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CONTRO JULIAN ASSANGE UNA VENDETTA RAZZIALE

Fonte:Comidad
C'è una contraddizione evidente nella vicenda di Julian Assange. Da una parte si osserva una persecuzione meticolosa e astiosa nei confronti del fondatore di Wikileaks, dall'altra parte c'è l'obiettiva esiguità dei moventi dichiarati di questa persecuzione. Non ci si riferisce soltanto alle assurde accuse di molestia sessuale da parte della ex neutrale Svezia; imputazioni che massacrano le "idee chiare e distinte" così care a Cartesio. Il problema maggiore riguarda proprio le accuse di spionaggio mosse dalla potenza verso la quale Assange rischia di essere estradato una volta nelle mani del governo svedese, cioè gli Stati Uniti.
Il fatto che Wikileaks si sia procurato le informazioni che ha successivamente diffuso attraverso tecniche di pirateria informatica, oppure grazie all'aiuto di alcuni "insider", non cambia la sostanza della questione, e cioè che la grandissima parte di queste informazioni riservatissime erano in effetti la classica aria fritta, in alcuni casi persino veline della propaganda. Negli USA molti commentatori, ufficiali e non, si sono cimentati nell'ardua impresa di spiegare all'opinione pubblica il danno incalcolabile che la banda Assange avrebbe inferto alla sicurezza statunitense. Ma nessun dato significativo è stato mai fornito per sostenere questa tesi, perciò ogni argomentazione ha sempre finito per ripiegare sulla retorica stantia del rapporto di "fiducia" fra gli Usa e i suoi alleati, che sarebbe stato incrinato da queste "rivelazioni". In realtà nessun "alleato" si "fida" degli Stati Uniti, mentre la scorrettezza, l'inaffidabilità, la slealtà e la brutalità dei funzionari statunitensi è addirittura divenuta proverbiale in tutti gli ambienti internazionali.
La comunicazione interna ed estera degli Stati Uniti è conformata ai criteri della psicoguerra, perciò gli USA devono il loro prestigio internazionale esclusivamente alla paura che riescono ad incutere, al terrore suscitato dalla loro capacità di non ascolto, alla loro attitudine a trasformare ogni minima resistenza dei propri interlocutori in un pretesto vendicativo. E, per far davvero paura, la prospettiva della vendetta deve sempre essere sproporzionata, esagerata.
Assange è diventato un bersaglio della vendetta USA non per il danno che avrebbe inferto, bensì in quanto simbolo di un atteggiamento antiamericano. In Assange infatti non si riscontra nessuno dei pregiudizi di superiorità occidentale che caratterizzano la grande maggioranza dei progressisti - ed anche rivoluzionari - del sedicente Occidente, secondo i quali si può, e si deve, ogni tanto spremere una lagrimuccia sui poveri popoli del terzo mondo oppressi dallo strapotere delle multinazionali, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale; ma poi, se qualche politico locale cerca di opporsi a quello strapotere, allora non bisogna perdere un attimo per collocarlo nella lista dei dittatori e dei nemici dell'umanità.
Alcuni commentatori hanno fatto notare che Assange non sarebbe mai assurto ai livelli del divismo internazionale se non avesse ricevuto aiutini ed indulgenze da parte dell'establishment; ma, proprio per questo, la reazione vendicativa è tanto più feroce, proprio perché Assange non è stato al gioco della superiorità occidentale. In questo senso, la scelta di Assange di non accettare di fidarsi minimamente della mitica giustizia britannica e di rifugiarsi nell'ambasciata dell'umile Ecuador, fa parte di questa linea di demistificazione della fiaba occidentalista. Il suo caso è considerato tanto più grave perché egli è un australiano anglosassone, cioè membro di quella comunità internazionale di lingua inglese che, secondo Winston Churchill, avrebbe la missione di reggere le sorti del pianeta. Da ex primo ministro britannico, Churchill espose questa teoria in una sua opera degli anni '50, la "Storia dei Popoli di Lingua Inglese".
Assange è dunque considerato un traditore della sua razza. Una colpa imperdonabile da parte di un'oligarchia imperialistica che trova nella mitologica persuasione della propria superiorità razziale l'unico elemento che la possa differenziare, per metodi ed obiettivi, da una qualsiasi cosca criminale. Il razzismo costituisce infatti quella "falsa coscienza" che salva questa oligarchia criminale WASP dal rischio di vedersi per ciò che realmente è.
Anche la Svezia ha conosciuto un "traditore della propria razza", ed anche della propria classe: il primo ministro Olof Palme. Palme proveniva da una famiglia aristocratica, e ci si aspettava che avrebbe mantenuto il socialismo svedese nell'ambito delle sue tradizioni paternalistiche; invece non solo Palme diede un impulso nuovo al socialismo svedese, ma fu anche l'unico socialdemocratico europeo ad opporsi seriamente alla guerra del Vietnam. Palme fu ucciso in un agguato nel 1986, e per il suo assassinio fu allestita un'inchiesta giudiziaria farraginosa ed inconcludente, uno sfacciato depistaggio, che la dice lunga sul grado di certezza del diritto in Svezia.
Nel suo discorso dal balcone dell'ambasciata dell'Ecuador, Assange si è rivolto anche al presidente Obama invitandolo a cessare "la caccia alle streghe". In queste parole è riecheggiato un suo timore che va ben oltre il rischio di un'estradizione verso gli Stati Uniti e dell'eventualità di una condanna a morte per spionaggio. Probabilmente Assange pensava alla "Kill List" gestita da Obama, che consente al presidente USA di eliminare senza processo qualsiasi persona - anche di cittadinanza americana - considerata un pericolo per la sicurezza nazionale. Queste missioni di assassinio di Stato vengono spesso compiute utilizzando dei droni, e forse anche Assange ora teme di vedersene volare qualcuno sulla testa.
La legge istitutiva della "Kill List" fu voluta da Bush, ma Obama ha sinora firmato per oltre cento esecuzioni, più del doppio di quelle del suo predecessore. Ogni assassinio "mirato" comporta chiaramente una serie di vittime civili che non c'entrano nulla, ma la dottrina ufficiale è che, se stai nei paraggi, proprio innocente non puoi essere. [1]
Alcuni articoli del "New York Times" a riguardo hanno suscitato l'indignazione del senatore John McCain, il candidato in lizza contro Obama alle ultime elezioni presidenziali. McCain però non se l'è presa con Obama, ma con "le fughe di notizie" che comprometterebbero la "sicurezza nazionale". McCain ha chiaramente barato e giocato sull'equivoco, poiché la "Kill List" non è affatto un segreto, visto che esiste una legge istitutiva; ma il richiamo di McCain aveva evidentemente un altro significato. Il problema infatti non riguarda i segreti, ma l'omertà mediatica che deve relegare certe notizie, pur ufficiali, ai margini della comunicazione. Le notizie isolate non fanno opinione pubblica.
Come ha insegnato Goebbels, solo la continua ripetizione crea opinione e, addirittura, confeziona una "verità virtuale", alla quale è quasi impossibile sottrarsi. Da buon repubblicano, McCain vuole mantenere per sé la parte del "duro", e pretende che i media continuino a reggere il gioco delle parti, offrendo del democratico Obama l'immagine di un presidente pacioccone e "riluttante" alla violenza. Obama è un fantoccio confezionato con l'accorto dosaggio di tutti gli ingredienti esteriori del "politically correct", perciò, attenti a non smascherarlo. Insomma, qualche commento ogni tanto sulle pagine interne dei quotidiani, va anche bene, poiché tiene in piedi la farsa del "dibattito democratico"; ma guai a parlarne nei telegiornali in prima serata; lì il cattivo deve essere Assad. A proposito di uso mistificatorio del "politically correct": il ministro della Giustizia-Procuratore Generale dell'amministrazione Obama è Eric Holder, anche lui un afroamericano; il primo afroamericano a ricoprire quel ruolo. Proprio a Holder è toccato di difendere pubblicamente due "dirty jobs" dell'amministrazione Obama, sia la "Kill List", sia la decisione del Dipartimento di Giustizia di non procedere contro Goldman Sachs per frode bancaria, nonostante le tonnellate di prove raccolte. [2]
Il dibattito democratico in sé è piuttosto innocuo, perché sposta sempre la questione sulle alternative astratte: Libertà o Sicurezza? Legalità o Efficacia nella lotta al terrorismo? Quelle belle discussioni infinite. Qualche commentatore un po' più realista ha fatto invece notare che in realtà la CIA ha sempre fatto fuori chi le pareva, senza mai aver avuto bisogno di leggi speciali antiterrorismo. Incredibile a dirsi, ma oggi il Pentagono e la CIA usano persino l'assassinio come alibi giustificativo per nascondere crimini più inconfessabili.
La "Kill List" è infatti strettamente intrecciata al nuovo superbusiness dei droni, dato che la maggioranza degli omicidi a firma presidenziale vengono commessi con questa arma ipertecnologica, che richiede enormi e continui stanziamenti di fondi da parte del Congresso americano, e perciò ha bisogno di un supporto legislativo. Come arma di guerra guerreggiata i droni si sono immediatamente rivelati una truffa del Pentagono, poiché per uno Stato straniero dotato di un minimo di risorse tecnologiche risulta relativamente facile disturbare questi velivoli senza pilota, come ha dimostrato l'Iran il dicembre scorso. [3]
Ecco perché nascono l'eterna emergenza del terrorismo e l'assassinio mirato per "motivi di sicurezza nazionale", ovviamente contro bersagli deboli e non in grado di difendersi. Questi fraudolenti artifici propagandistici sono l'unico modo per giustificare il saccheggio di spesa pubblica determinato dal business dei droni.
Sarà per tutti un motivo di orgoglio nazionale sapere che oggi la capitale mondiale dei droni si trova in Sicilia, nella base USNavy di Sigonella. Tra le prime vittime dei voli dei droni di Sigonella c'è il vicino aeroporto civile di Fontanarossa, quasi sempre chiuso con i più vari pretesti. [4]

