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LA 'TERZA GUERRA MONDIALE' E L'AVANZATA DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

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Di Alba Vastano

Dopo “Charlie Hebdo”, si parlò di 11 settembre europeo e Renzi diede subito la disponibilità per un intervento militare in Libia. La conferma la diede Hollande, dopo il 16 novembre dichiarando a Versailles “ La Francia è in guerra”. E come ogni guerra, evidenzia l’autore, “la prima vittima è la verità”. Come svelarla è “obiettivo complicato dal mutamento del quadro storico, a partire dal radicalismo islamico”.
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Nell’attuale disastro delle stragi terroristiche che colpiscono in modo strategicamente asimmetrico il Pianeta, mirando soprattutto ai Paesi in cui domina l’imperialismo occidentale, siamo tutti invitati a riflettere sull’aspetto fondante del fanatismo religioso, su qualsiasi versante esso esploda. L’Islam, inteso nella versione dell’integralismo islamico, è nell’occhio del ciclone, come elemento scatenante della guerra all’Occidente. Le religioni tutte, però da sempre,anche la cristiana che invita alla tolleranza e al perdono hanno fatto stragi di innocenti. La storia documenta i danni del fanatismo religioso in ogni “credo”. Liberarsi dalla dipendenza oppiacea, citata da Marx, che genera false aspettative fino ad essere la causa dominante persino di genocidi è un assunto che impegna i comunisti, ma che deve impegnare tutti i popoli.
Di questo, ma anche delle dinamiche scatenanti il fenomeno del terrorismo e la sua diffusione, ne parla Domenico Moro ricercatore, ex consulente della Commissione difesa della camera dei deputati, scrittore di saggi di politica ed economia, nel suo ultimo lavoro letterario “La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico”.Un saggio di analisi approfondita sulla geopolitica e sull’economia mondiale, scritto in riferimento agli attacchi a “Charlie Hebdo” (gennaio 2015), di Parigi e Bruxelles (marzo 2016)con un occhio attento e critico sulla questione mediorientale.
L’autore evidenzia nel testo come la diffusione dell’estremismo islamico, sia in Europa che in Medioriente,“ è legato alla disgregazione del tessuto produttivo e sociale europeo sia al processo di destabilizzazione dell’area mediorientale e nord africana portato avanti dalle potenze imperialistiche occidentali”. Usa e Francia sono nella penna attenta del saggista che spiega anche, con approfondita analisi, come la competizione tra Usa ed Europa e Russia e Cina stia evolvendo in un’ asimmetrica e frammentata terza guerra mondiale. Dietro il nemico fondamentalista, il mostro da temere che sconvolge l’esistenza dei popoli occidentali sbandierato dai governi e dai media, c’è una vittima, la più grande forse. Quella che paga di più. È la verità. Sui rapporti tra Occidente e Islam Moro, con il suo saggio, tenta di sollevare il velo dell’ipocrisia mostrando qual è la realtà dei fatti.

Le conseguenze disastrose della distruzione degli stati laici
Dopo l’attacco a “Charlie Hebdo” il terrorismo assume quella tragica consistenza colpendo la Francia più volte e poi Bruxelles, (ndr, e poi di nuovo il 14 luglio a Nizza e più volte in Germania).Una nuova fase della guerra al terrore, iniziata da Bush, si apre, dopo l’11 settembre 2001. Cita l’autore come, dopo “Charlie Hebdo”, si parlò di 11 settembre europeo e Renzi diede subito la disponibilità per un intervento militare in Libia. La conferma la diede Hollande, dopo il 16 novembre dichiarando a Versailles “La Francia è in guerra”.E come ogni guerra, evidenzia l’autore, “la prima vittima è la verità”. Come svelarla è “obiettivo complicato dal mutamento del quadro storico, a partire dal radicalismo musulmano”.

