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NIGERIA, il genocidio silenzioso dei cristiani: da gennaio più di 6000 uccisi dal terrorismo islamista

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Di Salvatore Santoru

“Quello che sta accadendo in Nigeria nello stato di Plateau e in altri stati è un genocidio puro e deve essere fermato immediatamente”.
Lo ha sostenuto l’Associazione Cristiana della Nigeria e i capi di una chiesa confessionale in un recente comunicato(1).

Come scritto su The Christian Post(2) e riportato su Imola Oggi(3), i dirigenti della chiesa hanno affermato che più di 6.000 persone (per lo più bambini, donne e anziani) sono stati mutilati e/o uccisi in incursioni notturne dai miliziani islamisti radicali di etnia Fulani.

NOTE:

(1) https://www.csw.org.uk

(2) https://www.christianpost.com

(3) https://www.imolaoggi.it

Ecco tutti i numeri del terrore: i cristiani uccisi dal terrorismo islamista

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Di Alberto Bellotto

Nell’estate di due anni fa in una piccola chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, nei pressi della città francese di Rouen, si consumava uno dei tanti episodi di violenza jihadista che hanno insanguinato l’Europa negli anni di massima espansione del Califfato. Due uomini armati fecero irruzione nel luogo di culto e dopo una breve presa di ostaggi sgozzarono padre Jacques Hamel. Quell’episodio impressionò l’opinione pubblica francese e mondiale e riaccese i riflettori sulla questione delle persecuzioni contro i cristiani. Secondo il sito The religion of peace  solo tra il 9 e il 15 giugno ci sono stati almeno 46 attacchi contro dei cristiani nel mondo. Mentre a maggio gli episodi sono stati 189 e le persone uccise 888. I numeri assumono proporzioni critiche se si considerano gli anni che vanno dal 2013 al 2017. Oltre 114mila persone uccise e 124 mila feriti.



Gli anni tra il 2013 e 2017, presi in esame in queste mappe, sono stati molto violenti. Con un picco nel 2014. Nell’anno in cui Abu Bakr al Baghdadi  si auto proclamò califfo, sono stati uccisi oltre 30mila fedeli, sia in attentati kamikaze che in singoli episodi di violenza. Preoccupante anche il numero di feriti: quell’anno 27mila persone rimasero coinvolte in attacchi a luoghi di culto o semplicemente perché cristiane. Dopo quella data, il numero delle vittime è rimasto sicuramente elevato: nel 2015 i morti furono 27mila con oltre 26 mila feriti; mentre nel 2016 la cifra si fermò a 21mila vittime. Il primo anno a registrare un calo significativo, ma non sufficiente, è stato il 2017, non a caso l’anno della caduta del Califfato. In quel periodo i cristiani trucidati sono stati 15mila mentre i feriti 14mila. In questo senso anche i primi numeri del 2018 sembrano andare in questa direzione. Gli ultimi dati (aggiornati al 20 giugno) parlano di 5.285 persone uccise (nello stesso periodo dell’anno precedente erano 7.354) e di 6.028 feriti, a fronte dei 7.778 registrati nei primi sei mesi del 2017.
Se è vero che i terribili anni dello Stato islamico sono finiti e che alcune delle comunità cristiane più colpite stanno tornando alla vita, sarebbe sbagliato guardare solo ai numeri perdendo di vista il fatto che i cristiani sono ancora bersaglio di odio e violenza. A livello geografico sicuramente l’area mediorientale è stata una di quelle nelle quali i cristiani hanno pagato il tributo di sangue più alto, ma non la sola. Anche l’Africa, soprattutto negli ultimi due anni, è diventata uno dei luoghi nei quali i fedeli sono stati presi di mira. Come nel Corno d’Africa in cui opera al-Shabaab. Quelle che un tempo venivano definite “corti islamiche”, e che per anni hanno insanguinato la Somalia e i Paesi vicini, hanno colpito molto duramente le comunità dell’area, sia con azioni militari che con attentati, soprattutto nel vicino Kenya. L’altro punto caldo è sicuramente il Nord-Est della Nigeria dove da anni si è scatenata la furia di Boko Haram. Il gruppo guidato da Abubakar Shekau, famoso per attentati nelle chiese in tutto il Paese, ha colpito anche fuori dai confini nazionali insanguinando il Camerun. mesi dPiù a nord, nella grande mezzaluna del Mena, l’area che va dal Marocco alla Siria, la violenza contro le comunità cristiane è peggiorata dopo il 2011. Le brutalità sprigionate dopo le Primavere arabe continuano a mostrare i loro effetti in tutta la regione. Sia nell’intricato caos libico, che nel martoriato Egitto. Nella terra che fu dei faraoni, la comunità dei cristiani copti è stata una di quelle colpite con maggiore violenza. Poco più di un anno fa due attentati durante la domenica delle Palme causarono decine di vittime nelle città di Tanta e Alessandria, a simboleggiare come quelle comunità fossero uno degli obiettivi prediletti dell’Isis. Ma lontano dall’Africa l’ombra dell’odio verso i cristiani si è allungata anche in Europa. Dove si sono moltiplicati gli episodi di violenza. Non si tratta tanto di attentati spettacolari (anche se l’Europa ha pagato un prezzo di sangue non indifferenze dal 2014 ad oggi), ma di singoli episodi di violenza, accoltellamenti e aggressioni che avvengono con una cadenza inquietante. L’ultima a metà giugno quando una donna ha aggredito delle persone con un coltello a La Seyne-sur-Mer al grido di “Allah Akbar”.