[1] http://translate.googleusercontent.com/translate_c?depth=2&hl=it&prev=/search%3Fq%3Dobama%2Bkill%2Blist%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&rurl=translate.google.com&sl=en&u=http://www.washingtonpost.com/opinions/obamas-kill-list-is-unchecked-presidential-power/2012/06/11/gJQAHw05WV_story.html&usg=ALkJrhjOB09PVyCKwUwtk8OUvRzVn7Be8A
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/05/30/obama-licenza-di-uccidere-la-kill-list.html
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2012/03/05/us-targeted-killings-eric-holder_n_1320515.html&prev=/search%3Fq%3Dobama%2Bkilling%2Btrial%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26biw%3D960%26bih%3D545%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=E60oUNaOMMTSsgbZ84CwCQ&ved=0CEsQ7gEwATgK
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://abcnews.go.com/blogs/politics/2012/08/doj-will-not-prosecute-goldman-sachs-in-financial-crisis-probe/&prev=/search%3Fq%3Dobama%2Bgoldman%2Bsachs%2Baugust%26start%3D30%26hl%3Dit%26sa%3DN%26biw%3D960%26bih%3D530%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=-FIzUNHaJ83bsgbfjYDwBg&ved=0CGAQ7gEwBjge
[3] http://www.jacktech.it/news/hi-tech/techno-frontiere/drone-usa-iran-spiega-come-ha-ingannato-il-sistema-gps.aspx
[4] http://temi.repubblica.it/micromega-online/guerra-ai-siciliani-con-i-droni-di-sigonella/?printpage=undefined

