano indicati semplicemente da un numero, poi per qualche tempo sono state usate parole come Able, Baker, Charlie, ripetuti ogni anno con la conseguenza di creare confusione. E così dal ’53 si scelsero i nomi propri, inizialmente però soltanto femminili. Una scelta influenzata probabilmente dalla Marina militare, dove i nomi di donna sono storicamente molto utilizzati. Ma dopo 25 anni, sull’onda delle pressioni dei gruppi femministi, la regola è cambiata ancora una volta. Dal 1979, così, i nomi che di anno in anno vengono assegnati rispettano l’alternanza di genere. Nel 2017, dopo Katia sarà il turno di Lee, poi di Maria e Nate. 

Almeno 4 morti a causa di un uragano che ha colpito il Nord Europa

Firefighters remove parts of a tree from a street at Wedding district as Storm Niklas strikes in Berlin, Germany, March 31, 2015.
Di Salvatore Santoru
A causa di un'uragano che ha colpito il nord dell’Europa, sono morte 4 persone e diverse strade e ferrovie sono state danneggiate.
Tre vittime sono state registrate in Germania.
(Foto:Reuters)

Un battito d’ali a New York, un uragano nella Repubblica dominicana


Di Gennaro Carotenuto
CIUDAD JUAREZ – Stamane (-8 rispetto all’Italia) ascolto le notizie che mi raccontano di un tornado grande come l’Europa (‘sagerati) che si abbatte sugli Stati Uniti. Poi esco in strada e penso che -porca miseria- nonostante viva a un km in linea d’aria dal confine col Texas e tra il Sud e il Nord del mondo non ci è toccato neanche il bene di una fantozziana nuvoletta dell’impiegato. Azzurro fisso (meraviglioso peraltro) qui nel deserto e 38° all’ombra.
Rientro e la sempre splendida Annalisa Melandri mi offre un altro punto di vista da un altro Sud del mondo sempre al confine con l’impero. Nella Repubblica dominicana, nella totale indifferenza dei media, il passaggio dell’uragano Irene ha causato la bellezza di 30.000 senzatetto e almeno tre morti. Accendo RadioRai e nonostante sia domenica pomeriggio i GR sono quasi un filo diretto da New York dove peraltro i danni sono zero o quasi.
Struggono il cuore i servizi su quei poveri turisti italiani rimasti in albergo a guardare la tivù invece di addentare la grande mela che disperati chiedono: “e adesso a noi chi ci ripaga”? Vorrebbero il rimborso, come no! Sicuramente qualche associazione di consumatori disposta ad una class action contro Irene la troveranno. Che pena mi fanno… Poi riguardo la foto postata da Annalisa (sopra) e penso: e adesso a quei 30.000 senzatetto chi li ripaga? Neanche uno straccio di servizio al GR1.

Il futuro di New York.

Di Debora Billi


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Come se non bastassero le apocalittiche previsioni di Pietro riguardo al futuro di New York nei secoli a venirenel post di sabato, ecco le previsioni degli esperti di clima per i prossimi decenni: una salita delle temperature fino a cinque gradi, aumento del livello del mare, crescita della frequenza e dell'intensità di eventi come l'uragano appena passato.
Hollywood ci ha abituato alle apocalissi continue che colpiscono la città simbolo della civiltà industrial-tecnologico-finanziaria, e queste fosche profezie ci sembra di averle già sentite mille volte. Poi è arrivata The End e siamo andati a casa. Ci sono ottime possibilità che anche i newyorkesi la pensino allo stesso modo, e non prendano nessuno dei provvedimenti che gli scienziati caldamente consigliano.