Nigeria, la denuncia del vescovo: “Così vogliono islamizzarci”

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Di Marco Gombacci
“C’è un piano per islamizzare la Nigeria”, è il grido di allarme del vescovo Wilfred Chikpa Anagbe della diocesi di Makurdi alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre.
“Vogliono islamizzare la parte centrale del Paese, conosciuta anche come Middle Belt nigeriana, che è abitata per la quasi totalità da cristiani. Nel recente attacco del 24 aprile sono morti due preti della mia diocesi assieme ad altri 17 fedeli ma il numero esatto delle vittime non è ancora accertato”, denuncia il vescovo.
Purtroppo non è un caso isolato. Sin dall’inizio del 2018, ben 11 parrocchie della diocesi nigeriana sono state attaccate. Nello Stato del Benue ci sono stati innumerevoli atti di violenza contro la popolazione che è per il 99% cristiana.
Il 18 gennaio è stata persino ritrovata una fossa comunecon 72 cadaveri. Non si tratta di Boko Haram, segnala il vescovo che si trovava in Vaticano per un incontro con p apa Francesco.
“Le violenze sono perpetrate da mandriani islamisti di etnia Fulani che in passato hanno avuto rapporti, anche stretti, con gruppi terroristi e che sono uniti dal loro obiettivo finale: islamizzare la parte cristiana della Nigeria!”, continua il vescovo.
“Le tribù Fulani vivono sulle montagne e non si possono permettere il lusso di armi sofisticate, per cui bisognerebbe chiedersi chi li finanzia veramente?”, domanda monsignor Anagbe, segnalando inoltre come durante gli attacchi non vi sia mai una presenza della polizia o dell’esercito del governo nigeriano, in particolar modo del governo federale.
Le violenze contro i cristiani hanno provocato forti tensioni nell’area e oltre 100mila persone vivono ora in campi rifugiati per scampare alle incursioni degli islamisti nei villaggi cristiani.

I cristiani nel mirino in Nigeria: “Così ci vogliono islamizzare”

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Di Mauro Indelicato
Un paese spaccato quasi a metà nella sua composizione religiosa: il 50% è musulmano, il 48% invece è cristiano. Un sottile equilibrio, foriero sia di importanti esempi di civile convivenza, ma anche di violenze e tensioni: il riferimento è alla Nigeria, il più popoloso paese africano dove l’esperienza di Boko Haram, gruppo jihadista legato all’ideologia estremista, segna soltanto una delle tante sofferenze in cui vivono le popolazioni residenti soprattutto nelle regioni settentrionali. Non solo grandi attentati e maxi sequestri, come quello che dal 2014 vede imprigionate centinaia di ragazze rapite da un college nel nord del paese, ma anche singoli episodi forse meno noti e meno risonanti sotto il profilo mediatico, pur tuttavia ugualmente drammatici ed indicativi della situazione in cui versa la Nigeria.

La denuncia del vescovo di Makurdi: “Vogliono islamizzare le aree cristiane”

L’ultima diocesi a subire un attacco è stata, in ordine di tempo, quella di Makurdi: l’area in questione si trova in una regione molto delicata della Nigeria, denominata “Middle belt”. Un’area di mezzo non soltanto sotto un profilo prettamente geografico, bensì anche culturale: si tratta di una barriera in cui convivono diverse minoranze linguistiche e religiose che, di fatto, divide il nord a maggioranza musulmana ed il sud a minoranza cristiana. La composizione di questa fascia geografica e culturale è dunque mista ed è qui che, inevitabilmente, rischiano di esplodere le maggiori tensioni tra le popolazioni che abitano al suo interno. Alla Middle Belt nigeriana appartiene lo Stato di Benue, a maggioranza cristiana ma abitato anche da minoranze etniche caratterizzate dall’appartenenza alla religione musulmana. La diocesi di Makurdi si trova all’interno dello Stato di Benue: è qui, come detto, che si è avuto l’ultimo attacco contro i cristiani e, in particolare, nel villaggio di Mbalom dove sono morti almeno 17 tra fedeli e sacerdoti.
A Roma per incontrare il Papa nel corso di una conferenza con gli altri vescovi nigeriani, il vescovo di Makurdi, monsignor Wilfred Chikpa Anagbe, ha rilasciato nei giorni scorsi una dura intervista al sito di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs): “Solo nella mia diocesi – racconta monsignor Anagbe – Da gennaio ad oggi ci sono stati undici attacchi. Le vittime sono numerose, abbiamo anche scoperto una fossa comune”. Ma non c’entra nulla, in questo caso, Boko Haram: il vescovo punta il dito contro i fulani, etnia di pastori che abita nella regione. “Sono stati loro ad attaccarci di recente – dichiara ancora monsignor Anagbe – Si tratta di una situazione molto delicata, arrivano nei villaggi cristiani molto ben armati”. Ed è qui che il vescovo attua una considerazione delicata ma al tempo stesso significativa ed importante: “Quando avvengono questi attacchi non ci sono mai né agenti di polizia, né militari – dichiara ancora il prelato – Senza contare che i fulani vivono perlopiù nella boscaglia e non possono permettersi armi così sofisticate. Chi li finanzia dunque?”
Una domanda che mese dopo mese viene posta da sempre più analisti: i fulani, popolo semi nomade e con poca esperienza in fatto di armi, oltre che con pochi fondi per racimolarle, riescono oramai da troppo tempo a mettere sotto scacco interi villaggi poco presidiati. Da qui la considerazione di monsignor Anagbe, secondo cui il tutto non è frutto di episodi isolati bensì di un piano prestabilito per islamizzare le regioni a maggioranza cristiana del Middle Belt. Esisterebbe dunque la possibilità che qualche attore interno od esterno alla Nigeria, stia armando i fulani per gli assalti alle chiese ed ai villaggi cristiani. Nella sua intervista ad Acs, il vescovo ha chiuso invitando i cristiani a pregare ed auspicando che le organizzazioni internazionali, in primis l’Onu, non lascino soli i fedeli nigeriani.

Chi sono i fulani

Popolo semi nomade, propenso soprattutto alla pastorizia, i fulani rappresentano una minoranza etnica nigeriana presente soprattutto nel centro del paese: essi sono tradizionalmente musulmani ed abitano in diversi Stati del Middle Belt. Di recente il loro nome è tristemente accostato ad una sigla poco nota in occidente, ma che (come sopra mostrato) costituisce motivo di apprensione e terrore tra i cristiani del Middle Belt nigeriano: Fulani Herdsmen Terrorists (FHT) è il nome del gruppo terroristico che dal 2006 in poi ha ucciso più di dodicimila persone, molte delle quali cristiane. Il motivo delle rappresaglie del gruppo non è soltanto di natura jihadista: molti dei loro rappresentanti infatti, in passato hanno dichiarato di doversi scontrare con gli agricoltori della zona perché il governo federale non garantisce ai fulani la possibilità di pascolare liberamente nei vari territori.
Pur tuttavia, la matrice religiosa sembra comunque essere ben presente tra le motivazioni dei drammatici attacchi perpetuati dal gruppo Fht: “Sono sia sociali, cioè questioni fondiarie, sia religiose le motivazioni degli attacchi – ha affermato alcuni anni fa ad Acs il vescovo di Kafanchan, mons. Bagobiri – Entrambe le cause sono presenti, ma il fattore religioso è preponderante: è una persecuzione religiosa”. Nonostante tanti appelli al governo nigeriano ed alle istituzioni internazionali, al momento non sono stati lanciati numerosi attacchi contro i terroristi fulani i quali, il più delle volte, rimangono impuniti.