ARTICOLO VISTO ANCHE SU http://www.sinistrainrete.info/geopolitica/8020-alba-vastano-terza-guerra-mondiale-e-fondamentalismo-islamico.html

TITOLO ARTICOLO ORIGINALE:"Terza Guerra Mondiale e fondamentalismo islamico"

Il fondamentalismo islamico spiegato dall'orientalista Massimo Campanini

Intervista a cura di Andrea De Pascale
Massimo Campanini è un esperto orientalista italiano, che si interessa particolarmente all'interpretazione del Corano e al pensiero politico islamico. Insegna Pensiero islamico e Storia dei paesi islamici all'Università degli studi di Trento e in passato ha insegnato Storia e istituzioni del mondo musulmano all'Università di Urbino. Il giornalista italiano Andrea De Pascale l'ha intervistato, in esclusiva per TPI, per cercare di capire come nasce e come si è sviluppato il fondamentalismo islamico.
Cominciamo dalle origini. Quando e come nasce il fondamentalismo islamico?
Dal punto di vista storico il fondamentalismo-radicalismo nasce come un'estremizzazione delle tendenze riformiste della nahda (in arabo rinascita) e dell'islah (riforma), cioè il rinascimento politico e intellettuale del mondo arabo-islamico tra Ottocento e Novecento.
Le prime forme di fondamentalismo nacquero tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, dopo il crollo degli ideali laici e nazionalisti dell'epoca di Gamal Abdel Nasser, presidente dell’Egitto tra il 1956 e il 1970, eroe del socialismo e del nazionalismo arabo.
Il riformismo nahda-islah aveva fatto fare molti passi in avanti al mondo musulmano e negli anni della decolonizzazione presidenti come Nasser si erano ispirati alle ideologie laiche europee. Ma quando l'applicazione di queste ultime nel mondo arabo è fallita, l'Islam ha rioccupato gli spazi ideologici e identitari. 
Quand’è che il radicalismo conosce un salto di qualità?
A partire dagli anni Novanta, quando l'estremismo ispirato a Sayyed Qutb si trasforma in vari casi (ad esempio al-Qaeda) in terrorismo. Qutb è considerato il padre del moderno fondamentalismo islamico. Tra  gli anni Cinquanta e Sessanta fu l’ideologo dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamista diffusa soprattutto in Egitto e Palestina. Qutb aveva teorizzato la necessità di combattere i regimi oppressori e miscredenti. Fu impiccato nel 1966, accusato di voler compiere un colpo di stato.
I perché di questa ulteriore radicalizzazione non sono tutti facilmente spiegabili: l'Occidente ha le sue colpe col neocolonialismo e le disgraziate guerre dei Bush, l'Arabia Saudita le sue nel finanziare i movimenti più reazionari, la crisi economica e la povertà esasperano le reazioni. Motivazioni comunque più politiche che religiose. E con gli attentati degli ultimi mesi il rischio di incorrere in una islamofobia diffusa è grande.
Ci aiuti a comprendere meglio cosa sta accadendo. Cosa spinge gli estremisti islamici a compiere azioni di questo tipo?
Il radicalismo è un'estremizzazione teorica e pratica che strumentalizza concetti religiosi per fini politici, e da verificare è se questa strumentalizzazione sia cosciente oppure spontanea, per così dire "onesta".
Gli obiettivi di organizzazioni come al-Qaeda e Isis sono anti-islamici, in primo luogo perché scatenano una guerra intestina tra i musulmani, una fitna, che è esplicitamente condannata dal Corano; in secondo luogo perché fanno del messaggio liberatorio e rivoluzionario del Corano il pretesto per una violenza cieca.
L'opposizione tra amici e nemici è uno sviluppo salafita - ovvero di un movimento ultra-conservatore e favorevole alla guerra santa - all'interno dell'Islam sunnita, che il Corano non contempla. La stessa rivendicazione di al-Baghdadi di essere califfo non ha alcun fondamento nella tradizione del pensiero politico islamico.
Cosa risponde, quindi, a quelli che accusano l’Islam di possedere un Dna violento?
Cominciamo col dire che tutte le religioni, comprese quelle più ireniche come il buddhismo, hanno un nocciolo violento: per natura la religione professa di possedere la verità mentre gli altri sono in errore, è un’idea condivisa anche da buddhismo e induismo. Inoltre, i testi sacri dell'ebraismo non sono meno violenti del Corano, anzi lo sono forse ancor di più, ma le circostanze dell'applicazione storica dei princìpi sono state diverse.
Il Corano ammette certo la liceità del combattimento, ma anche il Deuteronomio - quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana - dice che, dopo aver conquistato una città, bisogna passarne a fil di spada gli abitanti: forse allora è proprio il monoteismo semitico tout court che è più violento degli altri credi.
Infine, se il Corano è responsabile dell'Isis, allora anche il Vangelo lo è dei roghi di Giordano Bruno e Francesco Pucci o dello sterminio degli indiani d'America considerati come animali, così come Also sprach Zarathustra lo è del nazismo. Ma il Corano è anche potente testo di liberazione, cosa che la Bibbia ebraica non è. Il Vangelo lo è in parte, ma con molte ambiguità. Il problema di tutti i testi sacri è la loro interpretazione, e l'interpretazione è un fatto umano, troppo umano anche ammettendo l'origine divina della rivelazione.
Secondo lei, cos’è che non sta funzionando nelle politiche adottate per la lotta al terrorismo?
Credo fondamentalmente che l’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dell’Isis sia troppo attendista e in certo senso passivo. Delegare, per esempio, ai curdi la resistenza in Siria e Iraq è strategia perdente: i curdi da soli non saranno mai in grado di sconfiggere l’Isis. L’Occidente, Stati Uniti in testa ma anche Francia e Gran Bretagna, è sempre stato pronto, anzi rapido a scatenare guerre e invasioni quando i suoi interessi erano minacciati.