Da Crisis

L'uso politico dell'uragano


Uno sceneggiatore di Hollywood non avrebbe saputo far meglio. Ma se natura dà una mano gratis, l'occasione diventa ghotta. E l'uragano, da evento naturale, diventa catalizzatore delle tensioni di un paese in crisi.
Tutto il mondo e tutti i media sono stati inchiodati allo spettacolo che i film del genere "catastrofico" hanno fatto vedere già decine di volte: la fine del mondo ambientata a New York. A 10 anni quasi esatti dall'11 settembre, la scena si ripete, ma in sicurezza. Come lì veniva pagato il prezzo di una scarsa attenzione per le capacità di certi nemici (a lungo allevati nel proprio seno), con l'immagine di George Bush junior che riprende a leggere il suo libro per bambini dopo averne ricevuto notizia, così oggi la capacità di previsione e di risposta vengono esaltate oltremisura.
Non importa che, nella sua marcia verso il nord degli Usa l'uragano Irene sia stato declassato dal grado 4 al grado 1. Il "pericolo" serve a dimostrare che il paese è saldo, in mani esperte, che hanno a cuore la sicurezza dei cittadini.
Non è sorprendente, e non è "tipicamente americano". Ogni classe dirigente fa lo stesso, oscillando magari tra il vacuo "va tutto per il meglio" e "il nemico è alle porte". Tutto, ma che la popolazione non pensi e non dubiti.
Ciò che è invece "tipicamente americano" è il declino dell'iperpotenza. Percepibile e percepita stavolta anche dal "cittadino medio", che vede infrangersi il "sogno" del progresso continuo, della missione divina riservata all'"our country".
Dare risposte alle cause di questo declino è davero complicato. Praticamente imposibile. Il capitalismo crea e distrugge egemonie globali. E' accaduto alla piccola Olanda commerciale regina dei mari, poi all'Inghilterra della rivoluzione industriale (e regina dei mari). Ora sta accadendo agli Stati Uniti della rivoluzione informatica e della finanza creativa (e signori dei cieli). E' naturale, ma non può essere ben accetto. Scatena reazioni varie, tutte a loro modo "radicali" mentre il potere politico imperialista è costitutivamente "centrista" e mediatore al proprio interno (non certo con chi rimane fuori dal cerchio magico). Tendenziamente disgregatrici.
L'uragano è un'occasione ed è stata colta. Hollywoodianamente, esagerando con compostezza i pericoli. Il paese "si prepara", il paese è compatto, il paese ha una guida sicura, non come quel deficiente di Bush junior davanti a Katrina. Irene diventa la prova che Obama "ci sa fare" meglio. O, almeno, questa è la speranza. Non solo di un presidente in crisi di consensi, ma di un intero establishment che non riesce a trovare la strada per impedire il declino.
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ore 18. A riprova che si è trattato di un "allarme mobilitante", più politico che atmosferico, ecco qui testimonianze di "non americani" raccolte persino dalle agenzie "normali".
I turisti riconquistano Time Square. «Un giorno piovoso a Londra è peggio che quello che abbiamo visto qui» afferma un turista inglese a passeggio. Anche a Brooklyn, una delle zone evacuate, torna la normalità. Anche se alcuni alberi divelti chiudono alcune strade, i caffè riaprono. «È stata meglio del previsto» afferma una passante a caccia di uno Starbucks: quello a cui solitamente si serve è «inspiegabilmente», a suo avviso, ancora chiuso. «Temevamo il peggio ma in realtà ci è sembrata solo una forte pioggia estiva» affermano Marianna e David, turisti spagnoli in vacanza a New York, minimizzando il passaggio della tempesta tropicale Irene. «Però abbiamo fatto foto storiche. Questa mattina alle nove eravamo a Times Square: eravamo completamente soli e ora siamo venuti qui a Battery Park. Il paesaggio è incredibile, non ci dimenticheremo questa vacanza».
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Immanuel Wallerstein

