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Non più destra o sinistra, la nuova dicotomia ideologica ora è tra l'individualismo e il comunitarismo


Di Salvatore Santoru
Sempre più spesso diversi opinionisti politici parlano da del superamento della tradizionale dicotomia destra/sinistra, dicotomia che ha segnato l'intero XIX e XX secolo nel bene e nel male.
Oggi più che mai, c'è da dire che ciò che è ormai diventato obsoleto sono le stesse concezioni classiche della destra e della sinistra a cui siamo abituati, in quanto tali concezioni non risultano più adatte ad interpretare l'attuale società postmoderna e le sue strutture caratterizzanti.





Al contempo, risulta invece fortemente attuale quello che alcuni opinionisti considerano il nuovo scontro ideologico e politico del presente, che contrappone da una parte posizioni ideologiche basate sul neoindividualismo e dall'altra dal neocomunitarismo.
Difatti, da una parte si auspica la creazione di un mondo sempre più basato sui diritti e l'indipendenza dell'individuo con il suo conseguente slegarsi da tutte quelle strutture e appartenenze che possano eventualmente limitarlo, dall'altra si auspica la difesa e la ripresa di tali strutture e appartenenze.
Tale scontro risulta politicamente trasversale e in tal modo trascende la già citata dicotomia classica destra/sinistra in quanto la posizione del neoindividualismo è portata avanti dalla sinistra liberal così come da diverse aree della destra liberale/liberista, mentre posizioni neocomunitariste sono diffuse dalla destra populista e da alcune aree della sinistra "vecchio stampo".
D'altro canto, tale nuova dicotomia trascende anche il corrente dualismo progressismo/conservatorismo, in quanto alcuni filoni conservatori e/o neoconservatori abbracciano diverse istanze del neoindividualismo, mentre diversi filoni progressisti(ad es quello terzomondista)sostengono posizioni neocomunitariste e neotribalistiche rifiutando la stessa concezione occidentale e moderna del neoindividualismo.
In linea di massima, i tratti caratteristici del neoindividualismo stanno nell'accettazione della globalizzazione e del capitalismo moderno unito a una correzione etica e progressivamente egualitaria di quest'ultimo e alla propensione verso il liberalismo sociale, mentre nei neocomunitaristi si riscontra sia il rifiuto del capitalismo moderno globalizzato che quello del liberalismo e dell'individualismo moderno in quanto tale, mentre si sostengono per reazione posizioni localiste,neocolletiviste,neotribalistiche,neonazionaliste e a volte neofederaliste.

FOTO:http://theodysseyonline.com

L'uguaglianza nella differenza delle ancestrali comunità organiche




Di Murray Bookchin *

L’uguaglianza sostanziale delle comunità organiche preletterate
non era soltanto il prodotto di strutture istituzionali o di costumi
ancestrali. Faceva parte della sensibilità stessa dell’individuo, del
modo con cui percepiva le differenze, gli altri esseri umani, la vita
non umana, gli oggetti materiali, la terra e le foreste, insomma il
mondo naturale nel suo complesso.