Perché questa volta non lo fa? Soprattutto se è vero che l’Isis rappresenta un pericolo mortale?
I casi sono due: o l’Isis è meno pericoloso di quello che sembra e dunque non c’è fretta di combatterlo, o l’Isis, per così dire, “serve”, “ci fa comodo”. Dato che la prima ipotesi è da scartare, resta da chiedersi: cui prodest? A chi giova?
Non amo le dietrologie, per cui dico: non lo so. Ma certo l’Isis è utile ad alimentare l’islamofobia, a consolidare l’immagine dell’altro-nemico, quell’Islam dipinto come violento e aggressivo per natura che nell’immaginario occidentale ha sostituito lo spettro del comunismo.
Naturalmente, non è scelta facile organizzare una spedizione militare in Libia o in Siria, ma nel 2003 gli USA di George W. Bush ci hanno messo poche settimane a decidere di invadere e annientare l’Iraq di Saddam che, a quell’epoca, non costituiva più alcun pericolo e che dunque è stato combattuto senza motivo apparente.
Tra gli obiettivi principali del Califfato c’è sicuramente la Tunisia, unico tra i paesi arabi ad aver visto trionfare le istanze della primavera araba. Quali sono le sfide che si trova a dover affrontare oggi la giovane democrazia del Maghreb?
La destabilizzazione della Tunisia avrebbe un alto valore strategico e simbolico. Strategico perché consentirebbe di approfondire il buco nero libico, col pericolo di attrarvi e risucchiarvi l’Algeria e soprattutto l’Egitto, che a sua volta sta attraversando un periodo di grave instabilità. Simbolico perché l’Isis dimostrerebbe ai suoi simpatizzanti di essere davvero in grado di vincere.
La Tunisia sta attraversando una transizione difficile di consolidamento democratico in cerca di equilibrio tra islamisti e laici. Una spallata come quella dell’Isis, che tra le altre cose annullerà per molto tempo il turismo, rischia di interrompere questa complicata transizione con ricadute al momento imprevedibili. Quanto successo lo scorso 27 giugno nella moschea di al-Imam al-Sadiq in Kuwait, invece, ci pone di fronte all’annosa questione che lega sciiti e sunniti.

