Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta ebraismo. Mostra tutti i post

“Accordi di libertà”: il concordato di Craxi e Giovanni Paolo II


Di Verdiana Garau

Non un semplice convegno quello organizzato dalla Fondazione Craxi che si è tenuto lo scorso 18 Febbraio presso la Sala Zuccari in Palazzo Giustiniani a Roma sulla riforma dei rapporti tra lo Stato italiano, la Chiesa Cattolica e le altre confessioni religiose. Ad aprire il convegno l’intervento del Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati e i saluti della Presidente della Fondazione Craxi, Margherita Boniver. 
Nell’introduzione al convegno l’accento è stato subito posto su Bettino Craxi Presidente del Consiglio, che nel 1984 guidò e sostenne con la sua grande sensibilità e provvidenziale lungimiranza quel processo di pacificazione della società nazionale aprendo agli accordi di Villa Madama. Un atto pionieristico nella storia del nostro paese, da ascriversi come pietra miliare posta lungo il percorso della maturazione della nostra società italiana, degli individui e delle persone, nei confronti delle religioni all’interno del contesto della Repubblica italiana e dei rapporti di queste con lo Stato.  
Con gli accordi di Villa Madama del 1984, viene aperta una seconda fase di dialogo tra il nostro paese non solo con la Chiesa cattolica, ma con tutte le altre comunità religiose presenti sul territorio, come quella ebraica o la valdese. Sarà necessario risalire agli accordi dei Patti Lateranensi stipulati nel 1929 per ritrovare nella storia un simile evento.
Agli accordi di Villa Madama fanno riferimento grandi novità, dalla caduta dello stato confessionale, alle nomine dei vescovi, le nuove normative sui matrimoni civili e i provvedimenti sull’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Ma ancora più rilevante e da sottolineare, la svolta che arrivò sulla relazione tra CEI (Comunità Episcopale Italiana) e Vaticano. Ad oggi, come rilevato durante il convegno, sulle recenti parole di Gennaro Acquaviva, che fu Capo della Segretaria di Bettino Craxi,  il concordato pare quasi superato con l’arrivo di Papa Francesco e spira un vento di rinnovamento e la voglia di ritornare in modo sensibile sul punto.
Sempre continuando a citare Acquaviva, Craxi riuscì a fare ciò che la DC in quaranta anni non era ancora riuscita e come ha fatto notare Massimo Franco, mediatore del convegno, probabilmente il fatto che sia stato un esponente del partito socialista a compiere questo passo e a concludere gli accordi, resta ancora più significativo. Questo avvenimento fu ancora più rilevante se si pensa che costituì il vero punto di unione e di contatto tra PSI e PCI. A sua volta anche la Chiesa cattolica fu investita dalla necessità di rinnovarsi al cospetto di una società in via di trasformazione e il coro fu partecipato infine da tutti. 
“Le foglie secche” del concordato del ’29 andavano spazzate via e necessario era adattare i Patti Lateranensi ad una nuova società italiana. Dal 1984 al 2020 la Chiesa ha continuato a maturare profondamente e non ci sono più stati papi italiani, proprio ad accrescere il significare del senso universale della sua presenza nel globo e non soltanto in riferimento al paese italiano. 
Si ripresenta dunque oggi la necessità di comprendere più profondamente le ragioni di quegli accordi siglati a Villa Madama con Craxi, per poter procedere e giungere ad una rinnovata maturazione circa la considerazione della multipolarità religiosa, del suo ruolo in seno alla società, della sua considerazione e il suo posizionamento. Come fatto notare sempre da Massimo Franco, “ci saranno nuovi cambiamenti e nessun nuovo cambiamento potrà prescindere dagli accordi del 1984”. 
Il puntualissimo intervento di Benedetto Ippolito, autore di “Dallo Stato alla libertà religiosa”, ha offerto spunti importanti. Negli ultimi duecento anni molte sono state le tappe e le date degne di memoria sugli accordi tra Stato e Chiesa. Si chiudono i contenziosi ad esempio tra Regno d’Italia e Stato della Chiesa con la Legge delle Guarentigie che porteranno, nell’ epoca fascista subito successiva, agli importantissimi Patti Lateranensi voluti dal Duce nel 1929.
Da notare che nel caso della Legge delle Guarentigie e dei Patti Lateranensi, protagoniste furono le istituzioni. L’incontro si svolse tra stati. Sono vertici pubblici, massimali, che riguardano lo ius publicum ecclesiastico, a voler sottolineare la necessità di una formazione di un vero corpo diplomatico, una diplomazia pubblica, che si occupasse per conto della Chiesa dei rapporti istituzionali con gli stati laici. Dal 1929, questi rapporti e la presenza di questi vertici diverrà più discreta e si dovrà giungere dunque al 1984 con Bettino Craxi e gli accordi di Villa Madama perché un simile evento si ripeta. 
Il rapporto sancito con i Patti Lateranensi venne così modificato, poiché si era giunti ad uno scenario con partiti politici molto forti e il paradigma delle relazioni necessitava urgentemente di una revisione. Con gli accordi di Villa Madama, si incentrò prevalentemente l’attenzione sull’individuo e la persona e la parola “libertà” compare quasi ad ogni istanza dell’accordo. 
Fu il fior di conio per una nuova battitura dei rapporti tra istituzioni laiche e religiose. Il cittadino era da riportarsi protagonista e la novità principale dell’accordo, come già menzionato sopra, fu l’apertura di questo alle altre confessioni oltre la Chiesa cattolica. Il 1984 fu l’anno in cui Craxi e la cultura del Partito Socialista Italiano portano alla redazione del cosiddetto Vangelo Socialista, ma fu anche, non un caso, l’anno in cui Giovanni Paolo II rivoluziona la comunicazione della Chiesa nel mondo e la religione torna ad essere riconsiderata sul piano dell’impianto umano, dove il significato di cultura identitaria di un paese come l’Italia, si sovrappone e va a coincidere con le istanze delle libertà individuali sancite dalla nostra democratica costituzione. 
Un lavoro incompiuto, ma che resta a rappresentare il riconoscimento del pluralismo di un mondo che sta cambiando, dove fondamentale è salvaguardare la libertà religiosa, guardandosi innanzitutto dai fondamentalismi per difendere le istituzioni in seno alle stesse in nome della democrazia.
Nella pluralità religiosa in uno stato laico, a cui Bettino Craxi, i socialisti e tutto il paese, faceva appello ed in cui molti furono gli accordi stipulati con ogni singola comunità religiosa, la presenza islamica nel nostro paese resta ancora l’unica realtà a presentare certamente delle ruvidezze. La citazione che Ippolito ha riportato di Tommaso D’Aquino, in cui si dice che la religiosità ha a che fare con la personalità umana, dove la religione viene inserita dunque nella sfera della giustizia, è molto importante.