È morta Asima, la giovane cristiana arsa viva in Pakistan perché non voleva convertirsi all'Islam

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(ANSA)
Asima Yaqoob, la giovane cristiana di 24 anni arsa viva in Pakistan dal fidanzato per essersi rifiutata di convertirsi all'Islam per sposarlo, è morta nell'Ospedale Mayo di Lahore, in Punjab.
Il decesso, hanno indicato fonti sanitarie, è avvenuto per la gravità delle ustioni riportate su gran parte del corpo. Il responsabile del gesto, Rizwan Juggar, ha confessato ed è stato arrestato ieri. Asima, pachistana e cristiana, era ricoverata in un ospedale di Lahore con il corpo devastato dall'80% di ustioni dopo che il promesso sposo l'aveva cosparsa di cherosene di fronte all'ennesimo rifiuto di cambiare religione in vista delle nozze.
Il padre di Asima, Jaqoob Masih, ha raccontato che il ragazzo l'ha aspettata mentre tornava dal suo lavoro di domestica e là, in una strada di Sialkot, nel Punjab, l'ha bruciata viva. Poi è scappato e quando la polizia lo ha fermato si è giustificato affermando che non voleva ucciderla ma solo spaventarla. "Stava cercando di costringere la ragazza a sposarlo - ha detto Jaqoob Masih - ma lei ha rifiutato la sua proposta perché non voleva convertirsi all'islam".
Ora, per il fidanzato violento si apriranno le porte di un tribunale speciale antiterrorismo che, sempre a Lahore, aveva condannato a morte Imran Ali, ventiquattrenne assassino di Zeinab, la bambina stuprata e uccisa tre mesi fa in Punjab.
Quello di Asima è solo l'ultimo di una serie di orrori che trasformano in incubi fidanzamenti e promesse di matrimonio. é di ieri la storia di Sana Cheema, venticinquenne di origini pachistane ma cresciuta a Brescia e naturalizzata italiana, sgozzata da padre e fratello per aver rifiutato un matrimonio combinato.
E sempre nello stato del Punjab, qualche giorno fa tre studentesse universitarie sono state sfregiate con l'acido perché una di esse - sostenuta dalle altre due - avrebbe rifiutato una proposta di matrimonio. La 'punizione' è scattata quando le tre erano ferme a una fermata dell'autobus. Tre giovani in moto hanno lanciato loro l'acido sul volto e sul corpo. Ad organizzare la spedizione, i parenti di colei che aveva osato ribellarsi.

Violenze contro i cristiani in Congo, l’Onu chiede un’inchiesta

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Di Alessandra Benignetti

“La Chiesa è l’unica voce autorevole del Paese e per questo ci troviamo in prima linea”. A parlare è padre Apollinaire Cibaka Cikongo, docente presso il seminario maggiore del Cristo Re a Malole, nel Congo infiammato dalle proteste contro il presidente Joseph Kabila.

Lo scorso 31 gennaio i militari di Kinshasa hanno soffocato nel sangue le manifestazioni organizzate dai fedeli cattolici che si erano dati appuntamento davanti alle parrocchie della capitale per chiedere il rispetto dell’Accordo di San Silvestro. Il patto, siglato nel 2016 tra governo e opposizione grazie alla mediazione della Chiesa locale, prevedeva la convocazione di nuove elezioni nel Paese entro la fine del 2017. Nel dicembre 2016, infatti, l’attuale presidente congolese, in carica dal 2001, aveva rifiutato di rassegnare le dimissioni alla scadenza del suo secondo ed ultimo mandato. Lo scorso ottobre però era arrivato l’annuncio della Commissione elettorale: “Kabila resterà al potere fino a dicembre del 2018”.
Marce pacifiche contro il governo si sono quindi moltiplicate nella capitale e in altre città del Congo, come Kananga. Ma il giorno di San Silvestro, all’arrivo nella cattedrale di Gombe, a nord di Kinshasa, del leader di opposizione Felix Tshisekedi, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in chiesa lanciando gas lacrimogeni e sparando contro i fedeli. In tutto 120 persone sono state arrestate negli scontri avvenuti in tutto il Paese. Tra loro anche dodici chierichetti che stavano partecipando ad una delle  manifestazioni. Il bilancio è stato di almeno otto morti e decine di feriti. Tra loro anche molti sacerdoti, come padre Nkongolo, frate domenicano con il volto ancora tumefatto dalle percosse. “I parrocchiani assistevano alla Santa Messa, quando i soldati hanno aperto il fuoco”, racconta padre Apollinaire Cibaka Cikongo, ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione pontificia che sostiene i cristiani perseguitati nel mondo.
La situazione nel Paese, messo in ginocchio da un’epidemia di colera e dal maltempo che nei giorni scorsi ha devastato Kinshasa, resta tesa. Martedì dieci membri del movimento di opposizione Lotta per il Cambiamento (Lucha) sono stati condannati a tre anni di carcere con l’accusa di “disobbedienza all’autorità pubblica” per aver partecipato alle manifestazioni anti-governative. “I media sono tutti schierati con il governo e l’opposizione è debole e frammentata in oltre 600 diversi partiti politici”, spiega padre Cikongo. Per questo, secondo il sacerdote, non sarà facile ottenere le dimissioni di Kabila. Il presidente, inoltre, “gode dell’appoggio di Paesi occidentali e superpotenze quali India e Cina, che lo proteggono in cambio del controllo delle risorse minerali congolesi”. “Fin quando questi attori non faranno nulla, non ci sarà modo di uscire dall’attuale crisi”, afferma convinto il religioso. “Tutti sanno esattamente quanto sta accadendo, ma dal momento che le nostre sofferenze significano il guadagno di altri, il mondo intero preferisce rifugiarsi in un silenzio complice”, accusa invocando un intervento della comunità internazionale.