Italiani: un mito nefasto e scellerato


Di Gian Piero De Bellis
Quando ero alle elementari un giorno la maestra ci parlò del conte Metternich e ce ne fece un ritratto piuttosto negativo perché, durante i lavori del Congresso di Vienna, egli aveva osato sostenere, sfrontatamente ed erroneamente a parere della maestra, che l’Italia era soltanto una espressione geografica. (La frase per intero era la seguente: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.»)
Negli anni successivi i fautori dell’unità d’Italia come entità politica utilizzarono questa frase per esaltare l’anelito alla libertà dei patrioti italiani e gettare disprezzo sull’odiato austriaco di cui il conte Metternich era una classica espressione. Noi tutti, in quel momento, in quella classe elementare della scuola di stato della repubblica italiana, ci sentivamo piccoli italiani e ci raffiguravamo il conte Metternich come un essere del tutto spregevole.
Solo dopo parecchi anni ho scoperto che il conte Metternich aveva ragione. Eppure qualcosa avrebbe dovuto già allora mettermi sulle avvisaglie e farmi sospendere il giudizio.
Infatti, qualche giorno dopo la stessa maestra, continuando nella sua opera di indottrinamento (pardon istruzione) delle nostre giovani menti iniziò a parlarci di Massimo d’Azeglio, lo scrittore piemontese, autore di alcuni romanzi storici, patriota liberale il quale aveva anche lui lasciato ai posteri una frase famosa a commento dell’unificazione d’Italia: "Abbiamo fatto l'Italia ora dobbiamo fare gli italiani".
A quel punto, se fossi stato in grado di sviluppare da solo un pensiero analitico-critico, mi sarei detto: se gli italiani non esistevano prima dell’unificazione e bisognava farli, allora aveva ragione il conte Metternich nella sua affermazione al Congresso di Vienna. Forse la maestra mi sta ingannando, come forse è stata ingannata da altre maestre prima di lei.
In altre parole, se non avessi, come gli altri d’altronde, preso per oro colato tutto ciò che veniva detto in classe, avrei colto la contraddizione. E invece no. Mi ci è voluto molto tempo e ancora non è finita, né la conoscenza né la riflessione.
Nel corso degli anni, da München, a Oxford, a Lyon, passando per Bern, Zürich e infine poi a Saint-Imier, ho capito a poco a poco che dovevo sgomberare la mente da tutta una serie di storielle inventate per il godimento dei poteri nazionali statali. L'apprendimento è stato sia pratico che teorico.
Praticamente ho visto che, se era vero che all'inizio la comunicazione risultava più facile con altri italiani che parlavano la mia lingua, successivamente, apprendendo altre lingue, si aprivano nuovi orizzonti e si allargava la cerchia delle conoscenze e certe volte si trovavano maggiori affinità con una persona che veniva da molto lontano che non con l'amico/a italiani. A Oxford, soprattutto nel quartiere in cui vivevo, c'era e c'è tuttora una tale varietà e mescolanza di culture e di cucine e di lingue che si poteva avere l'impressione di vivere in un microcosmo del mondo. A Lyon la mia classe del corso di ricerca documentaria era composta da 10 persone di 8 nazionalità (chiamiamole così) differenti. Quando vivevo a Zürich durante i campionati del mondo di football (2006) quasi tutte le sere c'era una celebrazione all'aperto perché la comunità che viveva lì scendeva in strada per manifestare la sua gioia per la vittoria. Adesso nel piccolo paese di montagna in cui vivo, ci sono 51 differenti “nazionalità” il che vuol dire, in altre parole, il superamento di una fantomatica identità nazionale e il passaggio ad una realtà post-nazionale (che si esprimerà probabilmente negli anni a venire in comunità parallele volontarie e flessibili di persone affini che vivono tutte sullo stesso territorio).
Teoricamente poi ho scoperto il filone che possiamo qualificare come critica alla “invenzione delle identità nazionali” (per riprendere il titolo di un saggio di Anne-Marie Thiesse). Innanzitutto Elie Kedourie che inizia il suo illuminante saggio Nationalism (1960) con questa frase rivelatrice: "Nationalism is a doctrine invented in Europe at the beginning of the nineteenth century." (Nazionalismo è una dottrina inventata in Europa all'inizio del diciannovesimo secolo). Quindi l'idea nazionale, a differenza della idea e realtà di un gruppo culturale locale, non é qualcosa che sorge spontaneamente nella mente delle persone; infatti per secoli gli esseri umani sono vissuti senza avere alcun interesse a sviluppare una identità nazionale. Per questo Benedict Anderson parla di Imagined Communities (1983) ed altri autori quali Ernest Gellner identificano la nascita del nazionalismo con l'emergere dello stato centrale territoriale con tutto il suo armamentario di propaganda e di indottrinamento (a cominciare dalla scuola statale). Altri ancora (Eric Hobsbawm e Terence Ranger) esplorano il campo della invenzione delle tradizioni che si fanno (falsamente) risalire a tempi lontanissimi e che danno una (falsa) convinzione dell'esistenza di comunanze culturali all’interno di certi gruppi, anche laddove queste non sono mai esistite.
In sostanza, per farla breve, noi tutti che viviamo all'interno di stati nazionali, e che ci crediamo ancora italiani, inglesi, francesi o tedeschi, siamo il risultato di un grande imbroglio. Queste categorie sono pura invenzione, inesistenti nel passato e che probabilmente cesseranno di esistere in un futuro non molto lontano. Il dramma di queste categorie non è comunque quello di essere soltanto invenzioni arbitrarie (una invenzione può essere utile e benefica) ma di essere divenuti miti nefasti e scellerati che hanno prodotto immani conflitti e stragi abominevoli (per una documentazione al riguardo si veda “Crimini e misfatti dello stato italiano” http://www.polyarchy.org/basta/crimini/indice.html).
Coloro che parlano di identità nazionale o di identità padana o di purezza razziale non hanno la più pallida idea della realtà delle cose. Siamo talmente mescolati dopo millenni di storia che pretendere una purezza razziale inesistente sarebbe come se Cicciolina proclamasse ad alta voce la sua immacolata verginità Addirittura sembra che Hitler avesse antenati di origine ebraica.
In sostanza, ritornando al discorso sugli italiani, se siamo nati in una regione geografica che è storicamente chiamata Italia possiamo anche continuare a qualificarci o lasciare che ci qualifichino come italiani, ma niente di più. Possiamo aggiungere che parliamo su per giù una lingua comune, ma anche i ticinesi parlano l’italiano e adesso anche molti dalla pelle scura o dagli occhi a mandorla (e lo parlano anche meglio di me). Mangiamo spaghetti ma anche il mio amico Roger che abita in New Zealand adora gli spaghetti (e il risotto). Insomma, dal punto di vista politico-culturale, l’italiano come gruppo distinto e unico, non esiste, è una invenzione dei propagandisti e degli affaristi della politica.  Come giustamente affermato da Henry A. Murray e Clyde Kluckhohn ogni essere umano è per certi aspetti
Come nessun altro [personalità]
Come qualcun altro [comunità]
Come tutti gli altri [umanità].
È proprio tenendo conto di queste varie sfaccettature che noi possiamo definirci esseri umani. Se invece uno si vede solo come parte di un gruppo, insignificante e quasi inesistente senza la presenza del gruppo di riferimento, allora rischia di non avere più né personalità (unicità) né umanità (universalità).
Per cui, solo quando abbandoneremo una italianità fasulla per riscoprire la nostra personale unicità e universale umanità, saremo in grado di dar vita e partecipare a esperimenti interessanti e appaganti di comunità volontarie a-territoriali al di fuori di qualsiasi imposizione. Solo allora ci scrolleremo di dosso quintali di spazzatura e torneremo a vivere e agire come esseri umani invece di continuare a vegetare e a subire come sudditi italiani.


Da Poliarchia

Porajmos in Ungheria: Ronde della Guardia Civile assediano i Rom di Gyöngyöspata


Magyar Gárda 2
Image via Wikipedia
Il primo di marzo, membri in uniforme del gruppo di vigilantes Guardia Civile (Jövőért Polgárőr Egyesület) una filiazione della temibileMagyarGarda, ha preso il controllo di un insediamento Rom nei pressi del villaggio di Gyöngyöspata. Hanno allestito due posti di blocco all’entrata dell’insediamento e formato una catena umana intorno alle case dei residenti Rom. Le ronde della Guardia Civile è sostenuta dall’ala di estrema destra del parlamento [il partito Jobbik], ora intenzionato a proseguire l’iniziativa in altre città ungheresi per estendere i loro presìdi.
Lo European Roma Rights CentreAmnesty International e Human Rights First hanno spedito una lettera [PDF] per sollecitare le autorità ungheresi a intervenire e proteggere i Rom che risiedono a Gyöngyöspata dalle intimidazioni e le persecuzioni delle quali sono vittime a causa dei vigilantes dell’organizzazione Szebb Jövőért Polgárőr Egyesület (Associazione Guardia Civile per un Futuro Migliore) dal primo di marzo. Le ronde di questa organizzazione sono foraggiate dal partito di estrema destra Jobbik, che il sei marzo ha allestito una marcia sui villaggi di migliaia di persone in uniformi nere. Secondo le stime dello ERRC ci sono stati almeno 48 attacchi contro i Rom in Ungheria tra il 2008 e il 2010 che hanno portato alla morte di 9 persone. La presenza di ronde anti-Rom negli insediamenti aumenta il clima di violenza e di tensione inter-etnica.
Lo ERRC ha richiesto alle autorità ungheresi di mantenere i loro impegni nei confronti dei diritti umani (nazionali e internazionali) a Gyöngyöspata, di intervenire immediatamente per assicurarsi che la situazione non degeneri nella violenza fisica e di proteggere i Rom da intimidazione e minacce.
Da Exit

Bauman:"Il muro israeliano a Gerusalemme come quello del ghetto di Varsavia"