A proposito degli accordi con le varie confessioni che vengono riportate al centro del dibattito al fine di garantire piena libertà, viene fatto notare che ogni intesa portata a compimento è differente dall’altra, poiché necessario fu rispettare e resta necessario rispettare, tutti gli aspetti peculiari ad ogni confessione. 
Sono intese pragmatiche, in cui i sommi principi restano infine sanciti dalla nostra Costituzione italiana perché la separazione tra Stato e Chiese sia effettiva. Massimo Franco domanda: “quando si potrà applicare questo pragmatismo con le comunità islamiche?”. La domanda resta aperta. Gli accordi di Villa Madama non hanno soltanto avuto valenza storica, sono stati altresì fondamentali per la società occidentale ed europea tutta. 
L’On. Stefania Craxi cita Pietro Nenni nel suo discorso del 25 Marzo 1947, “La Repubblica che abbiamo fondato avrà un senso se sarà superato il Risorgimento”. La separazione tra potere spirituale e temporale si faceva tema di dibattito e fu Craxi certamente a dare la svolta finale quando, stipulati questi accordi, arrivò, anzi superò, la soglia liminare del possibile della vecchia Democrazia Cristiana. 
In nome della democrazia andava garantito il pluralismo religioso, con i fatti e le parole. L’On. Stefania Craxi ha portato l’attenzione anche su un dettaglio fondamentale del rapporto tra Stato e religioni, specificatamente relativo al nostro Paese italiano, ovvero che l’homo religiosus difficilmente sarà superabile dall’homo faber.
“Spesso si è creduto che la modernità e l’avanzamento tecnologico avrebbe spazzato via la religione dalla società, e non è stato così”. Al contrario è andata anche rafforzandosi. Il dialogo è il fattore su cui l’Onorevole ha sostanzialmente ribattuto, che riporta in primo piano le discrepanze e le conflittualità acuitesi soprattutto negli ultimi tempi, sugli scenari del Mediterraneo e del Medio Oriente. È stata l’Europa e il suo senso a ritrovarsi, per sancire una pacifica coesistenza delle religioni in nome della democrazia. 
Gli episodi di odio razziale, le persecuzioni e i massacri contro i cristiani che avvengono continuamente ogni giorno, il risorgere dell’antisemitismo, non hanno bisogno di strumentalizzazione politica, ma “di pace, fra popoli, fra stati, tra le religioni e nelle religioni.” È stato Davide Jona Falco a proseguire il convegno con un suo intervento che getta un nuovo amo, vitale se il dibattito vorrà essere proseguito e portare a maturazione nuove riflessioni su futuri accordi. 
Falco ha elencato in modo appropriato e accuratamente, quei punti e quelle leggi che hanno riguardato gli accordi tra lo Stato italiano e la comunità religiosa ebraica. “L’ebraismo”, ha sottolineato Falco, “non è soltanto una religione, ma un modo di vivere”. Gli accordi con la comunità ebraica che risalgono posteriori a quelli di Villa Madama e stipulati nel 1987, sono stati uno strumento altamente democratico e fondamentale. Oggi, ha fatto notare, non si ha ancora una vera legge in tema di libertà religiosa, anche perché alcune religioni non sono in grado di stipulare un accordo con lo Stato in mancanza di figure rappresentative delle comunità preposte alla cura del tema. Sicuramente, si dovrà certo procedere sulla via del sempre maggiore riconoscimento verso le differenze religiose. 
È stato poi il turno del Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, S.E. Paul Richard Gallagher, il quale ironicamente ha fatto subito cenno alla sua non italianità e posto soprattutto l’attenzione sull’importanza che costituirono i patti del 1929 e del 1984 per la Chiesa cattolica universale. Ritornare a riflettere su Craxi, ha detto Gallagher, e sul 1984, significa riflettere e parlare di radici culturali. Rinnova la sua gratitudine verso Craxi, S.E. il Segretario, sulle citate parole del Cardinale Achille Silvestrini. 
Lo spirito moderno con il quale la Chiesa dovrà e saprà affrontare questi cruciali temi, contro l’anticlericalismo risorgimentale, come il Craxi che fu un “umanista del socialismo italiano”, devono ritornare a dibattito. All’epoca, anche la Chiesa attraversava un periodo difficile, periodo che fu significativo per una presa di coscienza della trasformazione sociale in atto. 
Ricorda l’intesa sull’8×1000 e di quanto quel gesto fu simbolicamente un atto di riconoscimento nei confronti dei padri spirituali, che appunto, non andavano affamati, ma rispettati e curati: la negoziazione innanzitutto, perché ciascuno, nel modo migliore, esplichi le proprie funzioni nell’interesse di provvedere alla salvaguardia delle relazioni sociali in uno stato laico, che non ignori il fattore religioso che in Italia sarebbe impensabile, poiché sarebbe come ignorare le proprie radici e la sua storia. 
Quella di Craxi, aggiunge Gallagher, fu una “previsione profetica”, l’innesto democratico di una rilevanza estrema. Ci si continua ad interrogare se ci sia adeguata consapevolezza riguardo agli accordi del 1984 essendo questi ancora in corso e soprattutto circa le valutazioni che vengono prodotte in merito all’interventismo militare del nostro paese. Con Craxi, ha detto S.E., si dà vita ad una consapevolezza storica nell’intento di costruire, costruire insieme, per una nuova spiritualità che rivivifichi l’uomo. 
Il convegno si è concluso con l’intervento di Alessandra Trotta, moderatore della Tavola Valdese, ricordando di quanto i valdesi si siano resi protagonisti diretti, allora come oggi, per la consapevolezza e la responsabilità che arreca un simile dibattito, il quale porta a riflettere profondamente sulla peculiarità della laicità italiana, che non resta asettica e unicamente relegata a coltivarsi in privato, ma che si manifesta e che deve continuare a manifestarsi liberamente in pubblico. 
“Per noi”, ha detto Trotta, “fu una scelta coraggiosa, venendo noi da una tradizione separatista”. Il diritto comune non era un diritto neutro e la comunità conobbe travagli interiori prima di giungere ad accordi interni per potersi pronunciare in esterno e avanzare posizioni.  Scongiurando la presenza di privilegi religiosi che portano a considerare alcune religioni di serie A e altre di serie B, “Il compromesso per noi costituiva un rischio, il rischio del compromesso”. 
Trotta ha anche speso una nota sull’importanza dell’insegnamento religioso a scuola che oltre ad essere facoltativo non dovrebbe essere autoreferenziale alla religione cattolica; ha altresì sollevato un quesito sull’idea di escludere qualsiasi forma di finanziamento alle chiese. Il processo di civilizzazione che prevede accordi di libertà, ancora di più di libertà di espressione religiosa, essendo la spiritualità non scindibile da ogni procedere politico, non sarà comunque percorribile senza un’identità di fondo che non sia democratica ed universale e pronta all’occasione ad un sano riformismo. 

