Violenze contro i cristiani in Congo, l’Onu chiede un’inchiesta

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Di Alessandra Benignetti

“La Chiesa è l’unica voce autorevole del Paese e per questo ci troviamo in prima linea”. A parlare è padre Apollinaire Cibaka Cikongo, docente presso il seminario maggiore del Cristo Re a Malole, nel Congo infiammato dalle proteste contro il presidente Joseph Kabila.

Lo scorso 31 gennaio i militari di Kinshasa hanno soffocato nel sangue le manifestazioni organizzate dai fedeli cattolici che si erano dati appuntamento davanti alle parrocchie della capitale per chiedere il rispetto dell’Accordo di San Silvestro. Il patto, siglato nel 2016 tra governo e opposizione grazie alla mediazione della Chiesa locale, prevedeva la convocazione di nuove elezioni nel Paese entro la fine del 2017. Nel dicembre 2016, infatti, l’attuale presidente congolese, in carica dal 2001, aveva rifiutato di rassegnare le dimissioni alla scadenza del suo secondo ed ultimo mandato. Lo scorso ottobre però era arrivato l’annuncio della Commissione elettorale: “Kabila resterà al potere fino a dicembre del 2018”.
Marce pacifiche contro il governo si sono quindi moltiplicate nella capitale e in altre città del Congo, come Kananga. Ma il giorno di San Silvestro, all’arrivo nella cattedrale di Gombe, a nord di Kinshasa, del leader di opposizione Felix Tshisekedi, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in chiesa lanciando gas lacrimogeni e sparando contro i fedeli. In tutto 120 persone sono state arrestate negli scontri avvenuti in tutto il Paese. Tra loro anche dodici chierichetti che stavano partecipando ad una delle  manifestazioni. Il bilancio è stato di almeno otto morti e decine di feriti. Tra loro anche molti sacerdoti, come padre Nkongolo, frate domenicano con il volto ancora tumefatto dalle percosse. “I parrocchiani assistevano alla Santa Messa, quando i soldati hanno aperto il fuoco”, racconta padre Apollinaire Cibaka Cikongo, ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione pontificia che sostiene i cristiani perseguitati nel mondo.
La situazione nel Paese, messo in ginocchio da un’epidemia di colera e dal maltempo che nei giorni scorsi ha devastato Kinshasa, resta tesa. Martedì dieci membri del movimento di opposizione Lotta per il Cambiamento (Lucha) sono stati condannati a tre anni di carcere con l’accusa di “disobbedienza all’autorità pubblica” per aver partecipato alle manifestazioni anti-governative. “I media sono tutti schierati con il governo e l’opposizione è debole e frammentata in oltre 600 diversi partiti politici”, spiega padre Cikongo. Per questo, secondo il sacerdote, non sarà facile ottenere le dimissioni di Kabila. Il presidente, inoltre, “gode dell’appoggio di Paesi occidentali e superpotenze quali India e Cina, che lo proteggono in cambio del controllo delle risorse minerali congolesi”. “Fin quando questi attori non faranno nulla, non ci sarà modo di uscire dall’attuale crisi”, afferma convinto il religioso. “Tutti sanno esattamente quanto sta accadendo, ma dal momento che le nostre sofferenze significano il guadagno di altri, il mondo intero preferisce rifugiarsi in un silenzio complice”, accusa invocando un intervento della comunità internazionale.

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