Da dove ha origine il loro conflitto?
Sunniti e sciiti si sono guardati reciprocamente in cagnesco per secoli, accusandosi gli uni gli altri di essere eretici. Altrettanto, però, per secoli sunniti e sciiti sono convissuti pacificamente all’ombra degli imperi sovranazionali: dagli ottomani ai mughal nel subcontinente indiano. I conflitti aperti sono stati sporadici e in certo senso marginali, come quando i Wahhabiti sunniti nel diciottesimo secolo hanno saccheggiato i santuari sciiti in Iraq.
Ma, ripeto, in genere per secoli la convivenza è stata pacifica. L’attuale esplodere di genocidi reciproci è il frutto ulteriore di una strumentalizzazione politica della religione. Non si può dire quando le cose cambieranno: probabilmente solo quando l’assetto della regione si sarà ristabilizzato e la religione non sarà più brandita come pretesto per giustificare la predominanza sciita in Iraq o la predominanza sunnita dell’Isis in Siria.
Con gli attentati compiuti dagli uomini del Califfato aumenta la distanza tra Isis e al-Qaeda, che invitava prima di tutto alla jihad contro gli americani e i governi locali loro alleati.

Cos’è cambiato rispetto al passato?
Il terrorismo dell’Isis è diverso da quello di al-Qaeda, in parte perché colpisce in modo più indiscriminato e crudele, facendo delle uccisioni e delle decapitazioni uno strumento di comunicazione mediatica che al-Qaeda non utilizzava.
Ma soprattutto perché sembra avere fini diversi. Da un lato, l’Isis rivendica in modo più esplicito e mirato l’idea di califfato: anche al-Qaeda certo aspirava all'instaurazione dello stato islamico ma l’Isis è più preciso nel dire che questo stato islamico è proprio il califfato, cioè il sistema politico perfetto dell’epoca dei successori del Profeta. Tutto questo ha un alto valore simbolico e potenzialmente mobilitante.
D’altro lato, mentre al-Qaeda preferiva colpire prima il nemico lontano, cioè l’Occidente, e solo poi ilnemico vicino, cioè i regimi falsamente musulmani (secondo il suo punto di vista) dei Paesi arabi, l’Isis rovescia la prospettiva: si tratta prima di consolidarsi e radicarsi in Medio Oriente - in Siria, in Libia, in Yemen e potenzialmente in quei Paesi attaccabili dal virus jihadista, come la Tunisia - e poi da questo trampolino di lancio proiettarsi verso l’Europa.
Per concludere, quale ruolo, secondo lei, dovrebbero assumere gli altri musulmani nel mondo?
I musulmani nella stragrande maggioranza non sono favorevoli al terrorismo, vogliono la pace esattamente come tutti. L’importante è credergli e smetterla - come fanno invece la stragrande parte dei mass-media - di indicarli come mentitori e parlanti con lingua biforcuta, convinti che l’Islam sia per natura violento e assassino. .
Alcuni incisi sono stati aggiunti all'intervista originale dalla redazione di TPI per contestualizzare o chiarire alcuni concetti.

7 cose che una donna non può fare in Arabia Saudita


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12732



La conquista del diritto di voto per le donne in Arabia Saudita è senza dubbio una grande vittoria per i sostenitori della parità. Tuttavia la situazione delle donne saudite è ancora lontana da quella delle donne in altri paesi.






Quali sono le cose che una donna non può ancora a fare nel Regno?
Di seguito un elenco di sette cose che le donne saudite non possono ancora fare secondo i dati di Amnesty International (AI).

Uscire da sola

Le onne saudite devono uscire sempre accompagnate da un parente maschio, sia per lo shopping o per andare dal medico.

Guidare

Ufficialmente alle donne non è proibito guidare, ma in pratica non possono perché non lo permette la massima autorità religiosa: il Consiglio degli Ulema. Dal 2011 è in corso la campagna 'Le donne al volante', ma a volte si traduce in arresti.