Cristiani: 215 mln perseguitati per fede


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http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/cristiani-215-mln-perseguitati-fede-00001/

(ANSA)

"Cresce la persecuzione anti-cristiana nel mondo in termini assoluti, oggi sono oltre 215 milioni i cristiani perseguitati". È il dato che l'associazione internazionale 'Porte aperte' evidenzia nel rapporto annuale, il World Watch List 2018 (dati del periodo tra il 1° novembre 2016 e il 31 ottobre 2017). È la lista dei 50 Paesi - riporta il Sir - dove i cristiani sono più perseguitati. Al top della classifica dei Paesi in cui i cristiani hanno le maggiori difficoltà ci sono Corea del Nord e Afghanistan. Nelle "top ten" anche Somalia, Sudan, Pakistan, Eritrea, Libia, Iraq, Yemen e Iran. È in Pakistan che la persecuzione ha i connotati più violenti in assoluto. I Paesi europei nella lista sono la Turchia, al 31° posto, e l'Azerbaigian, al 45°. "L'oppressione islamica continua a essere la fonte principale di persecuzione dei cristiani": è quanto sottolinea ancora il Rapporto 2018 che conta 3.066 cristiani uccisi a causa della loro fede e 15.540 gli edifici di cristiani attaccati (chiese, case private e negozi).

Non c’è pace per i cristiani in Iraq: tutti i rischi del dopo Stato islamico

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Di Andrea Muratore
La comunità cristiana irachena è una delle più antiche e ricche di storia al mondo: dalla conversione di numerosi membri del popolo assiro pochi decenni dopo la morte di Cristo ad oggi, la cristianità sul territorio dell’attuale Iraq si è differenziata in un’eterogenea serie di riti e Chiese, di cui sette seguaci del rito siriaco e due del rito armeno.
Nel corso degli ultimi decenni le Chiese irachene, tra le quali si è segnalata per preponderanza numerica e attivismo la Chiesa cattolica caldea guidata attualmente dall’energico Patriarca Louis Raphael Sako, sono rimaste coinvolte dalla destabilizzazione continua e incontrollabile del Medio Oriente e dalla destrutturazione dell’entità statale creata dalla spogliazione coloniale dell’Impero Ottomano e definitivamente destabilizzata dopo l’invasione statunitense del 2003. Alla vigilia della caduta di Saddam Hussein, le comunità cristiani rappresentavano, forti di 1.500.000 adepti, il 6% della popolazione irachena; allo stato attuale delle cose, si stima che il loro numero, ridotto a meno di un terzo, ammonti a 450.000 persone. Un crollo netto si è verificato nel corso di quattordici lunghi anni segnati dalla progressiva frammentazione etno-religiosa del Paese, che ha visto le comunità cristiane, un tempo garanti dell’eterogeneità culturale grazie al loro ruolo “terzo” rispetto a sunniti e sciiti, vittima di odiosi fenomeni d’intolleranza e perseguitate al pari di numerose minoranze come gli yazidi in una spirale di violenza e caos che ha conosciuto il suo apice con l’ascesa del sedicente Stato Islamico.
Un’importante protezione per i cristiani d’Iraq non costretti ad emigrare al di fuori del Paese nel corso delle prime, vittoriose offensive dell’Isis è stata rappresentata dai peshmerga curdi e, in generale, dall’entità regionale para-statale di Erbil: il Kurdistan di Masoud Barzani ha infatti accolto circa 200.000 cristiani tra il 2012 e il 2016. Difesi dalle armi curde dalle pressioni del sedicente Stato Islamico, in ogni caso, i cristiani rifugiatisi nelle aree controllate da Erbil non hanno trovato una situazione completamente rosea, dato che a più riprese il Kurdistan Democratic Party egemone nella regione è stato accusato di condurre politiche di discriminazione e assimilazione forzata nei confronti dell’etnia assira, a cui la maggioranza dei cristiani iracheni appartiene. Nel contesto della destabilizzazione dell’Iraq sono ritornate in auge antiche tensioni etniche che parevano sopite da decenni: come sottolineato dallo storico assiro-iraniano Eden Naby, infatti, i curdi furono da considerare tra i principali responsabili, diretti o indiretti, delle gravi persecuzioni contro gli Assiri orchestrate dal governo dell’Impero Ottomano nel corso della prima guerra mondiale, in parallelo alle più note operazioni di pulizia etnica anti-armene.
Mentre nelle ultime settimane lo smantellamento dell’entità statale costruita dall’Isis è giunta praticamente a compimento, sono emerse numerose questioni riguardanti il futuro della comunità cristiana irachena. Fulvio Scaglione, in un articolo di spessore pubblicato su Avvenire ha analizzato nel dettaglio la questione, sottolineando come, dopo la fine dell’Isis, paradossalmente, la situazione per i cristiani iracheni potrebbe addirittura peggiorare: “tra tanti vasi di ferro che si scontrano, il vaso di coccio dei cristiani, nel frattempo scesi ancora di numero, può finire davvero in frantumi”, ha avvertito Scaglione alla luce dei recenti avvenimenti iracheni e degli scontri tra il governo centrale di Baghdad e i peshmerga curdi nelle settimane seguite al referendum unilaterale sull’indipendenza convocato da Erbil. In un Iraq sempre più centralizzato ed egemonizzato dalle forze politiche, militari e paramilitari sciite, l’ipotesi federale e la devolution di poteri ad entità autonome appaiono prospettive lontane, sormontante dalla possibilità di un irrigidimento confessionale che porrebbe numerosi dubbi sull’effettività di una reale tutela dei diritti di minoranze fragili come quella cristiana.
La Chiesa cristiana caldea, come segnalato da Scaglione nel suo articolo, si è sempre dichiarata favorevole a “uno Stato unitario e laico, cioè uno Stato in cui ogni cittadino gode di eguali diritti perché iracheno e non di diritti variabili in base all’appartenenza etnica e religiosa”, ipotesi di sempre più difficile realizzazione in una fase storica che vede, tra le altre cose, i cristiani rifugiati interni timorosi circa le possibilità di un ritorno nelle aree abbandonate sotto i colpi dell’Isis, concentrate principalmente nella regione di Mosul e della Piana di Ninive. La cristianità irachena ha sofferto oltre ogni possibile livello di sopportazione: la sua tutela e la sua salvaguardia devono essere una questione di primaria importanza non solo per qualsiasi governo iracheno che si dichiari favorevole a una reale tutela del Paese ma anche, e soprattutto, di una comunità internazionale che ha, nei confronti dei cristiani iracheni, un enorme e praticamente inestinguibile debito a causa delle scellerate ingerenze esercitate in Iraq dal 2003 ad oggi.