Le conseguenze mondiali del declino statunitense
La radici sono naturalmente economiche, ma il paese reagisce malissimo alla perdita dell'idea di sé come «nazione eletta» in missione per conto di dio
Un decennio fa, quando io e alcuni altri parlavamo del declino statunitense, incontravamo nella migliore delle ipotesi un sorriso di sufficienza per la nostra ingenuità. Gli Stati Uniti non erano forse l'unica superpotenza impegnata nei più remoti angoli della terra, capace di averla sempre vinta? Questa era l'opinione condivisa da tutto lo spettro politico.
Oggi quella del declino, del grave declino degli Stati Uniti, è una banalità. La sostengono tutti, tranne alcuni politici statunitensi che temono di essere accusati del problema se ne discutono. Ma la verità è che oggi pressoché tutti sono convinti della realtà del declino. Quello di cui si è discusso molto meno è quali siano state e quali saranno le sue conseguenze mondiali. Il declino ovviamente ha radici economiche, ma la perdita del quasi-monopolio del potere geopolitico un tempo esercitato dagli Usa ha conseguenze politiche di notevole portata un po' ovunque.
Partiamo da un aneddoto riferito nella Business Section del The New York Times il 7 Agosto. Un consulente finanziario di Atlanta «ha premuto il pulsante antipanico» per due ricchi clienti che gli avevano chiesto di vendere tutte le loro azioni e comprare un fondo comune di investimento un po' protetto. L'agente ha sostenuto che, in 22 anni di lavoro nel campo non gli era mai capitato di ricevere una simile richiesta. «Un episodio senza precedenti». Il giornale aveva definito la cosa come l'equivalente per Wall Street dell'«opzione nucleare». Andava contro il consiglio santificato di rispettare il piano d'investimento prescelto malgrado le oscillazioni del mercato.
Standard & Poor's ha declassato il credito degli Stati Uniti da AAA ad AA+, anche questo un fatto «senza precedenti». Ma si tratta di un'azione tutto sommato blanda. L'equivalente agenzia in Cina, Dagong, aveva già declassato il credito americano nel Novembre scorso ad A+, e adesso l'ha ridotto ad A-. L'economista, Oscar Ugarteche, ha dichiarato gli Stati Uniti una «repubblica delle banane». Ha detto che gli Usa «hanno scelto la politica dello struzzo sperando in tal modo di non annichilire le speranze ». E a Lima la settimana scorsa i ministri delle finanze degli stati del Sudamerica si sono riuniti per discutere con urgenza di come isolarsi meglio dagli effetti del declino economico statunitense. Il problema è che è molto difficile per chiunque isolarsi dagli effetti del declino degli Usa. Malgrado la gravità della loro decadenza economica e politica, gli Stati Uniti restano un gigante sulla scena del mondo, e qualunque evento su quella scena ancora produce grosse onde in tutto il resto del pianeta.
Certo il maggior impatto del declino Usa si avverte, e così continuerà ad essere, negli Stati Uniti stessi. Politici e giornalisti parlano apertamente della «disfunzionalità» della situazione politica statunitense. Ma come potrebbe non essere disfunzionale? Il fatto più elementare è che i cittadini degli Usa sono sconcertati dal dato stesso del declino. Non è solo che i cittadini soffrono materialmente per quel declino, e sono spaventati all'idea di dover soffrire ancora di più in futuro. Il fatto è che hanno creduto fermamente che gli Stati Uniti fossero la «nazione eletta» scelta da Dio o dalla storia per essere il modello del mondo. E il presidente Obama continua a ripetere loro che gli Usa sono un paese «tripla-A».
Il problema per Obama e per tutti i politici è che ormai solo pochissimi ancora ci credono. Lo shock per l'orgoglio nazionale e per l'immagine di sé è formidabile, ed è anche improvviso. E il paese sta reagendo malissimo. La popolazione cerca capri espiatori e si scaglia selvaggiamente - e senza troppa intelligenza - contro le parti presunte colpevoli. L'ultima speranza sembra essere quella di dare la colpa a qualcuno, il che permetterebbe di trovare un rimedio cambiando la gente al potere.