PAPA FRANCESCO ALLA SINAGOGA DI ROMA: EBREI E CRISTIANI, “FRATELLI E SORELLE, NELL’UNICA FAMIGLIA DI DIO”



Di Emanuela Bambara

È bastato guardare dall’alto, nelle riprese televisive, la papalina abbracciata e confusa tra i tanti kippah   i copricapi, anch’essi bianchi in questa occasione cerimoniale – indossati dai rabbini e dalle autorità della Comunità ebraica di Roma che hanno accolto Papa Francesco, oggi, domenica 17 gennaio 2016, nella Sinagoga della Capitale, per capire quell’espressione, che oggi il Santo Padre ha ripetuto ancora una volta: “Siamo fratelli”, gli ebrei sono i nostri “fratelli maggiori”, come disse Giovanni Paolo II, il primo Pontefice a varcare la soglia del Tempio maggiore romano, il 13 aprile 1986. L’abbraccio tra Papa Wojtyla e il rabbino capo Elio Toaff, autenticamente e spiritualmente fraterno, commosse tutti. Poi, esattamente sei anni fa, il 17 gennaio 2010, fu la volta di Benedetto XVI, anche lui accolto dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. Una immagine vale più di mille parole, più di mille discorsi teologici. La pace si costruisce così, con gesti semplici, con semplici azioni, di amicizia e di fraternità.
“Secondo la tradizione rabbinica, un atto ripetuto tre volte diventa consuetudine fissa”, ha esordito Di Segni nel suo discorso di accoglienza al Pontefice. E Papa Bergoglio ha risposto a propria volta che questa di oggi è stata “la prima visita da Vescovo di Roma alla Comunità ebraica di Roma”, così lasciando intendere che davvero sarà ormai una consuetudine, l’abitudine ad incontrarsi dei fratelli, di coloro che riconoscono di essere familiari di Dio.
“Dobbiamo incontrarci come fratelli e sorelle davanti al Creatore e a Lui portare la Lode”, ha detto il Papa. “Ebrei e cristiani sono fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio culturale e spirituale comune. Tutti noi apparteniamo ad un’unica famiglia di Dio, come fratelli e sorelle”. Il Santo Padre ha ricordato il “legame unico, in virtù delle radici ebraiche del Cristianesimo”. “I cristiani, per comprendere se stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche”, ha aggiunto, per poi richiamare le “sfide” comuni del nostro tempo: l’ecologia integrale e la cura del creato, i conflitti, le guerre e le violenze, che “aprono ferite profonde nell’umanità”. “la violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome e, in particolare, con le tre religioni monoteiste”, ha affermato Papa Bergoglio. “La vita è sacra come dono di Dio. Ogni essere umano, in quanto creatura di Dio è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine e appartenenza religiosa, e va guardato con benevolenza, come fa Dio”. La misericordia, infatti, è la qualità per eccellenza di Dio, per cristiani, ebrei e musulmani. Dio è il misericordioso, ci ama e ci perdona.
Anche la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello, nel suo discorso di apertura della visita del Santo Padre al Tempio maggiore romano, ha detto: “Il terrorismo non trova mai giustificazione” e “le religioni devono contribuire alla crescita morale e civile”. Quindi, ha ricordato come Papa Francesco abbia sempre dimostrato “un’amicizia con il mondo ebraico”, fin da quando era Arcivescovo di Buenos Aires, in Argentina, poi “ribadita fin dai primi atti del suo pontificato”. Quando, per esempio, all’udienza con la Comunità ebraica dell’11 ottobre 2013 disse: “Un cristiano non può essere antisemita. L’antisemitismo sia bandito dal cuore di ogni uomo e di ogni donna”. Parole, queste, che ha ripetuto anche in questa solenne occasione della sua “prima” visita ufficiale alla Sinagoga di Roma: “No ad ogni forma di antisemitismo”.
“Mi auguro che crescano vicinanza, reciproca conoscenza e stima tra le nostre comunità di fede”, ha affermato il Pontefice, che ha pure annunciato un nuovo documento magisteriale che affronta “le questioni teologiche” aperte dal documento conciliare “Nostra Aetate”, di cui si celebra il cinquantenario, e che ha posto le premesse per il fraterno dialogo tra cattolici ed ebrei, grazie al quale “da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli”.
“I cristiani celebrano con antichi riferimenti e nuovi significati l’anno speciale della misericordia”, ha ricordato Di Segni. Per gli ebrei, “il giubileo è un modello di rifondazione della società sui valori di pace e di giustizia”. Infatti, per l’apertura della Porta Santa, la formula recitata prevede la citazione del Salmo: “Aprite le porte della giustizia”. Su questi valori condivisi, di pace e di giustizia,ebrei e cristiani sono chiamati a progredire nela reciproca conoscenza, stima e collaborazione. Due sono i valori forti che questa visita comunica al mondo: che “la Chiesa non intende tornare indietro nel percorso di conciliazione” e “un messaggio di pace, di de comunità religiose differenti che s’incontrano in amicizia e fraternità”, perché “le differenze religiose non devono essere giustificazione all’odio e alla violenza”.
Tra le tante citazioni teologiche di interventi di Papa Francesco da parte del presidente delle Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei), Renzo Gattegna, una in particolare merita di essere ricordata: “La conversione che la Chiesa chiede agli idolatri non è applicabile agli ebrei”, che sono uniti in alleanza con Dio, perché, come il Papa ha ripetuto anche in questa occasione, “l’alleanza con Dio è irrevocabile”.

Papa Francesco nella sinagoga di Roma: "Siamo fratelli, no all'antisemitismo"



http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lazio/papa-francesco-alla-sinagoga-di-roma-mai-dimenticare-l-olocausto-_2154979-201602a.shtml

Papa Francesco ha raggiunto a piedi il Tempio Maggiore di Roma, sede della più antica comunità ebraica dalla Diaspora. Sulla scalinata ha incontrato il rabbino capo della Capitale, Riccardo Di Segni, abbracciandolo affettuosamente. "Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede - ha ribadito il Papa -. Tutti quanti apparteniamo ad un'unica famiglia, la famiglia di Dio, il quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo".
Il Papa ricorda la deportazione del ghetto - "Il 16 ottobre 1943, oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz. Desidero ricordarli col cuore, in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate". Così papa Francesco. "Il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro", ha aggiunto. 

"No ad ogni forma di antisemitismo" - "Il Concilio, con la Dichiarazione Nostra aetate, ha tracciato la via: sì alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; no ad ogni forma di antisemitismo, e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano", ha sottolineato papa Francesco.

"Conflitti, guerre, violenze ed ingiustizie aprono ferite profonde nell'umanità e ci chiamano a rafforzare l'impegno per la pace e la giustizia. La violenza dell'uomo sull'uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche".