 La natura e la società, così
nettamente separate nella nostra società, e nel nostro modo di
pensare, nelle società organiche sfumavano gradualmente l'una e
nell’altra, e venivano percepite come un continuum di interazioni
ed esperienze quotidiane.
E' inutile far notare che se l'umanità non «dominava» la natura,
nemmeno la natura «dominava» l’umanità. A1 contrario, la natura
era vista come una feconda sorgente di vita, un genitore benevolo
e provvido, non un padrone «avaro» che deve essere costretto a
cedere i mezzi di sostentamento ed i segreti che cela in sé.
E' difficile capire completamente l’uguaglianza sostanziale
esistente nelle società organiche, se non si riconosce che di quella
visione egualitaria faceva parte anche la natura. Una concezione
della natura come «avara» avrebbe invece prodotto delle
comunità «avare» a loro volta, composte di esseri umani egoisti.
Tale natura non era affatto l’entità quasi senza vita che oggi è
diventata, oggetto di ricerche di laboratorio e «materia» di
manipolazione tecnica. Era costituita di animali selvaggi che,
secondo la mentalità aborigena, erano anch’essi organizzati
secondo linee di parentela come i clan umani; era costituita di
foreste, viste come luoghi capaci di offrire protezione; di forze
cosmiche come venti, piogge torrenziali, il sole ardente, la luna
benigna. La natura permeava letteralmente la comunità non solo
in quanto ambiente provvidenziale, ma soprattutto come una linfa
parentale che teneva uniti tra loro individui e generazioni.
La reciproca lealtà di parentela in forma di vincolo di sangue (un
vincolo in cui il senso del dovere nei confronti dei propri parenti
comporta la vendetta contro chi reca loro offesa) era la fonte
organica della continuità comunitaria.
Per quanto questa fonte possa essere poi divenuta fittizia,
specialmente in tempi più recenti dove la parola «parentela» è
diventata un debole surrogato dei veri legami di sangue, non c’è
ragione di dubitare della sua rilevanza al fine di stabilire il posto di
ognuno in seno alle antiche comunità umane. Era l'affiliazione in
funzione del sangue, determinata dal fatto di avere in comune sia
gli avi sia i discendenti, che stabiliva se un individuo poteva essere
accettato come parte di un gruppo, chi poteva sposare, le sue
responsabilità verso gli altri nonché quelle degli altri nei suoi
confronti, insomma l’intero assetto di diritti e doveri reciproci dei
membri di una determinata comunità.
Era grazie alla realtà biologica di questi vincoli di sangue che la
natura penetrava nelle istituzioni fonda- mentali della società
preletterata. La continuità dei vincoli di sangue era uno strumento
atto a definire, letteralmente, l’associazione sociale e la stessa
identità individuale. Che uno appartenesse o no ad un certo
gruppo e quali dovessero essere le sue relazioni con gli altri era
determinato, almeno a livello giuridico, dalla sua situazione
genealogica.
Ma c’era anche un altro fatto biologico che definiva la posizione
delle persone in seno alla comunità: l’appartenenza al sesso
maschile o femminile. A differenza dei vincoli di parentela! che
erano destinati ad attenuarsi lentamente man mano che altre
istituzioni di tipo non biologico, come lo Stato, andavano a
sostituirsi gradualmente alla genealogia e alla paternità, la
strutturazione sessuale della società è rimasta fino ad oggi, pur
subendo modificazioni a causa dell’evoluzione sociale.
Infine, c’era un elemento biologico che interveniva a definire gli
individui in quanto membri di un gruppo, l’età. Come vedremo in
seguito, i primi esempi di condizione fondata su differenze
biologiche sono stati principalmente i gruppi d’età cui
appartenevano i diversi individui, e le cerimonie che legittimavano
la posizione di ciascuno da tale punto di vista.
La parentela stabiliva il fatto fondamentale che l’individuo
aveva una certa ascendenza in comune con i membri di una certa
comunità. Definiva i diritti e le responsabilità degli appartenenti
ad un medesimo lignaggio, diritti e responsabilità da cui derivava
chi ciascuno poteva sposare in seno ad un certo gruppo
genealogico, chi doveva essere aiutato e sostenuto di fronte alle
normali necessità dell’esistenza, a chi poteva essere richiesto
aiuto nell’eventualità di questa o quella difficoltà. Il lignaggio
definiva, nel senso letterale del termine, l’individuo e il gruppo,
così come la pelle segna il limite che separa una persona
dall’altra.
Le differenze di sesso, anch’esse biologiche all’origine,
definivano il tipo di lavoro svolto da ciascuno nella comunità e il
ruolo di ciascun genitore nell’allevamento dei figli. In genere, le
donne raccoglievano il cibo e lo preparavano; gli uomini
cacciavano e svolgevano una funzione protettiva verso la
comunità nel suo complesso. Siffatti compiti fondamentalmente
diversi hanno dato anche origine alle culture di solidarietà
femminile, nelle quali le donne costituivano delle associazioni, a
volte informali a volte strutturate, con cerimonie e divinità diverse
da quelle degli uomini, che avevano una cultura propria.
Comunque, nessuna di queste differenze di genere (e
lo stesso può dirsi di quelle genealogiche) inizialmente conferiva
posizioni di comando ad un certo gruppo sessuale né obbligava un
altro all’obbedienza. Le donne avevano il pieno controllo del
mondo domestico: la casa, il focolare di famiglia, la preparazione
dei mezzi di sostentamento più immediati, come le pelli e il cibo.
Spesso, la donna costruiva il proprio riparo, se era abbastanza
piccolo, e tendeva ad avere orti propri, man mano che la società
si evolveva verso un’economia orticola.
A loro volta, gli uomini si occupavano di quelli che potremmo
chiamare gli affari «civili», cioè l’amministrazione della «politica»
comunitaria, sia pur ancora embrionale, come le relazioni tra le
diverse bande, clan, tribù, e i casi di ostilità con altre comunità.
Come vedremo, tali affari «civili» sarebbero poi divenuti assai
complicati, in seguito ai conflitti intercomunitari provocati dagli
spostamenti di popolazione. E così che in seno alle prime comunità
hanno cominciato ad emergere associazioni di guerrieri, che
finivano per specializzarsi nella caccia ad altri uomini, oltre che
agli animali. ,
Sta di fatto, ad ogni modo, che nei primi momenti dello sviluppo
sociale la cultura maschile e quella femminile erano complementari
e contribuivano insieme alla stabilità sociale, oltre che provvedere
al sostentamento della comunità nel suo insieme. Le due culture
non erano in conflitto reciproco. Non appare credibile che una
comunità umana primigenia avrebbe potuto sopravvivere se la
cultura di uno dei due generi avesse tentato di esercitare un
qualche predominio sull’altra, men che mai se si fosse messa in
posizione antagonistica. La stabilità della comunità richiedeva il
mantenimento di un equilibrio tra elementi potenzialmente ostili,
affinché la comunità stessa potesse sopravviverè in un ambiente
particolarmente precario.
Oggi, se crediamo di poter individuare, a posteriori, un ruolo di
comando degli uomini sulle donne delle comunità preletterate in
virtù del loro monopolio degli affari «civili», è perché tali affari
hanno assunto una enorme importanza presso di noi.
Dimentichiamo che le prime comunità umane erano vere società
domestiche, organizzate soprattutto intorno al lavoro delle donne,
ed erano spesso influenzate fortemente, a livello sia reale che
immaginario, dal mondo femminile.