In generale, è sulle autorità federali che si punta il dito - il presidente, il Congresso, i due maggiori partiti. È molto forte la tendenza a chiedere più armi a livello individuale e una riduzione dell'impegno militare statunitense fuori del paese. Buttare tutta la colpa su chi sta a Washington porta a una volatilità politica e a lotte intestine ancora più violente. Gli Stati Uniti oggi sono, direi, una delle entità politiche meno stabili del sistema-mondo.
Questo rende le lotte politiche interne disfunzionali e fa degli Stati Uniti un paese incapace di esercitare vero potere nel mondo. Di conseguenza si assiste a una grave caduta di fiducia nei confronti degli Usa e del loro presidente da parte dei paesi stranieri tradizionalmente alleati degli americani e della base politica del presidente in patria. I giornali sono pieni di analisi degli errori di Barack Obama. Chi può dare loro torto? Potrei facilmente elencare decine di decisioni prese da Obama che a mio parere erano erronee, codarde e qualche volta decisamente immorali. Ma mi domando: se avesse preso le decisioni tanto migliori che la sua base ritiene avrebbe dovuto prendere, avrebbe davvero fatto tanta differenza? Il declino degli Usa non è il risultato delle decisioni improvvide del suo presidente, ma delle realtà strutturali del sistema-mondo. Obama può ancora essere l'uomo più potente del mondo, ma nessun presidente degli Stati Uniti è o potrebbe essere potente come quelli di un tempo.
Siamo ormai in un'era di fluttuazioni acute, rapide e costanti - nei tassi di cambio delle valute, in quelli di occupazione, nelle alleanze geopolitiche, nelle definizioni ideologiche della situazione. La rapidità e la portata di quelle fluttuazioni produce l'impossibilità di fare previsioni sul breve periodo. E senza una certa ragionevole stabilità sulle previsioni di breve periodo (tipo tre anni), l'economia-mondo è paralizzata. Tutti dovranno essere più protezionisti e introspettivi. E il tenore di vita scenderà. Non è un bel quadro. E anche se ci sono tantissimi aspetti positivi per molti paesi proprio per via del declino Usa, non è affatto detto che - nei violenti sballottamenti della barca dell'economia mondiale - altri paesi riusciranno davvero a trarre il profitto che sperano di trarre dalla nuova situazione.
È giunta l'ora di dedicarsi ad una ben più sobria analisi sul lungo periodo, di dare giudizi morali più chiari su quello che l'analisi rivela, di una ben più efficace azione politica negli sforzi dei prossimi 20-30 anni per creare un sistema-mondo migliore di quello in cui oggi siamo tutti impantanati.
traduzione di Maria Baiocchi
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Sarah Jaffe
E l'altra Sei anni fa, Katrina: analogie e differenze tra l'uragano che sconvolse New Orleans e mise a nudo gli Usa, e quello che si sta abbattendo su New York A VOLTE RITORNANO Nel 2005 la giornalista Sarah Jaffe viveva a New Orleans. Oggi vive a New Yor
Affrontare un uragano, roba da ricchi 
In questo periodo dell'anno non riesco a evitare di pensare all'uragano Katrina. Sono passati ormai sei anni da quando gli argini crollarono ma ogni anno, quando si avvicina la fine di agosto, sento arrivare l'anniversario. E in questo momento è ancora più difficile non pensare a Katrina, mentre l'uragano Irene avanza minaccioso verso la Costa orientale, puntando dritto verso il mio nuovo appartamento di New York.
Comprare acqua, batterie e candele, fare programmi dell'ultimo minuto con gli amici prima che la metropolitana chiuda, assicurarmi di avere cibo a sufficienza per il cane e alimenti non deperibili nel caso per qualche giorno manchi la corrente mi fa tornare in mente la paura che ebbi a New Orleans, dove ho vissuto tra il 1998 e il 2002. Allora prendemmo il pericolo sottogamba: la maggior parte di noi non aveva macchine, né denaro disponibile, né posti dove andare. Katrina ha cambiato il modo di pensare di tutti noi, ex cittadini di New Orleans che dai televisori sparsi nel paese e nel mondo osservammo terrorizzati la nostra amata città sommersa dall'acqua che non aveva dove defluire. Restammo inorriditi dal nostro atteggiamento altezzoso nei confronti degli uragani.