Ruth Dureghello: "Giorno storico" - "L'incontro dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere umano". Così Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma. Tra i presenti, non soltanto esponenti dell'ebraismo, ma anche il commissario di Roma Tronca, il prefetto Gabrielli e il fondatore della comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi. "Oggi scriviamo ancora una volta la storia", ha aggiunto.

"Antisionismo forma moderna di antisemitismo" -
 "Questa Comunità, come tutte le comunità ebraiche nel mondo, ha un rapporto identitario con Israele. Siamo italiani, profondamente orgogliosi di esserlo e allo stesso tempo siamo parte del Popolo di Israele", ha proseguito Dureghello. "È attraverso le sue parole che riaffermo con forza che l'antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo", ha ribadito.

"Ebrei e cattolici devono combattere insieme" 
- "Mi sento di poter dire che ebrei e cattolici, a partire da Roma, debbono sforzarsi di trovare assieme soluzioni condivise per combattere i mali del nostro tempo. Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli", ha concluso.

Folla ha salutato il Papa al suo arrivo - Romani e molti turisti hanno immortalato l'ingresso del pontefice con i loro smartphone e tablet. Anche dall'interno della sinagoga c'era chi non ha voluto perdersi l'occasione di avere una foto del Papa sul suo telefonino. "E' arrivato in sordina. Con il suo stile sobrio", commenta una signora non appena lo vede da lontano. "Is the Pope? Is the Pope? Fantastic!", dice una turista americana incredula di trovarsi a pochi metri dal Pontefice.

Perché la visita di Papa Francesco in Sinagoga di Roma sarà diversa da quelle dei predecessori

Perché la visita di Papa Francesco in Sinagoga sarà diversa da quelle dei predecessori
Di Matteo Matzuzzi
Domenica 17 gennaio, alle 16, Papa Francesco entrerà nella Sinagoga di Roma, sul Lungotevere. Sarà il terzo Pontefice a farlo, dopo Giovanni Paolo II nel 1986 e Benedetto XVI nel 2010. Tuttavia, sarà una visita diversa, meno istituzionale, come aveva confermato all’inizio dell’anno il rabbino capo della Comunità di RomaRiccardo Di Segni: “Capiamo bene la richiesta di ritagliare l’evento sulla sua personalità. Bergoglio vorrà salutare direttamente il numero più alto di persone. E molti ebrei avranno piacere di stringergli la mano, sarà un’ulteriore tappa nella Storia”.
LA DIFFERENZA RISPETTO ALLE VISITE PRECEDENTI
Sempre Di Segni chiariva in che modo la visita di Francesco si differenzia rispetto a quelle dei suoi predecessori: quella di Wojtyla, trent’anni fa, “fu la rivoluzione, lo spartiacque. La seconda è stata fatta da un papa, Ratzinger, che aveva un particolare rapporto con l’ebraismo e che ha voluto sottolineare la continuità. Il suo stile era dottrinale, teologico, sapienziale, anche formale. Adesso credo che gli elementi principali siano la continuità, il particolare momento storico, ma anche il rapporto diverso, pastorale, che Francesco ha con il pubblico”.
“NON E’ UN ATTO DOVUTO E CORTESE”
Dalle colonne del Corriere della Sera, lo storico Andrea Riccardi ha osservato che “Papa Francesco non fa questa visita come un atto dovuto e cortese. Viene da Buenos Aires, dove ha una consuetudine familiare con gli ebrei, specie con il rabbino Abraham Skorka”. “Vivere insieme tra ebrei e cristiani deve diventare sempre più un fatto di popolo: è l’amicizia che Bergoglio (il Papa della Chiesa di popolo) va a rinnovare nel tempio”, ha scritto ancora Riccardi: “La visita di Francesco mostra come l’incontro a Roma tra ebrei e cattolici sia ormai un passaggio decisivo. Con Papa Bergoglio, tutto questo acquista il pathos di un’amicizia imprescindibile e diretta”.
IL CARDINALE BERGOGLIO E GLI EBREI DI BUENOS AIRES
Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio citava il rabbino Abraham Skorka, autore anche di un libro di conversazioni tenute con l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. E proprio Skorka è stato intervistato da Andrea Tornielli per Vatican Insider alla vigilia della visita del Pontefice nel Tempio ebraico. “Francesco – ha detto Skorka – ha continuato da una parte il percorso del dialogo ebraico-cattolico iniziato da Giovanni XXIII e approfondito significativamente da Giovanni Paolo II. Ma, dall’altra, ha fornito la propria impronta allo sviluppo di questo dialogo”.
L’APPELLO AD APPROFONDIRE IL DIALOGO
In particolare, “il contributo di Francesco è l’appello ad approfondire il dialogo tramite l’approfondimento esegetico e teologico, e allo stesso tempo rafforzare gli sforzi per il lavoro comune a beneficio di un mondo più giusto ed equo. Ci siamo trovati all’inizio di un percorso in questo senso, che richiede molta riflessione e molto approfondimento nell’ambito intellettuale e spirituale, e anche un compromesso di fronte ai grandi drammi che colpiscono l’umanità nel presente”.
DUE REALTA’ “ASIMMETRICHE”
Guido Vitale, direttore di Pagine Ebraiche, ha sottolineato come “la terza visita di un Pontefice alla sinagoga di Roma rappresenta certo qualcosa di molto diverso e di assai più significativo del caloroso rinnovo di una bella consuetudine. Molti segnali lasciano intendere che il ripetersi di questo evento non comporti il rischio di sbiadire nella ripetizione formale, ma al contrario segni il tempo di un lungo e difficile percorso che continua a compiersi sulla strada del dialogo”. Il dialogo, ha aggiunto Vitale, “si è svolto necessariamente fra realtà asimmetriche. E non solo per la ridotta dimensione numerica della popolazione ebraica nel mondo. La maggiore differenza fra gli interlocutori è che il mondo ebraico ha la vocazione di rappresentare una possibilità alternativa di leggere la vita e il mondo. Non un’idea contrapposta, quanto piuttosto un linguaggio, una metodologia del pensiero, un punto di osservazione del tutto differente”.
I PROBLEMI CON LO STATO D’ISRAELE
Se con la Comunità ebraica di Roma i rapporti sono cordiali, qualche problema in più riguarda le relazioni con lo Stato d’Israele, soprattutto dopo la firma e l’entrata in vigore degli Accordi con lo Stato di Palestina, riconosciuto dalla Santa Sede. Più volte il governo di Gerusalemme aveva biasimato le trattative (durate anni) tra il Vaticano e l’Anp, fino alla “delusione” espressa pubblicamente la scorsa estate.