* Murray Bookchin-Per una società ecologica,pg 39-42

L'interessante critica generalizzata al tribalismo e ai suoi frutti da parte di Jiddu Krishnamurti



Introduzione

Di Salvatore Santoru
http://informazioneconsapevole.blogspot.it/

In questo periodo si parla molto di crisi dell'individualismo e da parecchio tempo vi è una sorta di revival neocomunitarista e più in generale neotribalista, visibile nell'ambito sociale,culturale (mode, subculture,controculture e così via) o nella rivalutazione idealistica e romanticista del passato e delle civiltà primitive o comunque pemoderne.Se non bisogna sottovalutare gli indubbi effetti positivi di questa tendenza (ricerca di identità, senso di protezione,stabilità e sicurezza, rifiuto del mero egoismo ecc) non bisogna tuttavia dimenticare gli effetti negativi tipici della mentalità tribalista e comunitarista (divisione,conflittualità,sacralizzazione del proprio clan, distruzione dell'individualità a profitto del gruppo ecc) così come quella delle ideologie figlie di tale pensiero come il nazionalismo, l'etnicismo e il collettivismo.La soluzione migliore ai problemi attuali derivati dall'individualismo potrebbe essere una sorta di "terza via" tra un sano individualismo non egoista e un sano comunitarismo non tribalista come descritto in questo articolo (http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/09/ne-egoismo-ne-collettivismo-verso.html).
Di seguito la critica generalizzata della mentalità tribalistae dei suoi frutti da parte di uno dei filosofi orientali più noti del XX secolo, una critica che va presa sicuramente in considerazione.