Di Francesco Battistini
GERUSALEMME - Com'è malmessa, la Terra Promessa. E bellicosa. E senza pace, perché timorosa della pace. E quanto specula sulla Shoah. E quel muro che divide Israele e la Cisgiordania, poi: roba da nazisti, altroché, niente da invidiare alla muraglia che chiuse il Ghetto di Varsavia... Quante volte li avete sentiti, questi argomenti? Cose già dette, già lette. Già proclamate, già contestate. Così ripetute che nemmeno ci finiscono più, sui giornali israeliani, quando arrivano da chi se l'aspettano.
Zygmunt Bauman, 84 anni, sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche: ha teorizzato la «società liquida». Ha lasciato la Polonia nel 1968, vive in Gran Bretagna
Zygmunt Bauman, 84 anni, sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche: ha teorizzato la «società liquida». Ha lasciato la Polonia nel 1968, vive in Gran Bretagna
Diverso, però, se a dirle è Zygmunt Bauman, uno dei più grandi sociologi viventi, ebreo di Poznan che da bimbo visse le persecuzioni hitleriane e da adulto le purghe comuniste, che trovò rifugio a Tel Aviv per preferire poi l'Inghilterra. E che in un'intervista a un settimanale polacco, Politika, ha rovesciato sui politici di Gerusalemme la più urticante delle accuse: di fare ai palestinesi quel che fecero le Ss. «Parole inaccettabili - ha protestato formalmente il governo Netanyahu, in una lettera al giornale del suo ambasciatore in Polonia -. Sgradevoli, ingiuste e senza alcuna base di verità».
Il muro di Betlemme come il muro di Varsavia: si può paragonare l'orribile barriera antiterrorismo all'orrore che fece morire mezzo milione d'ebrei? Bauman, premio Adorno, critico dei totalitarismi e del negazionismo, a 85 anni si permette di rompere il tabù: «Israele sta traendo vantaggio dall'Olocausto per legittimare azioni inconcepibili». Pugno, ergo sum: combatto, quindi esisto? Bauman ne è stracerto: «I politici israeliani sono terrorizzati dalla pace. Tremano, col terrore della possibilità d'una pace. Perché senza guerra e senza una mobilitazione generale, non sanno come vivere. Israele non vede come un male i missili che cadono sulle cittadine lungo i confini. Al contrario: i politici sarebbero preoccupati, perfino allarmati, se non piovesse questo fuoco». E ancora, citando un suo articolo pubblicato su Haaretz, lo stesso giornale israeliano che giorni fa ha ospitato lo scrittore Günter Grass e il suo parallelo fra le vittime della Shoah e le vittime tedesche della Seconda guerra mondiale: «Sono preoccupato - dice il sociologo polacco - del fatto che gl'israeliani più giovani crescano nella convinzione che lo stato di guerra e l'allerta militare siano naturali e inevitabili».
A sinistra, in Israele, la barriera a Gerusalemme (Contrasto); A destra, in Polonia, il muro del Ghetto di Varsavia costruito nel ’40
A sinistra, in Israele, la barriera a Gerusalemme (Contrasto); A destra, in Polonia, il muro del Ghetto di Varsavia costruito nel ’40

Vite di scarto: sulle opinioni di Bauman, l'opinione pubblica israeliana ha meno certezze della classe politica. Basta leggere i commenti Web all'intervista: «Sono d'accordo, questa destra ci porta alla rovina», scrive Linda, ebrea newyorkese; «è come paragonare le mele alle arance», è perplesso Bobin, di Tel Aviv; «dategli una casa gratis a Sderot - boccia Moshe - e vada là a prendersi i missili da Gaza». Il dibattito finisce anche in tv: un po' perché è di questi giorni la storia delle scuole francesi che cancellano la Shoah dai libri di testo, e questi veleni qui fanno sempre impressione; un po' perché Bauman, atteso da oggi a Sarzana per la sua lectio al Festival della Mente, è molto conosciuto (per tre anni insegnò all'università, i suoi libri sono tradotti in ebraico) e ha posizioni che a molti ricordano un'altra bestia nera della destra, lo storico israeliano Ilan Pappé.
«Io ammiro molto il professor Bauman e la sua storia - dice al Corriere l'ambasciatore israeliano a Varsavia, Zvi Rav-Ner, 61 anni, origini polacche -. Lui è stato un esempio: dovette andarsene dalla Polonia nel '68, per i pogrom contro gli ebrei. Perciò siamo molto stupiti che abbia detto cose d'un odio così cieco. Dal '71, il professore è tornato in Israele solo tre volte: forse non sa bene che oggi è uno Stato democratico, dov'è ammessa qualsiasi critica, anche la più aspra. Ma dove queste parole sono considerate da antisemita. Le stesse che dicevano i comunisti polacchi dopo la guerra dei Sei giorni: quelli che cacciarono Bauman».