La Merkavà, il "cocchio celeste" della Cabala



Innanzitutto il “maasè merkavà”, l’opera del cocchio celeste,  è una importante componente del realizzarsi delle profezie di Isaia, sulla via verso la pace universale,  là dove dice “forgeranno le loro spade in vomeri”. Infatti solitamente il cocchio è uno strumento di guerra, un carro di battaglia, molto temibile sul campo.
La merkavà spiegata dalla Cabalà è invece un veicolo adatto a trasportare la persona fino a degli stati di percezione mistica, a delle vere e proprie visioni di potente effetto trasformatore sulla personalità e sul carattere.








 Durante e dopo quelle esperienze, se sono vere, si diventa più sereni, pacifici, la personalità si arricchisce e si amplia. Ci si apre alla mitezza di un amore sempre più altruista, sempre più stabile, capace di estendersi oltre ogni confine precedente. La conoscenza ne esce rinnovata, non più dipendente da eccessi di razionalità, ma capace di utilizzare gli strumenti dell’intuizione e dell’immaginazione.
Cos’è questo cocchio in pratica?
E’ una serie di situazioni e circostanze, scelte, costruite e sviluppate appositamente. Centrale in tutte, è l’adesione alla Parola di D-o, è il penetrarne i recessi e i segreti nascosti. E’ il farla propria, è il sentirla in ogni cellula del proprio corpo. Senza un confronto diretto, senza lo studio approfondito e meditativo delle Sacre Scritture, non c’è viaggio mistico.
A grandi linee, esiste un cocchio “monoposto”, un viaggio che si compie da soli: meditazione, studio, preghiera, pratiche ascetiche. A ciò si può unire l’attivazione dei cosiddetti “sensi spirituali”. Nel viaggio, i piaceri sensoriali di sempre diventano anche e soprattutto fonte di godimenti dell’anima e contribuiscono alla propulsione del cocchio celeste.
Poi c’è un cocchio di coppia, “biposto”, uomo-donna. Ad esempio, l’intero Cantico dei Cantici è una descrizione di situazioni che costituiscono il cocchio di coppia. È una relazione uomo-donna capace di avvicinare entrambi al Divino. Il dialogo d’amore e di conoscenza ne diventa il motore propulsore. Il Cantico è ancora di più di ciò, e contiene istruzioni su altri tipi di cocchio, il più importante dei quali sarà quello “collettivo”, l’incomparabile innalzamento di coscienza che non una o due persone sole, ma l’umanità intera esperimenterà, al rivelarsi dell’identità messianica.
Perchè c’è bisogno di una merkavà? La vita intera è una ricerca di piaceri e di soddisfazioni, di momenti nei quali la felicità spezza la monotonia ed irrompe nell’individuo, dandogli la sensazione di avere trovato quello che cercava. Sappiamo però tutti quanto fasulli e parziali possano essere la massima parte dei piaceri ai quali normalmente si arriva. Ci vuole molto di più.
L’intera storia della Sacra Scrittura è costellata da momenti speciali, nei quali gli interpreti vengono sconvolti da rivelazioni, toccati da esperienze strane, diverse, mistiche, da straordinarie visioni. A volte non si tratta di esperienze piacevoli, ma poco importa, se riescono a scardinare il passato limitato e soffocante dell’individuo e a portarlo oltre, a mostrargli la Via verso la trasformazione, verso la Divinizzazione del suo essere.
Il cocchio celeste, la merkavà, è tutto quanto possa portarci a ricevere quelle rivelazioni, a toccare con mano diretta quei piaceri superiori, gli unici capaci di soddisfare la sete del profondo, presente in tutti coloro che davvero cercano il senso della vita, che non vogliono sprecarla in una serie di inutili ripetizioni di errori già fatti, senza nemmeno riconoscerli come tali. Tutto quanto una persona possa ottenere nel mondo: successo, denaro, stima, amore, famiglia, piaceri e divertimenti, rimane “poco”, cioè aleatorio e insoddisfacente, senza la visione di ciò che gli sta oltre, senza un suo innalzamento alle radici celesti dell’esistenza, senza l’assaggio di quanto buono sia D-o.
“assaggiate e guardate quanto buono sia il Signore” (Salmo 34, 9)
Senza un consistente anticipo della radice Divina dei beni terreni, questi rimangono infidi, evanescenti, incompleti, incapaci di soddisfare e trasformare le persone che li cercano e che li colgono.
La merkavà è l’insegnamento del come ascendere ed arrivare ad
“assaggiare e vedere la bontà di D-o”.
Ci sono diversi tipi di cocchio celeste e ci sono diversi tragitti e viaggi possibili. Qui accenneremo solo a tre cocchi principali, spiegati ed insegnati da tre grandi profeti: Isaia, Ezechiele e Zaccaria. Nel linguaggio della Cabalà, queste tre merkavà appartengono rispettivamente al mondo di Brià(Creazione), Yetzirà (Formazione) ed Assià (Azione).
Isaia è indubbiamente il più grande dei profeti, quello che riesce a dare la visione più ricca e dettagliata del futuro evento messianico. Il cocchio di Isaia è la sua incredibile esperienza mistica, descritta al capitolo 6. Vede il trono di D-o e i Serafini al di sopra, che cantano:
“Qadosh, qadosh qadosh Adonai Tzevaot”, “Santo, santo santo il Signore delle Schiere”.
Questo è il cocchio dei Serafini, angeli misteriosi, che solo Isaia menziona in tutta la Bibbia (leggi questo articolo sui Serafini). La loro essenza sta nel potersi muovere attraverso ogni piano della creazione, dal più basso al più alto, e viceversa. Metaforicamente, averli come propulsori del cocchio, è lo stato più augurabile possibile. La potenza da loro sprigionata è straordinaria. La creazione si apre non solo per mostrare tutti i suoi segreti, ma a concedersi come “sposa mistica” al coraggioso viaggiatore.
Ezechiele al cap. 1 del suo libro descrive una visione celeste che è rimasta classica in tutti gli insegnamenti sulla merkavà. Essa è centrata intorno alle Chaiot, angeli di dimensioni cosmiche, l’essenza stessa della vitalità dell’universo, ma tuttavia non così mobili come i Serafini, che sono capaci di vette e profondità ancora maggiori. Nel cocchio di Ezechiele si tiene anche conto delle fasi iniziali, che riguardano ancora i problematici stati d’animo che incontriamo nel vivere terreno (vento di tempesta, nube spessa, fuoco divorante). Chi merita di salire sul cocchio di Ezechiele arriva a contemplare i diagrammi e gli schemi archetipi che sottendono ogni realtà creata (blueprint of creation).
Zaccaria (cap. 6) parla esplicitamente di quattro cocchi che fuoriescono da due monti di rame. Ogni cocchio è trainato da cavalli di diverso colore: rossi, neri, bianchi e “berudim amutzim”. Il cocchio di Zaccaria si muove nel mondo dell’Azione, è il più vicino alla normalità del quotidiano. Si parte dal rosso, da Ghevurà, da Edom, dal mondo del confronto duro e spietato, dove non si teme il sangue, proprio o degli altri. Tutto è possibile per ottenere lo scopo. È sicuramente eccitante ed avventuroso, ma snervante e limitato. Questo tipo di “viaggio” porta inevitabilmente ai cavalli neri: il buio, un silenzio non meditativo, bensì depresso e rancoroso, il mutismo di chi, anche se gridasse, non direbbe in realtà proprio nulla. È un viaggio anche questo, nelle profondità dell’abisso. Uno dei nomi dell’abisso è Sheol, che significa “domanda ossessiva” (leggi questo articolo su Shaul, che descrive bene i primi due livelli, il rosso e il nero). Ed è proprio là, alla fine di questa fase, che si scoprono i cavalli bianchi. Essi trainano un cocchio purificato, libero da passioni e gelosie, da rivalità ed odi. È il cocchio dell’innocenza, del ritorno alla luce. Ma non è ancora il meglio, che arriva con dei misteriosi cavalli “berudim amutzim”, “chiazzati e coraggiosi”. Sono due termini di difficile traduzione. Berudim indica vari colori insieme. È quindi il cocchio della sintesi, dove tutte la fasi precedenti si riconciliano in un’unica mistura sapiente. È un riuscire a vivere nel mondo e per il mondo ma senza essere del mondo. È un andare oltre i clan, oltre le separazioni naturali o artificiali, imposte dalla ristrettezza delle consapevolezze non realizzate. Ma per riuscire in ciò bisogna essere “amutzim”, coraggiosi. Il grande coraggio non è tanto dell’andare veloce in moto o in auto, o nel rischiare le gambe su due esili sci, oppure nell’ebbrezza del gioco in borsa, o in tante altre attività e divertimenti umani. Il grande coraggio sta nel scegliere di non rimanere delle semplici “gocce sul fondo di un secchio” (Isaia 40, 15) e neppure “polvere sui piatti di una bilancia”. Basta con la vita insignificante, con la banalità, l’insipienza e la mediocrità, siano esse proletarie o borghesi! Il vero coraggio è lasciarsi indietro il passato, è l’esplorazione delle Vie dello Spirito, è la forza di cambiare davanti a se stessi e davanti agli altri, sfidando giudizi, critiche, pettegolezzi.
La merkavà è per i coraggiosi, per gli originali e i creativi, per chi vede oltre le apparenze vuote ed ingannevoli. Buon viaggio a quanti, sebbene ancora pochi, si avventureranno in esso.
Qui troverete degli appunti riguardanti corsi precedenti svolti su questo argomento.