La divisione fra uomo e uomo

Di Jiddu Krishnamurti

Dobbiamo chiederci perché ci sono queste divisioni: il russo, l’americano, l’inglese, il francese, il tedesco, e così via. Perché esiste questa divisione fra uomo e uomo, fra una razza e l’altra, una cultura contro un’altra, e varie ideologie opposte ad altre ideologie, perché? Dove sta questa separazione? L’uomo ha diviso la terra in tua e mia; perché? Forse perché cerchiamo di trovare sicurezza e protezione in un particolare gruppo, in una credo, in una fede? Perché anche le religioni hanno diviso gli uomini, mettendoli l’uno contro l’altro: gli indù, i musulmani, i cristiani, gli ebrei, e così via. Il nazionalismo, con il suo nefasto patriottismo, è di fatto una forma glorificata e nobilitata di tribalismo. All’interno di una tribù, piccola o grande, si ha la sensazione di essere insieme, con lo stesso linguaggio, le stesse superstizioni, gli stessi sistemi politici e religiosi. In questo modo ci si sente sicuri, protetti, felici, confortati; e per questa senso di protezione siamo disposti a uccidere altri che hanno lo stesso desiderio di sentirsi sicuri e protetti, di appartenere a qualcosa. Questo terribile desiderio di identificarsi con un gruppo, con una bandiera, con un rituale religioso e così via, ci dà la sensazione di avere delle radici, di non essere dei vagabondi senza fissa dimora.

FONTE:http://www.jkrishnamurti.org/it/krishnamurti-teachings/view-daily-quote/20110408.php?t=Societ%C3%A0

Nè egoismo, nè collettivismo: per un'individualismo solidale e una società equilibrata



Di Salvatore Santoru


La società contemporanea è caratterizzata dal dominio di un'individualismo sfrenato, egoista e arrivista, dove non c'è alcuno spazio per i legami sociali e/o comunitari.

Quest'individualismo dominante, di origine angloamericana, è stato ormai esportato in tutta Europa e nel resto del mondo, causando lo sradicamento di ciò che rimaneva dei tradizionali valori solidali e comunitari.

Questo tipo di sistema è diventato totalizzante con l'avvento del sistema consumista, basato sulla creazione di un' "uomo nuovo" dedito al consumo e al denaro, completamente slegato dalle proprie radici, siano esse sociali o identitarie.


Oggi, finita l'era consumista, nella "cultura" di massa dominante viene proposta come alternativa ( in modo molto vago e fantasioso ) il ritorno al sistema tribalistico/collettivista, tipico delle società primitive.

Tale sistema com'è noto si basa sul primato della comunità ( o società ) e sulla negazione dell'individuo, il quale non può emanciparsi da essa né avere coscienza di una propria intrinseca dignità e libertà come la conosciamo al giorno d'oggi.


Insomma, si vuole passare da un'estremo a un'altro.

Sono ben pochi coloro che propongono la creazione di una " terza via " a ciò, basata sul buon senso.

Ovvero: una società basata su un'individualismo solidale, che armonizzi gli elementi propri di questi due sistemi, e in tal modo ne superi i limiti e le contraddizioni.


Difatti, come già accennato sopra, una società troppo centrata sull'individuo a scapito della comunità, causa la mancanza di stabilità e di certezze, mentre quella tribalista/collettivista si basa sull'assenza di libertà e di individuazione dei suoi componenti, la cui intrinseca diversità non viene riconosciuta.

Mentre con la creazione di una società basata sull'individualismo solidale e comunitario, verrebbero valorizzati e utilizzati entrambi gli aspetti positivi dei due sistemi per la costruzione di una società migliore, dove i diritti dell'individuo non siano da intralcio alla stabilità della comunità, o viceversa.


Naturalmente si tratterrebbe di un'altra forma di individualismo, che non abbia nulla a che vedere con quello egotista tipico dell'humus liberale/liberista, o con quello narcisista/edonista tipico di quello radical/progressista e dominante nella società post 68.

Un'individualismo non basato sulla sfrenata competizione o sul culto del proprio Ego, quindi, bensì un sano e equilibrato individualismo basato sulla valorizzazione delle proprie intrinseche qualità.

Un solidarismo non meccanico e ritualistico com'è quello tipico delle società tribali, ma sincero e vero, un comunitarismo non fondato sulla negazione dell'individuo, ma sul suo riconoscimento come parte di una comunità su cui contare.


Chiaramente questa è una tematica  molto complessa che richiede trattazioni più estese e approfondite di quelle contenute in questo articolo, che spero comunque possa servire come uno spunto per farsi una propria idea e eventualmente approfondire su ciò, per chi è interessato.

Rivalutare il concetto di Persona per la costruzione di una società migliore



Di Salvatore Santoru

Nella società contemporanea, la concezione classica di "Persona" è stata totalmente sostituita da quella di "individuo".