Vestirsi o truccarsi per mostrare la loro bellezza

La maggior parte delle donne in Arabia Saudita indossa l'abaya, un indumento che copre completamente i loro corpi. Il paese ha anche una polizia religiosa, che controlla l'abbigliamento femminile ed è molto severo. Una donna può essere multata semplicemente per aver mostrato un dito del piede.

Gareggiare in uno sport

Atlete saudite hanno partecipato per la prima volta alle Olimpiadi nel 2012 a Londra. Qui due donne del paese arabo hanno gareggiato nel judo e nell'atletica. E' stato un evento storico che non si è più ripetuto da allora.

Interagire con gli uomini

In Arabia Saudita praticamente tutti i luoghi pubblici sono separati per sesso. La maggior parte degli edifici pubblici han un ingresso per gli uomini e uno per le donne.

Provare gli abiti da acquistare

Le donne devono comprare i vestiti e provali a casa.

Utilizzare la palestra dell'hotel

Praticamente nessuno degli alberghi del paese permette l'ingresso delle donne nelle loro palestre.  

Ar-Raya al-Islamiyya:il significato e la simbologia della bandiera nera usata dall'ISIS, da Al Qaeda e da altre formazioni legate al fondamentalismo islamico

Contrariamente al luogo comune, la bandiera in campo nero con scritte bianche in arabo mostrata in numerose occasioni in relazione alla jihad, non è affatto un “marchio esclusivo” di Al Qaeda. In essa è scritto: “Non vi è altro Dio all’infuori di Allah e Muhammad è il Suo Messaggero”, ed è la frase che si trova sulla storica bandiera islamica (Ar-Raya al-Islamiyya), bianca su sfondo nero o viceversa. Ma è anche la stessa dell’Arabia Saudita, che ha aggiunto sotto l’espressione una spada e utilizzato il colore verde dell’Islam, che rappresenta la janna (il paradiso).

Si tratta dell’espressione religiosa e dottrinale più importante per tutto l’Islam, in quanto rappresenta il primo pilastro della fede musulmana, la shahada, la testimonianza di fede. È stata la prima bandiera del Califfato islamico, ed è sempre stata utilizzata nel corso della storia dell’Islam come bandiera della Umma, la comunità globale dei fedeli musulmani.

Allo stesso modo, la bandiera è l’espressione del concetto di unità all’interno dell’Islam e dunque contrasta con le ideologie nazionaliste, che nel secolo scorso, e dopo lo smembramento dell’Impero Ottomano – l’ultimo Califfato dell’Islam – hanno prodotto la nascita dei vari Paesi arabi come li conosciamo oggi.

Essendo portatrice di un messaggio che si rifà, dal punto di vista geopolitico, all’idea di Califfato, questa bandiera è stata ed è utilizzata da diversi movimenti islamici, in particolare sunniti, che si richiamano a questa ideologia: a partire da movimenti politici come Hizb-ut-Tahrir fino ad arrivare ad Al Qaeda.

Essendo quella salafita un’ideologia che non riconosce gli attuali confini tra i Paesi arabi e rimanda direttamente al primo secolo dell’Islam, l’unica bandiera che è in grado di rappresentare graficamente questa ideologia e accomunare le diverse popolazioni musulmane, è la bandiera storica del Califfato, che con il primo pilastro dell’Islam rappresenta l’unione e la comunione della Umma intesa come grande nazione musulmana.

 Simbolo escatologico dell’Islam che rappresenta l’avvento del Mahdi, in origine non riportava la professione di fede


Questa variante, usata da ISIS e al-Shabaab, sottolinea attraverso il cerchio la supremazia di Allah sul Profeta.