Sono passati sei anni e ora vivo in un'altra grande città con una popolazione che non ha automobili (il 55% dei newyorchesi, contro il 27% degli abitanti di New Orleans). Anche se il tuo sindaco miliardario la dichiara obbligatoria, l'evacuazione non è facile e con lo stop completo al trasporto pubblico, New York si fermerà. Io comunque ho un cane e senza macchina non posso andarmene. Nel frattempo mi domando chi sarà ritenuto responsabile se resteranno allagati i quartieri poveri, se l'elettricità non ritornerà nel giro di pochi giorni e la gente s'infurierà. Ricordo chi fu accusato di «saccheggi» e a chi venne invece concesso il beneficio del dubbio.
John Seabrook ha scritto sul New Yorker: «Abbiamo associato la morte e le devastazioni causate da Katrina più al fallimento di una leadership politica che alla furia di un grande uragano. Dopo l'11 settembre, gli uragani sembrano meno minacciosi proprio perché è possibile prepararsi al loro arrivo. Si può studiare la loro traiettoria, misurare la loro velocità e prevedere quando toccheranno la terraferma, tutto comodamente dalla propria tana. In un'era di eventi improvvisi che cambiano il mondo in un istante, l'arrivo di un uragano sembra pomposamente vecchio, come un transatlantico che attraversa l'oceano. Ci prepariamo per l'inimmaginabile (o crediamo di farlo) e prendiamo alla leggera ciò che conosciamo. Un giorno forse impareremo, ma non questa domenica».
L'uragano Katrina è arrivato quattro anni dopo l'11 settembre e ha sottoposto gli Stati Uniti a uno shock differente dagli attentati a New York e Washington. Se l'11 settembre è sembrato colpire trasversalmente classi e razze - uccidendo assieme vigli del fuoco e dirigenti aziendali - Katrina ha certamente colpito più duramente i poveri di colore. Mentre guardavamo la tv non potevamo più negare l'evidenza: chi aveva i mezzi fuggiva dalla città mentre chi che ne era privo vi restavano intrappolato, senza che vi fosse alcun piano per salvarli. Abbiamo visto che i quartieri più colpiti erano quelli più poveri, i più vicini agli argini, mentre le famiglie ricche si sono tramandate negli anni le case nella zona alta. Questo ci ha spinto a cambiare le nostre politiche per un po'. Fino a quando è arrivata la crisi economica.
La classe d'appartenenza farà la differenza anche questa settimana a New York. Greg Palast ha scritto che anni fa lavorò a un piano di evacuazione per gli Hamptons, residenza - almeno nei weekend estivi - di «squali dei subprime, dive dei derivati, guru dei media e i loro parrucchieri, le loro mogli-trofei e i loro trofei personal trainer, dei potenti e di quelli che fanno i soldi». Quel piano anti-uragano era spesso sei volumi. New Orleans - ha aggiunto Palast - per Katrina non aveva pronto nulla di simile. «Dopo che 2000 persone erano annegate, ho trovato il "piano": nessun piano per i 27mila residenti sprovvisti di auto. Non c'è da sorprendersi: chi aveva ricevuto l'appalto non aveva alcuna competenza nelle evacuazioni anti-uragani. Al contrario il capo della Iem (Innovative Emergency Management, ndt) aveva molta esperienza nel finanziamento del Partito repubblicano». Ovviamente, migliaia di appartamenti di edilizia popolare in seguito furono demoliti e rimpiazzati da condomini di lusso.
Il sindaco Bloomberg vuole che i newyorchesi sappiano che è una cosa seria, quindi il suo staff ha spedito ai cittadini - via twitter - allarmi come questo: «Se siete nella zona A, preparatevi prima possibile all'evacuazione. Non siate noncuranti. Anche se in questo momento splende il sole, non siate sciocchi». Si presume che i newyorchesi siano rassicurati da messaggi su twitter come questo: «Non abbiamo mai fronteggiato un'evacuazione obbligatoria finora e non la faremmo ora se non pensassimo che l'uragano è pericoloso». Ma su nessun avviso di evacuazione obbligatoria apparsi sulla stampa ci sono istruzioni su come andarsene senza un mezzo di trasporto. La brochure del comune elenca cose utili, tipo cosa dovresti impacchettare, ma non come fuggire. E i prigionieri? Beh, loro sono bloccati: il carcere di Rikers Island non sarà evacuato.