Ciò che conta in essa è solo l'Ego individuale, la libertà e i desideri del singolo individuo, oggi più che mai individuo-consumatore, slegato da ogni tipo di radice e identità, sia essa personale che culturale o di altro tipo.

Il sistema consumista ha rappresentato l'apoteosi di tale fatto: niente può porsi come limite ai desideri e ai capricci del singolo individuo, anche al costo che questi danneggino la comunità.

Si potrebbe parlare di una sorta di culto dell'Ego, un moderno fondamentalismo religioso basato sull'individuo, il quale in tale ottica è contrapposto ad ogni visione che tenti di interferire con tale visione assolutizzante.

Difatti, quello che abbiamo oggi non è la valorizzazione di un giusto individualismo, ma di tutto ciò che esalta e sacralizza l'Ego individuale a scapito di tutto il resto.

Si potrebbe dire che siamo di fronte a una sorta di "collettivismo Egocratico", in quanto viviamo in una società sempre più centralizzata e fondata sul dominio dell'Ego più forte.

La libertà dell'Ego è sacra, anche a scapito di quella altrui o della società nel suo insieme.

L'edonismo è la "norma dominante" e chi non si adegua a tali standard risulta schiacciato dalla dittatura del (non)pensiero unico dominante.


Non esiste una giusta concezione della libertà individuale regolata da precisi limiti ( ad es non ostacolare la libertà altrui ), ma puro nichilismo in cui teoricamente si può fare di tutto, a scapito anche dell'Altro.

Ultimamente c'è da dire che tale concezione dominante sta cadendo sempre più in disuso e molti individui stanno prendendo Consapevolezza che così non si può andare, e urge un necessario e consapevole Cambiamento a livello sociale.

Ciò a cui si deve puntare è un reale miglioramento sociale, basato sull'armonia tra interessi individuali e sociali, e non sulla mera contrapposizione come avviene oggi.

Si deve passare dal collettivismo egocratico all'individualismo armonico, dove i diritti e la libertà dell'individuo valgano quanto quelli dell'Altro, quest'ultimo concetto andato totalmente in disuso ultimamente, in quanto la società contemporanea è focalizzata solo sull'Individuo.

Si deve passare a un'individualismo consapevole, responsabile e realmente libero, che non abbia nulla a che vedere con il totalitario e dogmatico edonismo dominante ora.

Si deve rivalutare il concetto di Persona e ciò che porta con sè, come la valorizzazione dei propri aspetti individuali, così come sociali e comunitari, oggi totalmente abbandonati a sé.

C'è bisogno di un serio e consapevole cambio di paradigma, che ci porti dalla società globalizzata dell'Egocrazia a una società realmente libera e fondata sul rispetto, la conservazione e la valorizzazione delle differenze e delle capacità dei singoli individui, e in tal modo della comunità.

Per un cambio di paradigma nell'urbanistica: fare nuovamente della città un posto vivibile!



Creare un approccio diverso alla città, una progettazione alternativa che implichi un cambio di paradigma dei modelli in questo settore. Il fatto stesso di voler sostituire l'individuo al centro della città, dandogli la possibilità di vivere pienamente l'ambiente urbano, è una dichiarazione di guerra ai principi vigenti . L'individuo è condannato nel sistema attuale di isolamento della sua piccola sfera privata. Per far sì che la città diventi di nuovo una parte della vita, è necessario guidare la pianificazione di una ricerca di armonia che comprende le interazioni che si presentano all'interno di essa. Si inizia restituendo allo spazio collettivo la sua dimensione pubblica, vale a dire il suo ruolo come luogo di convivialità e di scambio per l'intera comunità. Un approccio che permette di rinnovare i legami sociali e di solidarietà. Lo spazio non sarebbe più arbitrariamente colpito da speculatori immobiliari o da scelte politiche arbitrarie. Un' urbanistica alternativa sarebbe basata sulla partecipazione attiva dei cittadini alle scelte sulle loro aree di abitazione. Come si è visto, la critica della pianificazione urbana porta ad una critica radicale della società. Solo un grande cambiamento renderà possibile reinventare la città.