Pakistan, studente cristiano beve acqua riservata agli islamici: ucciso a bastonate

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Ucciso a bastonate perché cristiano. Non è avvenuto ai tempi dell'antica Roma e delle persecuzioni contro i protocristiani che tanti martiri hanno dato alla Chiesa. No, è successo il 30 agosto in Pakistan. Sheron Masih, studente pakistano di fede cristiana, si trovava a scuola, nella regione del Punjab. Come racconta il legale della famiglia, Mushtaq Gill, il ragazzo era quotidianamente sottoposto ad abusi e violenze perché credeva in Gesù e non in Allah. I compagni di scuola avevano cercato in tutti i modi di convertirlo, senza risultati.
Oltre alle botte, che prendeva da tempo sotto gli occhi indifferenti di professori e studenti, gli era stato anche proibito di bere dal distributore della scuola. La sharia autoproclamata degli studenti. Ed ecco che il 30 agosto Sheron ha deciso di infrangere quella stupida regola che lo discriminava. Ha bevuto dal distributore, decretando la sua fine. È stato subito raggiunto da un gruppo di studenti islamici che lo hanno picchiato selvaggiamente con bastoni e spranghe, fino a ucciderlo.

L'ACCUSA DEL VESCOVO NIGERIANO: 'IL GOVERNO NIGERIANO E' COMPLICE DEI TERRORISTI'

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Di Salvatore Santoru

Dalla Nigeria arriva una forte accusa all'attuale governo della Nigeria.
Come riportato da un articolo di "Occhi Della Guerra"(1),  Monsignor Joseph Danlami Bagobiri ha sostenuto che “Il numero di cristiani uccisi aumenta ogni giorno e le fosse comuni sono disseminate attorno a noi”,denunciando ciò alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Monsignor Bagobiri ha dichiarato che “Il governo nigeriano non soltanto fa poco o niente per fermare questa ondata di terrore, ma ritengo fornisca anche le armi agli estremisti”.
Gli estremisti religiosi citati sono i "Fulani Herdsmen"(2), un gruppo terroristico di matrice islamista radicale.

NOTE:

(1)http://www.occhidellaguerra.it/25121-2/

(2)https://www.trackingterrorism.org/group/fulani-herdsmen-nigeria

L’altro genocidio della Turchia moderna: quello dei greci del Ponto

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Di Francesco Lamendola
Da molti anni sono in corso delle trattative fra Bruxelles ed Ankara per discutere i tempi e i modi di una eventuale adesione della Turchia all’Unione europea
....
Vi sono però anche ragioni politiche, storiche e morali, oltre a quelle economiche, culturali e religiose, che permettono di definire assurda l’ipotesi di un ingresso della Turchia, grande Paese islamico, in una Europa formatasi nella tradizione cristiana, anche se a quella tradizione ella ora ha voltato le spalle, e anche se gran parte delle sue classi dirigenti, e la maggioranza degli intellettuali, odiano il cristianesimo e stanno attuando una politica di laicizzazione e di  secolarizzazione esasperata, tale da cancellare ogni segno visibile della presenza e della stessa memoria cristiana. In primo luogo, la Turchia è un Paese assai poco democratico, dove gli oppositori del governo fanno una brutta fine e dove persino il reato di opinione viene punito con la massima severità. L’estrema brutalità con cui è stato represso il tentativo di colpo di Stato contro il presidente Erdogan, nel luglio 2016 – ammesso che un tale tentativo sia mai stato fatto, e non si sia trattato, piuttosto, di una messa in scena per poter colpire ed eliminare preventivamente qualsiasi opposizione – ha mostrato al mondo il vero volto di quel regime, anche se i fari delle agenzie di stampa internazionali sono stati spenti subito dopo e nessuno sa bene che fine abbiano fatto le migliaia di persone arrestate, imprigionate e torturate, con l’accusa di aver partecipato al golpe.
Peraltro, non si tratta solo di questo: il problema non è solo che la Tirchia è un Paese che non applica, al suo interno, le regole della democrazia, o le manipola a piacimento; il problema è anche che la Turchia è uno Stato militarista, aggressivo e nemico della pace, che più volte ha dimostrato una straordinaria ferocia nel corso del XX secolo, e che costituisce tuttora un elemento di squilibrio geopolitico nel Vicino Oriente. Si pensi alla repressione del movimento curdo e alle losche manovre turche in Siria; né si dimentichi che l’invasione turca di Cipro, nel 1974 - azione illegale condotta nel pieno disprezzo delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, per “proteggere” il 20% di popolazione turco-cipriota, occupando il 50% del territorio -, ha creato su quell’isola una situazione di guerra fredda di cui non si parla mai, ma che non ha nulla d invidiare a quella delle due Coree. Si consideri, inoltre, che la Turchia ha dimostrato di non essere assolutamente capace di fare i conti con il proprio passato e di assumersi le proprie responsabilità storiche.
È inevitabile fare un confronto fra la Germania, la quale, a pochi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, seppe fare mea culpa per il genocidio degli ebrei e concretizzare il suo pentimento con forme di risarcimento morale materiale alle vittime, e la Turchia, la quale non vuol nemmeno sentir pronunciare la parola “genocidio” a proposito degli armeni nel 1915, tanto è vero che, se un cittadino turco si permette di farlo, rischia la denuncia e la galera per oltraggio allo Stato. Il genocidio degli armeni, peraltro (fatto conoscere al mondo anche per mezzo di opere letterarie come il romanzo di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh, del 1933), fu concepito, voluto e attuato dal partito dei Giovani Turchi durante la Prima guerra mondiale, e precisamente dal “triumvirato” costituito da Enver, Gemal e Talaat, tre sinistri personaggi che erano andati al potere con la “rivoluzione” – in effetti, un colpo di Stato - partita dall’armata di Salonicco nel 1908. Niente genocidio, dunque, ma solo uno spiacevole “effetto collaterale” della politica di trasferimenti forzati voluta dal governo per  ragioni di sicurezza militare: questa la versione tuttora sostenuta dalla Turchia, a oltre un secolo di distanza dai fatti, caso forse unico di negazionismo radicale nella storia della diplomazia mondiale contemporanea. Eppure 30 Paesi di tutto il mondo, fra i quali anche l’Italia, hanno preso ufficialmente posizione in merito e smentito la versione turca, ribadendo che quello degli armeni fu un genocidio vero e proprio, e non una specie di massacro involontario; un genocidio nel corso del quale perirono, presumibilmente - questa la cifra più accreditata fra gli storici – non meno di un milione e 200.000 persone, forse anche di più (l’ipotesi peggiore arriva fino a due milioni di vittime).
Eppure, quello non fu il solo genocidio perpetrati dalla Turchia nei primi decenni del Novecento. Ce ne fu un altro, del quale si è parlato assai meno, benché esso sia rimasto impresso nella memoria del popolo greco, tanto che ogni anno, il 19 maggio, in Grecia e fra le comunità greche sparse nel mondo, lo si commemora ufficialmente (dal 1994): quello dei greci del Ponto, cioè i discendenti delle antichissime colonie elleniche stabilitesi sulle coste meridionali del Mar Nero, lungo la penisola anatolica. Si trattava di un comunità fiorente, che contava almeno 700.000 persone, senza contare i greci stabilitisi, anch’essi da tempo immemorabile, nella sezione occidentale dell’Anatolia, lungo le coste del Mar Egeo, e soprattutto nella città di Smirne e nei suoi dintorni. E anche questi greci della Ionia subirono un genocidio, che, se considerato come un caso a sé, risulta essere ben il terzo genocidio perpetrato dalla Turchia nell’arco di meno di un decennio (nel corso di quest’ultimo, il metropolita ortodosso Crisostomo, che aveva rifiutato di fuggire da Smirne, su una nave, con l’esercito greco in ritirata, venne sgozzato dalla folla turca e le orecchie, il naso e le mani gli venero mozzati come macabro trofeo, mentre da 10 a 100.000 greci e armeni viventi in città persero la vita nell’incendio e nelle violenze indiscriminate). Il genocidio dei greci del Ponto fu condotto fra il 1914 e il 1923: iniziato dagli stessi Giovani Turchi che condussero anche il genocidio contro gli armeni, fu proseguito dal governo di Mustafa Kemal Ataürk, il generale che depose l’ultimo sultano, nel 1922, e venne eletto presidente della nuova Repubblica turca, nel 1923. E poiché Kemal Ataürk è considerato una figura eroica e intoccabile nella mitologia nazionalista turca, ne consegue che verso il genocidio dei greci del Ponto l’atteggiamento turco è ancor più rigorosamente negazionista, se possibile, di quanto non lo sia nei confronti di quello armeno. A livello internazionale, esso è attualmente riconosciuto come tale da un certo numero di Stati degli Stati Uniti, quelli dove la presenza di cittadini di origine greca è più numerosa, anche se non dagli Stati Uniti come nazione.
Così l’ha rievocato la giornalista e scrittrice Maria Tatsos (nell’articolo Quel genocidio dimenticato, sulla rivista Mondo e missione, fondazione P.I.M.E., Milano, giugno/luglio 2015, pp. 22-24):