Isis: il reclutamento in Kosovo inizia grazie ad Ong finanziate da Arabia Saudita e Emirati

Etleboro

Di Salvatore Santoru

Il Kosovo risulta essere uno dei più grandi centri di arruolamento dell'islamismo radicale, tanto che secondo la polizia solamente nell'ultimo anno sono stati ben 300 i "foreign fighters" andati a combattere con l'ISIS in Siria e Iraq, dei quali 30 risultano essere stati uccisi in scontri a fuoco.
Inoltre, secondo quanto riportato da Dino Garzoni in un articolo per "Lettera 43", sarebbero all'incirca 50mila gli estremisti kosovari disposti a combattere per il Califfato, in un'area in la cui popolazione è per il 90% albanese di fede perlopiù musulmana, su quasi 2 milioni di abitanti.
Inoltre, secondo quanto riportato da Garzoni, molti "adepti" dell'ISIS e di altri gruppi islamisti verrebbero reclutati grazie all'intercessione di alcune organizzazioni umanitarie provenienti da diversi paesi arabi, tra cui l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Tali ONG riuscirebbero a conquistare la fiducia delle comunità fornendo aiuti alle famiglie e corsi di formazione gratuiti per i più giovani, i più "meritevoli" (più per fede che per voti ) dei quali raggiunti i 16-17 anni avranno la possibilità di concludere la propria formazione all’estero, nel paese da cui proviene l’ONG o in grossi centri islamici, come l’università de Il Cairo.
A quanto pare, allo studio della religione viene affiancato l'addestramento militare, insegnamenti di tattiche di guerriglia urbana, uso di armi ed esplosivi, e c'è anche da segnalare che alcuni predicatori inviati da queste Ong in Kosovo sarebbero gli stessi che hanno formato i militanti di Al Qaeda in Afghanistan.

Per approfondire:http://www.lettera43.it/esclusive/isis-il-reclutamento-in-kosovo-passa-dalle-ong_43675164282.htm

(Foto:miliziani kosovari dell'ISIS, http://osservatorioitaliano.org/read/125172/guerriglieri-isis-distruggono-passaporti-di-kosovo-e-albania-in-nome-del-califfato-di-iraq-e-levante)

Bangladesh:ucciso un blogger per "questioni ideologiche"

Washiqur Rahman: "Brutal zerstückelt" - Blogger in Bangladesch getötet
Di Salvatore Santoru
Nella zona industriale di Dhaka il blogger Washiqur Rahman è stato pugnalato a morte in pieno giorno per "questioni ideologiche".
Secondo la polizia il blogger di 27 anni è stato ucciso per le opinioni espresse contro il fondamentalismo islamico espresse da Rahman sul suo blog.
Due dei tre assassini erano
Il 26 febbraio,sempre a Dhaka, era stato ucciso lo scrittore e blogger statunitense di origine bangladese Avijit Roy.

Afghanistan: donna picchiata a morte dalla folla per aver "oltraggiato" il Corano, ma le accuse contro di lei si sono rivelate false

Donna uccisa in Afghanistan per aver oltraggiato il Corano

Di Salvatore Santoru

In Afghanistan una 27enne affetta da problemi psichiatrici di nome Farkhunda, è stata picchiata a morte dalla folla per aver bruciato il Corano, e secondo la polizia investigativa criminale le accuse contro di lei erano false.
Secondo il capo della polizia investigativa criminale, il generale Mohammad Zahir, Farkhunda "era completamente innocente: non c'è uno straccio di prova a sostegno delle accuse di aver oltraggiato il Corano".annunciando che 13 persone, tra cui due uomini che vendevano amuleti, sono state arrestate per la vicenda e 13 poliziotti sono stati sospesi in attesa degli sviluppi delle indagini".

Dopo il rito funebre mattutino, la bara della ragazza, accompagnata da centinaia di persone, è stata portata a spalla da un gruppo di attiviste per i diritti delle donne che ora chiedono  che sia fatta giustizia.