Islam,Cristianesimo e Ebraismo: tra affinità e storica convivenza, in cerca di un dialogo costruttivo




Di Mario Scaffidi Abbate
Nel 1915, esattamente un secolo fa, la rivista Noi e il mondo offriva un quadro edificante della convivenza pacifica fra l’islam e il cristianesimo, di cui i musulmani venivano rappresentati addirittura come i migliori custodi, anzi, il titolo dell’articolo, a firma di Francesco Bianco, recitava testualmente: “La guardia della culla del Cristo non può essere affidata a mani migliori di quelle dei mussulmani”.
“I mussulmani”, scriveva il giornalista, “si son fatti essi i custodi di Terra Santa; perché - al contrario di quello che è la grossolana credenza delle folle europee - i mussulmani hanno la venerazione dei luoghi primi e delle reliquie del cristianesimo. Per essi Gesù è un Profeta, anzi il più grande Profeta, dopo Maometto; ed il suo insegnamento, le tradizioni, i ricordi della sua vita, i luoghi e le persone che l’hanno circondato in terra, sono per ogni mussulmano oggetto di venerazione. Nell’azzurra Moschea di Ornar - a Gerusalemme - sono inscritti versetti delVangelo; e la tomba della Madonna è un luogo di culto per i mussulmani. Gerusalemme stessa è una città santa dell’Islamismo e, dopo Mecca e Medina, è quella che ha il culto più devoto di ogni fedele maomettano. La Terra Santa - e Gerusalemme particolarmente - è restata nei secoli l’Arca di tutte le religioni, il Tempio di tutti i culti, l’Altare di tutti riti. E lo è stato in pace - e qui è il meraviglioso - per la vigilanza dei mussulmani. Sotto l’oppressione comune le gelosie, le diffidenze, le rabbie dei sacerdoti di culti e di riti differenti si sono mansuefatte e placate. Quei medesimi monaci ortodossi che hanno coperto di conventi il monte Athos - disertato da ogni altra popolazione - vivono a Gerusalemme religiosamente in pace. I rabbini intolleranti della Sinagoga sopportano tranquilli la convivenza coi sacerdoti cristiani, i preti armeni salmodiano nello stesso tempio con quelli copti e con quelli ortodossi; verso lo stesso luogo di adorazione si avviano pregando, senza molestarsi, il sacerdote cattolico ed il pastore protestante. E così Gerusalemme, pacificata ed oppressa dai Turchi, esala al Cielo la preghiera di tutte le religioni, nata nel cuore di uomini di tutte le razze e di tutte le civiltà”.
La cultura araba è millenaria e notevole per quel che ha prodotto nel mondo e per gli influssi che ha esercitato nel corso dei secoli sul pensiero e sulla storia dell’Occidente. L’Italia ha avuto con essa un rapporto diretto durante il dominio arabo-islamico instauratosi nel medioevo in Sicilia, dove molte città sono la testimonianza vivente di questa sorta di colonizzazione dell’Isola. In quel periodo l’incontro fra le due culture fu quanto mai proficuo. Anche il connubio fra la popolazione araba e quella ebraica fu molto produttivo per la filosofia e la cultura in generale: basti pensare ad Averroè (ricordato da Dante nel canto IV dell’Inferno fra le anime del Limbo: “Averoìs, che ‘l gran comento feo”), il cui contributo alla cultura di ogni Paese fu notevole per le traduzioni e i commenti che fece delle opere di Aristotele allora quasi dimenticate. Dai numeri ai logaritmi, dall’astronomia all’architettura, gli arabi hanno dato molto all’Occidente. Nel Medioevo gli europei trassero da quella cultura, che allora era dominante, notevoli vantaggi per gli insegnamenti dei suoi maestri. L’Islam nacque nel VII secolo d.C. dal corrompimento della religione di Abramo degenerata nel culto degli idoli diffusosi nell’Arabia centrale con l’introduzione di divinità pagane. La predicazione di Maometto fu quindi improntata al ripristino dell’antico ordine che era stato turbato. In quel pullulare di idoli (alla Mecca predominava il culto di Hubal, famoso per il suo oracolo) Maometto si adoperò per restituire ad Allah la prerogativa di primo e unico Dio, accanto al quale, dopo che Abramo e Ismaele ne avevano fatto unico oggetto di culto dedicandogli il tempio della Mecca, gli Arabi, influenzati dai popoli vicini (Caldei, Greci e Romani), avevano aggiunto altre divinità. Una forma di superstizione, dominata da un proliferare di pietre ritenute sacre (i betili), che si credeva proteggessero gli esseri umani dalla collera divina, facendo da intermediari, così come gli astri, gli aeroliti, gli alberi e le sorgenti dei fiumi, che con un loro linguaggio simbolico instauravano rapporti fra gli uomini e Allàh. Fu contro queste usanze che operò Maometto, in particolare contro il culto degli astri e delle pietre ‘sacre’, incontrando l’opposizione e il disprezzo dei politeisti per i quali la Mecca era una fonte di ricchezza che essi avrebbero perduto se avessero seguito il suo insegnamento.
Nella sua predicazione Maometto trovò un appoggio in colei che sarebbe diventata la sua prima moglie, Khadigia, una donna aristocratica molto ricca, la cui famiglia era contraria all’idolatria e portata a un ascetismo di ispirazione cristiana. Un giorno, mentre Maometto accompagnava uno dei suoi zii durante un viaggio in Siria un monaco vide su una spalla di lui una macchia che interpretò come una sorta di unzione divina, segno della profezia. Quando poi Maometto cominciò ad avere le visioni la moglie, per calmarlo, poiché egli temeva di essere preda di una possessione diabolica, consultò un cugino, Waraqa, che in base ai sintomi esposti dalla donna concluse che Maometto era un ispirato, degno di stare accanto ai grandi profeti d’Israele. Maometto stesso fece una descrizione della sua vocazione profetica che stranamente richiama quella di Geremia e di Ezechiele:
Egli (l’arcangelo Gabriele) mi si accostò mentre dormivo. Teneva in mano un feltro ricamato che avvolgeva un libro: ‘Recita!’, mi ordinò. E io: ‘Non recito!’, risposi. Allora mi schiacciò il libro sulla bocca e sulle nari così forte che stavo per soffocare. Ho creduto per un istante che si trattasse della Morte”. Quell’apparizione si ripeté ancora finché un giorno Maometto, lasciata la grotta e giunto in mezzo alla montagna, udì una voce proveniente dal cielo che per due volte gli disse: “O Muhammad! Tu sei l’apostolo di Allàh e io sono Gabriele”. Egli alzò la testa verso il cielo e vide l’angelo nell’aspetto di un uomo.
Maometto ebbe frequenti contatti con ebrei e cristiani e ne fu influenzato. Dall’inizio del VII secolo cristiani ed ebrei si accompagnavano agli Arabi nelle carovane che percorrevano le strade della Siria, della Palestina, dell’Iraq e dell’Egitto e molto probabilmente Maometto ne fece parte quando fu al servizio di Khadigia, prima di sposarla. Si spiega così il motivo per cui Maometto instaurò un monoteismo arabo basato sulla religione biblica, ma adeguato alle esigenze e alle aspirazioni degli Arabi, restii a sottomettersi sia alle numerose prescrizioni rituali degli ebrei sia alle sottili distinzioni teologiche dei cristiani. Maometto respingeva le pretese degli uni e degli altri di essere loro i detentori della vera e perfetta religione e di arrogarsi essi soli il dono della profezia. Così, mentre gli ebrei avevano chiuso l’elenco dei profeti con Zaccaria e i cristiani con Gesù, Maometto si proclamò l’ultimo portavoce di Dio e il sigillo della profezia. Il suo fu dunque il completamento di Mosè e di Gesù e un ritorno al monoteismo originario, distorto dagli errori di interpretazione e dalle aggiunte degli ebrei e dei cristiani.
Alle origini l’Islam era molto influenzato dall’ebraismo, solo nel periodo di Medina se ne distaccherà, ma non del tutto perché molte analogie con la Bibbia sono rimaste. Fra esse le clausole del patto che garantiva la protezione di Maometto, sottoscritto da dodici esponenti che ricordano i dodici apostoli: “Non affiancare a Dio altre divinità; non rubare; non commettere adulterio; non uccidere la tua prole; non calunniare…”. E’ evidente l’affinità di questo passo col Decalogo. E quando in un secondo incontro venne rinnovato il patto di protezione e anche allora furono eletti dodici preposti (cfr. Esodo, XVIII, 25-6) Maometto disse loro: “Voi rappresenterete per le vostre genti dei garanti, come lo furono gli apostoli di Gesù, figlio di Maria, e io, da parte mia, lo sono per la mia gente”.
Molte sono le cose in comune fra i musulmani e i cristiani, a cominciare dai nomi e dagli attributi divini: ‘Al-Adhim’ = ‘Il Sublime’; ‘E-loìm’ = ‘L’Onnipotente’; ‘Ar- Rahman’ = ‘Il Misericordioso’… Alcuni passi della Bibbia sono analoghi a quelli del Corano: “Non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi”, “Desidera per i tuoi fratelli quel che desideri per te”; “Ama il prossimo tuo come te stesso”, “Gli uomini si amino fra loro”; “Non suonare la tromba quando fai l’elemosina: la tua sinistra non sappia ciò che fa la destra”, “Chi fa la carità la tenga segreta sì che la sua mano sinistra non sappia quanto ha speso la destra”; “Dio non giudica dalle apparenze esteriori”, “Dio non guarda le vostre facce ma il vostro cuore”; “Perdona i tuoi fratelli”. “La più bella azione è perdonare e dimenticare”; “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, “Pregate con cuore puro e vedrete la verità come in uno specchio”… “Maometto”, ha scritto Toufic Fahd, professore emerito d’islamologia e letteratura araba all’Università di Strasburgo, “è stato uno dei maggiori riformatori dell’umanità. Attorno a un Dio unico, più trascendente del ‘Padre’ della Trinità cristiana, ma più clemente e misericordioso dello Yahweh di Mosè, egli ha saputo raccogliere le sparse schiere degli Arabi, fornendo loro un nuovo ideale e unificandoli con i legami di una nuova fraternità destinata a spandersi e ad affermarsi in tutti i continenti. L’occidente cristiano lo ha giudicato sulla base di un’etica che non era quella del suo ambiente né quella del suo tempo. Maometto non ha fatto altro che ricondurre all’ovile del Dio degli Ebrei e dei cristiani il grande gregge dei figli di Ismaele, che né il proselitismo ebraico né le missioni cristiane erano riusciti a distogliere da un’idolatria divenuta anacronistica”.
Oggi tutte le religioni hanno qualcosa di anacronistico, che era tipico della mentalità di una volta ma che non si addice a quella del nostro tempo. Così non sono più accettabili certi aspetti e comportamenti umani di Dio, quali si trovano nel Corano e nella Bibbia, ma anche in altri testi sacri. È su questi aspetti che i musulmani e i cristiani devono soffermarsi e meditare, instaurando un dialogo costruttivo e portatore di tolleranza e di pace.