Ma da dove cominciare? Negli anni '70, Michel Ragon, architetto libertario, aveva rilanciato l'idea di uno sviluppo dello spazio urbano progettato da coloro che erano destinati a viverci. Storicamente, l'architettura è stata appannaggio del principe. I principi che ci governano non fanno eccezione alla regola e, anche se diciamo di essere in democrazia, il suffragio universale non esiste per l'architettura. Si teme che gli utenti dell'architettura mostrino un gusto peggiore degli specialisti? La cosa sembra difficile quando contempliamo ciò che i nostri architetti ci hanno dato in 25 anni. Sembra impossibile che gli utenti fanno di peggio ... ".

Gli ex luoghi della vita collettiva urbana (strade, piazze, parchi) e nuovi (sportivi o spazi per il tempo libero) devono avere un ruolo unificante e di comunità. Le vecchie forme di socialità sono state abolite dalla modernità, e non possono essere artificialmente resuscitate. Pertanto, non possiamo rivivere le attività tradizionali o le feste popolari senza alcun significato per la maggioranza della popolazione.



Se si desidera consentire una riappropriazione dello spazio pubblico da parte del popolo, è anche necessario rimuovere i grandi progetti urbani ereditati dalle menti militari e totalitarie. Resta inteso che è nel groviglio che la vita è nata. Il caos apparente è lo scooter che permette di vagare ed esplorare atmosfere diverse. L'igienizzante ed eccessiva razionalizzazione degli spazi urbani non sono necessariamente sinonimi di miglioramento della qualità della vita.

Il concetto di ecologia urbana proposto da Michel de Sablet,  illumina bene il tessuto relazionale   per consentire lo sviluppo della vita urbana. Da un'osservazione accurata, porta linee di pensiero e di azioni che possono alimentare le decisioni collettive. E afferma il duplice ruolo dell'ecologia urbana:

- Rendere lo spazio pubblico urbano il luogo essenziale della socialità urbana, compensazione anziché isolamento di ciascuno in una serie di "bolle" o scatole architettoniche previste per specifici utilizzi .

- Ricerca di nuovi tipi di attrezzature e disposizioni in grado di generare comportamenti più vari e suscettibili di soddisfare le aspirazioni urbane del XXI secolo ".



Questo obiettivo sarà raggiunto da un duplice approccio nato da ciò che l'autore chiama lo "studio comportamentale applicata urbano". Si tratta di osservare il comportamento degli utenti in spazi pubblici per un po', e trarre insegnamenti abbastanza empirici per trovare nuove forme di organizzazione che generano la più grande ricchezza di possibili comportamenti. Essa conduce a studiare le tendenze, nuove aspirazioni che portano a pensare ad altri tipi di relazioni, luoghi e le operazioni tra i dispositivi e questo suggerisce la città.

Questa riappropriazione razionale del corso prevede l'inclusione di aspetti artistici e tecnici. "Una città vivibile è una città bellissima." Per lui è necessario integrare la modernità con questo approccio: "Non è ovviamente rimuovendo il computer, la televisione o l'auto per tornare a un periodo d'oro  ... che ha in realtà non è mai esistito. In alcuni casi ci può essere qualche abuso di potere al loro posto (automobile a scapito dei mezzi pubblici, in bicicletta, pedoni, ecc. Centri commerciali in scatole isolate e fuori il centro a scapito di altre forme relazionali più commerciali , ...). " Seguendo questa logica, dice che non si tratta di difendere la piccola impresa contro i terribili centri commerciali, ma per vedere in quali tipi di relazioni con lo spazio urbano o destinazioni commerciali non sono favorevoli alla vita migliore urbano.




Più in generale, dobbiamo permettere la congestione delle città. Questo semplice adattamento di decentramento nostre operazioni. Lo sviluppo delle reti di città di medie dimensioni, l'isolamento delle aree rurali e la creazione di cluster economici basati su micro-imprese sono tracce da seguire.

Si richiede anche che la volontà politica sostituirà la rappresentanza ufficiale di burocrati e tecnocrati. La crisi delle città ha evidenziato la necessità di una "nuova cittadinanza" più amichevole e viva del suo simulacro attuale, una società in frantumi. Questo gruppo di comunità fraterna e appagante è un desiderio largamente sentito. Si tratta di una responsabilità civica diretta e immediata che solo la democrazia diretta a livello locale può portare.

Traduzione di Salvatore Santoru

Fonte:http://rebellion.hautetfort.com/archive/2014/06/24/un-urbanisme-alternatif-rendre-les-villes-de-nouveau-vivable-5397362.html

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