Terrorismo e Arabia Saudita: quello che non ci hanno detto sull’11 settembre

Di Salvatore Recupero
È già passato un mese dai tragici fatti di Parigi. Infatti, il sette gennaio scorso i fratelli Kouachi compivano un attacco al giornale satirico Charlie Hebdo. Nell’attentato sono morte dodici persone e undici sono rimaste ferite. Dopo il primo attentato, il nove gennaio un complice degli attentatori si è barricato in uno dei supermercati Kosher della catena Hypercacher a Porte de Vincennes, prendendo alcuni ostaggi e uccidendo quattro persone.
I due fratelli Kouachi (Saïd e Chérif) sono stati uccisi nel pomeriggio del nove gennaio durante l’irruzione nella tipografia presso la quale si erano barricati dopo un conflitto a fuoco nella cittadina di Dammartin-en Goele. Nello stesso giorno Amedy Coulibaly è stato ucciso, a Porte de Vincennes, nella zona est di Parigi, durante la simultanea irruzione delle forze speciali francesi all’interno del supermarket Kosher dove teneva gli otto ostaggi, quattro dei quali hanno perso la vita. Si è parlato dell’undici settembrefrancese. Il mondo si è stretto attorno alle vittime. Ma a proposito di terrorismo islamico qualcosa di molto importante avveniva negli stessi giorni dall’altra parte dell’oceano.
A Washington si teneva un’importante conferenza stampa sulla necessità di rendere pubbliche le 28 pagine della relazione d’inchiesta del Congresso americano del 2002 che rivelerebbero i finanziamenti dell’Arabia Saudita ai terroristi dell’11 settembre. Queste pagine furono secretate dal presidente George Bush. In Italia non si è parlato affatto dell’argomento. Il solo quotidiano a darne notizia è stato Italia Oggi. Il tema era ed è assai importante. Nel dicembre del 2002 venne redatto un rapporto di oltre 800 pagine. Quando però, sei mesi dopo, tale documento fu declassificato, cioè reso pubblico, si scoprì che 28 pagine mancavano. Proprio quelle che spiegavano il ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei terroristi e dell’attentato dell’11/9.
I democratici hanno fatto numerosi appelli a Bush affinchè rendesse pubbliche quelle pagine. Ma non si sono mosse con la stessa risolutezza con Obama. Oggi, infatti, è l’unico che può render pubblico il contenuto di quegli atti. Certo, c’è qualche lodevole eccezione. Ad esempio l’ex senatore democratico Bob Graham insieme a due deputati, il repubblicano Walter Jones e il democratico Stephen Lynch, e alla co-presidente dell’Associazione delle Famiglie e dei Sopravvissuti dell’11/9, la signora Terry Strada che hanno tenuto questa conferenza stampa. Alla conferenza i deputati Jones e Lynch hanno annunciato di aver presentato alla Camera una risoluzione, la H Res. 14, per richiedere al Presidente Obama di togliere il segreto alle suddette 28 pagine. Sia il testo della legge che il video della conferenza stampa sono disponibili sui siti dei due parlamentari, www.jones.gov www.lynch.gov.
Basterà riportare quanto ha detto l’ex senatore Graham: “I Sauditi sanno quello che hanno fatto. Non sono persone che non conoscono le conseguenze delle azioni del loro governo. I Sauditi sanno che noi sappiamo quello che hanno fatto. Persone del Governo americano hanno letto le 28 pagine e hanno letto anche tutti gli altri documenti che sono stati fino ad oggi secretati. E i Sauditi lo sanno.  Essi hanno continuato, e forse accresciuto, il loro sostegno allo wahabismo, una delle forme più estremiste dell’Islam, a livello mondale ed in particolare nel Medio Oriente. In secondo luogo, hanno sostenuto il fervore religioso delle organizzazioni che portavano avanti queste forme estreme di Islam con appoggi finanziari e di altro tipo. Queste comprendono moschee, madras e strutture militari. Al Qaeda era una creatura dell’Arabia Saudita e gruppi regionali come quello di Shabaab (la cellula somala di Al Qaeda) sono stati in gran parte creature dell’Arabia Saudita; e adesso l’Isis è l’ultima creatura. L’Isis è una conseguenza non una causa, è una conseguenza dell’espandersi dell’estremismo in gran parte sostenuto dall’Arabia Saudita. La conseguenza della nostra passività nei confronti dell’Arabia Saudita ha fatto anche tollerare una moltiplicazione di organizzazioni violente, estreme e fortemente dannose per la regione mediorientale e una minaccia a tutto il mondo, come abbiamo visto questa mattina a Parigi”.
Alla luce di queste parole ci si aspettava quantomeno una risposta da parte del Presidente Obama. Lui certo non è tipo da tirarsi indietro. Infatti neanche quindici giorni dopo ha lanciato il guanto di sfida alle monarchie saudite. In particolare durante i funerali del re Abd Allāh bin Abd al-Azīz Āl Saaūd, per gli amici Abdullah. Qui con sprezzo del pericolo ha definito il monarca “un uomo di pace” e anzi ha aggiunto “In patria, la sua visione era dedicata a educare la popolazione”. Certo i suoi metodi sono poco montessoriani. Di recente il blogger Raif Badawi è stato condannato a mille frustate (50 a settimana), 10 anni di carcere e 260 mila dollari di multa.
Ricostruendo gli eventi rimane un dubbio. O gli occidentali sono così ingenui da non capire chi è il vero nemico o gli attentati sono solo un piccolo effetto collaterale de l’esprit de Monsieur de Voltaire. Chi può dirlo. Intanto facciamo un bel minuto di silenzio per dimostrare la nostra vicinanza con chi è stato vittima dell’odio religioso. Almeno questo lo sappiamo fare bene.