Lager: piaga aperta del nuovo millennio

Di Laura Tussi


La memoria e la verità storica sono le uniche forze che possono opporsi agli orrori e agli errori degli uomini per evitarne la ripetizione.
Occuparsi di memoria storica del nazifascismo significa considerare i soprusi, le ingiustizie, la condizione di chi si trova nel bisogno, nell'indigenza, di chi vive le difficoltà e le ingiustizie sociali. Attualmente occuparsi di memoria storica del nazifascismo significa tutelare i diritti umani degli oppressi, dei diversi, degli emarginati, degli umili, dei più deboli di cui tutti siamo parte nel tessuto sociale, comunitario e nel mondo, nel terribile deserto della sopraffazione e della violenza, dove tante voci chiedono giustizia per tutti quegli innocenti che ancora nascono solo per morire.
 “Ad Auschwitz è successo qualcosa che noi tutti non siamo preparati a comprendere”
Hannah Arendt
 Lager: piaga aperta del nuovo millennio
MEMORIA STORICA E DIRITTI UMANI
La Barbarie Civilizzata
 di LAURA TUSSI
Ricordare Mauthausen e Auschwitz significa commemorare la Shoah, i forni crematori, la pianificazione di uno sterminio di massa in nome di una folle ideologia, della persecuzione di chiunque era considerato diverso per razza, religione, idee politiche, tendenze sessuali e il ricordare comporta la presa di coscienza che tutto ciò non sarebbe potuto accadere, se molti non fossero rimasti immobili e indifferenti a guardare.
La memoria e la verità storica sono le uniche forze che possono opporsi agli orrori e agli errori degli uomini per evitarne la ripetizione.
La Shoah diviene così il paradigma storico della violazione dei diritti umani nella contemporaneità. Sono trascorsi decenni dalla liberazione di Auschwitz, ma l'interesse nei confronti del più famigerato Lager nazista non accenna a diminuire.
I motivi sono l'elevatissimo numero di vittime, il numero enorme dei deportati di tutte le popolazioni europee, gli efferati crimini e l’indiscriminato sfruttamento cui furono sottoposti i prigionieri.
Auschwitz consiste in una barbarie civilizzata per la compresenza inestricabile, nel funzionamento del Lager, di perfetta efficienza burocratica e metodi moderni di sterminio accanto a procedure di eliminazione degne del più lontano medioevo barbarico. I motivi dell'attualità del Lager consistono proprio nel groviglio tra antico e moderno, tra razionalità produttivistica e barbarie ancestrale. Per questi motivi il Lager è ancora piaga aperta del nuovo millennio e simbolo degli orrori del Novecento, della guerra e dei genocidi.
[1]Un uso corretto della memoria non deve limitarsi al ricordo del passato, quanto incitare ad agire nel presente per una giusta causa.
Ricordare e commemorare le vittime del nazismo e del fascismo è un'azione socialmente condivisa e spesso gratificante.
Questa memoria deve stimolare ad occuparci delle ingiustizie quotidiane perpetuate intorno a noi. Occuparsi di memoria storica del nazifascismo significa considerare i soprusi, le ingiustizie, la condizione di chi si trova nel bisogno, nell'indigenza, di chi vive le difficoltà e le ingiustizie sociali. Attualmente occuparsi di memoria storica del nazifascismo significa tutelare i diritti umani degli oppressi, dei diversi, degli emarginati, degli umili, dei più deboli di cui tutti siamo parte nel tessuto sociale, comunitario e nel mondo, nel terribile deserto della sopraffazione e della violenza, dove tante voci chiedono giustizia per tutti quegli innocenti che ancora nascono solo per morire.
Le testimonianze non narrano per vendetta, ma per trasformare il dolore in forza, l'odio in compassione e amore, e per ribadire con decisione come, anche in condizioni estreme, l'uomo meriti sempre di rimanere lo scopo dell'uomo.
Il problema delle circostanze storiche, materiali, tecniche, giuridiche e burocratiche in cui è avvenuto lo sterminio può attualmente considerarsi sufficientemente chiarito, mentre diversa è la situazione per quanto riguarda il significato etico e politico della Shoah e la comprensione umana di quanto avvenuto, ovvero, la sua attualità.
A volte viene meno un tentativo di comprensione globale, ma anche il senso e le ragioni del comportamento dei carnefici e delle vittime e spesso le loro parole continuano ad apparire come un enigma. Occorre ascoltare la voce dei testimoni, ma anche la lacuna intestimoniabile, la presenza senza volto che ogni testimonianza necessariamente contiene, come afferma Primo Levi circa le testimonianze di coloro che hanno “toccato il fondo”, dei “musulmani”, ovvero, etimologicamente, i “sottomessi”.
In questa prospettiva, il Lager non si presenta solo come il campo della morte, ma come luogo di un esperimento ancora impensato, in cui i confini tra l'umano e l'inumano si cancellano.
L'intera riflessione morale del nostro tempo, al cospetto del Lager, mostra la sua insufficienza, per lasciare apparire tra le rovine, il profilo incerto di una nuova esperienza etica come la testimonianza.
La memoria storica è importante quanto la sua testimonianza, dove il passaggio dal fatto attuale e fattuale, con testimoni viventi, a fatto storico raccontato dai documenti risulta purtroppo un aspetto inevitabile.
Per questo motivo il giorno della memoria può essere uno degli strumenti adatti per fare memoria, dove spesso l'Olocausto è considerato un fatto privato, accaduto solo ad una categoria di persone ben delimitata, di qualcuno che era diverso da altri.
Questo pensiero risulta preoccupante perché con il trascorrere del tempo potrebbe condurre all'oblio.
L'Olocausto invece è un evento storico che ha coinvolto tutto e tutti ed è ineliminabile dalle coscienze e dalle attenzioni collettive e comunitarie.
L'Olocausto è un'azione terribilmente efficace che alcuni uomini hanno compiuto ai danni di altri uomini, nell'indifferenza e persino nella tacita approvazione.
È necessario tenere ben presente la storia della Shoah per evitare che possa ripetersi, per riconoscere ora tutte quelle vicende che la reiterano, quale pericolo sempre incombente che non riguarda solo una categoria specifica di individui, sia essa religiosa, culturale, geografica e antropologica.
In latino esistono due parole per indicare il testimone.
[2]La prima, testis, che significa etimologicamente colui che si pone come terzo, in un processo o in una lite tra due contendenti.
La seconda, superstes, indica colui che ha vissuto qualcosa e ha attraversato un evento fino alla fine, potendo dunque renderne testimonianza.
Risulta evidente che Primo Levi non è un terzo, ma un superstite, perché non è il giudizio che gli importa e sembra che gli interessi soltanto ciò che rende il giudizio impossibile, la “zona grigia” dove le vittime diventano carnefici e i carnefici vittime, in quanto vittima e carnefice sono ugualmente ignobili, dove la lezione del Lager è la fraternità dell’abiezione.
La scoperta inaudita che Levi ha fatto ad Auschwitz è l'isolamento di un nuovo elemento etico che egli chiama la “zona grigia”: lo spazio e il tempo in cui si snoda la lunga catena di congiunzione tra vittima e carnefice, dove l'oppresso diviene oppressore e il carnefice appare a sua volta come vittima.
Una grigia e incessante alchimia in cui il bene e il male e tutti gli elementi dell'etica tradizionale raggiungono il loro punto di fusione.
È una zona d'irresponsabilità che sta oltre il bene e il male, dove viene sillabata la lezione della “spaventosa indicibile e inimmaginabile banalità del male”. (Arendt H.)
Il 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è il giorno della memoria, la giornata che ogni anno ricorda le persecuzioni e lo sterminio del popolo ebraico, dei deportati militari e politici e delle minoranze etniche.
La giornata della memoria ricorda non solo lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, degli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, ma anche coloro che, anche in schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio totale e, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del giorno della memoria si alternano ogni anno cerimonie, iniziative, incontri e momenti di narrazione e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto, per mantenere viva la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia del nostro paese e dell'Europa, affinché simili accadimenti non si ripetano nel corso degli eventi. La tragedia dello sterminio di milioni di ebrei fu accompagnata dall'annientamento di zingari, omosessuali, malati di mente, oppositori politici, religiosi, e minoranze che in qualche modo disturbavano la pura razza ariana.
Così la vita di milioni di persone si è conclusa in terribili sofferenze e nell'oblio, per cui occorre porre al centro dell'attenzione commemorativa e storiografica questo lato oscuro della storia, affinché la violenza dell'intolleranza, dell'ignoranza, dell'ignominia, nel buio della civiltà non si ripetano. La memoria storica si ripropone e si ripresentifica nella lotta pacifista e non violenta, per non dimenticare, per estendere i diritti di giustizia, libertà e uguaglianza a chi non ne gode, al fine di proteggere, tutelare ed emancipare le persone più deboli e permettere ad ogni essere umano di raggiungere il diritto alla felicità.

Esportatori di democrazia

Di Andrea Pomella


Mentre il mondo dà la caccia a Gheddafi, io leggo un libro. Il libro è Il sogno del Celta di Mario Vargas Llosa (Einaudi), in cui si racconta la vita di Roger Casement, patriota irlandese e diplomatico vissuto a cavallo fra Otto e Novecento e divenuto famoso per aver denunciato al mondo gli orrori che venivano perpetrati in Congo e nell’Amazzonia in nome dello sfruttamento coloniale delle risorse presenti in quei territori.

L’assoluta bellezza di certa narrativa è che riesce a mettere il lettore di fronte alla realtà storica contemporanea fornendo tutti gli strumenti di comprensione di cui si ha bisogno, e tutto questo parlando di un tempo che invece sembra così fatalmente lontano, nello specifico l’epoca delle grandi esplorazioni geografiche nelle terre vergini e dell’“esportazione della civiltà”.