La metà di questa antichissima comunità greca è stata massacrata fra il 1914 e il 1921 dai turchi e i superstiti sono stati costretti ad andarsene con quanto potevano portare in mano, lasciando le loro case. All’inizio del Novecento, i greci del Ponto erano circa 700.000 persone, sparse lungo la costa settentrionale turca affacciata sul mar Nero in città dalla stria millenaria, come Sinope, Trebisonda, Kerasounta, Samsounta, Amasia fino a Batum, nell’odierna Georgia. Mio nonno Nikolaos e mia nonna Eratò, con il loro primogenito Christos di pochi mesi, furono tra i circa 350 mila scampati all’eccidio, che nel 1923 raggiunsero la Grecia via mare, in un esodo di cui nessuno n famiglia ha mai voluto parlare. Alcuni greci del Ponto emigrarono negli Stati Uniti, in Canada e in Australia,  dando luogo a una diaspora che ancora – alla terza e quarta generazione – conserva con orgoglio le sue radici. […]
Con lo scoppio ella Prima guerra mondiale, un decreto del sultano ordina a tutti gli uomini del Ponto dai 18 ai 50 anni di mettersi a disposizione del’esercito. Molti finiscono negli “amele taburu” – battaglioni dislocati in zone desertiche – dove sono costretti a svolgere lavori pesanti a ritmi massacranti fino alla morte per fame e sete. Intanto, molti villaggi greci vengono svuotati: donne e bambini, costretti a marciare verso l’interno dell’Anatolia, muoiono lungo il tragitto per lo sfinimento. Le vittime del Poto rientrano nella contabilità di un vasto massacro pianificato della popolazione cristiana: dal 1914 al 1923 tre milioni e mezzo di armeni, greci e assiri perderanno la vita. In alcune zone, i greci del Ponto tentarono di organizzare una resistenza armata, in attesa di un aiuto greco e russo che non arrivò mai. A Santa, sulle montagne al confine con la provincia di Trebisonda, il comandante Euklidos Kourtidis riesce persino a  sconfigger el’esercito turco nel settembre 1921. L’orologio della storia si era ormai fermato: la millenaria presenza greca nel Ponto era destinata a finire. Con il trattato di Losanna del 1922, Grecia e Turchia accettano di “scambiare” le rispettive minoranze etniche. Il martirio delle popolazioni continua: chi riesce a sopravvivere alla fame, alle malattie e alle difficoltà di un viaggio allucinante, a piedi o ammassati sulle navi, nel 1923 mette piede in una Grecia poco attrezzata ad accogliere un milione e mezzo di profughi. Il primo ministro Venizelos, desideroso di intessere buoni rapporti con la Turchia di Atatürk, glissa sulla questione dei nuovi arrivati.
“Per anni, ai profughi è stata imposta una ‘perdita della memoria’ da parte dello Stato greco”, commenta Vlassis Agtzidis, storico ed esperto delle vicende dei greci del Ponto. “Dopo la Seconda guerra mondiale, la guerra civile e gli anni della dittatura, hanno impedito la libertà di espressione. Si è tornati a parlare liberamente di quanto è accaduto solo negli anni Ottanta”. […]
Molti greci del Ponto, in quel lontano 1923, scelsero di non partire. Tra patria e religione, scelsero la terra e si convertirono all’islam. C’è chi parla di 300 mila persone, forse di più, solo lungo il Mar Nero. Sono trascorsi quasi cent’anni, ma i loro discendenti conservano il ricordo della doppia identità: cittadini turchi, greci nel cuore e nelle tradizioni. Non più cristiani, purtroppo: questa era la condizione non trasgredibile per restare.