Ecco come si finanzia l'ISIS


Di Salvatore Santoru


L'ISIS risulta essere il gruppo terroristico più ricco al mondo, con un patrimonio che è stato stimato essere sui 2 miliardi di dollari e oltre.

Come scritto da Maurizio Molinari su un articolo per la Stampa del 21 agosto, i maggiori finanziatori dell'ascesa dei terroristi risultano essere alcune delle principali monarchie del Golfo, come il Quatar e il Kuwait, e tale ipotesi, come affermato nell'articolo, è stata confermata tra gli altri dal ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller e da David Cohen, vice-segretario Usa al Tesoro con la responsabilità dell’Intelligence e la lotta al terrorismo.

Oltre a Quatar e Kuwait, un ruolo importante è giocato anche dall'Arabia Saudita, come riportato da Giovanna Faggionato per il quotidiano online Lettera 43, in un pezzo del 24 agosto.


Nell'articolo in questione, viene ricordato il sostegno dato dai sauditi alle cosiddette milizie "ribelli" in Siria, tra cui figuravano oltre la stessa ISIS anche il Fronte Al Nusra, legione siriana di Al Qaeda, sostegno che tra l'altro è stato fortemente applaudito dalle élite degli USA, che in quel periodo vedevano il governo di Assad come il nemico principale.

Inoltre, risulta che al giorno d'oggi una delle più grandi fonti di reddito per l'ISIS deriva dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.


Grazie ai proventi petroliferi, l'organizzazione terroristica si stimi guadagni ben due milioni di dollari al giorno, denaro che, come scritto da Roberto Bongiorni per il Sole24ore, viene utilizzato sopratutto per le attività militari, per la propaganda e per forgiare alleanze con le tribù locali.


Stando a un articolo di Claudio Gallo per la Stampa del 16 settembre, l'ISIS vende petrolio anche ai paesi europei, come affermato dall'ambasciatrice UE in Iraq.

Inoltre, nello stesso pezzo, viene ricordato, citando un articolo del veterano della CIA Paul Pillar su  http://nationalinterest.org/come l'ISIS sia stato armato e aiutato nella sua ascesa da diversi paesi occidentali, dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo nel nome della lotta contro il governo di Assad.
Per "paradosso" ora questi stessi paesi sono parte della cosiddetta "Coalizione contro ISIS".

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