Nona Willis Aronowitz sostiene: «...in un posto come New York, dove gli uragani non si verificano praticamente mai, la tua salvezza dipende dal tuo accesso alle informazioni. In North Carolina, Louisiana e Florida i cittadini tengono le orecchie ben aperte, ma come informare la gente in un posto dove l'ultimo vero uragano è arrivato nel 1938? Vivo in un palazzo modesto in un'area modesta e sono pronta a scommettere che molti dei miei vicini non hanno internet. Se quel giorno sceglieranno di non guardare il telegiornale, quando salterà la corrente se la vedranno brutta».
Questa settimana il Nordest ha già sperimentato un raro disastro. Il breve boato del terremoto in Viginia (5,8 gradi) avvertito in diversi Stati doveva ricordare ai newyorchesi che tutto può accadere, ma al contrario sembra quasi aver rafforzato la loro sensazione di invincibilità, come hanno rilevato immediatamente le barzellette sarcastiche apparse su twitter.
Sei anni dopo, a New Orleans è ancora tempo di ricostruzione. Dopo l'uragano, è diventata una città più piccola e più bianca, ma anche quartieri come il disastrato Lower Ninth Ward si stanno riprendendo, sebbene lentamente. La città ha appena annunciato l'arrivo di 45 milioni di dollari di fondi federali per riparare le strade nei distretti ancora danneggiati dagli allagamenti. I residenti si sono organizzati tra loro e hanno favorito la ricostruzione, secondo USA Today. «La solidarietà tra appartenenti a diversi gruppi economici sprigiona una forza che può fare la differenza», ha detto al giornalista Rick Jervis, Allison Plyer, della Greater New Orleans community data center. Ma alcuni quartieri sono ancora vuoti, con le assi alle finestre e i pochi residenti abbandonati senza servizi. Un programma federale per innalzare le case al di sopra delle acque delle inondazioni è stato macchiato da frodi e il crimine resta un problema in una città che aveva poche ragioni di aver fiducia nella polizia anche prima dell'uragano. L'incriminazione di quattro agenti accusati di aver sparato a due afro-americani nei giorni successivi all'uragano ha rappresentato una buona notizia ma anche una dolorosa conferma di come la gente sia stata trattata in maniera diversa nel dopo-uragano.
Harry Shearer, l'attore noto per il ruolo interpretato in Spinal tap e per la sua voce prestata ai Simpsons, ha fatto un nuovo documentario, «The big uneasy», che spiega bene quale sia il punto: Katrina non è stato un disastro naturale. Si è trattato al contrario di una tragedia verificatasi perché gli argini hanno ceduto, perché non erano stati fabbricati bene né la loro manutenzione era stata effettuata correttamente, in modo da impedire all'inondazione di raggiungere la città. E una volta che il catino che è New Orleans si è riempito, il sistema non è riuscito nemmeno a pompare fuori le acque. Discutendo del suo film, Shearer ha detto: «La gente a volte parla del crollo degli argini en passant, come se sia stato il risultato naturale di un uragano come Katrina. Sono ancora poco conosciuti i risultati delle due inchieste indipendenti che hanno rivelato che, se non fosse stato per quel sistema di protezione, progettato e costruito male, Katrina avrebbe al massimo bagnato le caviglie di New Orleans».
Irene sta mirando alla Costa orientale, non a New Orleans. Ma la stagione degli uragani non è finita e mentre ci prepariamo a ripulire le devastazioni di Irene dovremmo ricordarci che ci sono ancora dubbi sulla capacità degli argini di fronteggiare le tempeste. Dovremmo conoscere i piani delle nostre città contro i disastri e prendere nota di come e dove non funzionano. Dobbiamo ricordarci, soprattutto, che i disastri non piombano allo stesso modo sulla testa di tutti. Che la nostra sicurezza può non essere minacciata, ma quella degli altri sì.
da www.alternet.org
traduzione michelangelo cocco
da "il manifesto" del 28 agosto 2011

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