Così, se oggi quel movimento di idee d’ispirazione liberal e radical a tutti noto come Politically Correct ha bandito la parola “civiltà” dalle voci export delle grandi potenze economiche occidentali (il relativismo culturale ci ha nel frattempo insegnato che ogni ambito culturale, anche quelli che per i nostri canoni di sviluppo appaiono selvaggi ed arretrati, ha una sua indiscutibile valenza e specificità), l’opinione pubblica si è assuefatta a un’altra espressione, ben più edulcorata e adatta ai tempi, con la quale vengono ormai giustificate tutte le guerre: “Esportazione della democrazia”.

Come ben sappiamo, in questo contesto, la sostituzione della parola “civiltà” con la parola “democrazia” altro non è se non una maschera, un travestimento che serve a celare gli ingenti interessi di natura politica ed economica sollecitati dalla possibilità di mettere le mani sulle ricchezze di una determinata regione.

Niente di nuovo, dunque, sotto le luci del mondo.

Allora ecco che, mentre leggo Il Sogno del Celta, l’intervento militare in Libia attuato dalla “comunità internazionale” (altra definizione stonata, visto che il paese verso cui si muove guerra, ossia la Libia, non sta su Giove) – pur essendo legittimamente supportata da solidi argomenti di natura umanitaria e dalle legittime richieste di un movimento popolare non religioso che si ribella, chiede libertà e lavoro – assume nella mia testa tratti fortissimi di sfruttamento neocoloniale (il neocolonialismo – occorre ricordarlo – è la linfa che nutre alla radice l’idea occidentale del libero mercato).

Dunque, dopo Corea, Cambogia, Vietnam, Iraq, Somalia, Afghanistan e ancora Iraq, oggi è la volta della Libia (domani molto probabilmente toccherà all’Iran). In tutti questi casi scovare ragioni valide e apprezzabili per muovere, via via, guerra a feroci dittatori, asfissianti ideologie, pericolosi fondamentalismi religiosi, è stato un gioco facile. Se l’assenza di democrazia non basterà più a giustificare le missioni, all’occorrenza inventeremo un’altra parola. Per dirla sempre con Vargas Llosa: “In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi e tutto quello che non vi si adatta sembra anormale, un delitto o una malattia”.



Da il Fatto Quotidiano

Guatemala, gli americani usarono i neri come cavie


Di Maurizio Molinari
Anni 40, studi sulla sifilide: 83 morti. Obama si scusa
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Sono almeno 83 le vittime dei macabri esperimenti condotti da dottori pagati dal governo degli Stati Uniti su migliaia di civili in Guatemala fra il 1946 ed il 1948: ad attestarlo è il rapporto pubblicato dell’apposita commissione di indagine creata dal presidente Usa Barack Obama lo scorso novembre, con un duro atto d’accusa nei confronti del «ricorso ad esseri umani come cavie» nel tentativo di trovare rimedi con la penicellina alle più gravi malattie veneree.

«Circa 5500 persone vennero sottoposte a test diagnostici e oltre 1300 esposte a malattie veneree attraverso contatti umani come attraverso inoculazioni, al fine di provare l’efficacia della penicillina» si legge nel testo di 48 pagine del rapporto finale. Stephen Hauser, uno degli studiosi che ne ha fatto parte, sottolinea che «le vittime sono state almeno 83 sulla base di quanto riscontrato dall’esame dei circa 125 mila documenti» nei quali i medici americani annotarono tutti i dettagli della ricerca. La vicenda iniziò nel 1946 quando fu l’Istituto nazionale della Sanità dell’allora amministrazione Truman ad autorizzare «l’esposizione alla sifilide» di 700 persone in Guatemala, scegliendo soprattutto prostitute e soldati ma in alcuni casi anche dei minorenni. «Ci troviamo di fronte ad un caso di ingiustizia storica» afferma Amy Gutmann, presidente della commissione, secondo la quale «l’accertamento della verità è solo il primo passo perché adesso dobbiamo rendere omaggio alle vittime e fare in modo che episodi di questo genere non si ripetano più». Le prime tracce sugli esperimenti medici a danno di guatemaltechi vennero trovate nel 2010 da Susan Reverby, storica del Wellsey College, esaminando il lavoro di ricerca svolto dal controverso medico americano John Cutler. Da quel momento in Guatemala come negli Stati Uniti si è indagato per ricostruire la dinamica degli eventi e la commissione voluta di Obama è arrivata a concludere che «molteplici dottori e ricercatori americani hanno violato i più basilari diritti umani e la moralità dei principi della medicina con comportamenti spregievoli, seguiti da un costante tentativo di nascondere cosa facevano» a dimostrazione della consapevolezza di cosa stavano facendo. In particolare Cutler e il suo team medico, lavorando per l’Istituto nazionale della Sanità, identificarono in Guatemala circa 1500 persone, inclusi molti detenuti e malati di mente, per tentare di dimostrare che la penicillina potesse essere un rimedio valido alla malattie veneree. In molti casi vennero reclutate prostitute portatrici di gravi infezioni, come la sifilide, spingendole ad avere rapporti sessuali con detenuti e soldati idetificati come cavie, a loro insaputa. Cutler, scomparso nel 2003, è lo stesso dottore responsabile dell’esperimento Tuskegee che vide tenere sotto osservazione fra il 1932 ed il 1978 centinaia di uomini afroamericani portatori di sifilide avanzata. Finora si è sempre ritenuto che gli afroamericani non vennero adoperati come cavie ma il comportamento di Cutler in Guatemala potrebbe adesso portare a riaprire il caso. C’è chi ipotizza infatti che gli espertimenti Tuskegee e in Guatemala abbiano fatto parte di un’unica ricerca, basata sulla contaminazione dei non-bianchi.

Barack Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton si sono personalmente scusati con il Guatemala per quanto avvenuto e il presidente centroamericano, Alvaro Colom, ha parlato di «crimini contro l’umanità» ordinando un’inchiesta nazionale. Nei rapporti fra i due Paesi c’è ora in agenda la creazione di un sistema teso a compensare le vittime degli esperimenti di Cutler anche perché prima di effettuarli in Guatemala per un certo periodo adoperò come cavie dei detenuti nel carcere di Terre Haute, Indiana, che erano cittadini americani. L’ipotesi è ricorrere all’attuale programma federale per risarcire le vittime di danni causati dai vaccini, senza stanziare fondi ad hoc.

Fonte: La  Stampa

Usa, la lobby degli islamofobi

Di Luca Galassi
Opinionisti, accademici, bloggers: la rete anti-islamica d'America riceve 42 milioni di dollari per diffondere stereotipi, odio, discriminazione
Paura Spa: le radici del network islamofobico in America. Dopo sei mesi di indagini nelle pieghe di blog, think tank, fondazioni, organizzazioni disseminate su tutto il territorio statunitense, il 'Center for American Progress' ha pubblicato un saggio di 130 pagine nel quale vengono analizzate le centrali dell'odio anti-islamico, rintracciati finanaziatori e fondi e individuati i legami e le influenze tra queste e la politica estera e interna americana.
I ricercatori - Wajahat Ali, Eli Clifton, Matt Duss, Lee Fang, Scott Keyes e Faiz Shakir - delineano la geografia della propaganda anti-islamica che dal 2001 al 2009 è stata finanziata dalle 'sette sorelle': Donors Capital Fund, Richard Mellon Scaife Foundation, Newton D. & Rocehelle F. becker foundations and charitable trust, Russel Berrie Foundation, Anchorage charitable Fund and William Rosenwald Family Fund, Fairbrook Foundation. Insieme, questi gruppi 'caritatevoli' hanno foraggiato con 42,6 milioni di dollari tanto esperti e accademici di think tank quanto gruppi e istituti nei quali lavorano 'pensatori' e opinionisti americani. Tra questi, il più agguerrito è l'Investigative Project on Terrorism di Steve Emerson, ex giornalista free-lance ed 'esperto' di anti-terrorismo, che a partire dalla metà degli anni '90 introdusse lo spettro dei terroristi islamici attivi sul suolo americano. Commentatore frequente di FoxNews e Msnbc, Emerson è stato invitato più volte a testimoniare in Congresso sulle minacce del terrorismo islamico negli Usa. Oppure il David Horowitz Freedom Center, il Jihad Watch, l'American Congress for Truth, la Bradley Foundation, il Center for Security Policy (Csp).
I finanziamenti scorrono a fiumi nelle tasche di cinque esperti-chiave, dei quali riportiamo alcune citazioni tratte dal sito internet 'Truth Out': Frank Gaffney (Csp), "Una moschea utilizzata per promuovere un piano sedizioso come la Sharia non è un luogo che bisogna proteggere"; David Yerushalmi (Society of Americans for National Existence), "La civiltà musulmana è in guerra con quella giudaico-cristiana... i musulmani, quelli devoti all'Islam come lo conosciamo oggi, sono i nostri nemici"; Daniel Pipes (Middle East Forum), "Tutti gli immigrati portano con se' pratiche e costumi esotici, ma i costumi musulmani sono più problematici di tutti gli altri"; Robert Spencer (Jihad Watch), "L'Islam tradizionale non è moderato o pacifico. L'unica grande religione che sviluppa una dottrina e una tradizione di guerra contro gli infedeli"; Steven Emerson (Ipt), "Una delle grandi religioni del mondo prevede il genocidio come parte della dottrina".
Molti leader di queste organizzazioni sono particolarmente abili nell'arte di ricevere attenzione dai media americani, in particolar modo Fox News, le pagine dei commenti e degli editoriali di Wall Street Journal, Washington Times e una varietà di siti di destra, di radio e di blog.
Esperti di disinformazione come Frank Gaffney forniscono consulenze a organizzazioni come Act! For America e Eagle Forum, così come a gruppi religiosi. Atrraverso queste reti, con conferenze, su siti internet, show radiofonici, riescono a diffondere il loro messaggio e a raccogliere denaro che viene immesso nel circuito politico aiutando a sostenererappresentanti al Congresso che propagandano eco allarmistiche e avvertimenti sulle possibili minacce islamiche.
Negli ultimi anni, questa rete islamofobica ha lavorato per diffondere falsità sulla possibile origine musulmana di Obama, per far passare l'immagine delle moschee come incubatrici della radicalizzazione, per sostenere la tesi che l'Islam estremista ha infiltrato ogni aspetto della società americana.
Alimentare ed esagerare la paura, l'odio, l'ostilità verso l'Islam e i musulmani con stereotipi pieni di pregiudizi ha contribuito alla discriminazione, alla marginalizzazione e all'esclusione dei musulmani dalla vita sociale, politica e civile.
Il risultato è che l'Islam è la religione vista in modo più negativo dagli americani. Solo il 37 percento di loro ha una opinione favorevole nei confronti del credo musulmano. E' la percentuale più bassa dal 2001, secondo un sondaggio Abc News/Washington Post. Il Time riporta invece che il 28 percento degli intervistati non ritiene che i musulmani dovrebbero essere eletti nella Corte suprema, e quasi un terzo del Paese crede che ai seguaci dell'Islam dovrebbe essere impedito di partecipare alla corsa per le presidenziali.

Da Peace Reporter

L'occidente: l'Impero del male!



Leggendo in giro per internet , noto che ci sono alcuni commenti un po' retorici sulla guerra; c'è gente che si domanda come mai non potremmo vivere in pace, siamo fratelli e quindi non aiutarci l'uno con l'altro e via discorrendo. Come rispondere? Non potremmo mica cominciare a fare una disquisizione filosofica che poi in alcuni casi non porterebbe a nulla di concreto. Di certo la violenza è sempre insita nell'uomo ed è un istinto di necessaria sopravvivenza perchè i pericoli della natura ce lo impone. 

Ma quella è una violenza genuina, senza prevaricazione sugli altri, senza interessi particolari che danneggiano la comunità altrui o personale.  Noi occidentali abbiamo sempre avuto il vizio capitale di sentirci superiori ed esportare quindi il nostro modello.

Perchè ad esempio gli USA sono un popolo così bellicoso? Semplicemente perchè è una democrazia fondata su un genocidio. 


 
E vogliamo dimenticarci che siamo stati proprio noi europei a causarlo? Prima di Colombo, il territorio nordamericano era popolato da numerose tribù che chiamiamo in maniera poco consona "Indiani D'America" o "Pellirossa". E dopo il nostro arrivo ne sono rimasti qualche centinaio.

Ma che cosa ha veramente causato lo sterminio di una popolazione, che all'arrivo dei coloni, era di oltre tre milioni di persone? Non certo la "bellicosità" degli indiani, che accolsero con benevolenza e fiducia l'arrivo dell'Uomo Bianco. Il motivo, invece, sta proprio nel modo in cui gli indiani concepivano l'esistenza e i rapporti sociali, diametralmente opposto a quello degli europei.
 

La lotta fra le tribù non rappresentava il semplice sfogo di un istinto guerriero , ma la tendenza innata a rifiutare il concetto di "Stato": era la maniera per impedire raggruppamenti e unioni dominanti. E, badate bene, la tribù non veniva annientata e nè si acquisivano i loro territori. Questa concezione di vita venne presa da noi Bianchi "portatori di civiltà" come prova che gli indiani fossero selvaggi e per quanto possa sembrare assurdo, la loro vera colpa fu l'eccesso di democraticità. Anche il più rispettato dei capi, se manifestava tendenze dispotiche, non veniva seguito dalla tribù in battaglia.

Gli Irokesi sono stati definiti "i Greci d'America" per aver sviluppato la forma più alta di democrazia nella storia dell'umanità: senza bisogno di polizie, eserciti, giudici e prigioni, riuscirono a garantire per secoli l'autogoverno con la Lega delle Cinque Nazioni, grazie alla mancanza di capi assoluti e di potere centralizzato.
 

Come vedete l'utopia è stata possibile realizzarla e non è vero che va contro la natura dell'uomo, ma a noi occidentali non garbava tutto questo e avevamo bisogno degli spazi vitali e distruggere ogni forma di società libera. 

E noi occidentali non potevamo comprendere che esistesse una società non concepita come insieme di dominatori e dominati.
 

Per non parlare poi del puritanesimo anglosassone, il quale non poteva mai accettare la libertà sessuale delle donne indiane :  loro facevano normalmente uso di contraccettivi a base di erbe e avevano la possibilità di divorziare o di rifiutare uno sposo scelto dai padri.

Li abbiamo sterminati uno ad uno, prima gli abbiamo portato le malattie, poi ammazzato tutti i bisonti, poi distrutto tutte le foreste, gli abbiamo ammazzato anche i neonati perchè secondo un generale :" Le uova di pidocchio producono pidocchi".

L a strage simbolo per capire di che pasta eravamo fatti( e  siamo ancora) noi occidentali è quella dell'assalto al campo di Motavato vicino al fiume Sand Creek, proprio come la canzone di De Andrè.
 

Il campo fu assalito di notte e Giorge Bent, un meticcio adottato dalla tibù proprio come il protagonista del bellissimo film "Balla con i lupi" disse :" Vidi Motavato con una grande bandiera degli Stati Uniti. Lo sentii gridare alla gente di non aver paura, che i soldati non avrebbero fatto loro del male. Poi le truppe aprirono il fuoco dai due lati del campo".
 

Poi continuò:" Fu una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini, Una quarantina di squaw avevano trovato riparo in un anfratto. Mandarono fuori una bambina di sei anni con la bandiera bianca attaccata a un bastoncino. Riuscì a fare solo pochi passi, e cadde fulminata..."

Io questo articolo lo dedico a quella bambina di sei anni, e ai genitori che non immaginavano come l'Uomo Bianco potesse essere così animale e a tutte le vittime in Libia ove stiamo facendo un deserto e la chiamiamo pure pace e libertà.
 

E a tutti i vergognosi conduttori che fanno quelli di "sinistra" che non fanno altro che osannare la civiltà statunitense e la sua politica, dimenticando cosa erano e come attualmente sono.






Da L'incarcerato blog

Sacco e Vanzetti, una sporca faccenda nell'America della pena capitale


La storia dei due anarchici è stata ripresa da cinema e teatro
La loro morte, 80 anni fa, è destinata a rimanere nella nostra mente


<B>Sacco e Vanzetti, una sporca faccenda<br>nell'America della pena capitale</B>
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti
Di ANDREA CAMILLERI
Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle appena sette anni fa è stato brillantemente descritto dallo storico britannico Eric Hobsbawm "il secolo breve". Una definizione forse più esatta, però, sarebbe "il secolo compresso", perché mai un periodo di 100 anni ha visto così tante guerre mondiali, così tanti progressi scientifici e tecnologici, così tante rivoluzioni, così tanti eventi epocali ammonticchiati l'uno sull'altro. Il secolo passato sembra come una valigia troppo piccola per contenere tutto quello che è successo: è troppo piena di vestiti vecchi, e ce ne sono alcuni che ci impediscono di chiuderla e metterla via in soffitta una volta per tutte. Uno di questi è il caso di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Nel secolo trascorso, milioni di uomini e donne sono morti in guerre, epidemie, genocidi e persecuzioni, e purtroppo la loro memoria corre serissimo rischio di scomparire.

Eppure la morte di Sacco e Vanzetti sulla sedia elettrica 80 anni fa, così come la morte di John e Robert Kennedy sotto i proiettili dei killer, sono destinate a rimanere nella nostra mente.

Forse perché, come per i fratelli Kennedy, troviamo ancora difficile accettare le ragioni, o la mancanza di ragioni, della loro morte. E in Italia, dove l'omicidio insensato (o fin troppo sensato) è stato per lungo tempo un elemento del panorama politico, questo disagio lo si avverte con asprezza.

Nel caso di Sacco e Vanzetti, sembrò subito chiaro a molti, in Europa e negli Stati Uniti, che il loro arresto, nel 1920 - inizialmente per possesso di armi e materiale sovversivo, poi con l'accusa di duplice omicidio commesso nel corso di una rapina nel Massachusetts - i tre processi che seguirono e le successive condanne a morte erano pensati per dare, attraverso di loro, un esempio. E questo nonostante la completa mancanza di prove a loro carico, e a dispetto della testimonianza a loro favore di un uomo che aveva preso parte alla rapina e che disse di non aver mai visto i due italiani.

La percezione era che Sacco, un calzolaio, e Vanzetti, un pescivendolo, fossero le vittime di un'ondata repressiva che stava investendo l'America di Woodrow Wilson. In Italia, comitati e organizzazioni contrari alla sentenza spuntarono come funghi non appena essa fu annunciata. Quando la sentenza fu eseguita, nel 1927, il fascismo era al potere in Italia da quasi cinque anni e consolidava brutalmente la propria dittatura, perseguitando e imprigionando chiunque fosse ostile al regime, inclusi naturalmente gli anarchici. Eppure, quando Sacco e Vanzetti furono giustiziati, il più grande quotidiano italiano, il Corriere della sera, non esitò a dedicare alla notizia un titolo a sei colonne. In bella evidenza tra occhielli e sottotitoli campeggiava un'affermazione: "Erano innocenti".

Non c'è probabilmente un solo quotidiano italiano che non abbia dedicato un articolo a questo caso, ogni 23 agosto, dal 1945 a oggi.

Nel 1977 fu dato grande risalto alla notizia che Michael Dukakis, all'epoca governatore del Massachusetts, aveva riconosciuto ufficialmente l'errore giudiziario e aveva riabilitato la memoria di Sacco e Vanzetti.

In Italia, la loro storia diventò il soggetto di uno spettacolo teatrale, che ebbe grande successo prima di venire trasformato, nel 1971, in un bellissimo film, diretto da Giuliano Montaldo, con splendide interpretazioni e una colonna sonora di Ennio Morricone, che comprendeva anche canzoni di Joan Baez. (Anche l'album di Woody Guthrie, Ballads of Sacco and Vanzetti, del 1960, ebbe un grande successo in Italia.). E nel 2005, la Rai, la televisione pubblica italiana, ha prodotto un lungo programma sui due italiani giustiziati. (Stranamente, per qualche ragione, la Rai non ha mai trasmesso, nonostante ne abbia acquisito i diritti molto tempo fa, The Sacco-Vanzetti Story, un film per la televisione girato nel 1960 da Sydney Lumet.)

E adesso un sito italiano ospita una vivace discussione sul caso dei due anarchici. Uno dei tanti partecipanti al dibattito scrive: "L'unica colpa di quei poveracci era di lottare contro il razzismo e la xenofobia".

E un altro: "Che cosa è cambiato? La pena di morte in America esiste ancora, certe volte perfino per degli innocenti, e il razzismo e la xenofobia sono in aumento". E un terzo: "È impossibile fare paragoni fra quel periodo e questo. Oggi i tribunali fanno errori, errori gravi, ma comunque errori, mentre allora fu commesso un omicidio bello e buono, a fini esclusivamente politici. E anche se il razzismo è ancora vivo e vegeto negli Stati Uniti, sono stati fatti grandi passi avanti". Infine, una conclusione: "Fu una faccenda sporca in un'epoca difficile".

Una faccenda sporca davvero se gli italiani, solitamente indulgenti verso la terra che ha accolto così tanti loro concittadini bisognosi che partivano emigranti, ci si soffermano ancora, dopo tutti questi anni. Il dibattito, a quanto sembra, è tuttora in corso. Un segnale, forse, che la ferita non si è ancora cicatrizzata. E che ancora, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a chiudere quella valigia.

Copyright The New York Times Syndicate. Traduzione di Fabio Galimberti 
(24 agosto 2007)
Da Repubblica

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