Questa era la condizione non trasgredibile per restare: da ciò si vede come la Turchia contemporanea abbia sempre usato l’islam come lo strumento fondamentale per assimilare le minoranze, quelle che non era ancora riuscita a distruggere fisicamente: armeni, greci e assiri. I tre genocidi sono dunque accomunati da una identica matrice: quella religiosa. Questi popoli vennero perseguitati a morte perché cristiani, più ancora che per ragioni politiche, strategiche e militari: la Turchia volle risolvere una volta per tutte la questione della uniformità religiosa al proprio interno, facendo sparire le minoranze cristiane che esistevano da sempre sul suo territorio. Bisogna infatti tener presente che tali minoranze non erano giunte in Turchia successivamente alla fondazione dello Stato turco; al contrario, esse erano ciò che rimaneva della popolazioni preesistenti, che erano tutte cristiane, e greche nella grande maggioranza, prima dell’arrivo del popolo turco dalle steppe dell’Asia centrale, allorché l’Impero bizantino lottava per la propria sopravvivenza: l’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, cadde eroicamente, la spada in pugno, combattendo sulle mura di Costantinopoli in quel fatale 29 maggio 1453 che vide la conquista turca della capitale, abbandonata al suo destino dagli altri Stati cristiani d’Europa. E questa, probabilmente, è la vera ragione psicologica per cui i vari governi turchi che si sono succeduti dal 1923, cioè dalla nascita della Repubblica di Atatürk, fino ad oggi, sono così contrari a riconoscere la verità di quanto accadde negli anni fra il 1914 e il 1923. Ammettere quei genocidi equivarrebbe ad ammettere la politica di pulizia etnica con cui la Turchia ha cercato di far sparire il ricordo di come essa è nata: distruggendo il più antico Stato cristiano d’Europa. Ed è paradossale che, ora, voglia essere accolta come membro a pari titolo in questa stessa Europa, falsificando quel passato che è anche nostro
Fonte e articolo completo: Il Corriere delle regioni 

Nel Medioriente è già pulizia etnica. I cristiani sono a rischio di estinzione

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Di Fausto Biloslavo
Il Papa arriverà al Cairo a fine mese e gli attacchi delle bandiere nere contro i cristiani non si fermano.
L'ultimo è avvenuto martedì a un posto di blocco della polizia che difende il monastero di Santa Caterina nel Sud del Sinai. Un agente è stato ucciso e altri quattro feriti, ma gli assalitori hanno dovuto ripiegare.
«L'attacco condotto nel Sud del Sinai è stato eseguito dai combattenti dello Stato islamico» ha rivendicato l'agenzia di stampa Amaq legata al Califfato. La ventina di monaci greco-ortodossi stanno bene e l'antico luogo di culto non è stato colpito. Il monastero sorge alle pendici del monte dove Mosè avrebbe parlato con Dio ricevendo i dieci comandamenti. L'attacco segue la strage con di Pasqua nelle chiese di Tanta e Alessandria, che ha provocato la morte di una cinquantina di fedeli per mano di due terroristi suicidi.
Purtroppo non è l'unico martirio dei cristiani in Medio Oriente. Dalla Siria all'Irak, dalla Libia allo Yemen, chi crede in Gesù è perseguitato.
I cristiani in Egitto sono il 10% di una popolazione di 94 milioni, in gran parte musulmana e vivono assediati da sempre. Dal 2011 sono 77 gli attacchi contro la minoranza copta solo nella provincia di Minya, dove i cristiani registrano la concentrazione più alta con un terzo degli abitanti. Dopo la caduta del presidente dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, gli attacchi sono aumentati. I cristiani vengono bollati come alleati del nuovo capo di stato, il generale Abdel Fattah Al Sisi.
Il Califfato ha cacciato 135mila cristiani da Mosul e dalla piana di Ninive fuggiti come profughi nel nord dell'Irak nel 2014. Adesso sono rimasti in 90mila. Gli altri sono scappati all'estero. E hanno paura di tornare nelle loro case, anche se sono state liberate dall'offensiva contro la «capitale» dello Stato islamico. Per rimettere in piedi i villaggi cristiani ci vorranno oltre 200 milioni di dollari. Ed una nuova minaccia si profila all'orizzonte: le milizie sciite, vittoriose a Mosul, vorrebbero occupare le terre cristiane con l'appoggio finanziario dell'Iran.
Nel 2003, prima dell'invasione alleata che ha abbattuto Saddam Hussein, i cristiani in Irak erano oltre un milione e mezzo. Adesso sono appena 300mila anime.
Il rischio di estinzione dei cristiani in Medio Oriente è concreto e si tocca con mano anche in Siria dove sono fuggiti dalla guerra in mezzo milione. Paolo si convertì sulla strada di Damasco, ma in città come Aleppo gran parte delle chiese sono state distrutte dai combattimenti. E dei 120mila cristiani prima della sanguinosa «Primavera araba» ne sono rimasti 35mila. Molti fedeli di Gesù sono stati rapiti e uccisi, talvolta con la crocifissione. Padre Paolo Dall'Oglio, il religioso italiano dell'antico monastero di Mar Musa è stato sequestrato nel 2013 e probabilmente ammazzato. Gli ostaggi cristiani vengono utilizzati come scudi umani in prima linea o per scavare trincee. Nella maggior parte dei casi servono per fare cassa. Nel 2015 erano stati rapiti in 230 dallo Stato islamico a Qaryatayn. I tagliagole volevano 30 milioni di dollari per lasciarli andare.
Anche in Libia i cristiani sono sotto tiro. Le bandiere nere hanno decapitato sia un gruppo di 21 egiziani copti sia di 31 eritrei cristiani, tutti migranti. Le orribili scene delle esecuzioni di massa sono state riprese sulla spiaggia con il sangue dei martiri che si mescolava alla risacca del Mediterraneo.
Secondo la fondazione pontificia, Aiuto alla chiesa che soffre, nel febbraio dello scorso anno erano detenuti in Iran 90 cristiani a causa della loro fede. In Arabia Saudita non si possono costruire chiese. Nello Yemen nel marzo 2016 quattro religiose di santa Madre Teresa di Calcutta sono state uccise assieme ad altre 12 persone per mano jihadista.

Le sfide per i cristiani in Iraq

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Di Alessandra Benignetti

“Garanzie per la sicurezza e un’azione immediata per la ricostruzione dei villaggi liberati”, queste sono le principali sfide che, dopo la liberazione dei villaggi cristiani della piana di Ninive e mentre prosegue l’avanzata dei peshmerga curdi e dell’esercito iracheno su Mosul, aspettano la comunità cristiana dell’Iraq. A farsi portavoce degli oltre 100mila cristiani fuggiti dalla piana di Ninive nell’estate del 2014, dopo l’invasione dei miliziani dell’Isis, è l’arcivescovo caldeo di Erbil, che oggi ha parlato ad una conferenza stampa organizzata dalla fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre, nella sede romana della Stampa Estera.

Chiese distrutte e case bruciate dai jihadisti

Mentre continua l’avanzata, quartiere per quartiere, sulla roccaforte del Califfato in Iraq, sono molti, infatti, gli interrogativi sulle sorti della comunità cristiana irachena, una volta che l’Isis sarà sconfitto. I villaggi che un tempo ospitavano le comunità cristiane sono distrutti, alcuni quasi completamente, come Batnaya, dove le famiglie cristiane erano 900.
“Quando abbiamo visitato questi villaggi abbiamo visto l’odio dei jihadisti contro i cristiani, nelle scritte sui muri fatte dentro le chiese, completamente ditrutte o nelle abitazioni bruciate”, spiega monsignor Warda. Ora, dopo la liberazione dei villaggi della piana di Ninive, la sfida principale per i cristiani è quella della sicurezza. Molti di loro, infatti, sono stati traditi e consegnati all’Isis dai vicini di casa musulmani. “Chi garantirà la sicurezza? Il governo, l’esercito iracheno, i peshmerga? Noi incoraggiamo i giovani cristiani ad entrare nell’esercito iracheno per contribuire ad assicurare la sicurezza nei villaggi liberati”, spiega l’arcivescovo caldeo di Erbil, “c’è poi la questione della ricostruzione dei villaggi distrutti e del supporto ai rifugiati cristiani ad Erbil”.
“La scorsa settimana abbiamo formato una nuova commissione della Chiesa irachena per la popolazione e quando abbiamo chiesto alla nostra comunità se volessero tornare nelle loro case, loro hanno risposto di sì, ma che vogliono garanzie sulla ricostruzione delle loro case e sulla loro sicurezza, affinché ciò che è già successo non si ripeta” ha spiegato monsignor Warda. Ricostruire le case sarà prioritario rispetto alla ricostruzione delle chiese, ma, assicura l’arcivescovo, anche queste saranno riedificate. “Ho provato rabbia quando ho visto la distruzione nelle chiese dove abbiamo celebrato Messe e matrimoni, ma abbiamo chiesto alla popolazione di Karemlash e Batnaya di portarci due pietre degli altari delle loro chiese, per metterle nell’altare della nuova cattedrale che stiamo costruendo, per ricordare quello che è successo e per far sì che questo non accada più”, ha detto il presule.

“Anch’io bloccato dal divieto di Trump”

“Il Medio Oriente ha già sofferto molto negli ultimi anni, siamo stanchi e le vittime della violenza settaria nel Paese sono moltissime, per cui se il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha il desiderio di contribuire con la sua forza per fermare l’Isis, ben venga un suo intervento, gliene saremo grati”, ha detto, poi, il monsignore commentando le ultime decisioni del presidente degli Stati Uniti. E sul divieto d’ingresso negli Usa, deciso da Trump, per i cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana, tra cui l’Iraq, monsignor Warda confessa di essere stato lui stesso vittima del provvedimento. “Avevo progettato di andare negli Stati Uniti questa settimana, ma sono stato costretto a cancellare tutto, sono stato bloccato, bloccano tutti, musulmani e cristiani”, ha detto l’arcivescovo. “Gli Stati Uniti hanno il diritto di stabilire cosa è meglio per il proprio Paese, e il loro modo di pensare è corretto, ma spero che questo diritto non crei ulteriore conflittualità”, ha poi aggiunto, “lui ha detto che farà una revisione di questo provvedimento tra 90 giorni e noi speriamo che possa rivederlo per assumere criteri più precisi per evitare l’ingresso di gente pericolosa, senza ostacolare l’ingresso di innocenti”. “Abbiamo più di 100mila cristiani che aspettano nei campi profughi in Turchia, Libano e Giordania, che non vogliono tornare a casa, e questa decisione dell’amministrazione americana va a loro discapito perché è difficile distinguere dai nomi chi è cristiano e chi è musulmano”, ha continuato l’arcivescovo.

Un piano Marshall per far tornare a casa i cristiani iracheni

“I cristiani e gli yazidi non hanno mai partecipato alle violenze settarie ma sono sempre stati vittime di queste violenze, sin dal 2003”, ha detto, infine, monsignor Warda, “e speriamo che la violenza finisca e che lasci spazio al dialogo e alla convivenza che, in Iraq, dura da 1400 anni”. “Il dialogo tra i vari gruppi è stato molto danneggiato ma speriamo che si possa tornare all’epoca d’oro della convivenza”, ha concluso l’arcivescovo, “quando verrà sconfitto l’Isis, avremo una grande opportunità per ricostruire l’Iraq, perché l’Isis ha distrutto la vita di moltissime persone, senza fare distinzioni: ora è tempo di ricostruire l’Iraq imparando dalla storia”. “Serve un nuovo piano Marshall che permetta il rientro dei cristiani nelle zone da cui sono stati cacciati a colpi di bombe e di violenze”, ha detto il direttore di Acs-Italia, Alessandro Monteduro, “le organizzazioni umanitarie, non solo cattoliche, il governo iracheno e la comunità internazionale devono sedersi attorno ad un tavolo per elaborare una strategia che consenta a cristiani e yazidi di tornare nelle loro case”. I cristiani che vogliono tornare nei villaggi devastati dalla furia del Califfato, secondo Acs-Italia, sono il 60% dei circa 100mila che hanno dovuto lasciare la piana di Ninive. E per 5mila famiglie cristiane, Acs sta pagando l’affitto ad Erbil, per garantire loro condizioni di vita dignitose. Ma oltre alla casa, spiega Monteduro, “va dato loro un lavoro e soprattutto vanno garantite condizioni di sicurezza per poter rientrare nelle loro case”. Dove li aspetta la sfida più grande: quella di ricostruire la convivenza pacifica con i vicini musulmani.