TITOLO ORIGINALE:"Musulmani e Cristiani"

Israele:il governo pensa di modificare la Legge del Ritorno, aprendo le porte a chi professa l’ebraismo senza essere riconosciuto dal rabbinato ortodosso

L'arrivo di immigrati dall'ex Unione Sovietica all'aeroporto Ben Gurion (fonte Fondo Nazionale per la costruzione di Israele,  Keren-Hayesod.it)
L’arrivo di immigrati dall’ex Unione Sovietica all’aeroporto Ben Gurion (fonte Fondo Nazionale per la costruzione di Israele, Keren-Hayesod.it)
Di Giorgia Grifoni
Roma, 10 settembre 2015, Nena News – Chi è abbastanza ebreo da avere il diritto di immigrare in Israele? Fino a qualche tempo fa la risposta era semplice: secondo la Legge del ritorno, promulgata nel 1950, chi aveva almeno un nonno ebreo poteva considerarsi tale. E poteva quindi effettuare la aliyah, ovvero il ritorno alla “Terra Promessa”, diventata una norma grazie alla quale centinaia di migliaia di persone provenienti dai quattro angoli del mondo nei decenni si sono potute installare nel neonato Stato ebraico. Ora, però, che di ebrei “puri” interessati a immigrare in Israele ce ne sono sempre meno, Tel Aviv ha escogitato un metodo per non perdere la propria maggioranza di fronte a un numero sempre crescente di palestinesi: cambiare la Legge del ritorno, permettendo anche ai “gruppi che hanno legami con il popolo ebraico” di installarsi nel Paese.





Tra i gruppi in questione ci sono le “tribù perdute”, remote comunità dell’India, dell’America Latina e di altre parti del mondo che rivendicano una discendenza “ebraica”. Altri, invece, vengono chiamati “Beit Anusim”, ebrei costretti a diventare cristiani durante le inquisizioni spagnola e portoghese. Infine, ci sono i gruppi convertiti di recente dal rabbinato non ortodosso, specialmente in Africa, che reclamano un posto tra gli “eletti”: la comunità più nota è quella degli Abayudaya, cristiani dell’Uganda – ma de facto ebrei praticanti – convertiti in massa nel 2002 da una corte rabbinica inviata a Kampala dal movimento dell’Ebraismo Conservativo. Nel 2013 fece notizia la richiesta di Mugoya Shadrach Levy, 25enne ugandese della comunità Abayudaya, di poter immigrare regolarmente in Israele secondo la Legge del ritorno: la sua richiesta è ancora al vaglio delle autorità e del rabbinato.
Qualche tempo fa il ministro dell’interno Silvan Shalom aveva annunciato la sua intenzione di “intraprendere la politica più liberare che c’è in materia di immigrazione per portare le persone da ogni parte del mondo”. E a giugno erano arrivati i primi successi della nuova politica demografica israeliana targata Netanyahu: 3 mila nuovi arrivi tra i Bnei Menashe, comunità originaria del nord-est dell’India che rivendica il proprio ebraismo pur non rispettando i criteri della Legge del ritorno. La loro immigrazione era stata sostenuta da Shavei Israel, organizzazione creata nel 2004 che ora sta lavorando per il “ritorno” degli altri 7 mila membri della comunità. Il suo fondatore Micheal Freund è uno stretto collaboratore di Netanyahu già dalla fine degli anni ’90: in una lettera ha scritto che Israele deve “pensare a un modo più creativo su come affrontare la continua erosione demografica del profilo ebraico del Paese”.
L’immigrazione serve come il pane a Tel Aviv. Negli ultimi anni è stato registrato un numero sempre minore di immigrati legali provenienti dallo zoccolo duro delle comunità ebraiche dell’Occidente: Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna. Dopo gli attentati di Parigi e Copenhagen, Netanyahu si era affrettato a invitare gli ebrei dei due paesi a “tornare a casa”, un richiamo che, visti i numeri, si è rivelato inefficace. Ancora consistente rimane l’immigrazione da alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica, come Russia e soprattutto Ucraina, straziata dalla guerra civile. Secondo i dati recenti diffusi dall’Agenzia Ebraica, lo scorso anno 6.900 persone sono immigrate da Kiev e 5.900 da Mosca.
Il quotidiano israeliano Haaretz fa notare come la stragrande maggioranza di loro non sia considerata “ebrea” dal rabbinato ortodosso e debba intraprendere una conversione una volta giunta nel paese, come è la prassi per tutti gli immigrati che non rispecchiano i criteri della Legge del ritorno e che vogliono usufruire dei “servizi” – matrimoni, sepolture, ecc – gestiti non dallo Stato ma dalla comunità religiosa. E’ accaduto anche ai Bnei Menashe: quando sono immigrati a Tel Aviv, i membri del gruppo sono stati sottoposti a conversioni ortodosse, altrimenti non avrebbero potuto sposarsi né essere seppelliti. Stessa storia per i Falasha dell’Etiopia arrivati prima di loro. Agli “ebrei dell’Amazzonia”, un gruppo di circa 100 peruviani discendenti di ebrei marocchini immigrati in Sud America nel XIX secolo, è stato invece negato di immigrare nel paese per mesi: il ministero dell’Interno ha ceduto solo dopo le pressioni dell’Agenzia Ebraica, che da oltre un secolo è incaricata di reclutare nuovi cittadini per lo Stato ebraico.
Secondo gli esperti, la modifica della Legge del ritorno potrebbe portare circa 3 milioni di nuovi cittadini nello Stato ebraico. Ed è un chiaro tentativo di bilanciare una tendenza demografica che negli ultimi anni ha seriamente allarmato le autorità: stallo dell’immigrazione ebraica da oltre un decennio, tasso di nascite palestinesi in continua crescita, con il risultato che – come ha dichiarato Sergio Della Pergola, demografo dell’Università Ebraica di Gerusalemme, al portale Middle East Eye – i palestinesi sono ora la maggioranza nell’area controllata da Tel Aviv, che include sia Israele che i Territori occupati. Non è un mistero, poi, che buona parte del governo Netanyahu voglia annettere la totalità della Palestina storica, in barba a un sempre più vago “negoziato” sponsorizzato meccanicamente solo dalla comunità internazionale.
Ora le autorità israeliane puntano quindi a comunità più povere e maggiormente inclini a trasferirsi in Israele con tutti i benefici che questo comporta. Jamal Zahalka, membro palestinese della Knesset, ha accusato il governo di voler sfruttare ulteriormente una “legge razzista e antidemocratica”: “”La Legge del Ritorno – ha dichiarato a Middle East Eye – è stata creata appositamente per permettere a milioni di ebrei che non hanno collegamento con questa terra di emigrare e per evitare che milioni di profughi palestinesi e loro discendenti tornino alle loro case”.
FONTE:http://nena-news.it/israele-apre-le-porte-a-chi-professa-lebraismo/

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *