Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta studi. Mostra tutti i post

Glifosato, “effetti su sviluppo e riproduzione dei ratti anche in dosi considerate sicure negli Usa”


Di Luisiana Gaita
“L’esposizione a erbicidi a base di glifosato (GBH), incluso il Roundup, quello più usato al mondo, ha causato diversi effetti sullo sviluppo e il sistema riproduttivo in ratti sia maschi che femmine, anche con dosi attualmente considerate sicure negli Usa”. È questo l’ultimo risultato a cui è giunta la fase pilota dello studio globale sul diserbante condotto dall’Istituto Ramazzini e da una rete di partner scientifici tra cui l’Università di Bologna, l’Ospedale di Genova San Martino, l’Istituto Superiore di Sanità, la Icahn School of Medicine del Monte Sinai diNew York e la George Washington University. Della ricerca parla il quarto di una serie di articoli pubblicati dalla rivista Environmental Health sulla fase pilota dello studio. I primi risultati sulla possibilità “di alterare alcuni parametri biologici di rilievo” come quelli riproduttivi e del microbioma intestinale, infatti, erano già stati presentati il 16 maggio 2018 al Parlamento europeo insieme al Gruppo dei Verdi e poi pubblicati in altri tre articoli dalla stessa rivista. Se le precedenti pubblicazioni scientifiche hanno mostrato che l’esposizione a GBHs è associata a diversi effetti avversi, inclusa l’alterazione del microbiomadei ratti durante il periodo dello sviluppo, in particolare prima della pubertà, negli ultimi mesi le ricerche si sono concentrare proprio sullosviluppo sessuale.

Lo studio pilota – I 300mila euro per lo studio pilota sono stati raccolti grazie ai soci dell’Istituto Ramazzini. La ricerca, che costituisce la base per un successivo studio integrato a lungo termine, mirava a ottenere informazioni generali sulla tossicità degli erbicidi a base di glifosato durante diversi periodi dello sviluppo (neonatale, infanzia, adolescenza) e ad identificare precoci marker espositivi. Il glifosato e un suo formulato (il Roundup Bioflow, MON 52276) sono stati testati su ratti Sprague Dawley, a partire dalla vita embrionale fino a 13 settimane dopo lo svezzamento, esposti a una dose di glifosato in acqua da bere equivalente alla dose giornaliera accettabile nella dieta secondo l’Agenzia per la protezione dell’ambiente.
Gli effetti del glifosato sui ratti – Il glifosato e il suo formulato Roundup hanno mostrato effetti avversi per lo sviluppo e il sistema riproduttivo anche a dosi sicure, come la dose giornaliera ammissibile(Dga) attualmente consentita negli Stati Uniti (anche per i bambini), pari a 1,75 microgrammi al chilo di peso corporeo. “Bisogna però tenere conto – spiega a ilfattoquotidiano.it Daniele Mandrioli, ricercatore dell’Istituto Ramazzini – che in Europa la Dga è fissata invece a 0,5 mg/kg. Da qui la necessità di procedere con gli studi per verificare se gli effetti finora osservati, siano riscontrabili anche con dosi minori, come quella consentita in Europa”. L’esposizione al glifosato è stata associata, in particolare, ad alcuni effetti androgeno-simili, incluso un aumento statisticamente significativo della distanza tra ano e genitali (AGD) sia nei maschi sia nelle femmine, oltre a un ritardo nel primo estro e un aumento del testosterone nelle femmine. “La distanza tra ano e genitali – aggiunge Mandrioli – è un parametro significativo per valutare le sostanze che agiscono come interferenti endocrini già a livello prenatale e sono in grado di alterare il normale sviluppo del feto”. L’aumento di testosterone nelle femmine con effetto “mascolinizzante” indica che l’equilibrio ormonale normale è stato alterato verso “un aumento di quei caratteri più tipici del maschio”. Si tratta di effetti misurati su entrambi i sessi, ma che risultano più evidenti nelle femmine. “Uno studio a lungo termine sui GBHs a partire dalla vita prenatale è ora necessario per confermare e esplorare le prime evidenze sulle alterazioni endocrine e sullo sviluppo emerse nello studio pilota” dichiara Fiorella Belpoggi, direttrice dell’area ricerca del Centro per la ricerca sul cancro ‘Cesare Maltoni’ dell’Istituto Ramazzini.

Il glifosato, l’incertezza sull’erbicida più usato – Il glifosato è l’erbicida più usato della storia: 8,6 miliardi di chilogrammi di erbicidi a base di glifosato sono stati utilizzati nel mondo a partire dal 1974. L’uso di glifosato è inoltre aumentato di 15 volte a partire dall’introduzione delle coltivazioni geneticamente modificate, nel 1996. Nel 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo ha classificato come “probabile cancerogeno per l’uomo”. Eppure per l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) è improbabile che il glifosato rappresenti “un pericolo cancerogeno per l’uomo”, mentre l’Agenzia europea per la chimica (Echa) ha affermato che “le evidenze scientifiche disponibili non soddisfano i criteri necessari per classificare il glifosato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione”. È attualmente in corso una valutazione del glifosato da parte dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa). “L’incertezza scientifica che circonda il glifosato e i GBHs – spiega l’Istituto Ramazzini – ha inoltre determinato un’incertezza politica, come dimostrato dal rinnovo limitato a 5 anni della licenza per il glifosato che è stato concesso nel novembre 2017 dagli Stati Membri dell’Unione Europea”.
La campagna di crowdfunding – L’Istituto Ramazzini, con il supporto di altri Istituti e Università indipendenti dall’Europa agli Stati Uniti, ha ora lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare il più grande studio integrato a lungo termine sugli effetti dei GBHs “necessario per estendere e confermare le prime evidenze emerse nello studio pilota e fornire risposte definitive ai diversi dubbi che rimangono sugli effetti cronici sulla salute dei GBHs, inclusi gli effetti cancerogeni”. Il budget totale per questo studio è di 5 milioni di euro. Secondo Alberto Mantovani, direttore del reparto di tossicologia alimentare e veterinaria dell’Istituto superiore di sanità un aspetto di questo studio rilevante per la valutazione del rischio “è il maggior riscontro di effetti endocrini e sullo sviluppo nel formulato commerciale a base di glifosato rispetto ad una dose equivalente di glifosato puro”. Per Mantovani “l’indicazione che altri componenti presenti nei formulati commerciali possano significativamente aumentare la tossicità del glifosato certamente merita ulteriori indagini”.

La cannabis terapeutica riduce gli attacchi di emicrania e previene il mal di testa, secondo un nuovo studio

Di Raffaele Riccio
Secondo uno studio americano pubblicato sulla rivista scientifica ‘Pharmacotherapy‘ la cannabis ridurrebbe il rischio di emicrania e preverrebbe il mal di testa. I ricercatori hanno preso in esame 121 soggetti con evidenti attacchi di emicrania nel corso del mese, 103 dei quali hanno riscontrato un notevole riduzione degli attacchi, passati da una media di 10,4 a 4,6. Lo studio ha quindi evidenziato una correlazione tra la cannabis ad uso terapeutico con una riduzione della frequenza di emicranie.

Laura Borgelt, autrice della ricerca, la cannabis ad uso terapeutico è un farmaco e può avere anche effetti collaterali.

“Abbiamo riscontrato un graduale miglioramento nei pazienti . Come ogni altro farmaco, anche la marijuana ha potenziali effetti benefici e possibili effetti collaterali. E’ dunque importante che le persone capiscano e siano consapevoli che usare la cannabis a scopo terapeutico può avere anche effetti collaterali”.
I volontari ai quali era stata diagnosticata l’emicrania sono stati trattati con diversi tipi di marijuana nel periodo tra gennaio 2010 e settembre 2014. Molti dei partecipanti avevano già fatto uso di tali sostanze prima dell’inizio dello studio, circa i 2/3. Gli scienziati hanno notato che l’inalazione sembrerebbe favorire il trattamento delle emicranie acute. Allo stesso tempo, la cannabis edibile previene il mal di testa.
Non è ancora chiaro come possa la marijuana incidere positivamente sull’emicrania, tuttavia gli scienziati sono certi di aver trovato recettori dei cannabinoidi in tutto il corpo, inclusi cervello, tessuti connettivi e sistema immunitario. Questi recettori avrebbero proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche. In più, i cannabinoidi potrebbero anche influenzare neurotrasmettitori importanti come serotonina e dopamina.
“Pensiamo che la serotonina possa avere un ruolo importante  nell’emicrania, stiamo ancora lavorando per capire che ruolo abbiano i cannabinoidi in questa condizione”, continua Borgelt.
Secondo la ricercatrice i risultati sono stati importanti, ma bisogna necessariamente continuare con la ricerca ed ulteriori studi.Bisognerebbe capire quale possa essere la concentrazione ideale di somministrazione della cannabis come accade negli studi sulla droga, solo in questo modo si avrebbe un quadro più completo. Tuttavia, Borgelt sottolinea che questi studi al momento non sono consentiti negli Usa a causa delle leggi federali anti-droga.

L'ordine di nascita non determina la personalità



Di Stefano Dalla Casa

Non ci sono più le mezze stagioni, il vino fa buon sangue, e i primogeniti sono più responsabili rispetto ai fratelli e alle sorelle minori: l’ordine di nascita, infatti, determina le caratteristiche della nostra personalità.



 Come molte credenze popolari, anche quelle sulla personalità dei fratelli dello stesso nucleo famigliare offrono spiegazioni semplici e lineari a quello che crediamo di osservare, ma non sempre hanno base nei fatti. Ora un nuovo studio appena pubblicato sulla rivista Pnas sembra seppellire definitivamente il mito, almeno nella letteratura scientifica.
Dal cugino di Darwin alla nicchia familiare: un secolo di teorie sulla psicologia di fratelli e sorelle
Secondo la nuova ricerca, guidata dalla psicologa Julia M. Rohrer(Università di Lipsia), tutto comincia nel 1874 con gli studi diFrancis Galton, eclettico scienziato cugino di Charles Darwin. Galton, il più giovane di nove fratelli, studiò un campione di 200 scienziati inglesi concludendo che tra questi i primogeniti erano la maggioranza.
Secondo lo scienziato questo accadeva perché i primi nell’ordine di nascita avevano goduto di maggiori attenzioni da parte dei genitori, e questo li aveva avvantaggiati intellettualmente. In seguito il medico e psicologo Alfred Adler estese la congettura di Galton ai tratti della personalità: i primogeniti erano privilegiati, ma sentivano anche sulle loro spalle una responsabilità eccessivae la preoccupazione di perdere la loro posizione di favoriti, fattori che avrebbero facilitato l’insorgere di nevrosi. Al contrario i fratelli più giovani godrebbero di maggiore indulgenza da parte dei genitori, portando a una diminuzione dell’empatia.
Francis Galton, in parte, aveva ragione: molti esperimenti hanno evidenziato una leggera diminuzione nell’intelligenza misurata con test psicometrici dai primogeniti agli ultimogeniti. Per quanto riguarda invece la personalità lo stesso Adler non ha mai fornito alcuna prova delle sue ipotesi, e nonostante gli esperimenti dei decenni seguenti siano stati inconcludenti le idee di Adler sono ancora ben radicate nella pop psychology. 
Nel 1996 irrompe la teoria della nicchia familiare, dove lo psicologo Frank Sulloway scomoda nientemeno che Charles Darwin. L’ordine di nascita influenza la personalità perché fratelli e sorelle si adattano all’ambiente (la famiglia) in modo da ridurre i conflitti e aumentare la cooperazione. Nella visione di Sulloway i fratelli sarebbero simili ai famosi fringuelli di Darwin (che poifringuelli non erano ma questa è un’altra storia), organismi in competizione per le risorse che si adattano per sopravvivere. I primi a nascere sono, nell’infanzia, necessariamente più imponenti fisicamente e questo favorisce l’emergere delladominanza, necessaria per esempio a badare ai fratelli al posto dei genitori: in questo modo i primogeniti diventano anche più coscienziosi. I fratelli minori devono invece occupare nella famiglia una nicchia libera, e questo favorirebbe nella personalità l’immaginazione, l’estroversione e la socialità. Sulloway espose la sua teoria nel libro Born to rebel (1996), ma nonostante l’entusiasmo del pubblico (tra cui anche alcuni celebri biologi e divulgatori) le prove sperimentali da allora raccolte sono contraddittorie.
Cosa dice il nuovo studio
Gli studi precedenti, sia a favore che contro l’ipotesi della ‘nicchia familiare’ o analoghe, avevano una serie di difetti sperimentali che avrebbero potuto falsare la correlazione o nascondere il legame tra ordine di nascita e personalità. Rohrer e i suoi collaboratori hanno quindi cercato di progettare una nuova analisi priva di quelle limitazioni, tra cui le dimensioni del campione e la valutazione indipendente della personalità di ogni individuo. Gli psicologi si sono affidati alle banche dati di tre indagini sociali sociali a lungo termine: il National Child Development Study (Gran Bretagna),  ilNational Longitudinal Survey of Youth 1997 Cohort (Stati Uniti) e il Socio-Economic Panel (Germania). In questo modo i ricercatori hanno ottenuto informazioni indipendenti su oltre 17mila fratelli e sorelle di tre paesi diversi, i cui principali fattori di personalità (i cosiddetti Big Five) erano stati valutati con test standardizzati.
Se esisteva un effetto dell’ordine di nascita sulla personalità, le analisi statistiche avrebbero dovuto rivelarlo, ma lo studio è riuscito solo a confermare il leggero calo dell’intelligenza nei fratelli minori rispetto ai maggiori.
Gli autori spiegano che questi risultati non escludono che l’ordine di nascita possa avere, in circostanze specifiche, qualche effettosulla personalità, ma tutte le teorie precedenti prevedevano unimpatto determinante sulle sue principali componenti che invece non è stato possibile misurare in alcun modo. Concludono gli autori:
“Il messaggio principale di questo articolo, in ogni caso, è molto chiaro: sulla base della grande potenza statistica e la coerenza dei risultati fra i vari campioni e analisi, si può concludere che l’ordine di nascita non ha un effetto significativo e duraturo sull’insieme dei cinque grandi fattori di personalità all’infuori del dominio intellettivo.”

FONTE: http://www.wired.it/scienza/lab/2015/10/23/ordine-nascita-personalita/

FOTO:http://ilcapoluogo.globalist.it

Caffè senza zucchero, ravanelli e acqua tonica: secondo uno studio dell'Università di Innsbruck chi ama l'amaro potrebbe avere istinti psicopatici e un forte narcisismo






Se tra le vostre preferenze alimentari svettano i gusti amari (ad esempio il caffè, i ravanelli o l'acqua tonica) potreste avere istinti psicopatici e con un forte narcisismo. E' quanto ha stabilito una ricerca su 1000 persone dell'Università di Innsbruck (Austria). 






Secondo gli psicologi - riporta il 'Daily Mail' - i risultati dell'indagine "forniscono la prova empirica che la preferenza per un gusto amaro è legata a tratti delle personalità malevoli, ambigui e con scarsa empatia verso il prossimo".
Insomma chi non ama i cibi o le bevande zuccherate ha un 'lato oscuro' più marcato rispetto a chi non resiste davanti ai dolci. I partecipanti alla ricerca sono stati testati con quiz che hanno permesso agli psicologi di valutare gli elementi della personalità collegati alle preferenze dei gusti a tavola.

La felicità è contagiosa, al contrario della depressione:lo rivela studio dell’Università di Manchester e di Warwick



Se la felicità, come suole dirsi, è contagiosa, lo stesso per fortuna non vale per la depressione.
Frequentare persone che attraversano un periodo difficile, o che soffrono di un serio disturbo dell’umore, non mette dunque a rischio: rappresenta al contrario un’opportunità per diffondere uno stato mentale salutare all’interno della propria rete sociale, o del proprio gruppo di amici.




A dimostrarlo è uno studio realizzato dai ricercatori dell’Università di Manchester e di Warwick, e pubblicato sui Proceedings of the Royal Society B.
Lo studio ha analizzato il comportamento di oltre 2 mila adolescenti americani, verificando in che modo il loro umore influenzasse quello di amici e conoscenti.
Per farlo, i ricercatori hanno preso in prestito le tecniche utilizzate normalmente dagli epidemiologi per controllare la diffusione delle malattie, e hanno così realizzato un modello con cui monitorare in che modo l’umore dei ragazzi si diffondesse all’interno della loro rete sociale.
«È noto che esistono fattori sociali, come vivere da soli, o aver sperimentato degli abusi nell’infanzia, che possono influenzare il rischio di diventare depressi. Ed è noto inoltre che il supporto sociale, come avere qualcuno con cui parlare, è fondamentale per riprendersi dalla depressione», spiega Thomas House, ricercatore dell’Università di Manchester che ha coordinato lo studio. «Il nostro studio però ha affrontato un tema leggermente differente, guardando in che modo le proprie amicizie possono influenzare il rischio di sviluppare un disturbo dell’umore, o la possibilità di riprendersi da una crisi depressiva».
I risultati della ricerca hanno evidenziato che la depressione sembra incapace di diffondersi all’interno di una rete sociale.
Per chi è a rischio o già soffre di questa patologia un numero sufficiente di amicizie “sane”, tendenzialmente felici, può invece essere un toccasana, raddoppiando le probabilità di guarigione, e dimezzando il rischio di soffrire di depressione. E quando parlando di depressione, avvertono i ricercatori, si tratta di numeri estremamente rilevanti.
«Avere forti reti sociali potrebbe quindi essere un metodo estremamente efficace per combattere la depressione«, sottolinea House. «Se nelle nostre società incentivassimo le occasioni per sviluppare amicizie tra gli adolescenti, ogni ragazzo avrebbe più probabilità di conoscere abbastanza persone con un umore sano da beneficiare di questo effetto protettivo».

Con un ricordo traumatico si guarda il mondo diversamente, secondo uno studio dall'università di Toronto Baycrest Health Sciences

ThinkstockPhotos-450140983
Un ricordo traumatico cambia per sempre il modo di vedere le cose. Il cervello di chi ha vissuto un trauma legge nuove informazioni in modo diverso. Il ricordo traumatico resta impresso nella memoria a tal punto da cambiare il punto di vista sulla realtà. A dirlo è uno studio pubblicato su Clinical Psychological Science e condotto dal Baycrest Health Sciences, università di Toronto, Canada.




A far da “cavia” otto passeggeri del volo della Air Transat che nell’agosto 2011 si è concluso con un atterraggio d’emergenza nelle isole Azzorre per evitare l’impatto con l’oceano. Tra questi alcuni avevano sviluppato nel tempo un Disturbo post-traumatico da stress. I ricercatori hanno esaminato il cervello dei partecipanti con una risonanza magnetica mentre guardavano un video con immagini dell’incidente, della tragedia dell’11 settembre e di un evento neutro.
Di fronte alle immagini dell’evento traumatico vissuto in prima persona aumentava la risposta delle aree del cervello coinvolte nella memoria emotiva, cioè amigdala, ippocampo, area posteriore e mediana, a differenza di quando si dovevano ricordare eventi autobiografici neutri.

Dopo un evento traumatico si diventa più sensibili ad altri eventi simili

Una risposta simile è stata invece registrata anche mentre scorrevano le scene dell’attacco terroristico delle Torri Gemelle: una sorta di effetto “di riporto”, come sottolineano i ricercatori. In altre parole, l’eventotraumatico vissuto ha reso più sensibili queste persone agli altri eventi negativi cambiando il modo in cui “filtrano” le nuove informazioni.
Questa è stata la seconda parte di uno studio iniziato nel 2014: nella prima parte i ricercatori hanno somministrato ai passeggeri del volo un questionario. Dalle risposte è emerso che i ricordi erano ancora vividi in tutti, ma quelli con un Disturbo post-traumatico da stress ricordavano molti dettagli estranei all’evento, anche quando l’argomento cambiava.

Quali “segni” lascia un evento traumatico sul cervello?

«È stato dimostrato anche in una serie di studi condotti su modelli sperimentali che gli eventi neutri dal punto di vista emotivo non sono generalmente conservati a lungo nella memoria, mentre gli eventi legati a stati emotivi forti (soprattutto paura e pericolo) tendono a essere ricordati molto efficacemente anche dopo una singola esperienza perché essi attivano il sistema limbico (amigdala)», risponde la dottoressa Elisabetta Menna, ricercatrice di Humanitas e dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr.
«In uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences qualche anno fa – aggiunge – i ricercatori dimostrarono che in seguito all’attivazione dell’amigdala i neuroni dell’ippocampo (la regione del cervello deputata alla formazione dei ricordi a lungo termine) producono una proteina chiamata Arc. La proteina Arc aiuta a conservare il ricordo di quegli eventi che hanno attivato anche il sistema limbico (ricordi emotivamente non neutri) regolando specificamente la funzionalità delle sinapsi, le connessioni tra i neuroni nel cervello».

Un trauma può cambiare la memoria e il modo di leggere le informazioni?

«Sì, e questo studio pubblicato sulla rivista Clinical Psychological Science lo dimostra chiaramente. Si tratta di un fatto evolutivo di estrema rilevanza, che ha reso possibile che nell’Uomo i ‘semplici ricordi‘ diventino informazioni stabili ed elaborabili, in particolare questo implica che siano elaborabili anche le eventuali associazioni dei ricordi a sensazioni di benessere/malessere. Nel corso dell’evoluzione, le sensazioni di benessere/malessere (che nell’Uomo si presentano alla coscienza come emozioni) hanno assunto un ruolo importante perché sono rispettivamente i ‘segnali’ che il comportamento che si sta attuando è ‘adatto’ o ‘non adatto’. (‘Adatto’ nel senso evoluzionistico del termine cioè un comportamento che deriva dall’adattamento e garantisce la sopravvivenza dell’individuo e della specie)».

A cosa potrà servire questa ricerca?

«Questa ricerca aggiunge un tassello d’ informazione nella conoscenza dei processi cognitivi, della memoria e apprendimento che coinvolgono diverse strutture cerebrali come il sistema limbico e l’ippocampo. Inoltre ha delle implicazioni importanti per la comprensione dei processi alla base dei disturbi fobico/ossessivi, cioè in quelle situazioni in cui il sistema limbico produce l’emozione ‘paura’ senza che essa sia associata al ricordo di alcun evento. In questi casi – conclude la dottoressa Menna – sappiamo che ilricordo non c’è perché l’evento che effettivamente genera la paura è stato ‘rimosso’ in quanto intollerabile alla coscienza».

Vi distrate facilmente? No problem, spesso la distrazione è legata a forte creatività secondo uno studio della Northwestern University


Di Jennifer Delgado

Si dice che Darwin, Cechov e Proust erano persone che si distraevano facilment, anche se questo non ha impedito loro di sviluppare le proprie teorie e scrivere i loro capolavori. E anche se nella nostra cultura il potere dell’attenzione e della concentrazione sono spesso esaltati, si deve ammettere che la creatività va spesso di pari passo con la distrazione.







Uno studio condotto presso la Northwestern University, ha scoperto che le persone particolarmente creative faticano ad evitare i rumori di fondo dell’ambiente, il clacson, un rubinetto che perde o le persone che parlano in ufficio. Queste persone hanno dei filtri sensoriali più sensibili, che contribuiscono a limitare la loro capacità di concentrazione, ma allo stesso tempo gli permettono anche di integrare idee diverse, che è una delle chiavi della creatività.

Infatti, si racconta che Proust aveva isolato la stanza in cui scriveva e utilizzava anche dei tappi per le orecchie. Solo così riusciva a concentrarsi. Wagner diceva che la sua maggiore necessità per comporre un brano musicale erano la quiete, il silenzio e la calma, mentre Kafka diceva che aveva bisogno di solitudine per scrivere.

La distrazione: Un fattore necessario per la creatività


All'esperimento in questione hanno partecipato 84 persone. La loro creatività viene valutata in due modi diversi: la prima prova consisteva nel cercare un finale creativo per alcune storie. Maggiore era il numero dei finali e quanto più originali fossero, tanto più valevano nella valutazione della creatività. La seconda prova consisteva nel trovare soluzioni creative ai problemi della vita quotidiana. In questo modo si identificarono le persone più creative.

In seguito venne misurata l’attività elettrica del loro cervello alla ricerca di segnali che indicassero l’abilità per filtrare automaticamente le informazioni indesiderate. Per fare questo, gli si fece sentire il suono di due clic in cuffia, separati l’uno dall’altro da 500 millisecondi. La maggior parte delle persone ha mostrato una forte eccitazione fisiologica sentendo il primo clic ma in seguito inibiva il secondo. Tuttavia, questo non avveniva con le persone creative.

Queste persone continuavano a mostrare una forte attivazione al secondo clic, il che rivelava che i loro filtri per fermare le informazioni irrilevanti non funzionavano molto bene. Questi risultati indicano che distrarsi facilmente non è così male come si pensa.

La relazione nascosta tra creatività e distrazione


I filtri sensoriali permettono di rilevare gli stimoli irrilevanti dall'ambiente e inibirli, in questo modo possiamo rimanere concentrati su ciò che stiamo facendo. Tuttavia, studi recenti indicano che a volte nel processo creativo è necessario che questi filtri lascino passare alcune informazioni.

Consentendo ad una maggiore quantità di stimoli di arrivare alla nostra coscienza, aumentano le probabilità che possiamo ricorrere a nuove combinazioni, diverse e originali. In pratica, nelle prime fasi del processo creativo, la distrazione ci permette di trovare più risposte in quanto integra le idee che altrimenti sarebbero sfuggite al nostro centro dell'attenzione.

Se siamo in grado di convogliare questi stimoli nella direzione giusta, allora la distrazione ci permetterà di vivere una vita più ricca di stimoli ed esperienze che possono scatenare la creatività.

TITOLO ORIGINALE ARTICOLO:"Vi distraete facilmente? Meglio!"

FONTE:http://www.angolopsicologia.com/2015/08/distrazione-intelligenza.html

Come il cervello reagisce alla tua canzone preferita

corbis_42-61726236


Mozart, Rihanna o Duke Ellington non importa: quando ascoltiamo il nostro brano preferito, riportiamo tutti analoghe sensazioni, come il ricordo di esperienze personali dal forte contenuto emotivo, o pensieri che riguardano il nostro vissuto.





Ora i neuroscienziati hanno capito il perché: l'ascolto del genere musicale favorito, qualunque esso sia, attiva sempre uno specifico network di connessioni cerebrali, indipendentemente dal tipo di musica e dalla presenza o meno di parole nelle canzoni.

CERVELLI ALL'ASCOLTO. Mentre l'ascolto di un brano musicale che non amiamo non genera nessuna emozione, sentir risuonare i pezzi di un gruppo che amiamo crea immediatamente un riflesso introspettivo. Questo è noto da tempo, ma le dinamiche neurali all'origine di queste sensazioni non erano ancora state indagate a fondo.

I ricercatori dell'Università del North Carolina, e della Wake Forest School of Medicine di Winston-Salem (USA) hanno esaminato le risonanze magnetiche funzionali (fMRI) di 21 volontari sottoposti all'ascolto di brani musicali di vario genere. In particolare, sono state analizzate le scansioni cerebrali prese in tre condizioni: l'ascolto di un pezzo del proprio genere preferito, di un pezzo del genere meno amato, e della propria canzone favorita in assoluto.

SOGNI AD OCCHI APERTI. Le analisi hanno evidenziato che, quando si sente la propria canzone preferita, nel cervello si attiva una rete di aree cerebrali chiamata default mode network (DMN): un circuito importante per il lavoro mentale di introspezione e di elaborazione di piani, progetti e azioni, che funziona solitamente quando una persona è sveglia, ma a riposo (nei momenti, cioè, in cui possiamo lasciare la mente libera di vagare). Lo stesso circuito si disattiva temporaneamente quando ascoltiamo una canzone che non ci piace.

RECUPERO DEI RICORDI. Non solo. Il nostro pezzo preferito sembra potenziare la connettività tra le regioni cerebrali che processano gli stimoli uditivi e l'ippocampo, una struttura cerebrale implicata nel consolidamento della memoria e delle emozioni sociali. Entrambe le condizioni si verificano indipendentemente dal genere cui appartiene la canzone preferita, e sia essa con o senza parole.

«Questi risultati possono spiegare perché persone che ascoltano brani molto diversi, come quelli di Eminem o Beethoven, sperimentino gli stessi stati emotivi e mentali» commentano gli autori dello studio. I risultati potrebbero servire a impostare nuove forme di musicoterapia dirette, per esempio, a chi soffre di autismo.

Guardarsi negli occhi crea stati alterati di coscienza:lo rivela recente studio psicologico dell'Università di Urbino



Di Alina Dohotaru
È la scoperta intrigante di una ricerca in psicologia condotta dallo psicologo italiano Giovanni Caputo dell'Università di Urbino, ottenuta in assenza di qualsiasi tipo di droga, ma semplicemente chiedendo ai partecipanti di guardarsi dritto negli occhi per 10 minuti.




 Nel 2010 aveva fatto un esperimento simile, in cui le persone si guardavano nei propri occhi, riflessi nello specchio.

L'esperimento

In un ambiente poco illuminato, è stato chiesto a 20 giovani adulti (15 donne e 5 uomini) di disporsi in coppie, uno di fronte all'altro, ad un metro di distanza e guardarsi negli occhi per 10 minuti. L'illuminazione era sufficiente affinché i volontari potessero distinguere i tratti del viso dell'altra persona, ma abbastanza ridotta per distinguere i colori.
Un gruppo di controllo di 20 volontari stava in un'altra stanza, con lo stesso tipo di illuminazione, sempre in coppia, guardando però un muro bianco per 10 minuti. Ai partecipanti è stato detto che l'esperimento aveva a che fare con la meditazione ad occhi aperti.
Allo scadere del termine fissato, i i volontari sono stati invitati a compilare dei questionari relativi a ciò che hanno vissuto durante e dopo l'esperimento psicologico.

Gli effetti: le reazioni bizzarre

Durante i 10 minuti , le persone che si sono guardate negli occhi hanno sperimentato sensazioni bizzarre: percepivano i suoni più forti o più deboli rispetto a quelli reali e una sensazione di dilatazione del tempo. Inoltre, hanno visto deformazioni del volto della persona che guardavano, volti dei genitori vivi o deceduti; facce archetipali, come per esempio una donna anziana, un bambino o il ritratto di un antenato, facce di animali, ma anche esseri fantastici e mostruosi.
Alcune delle sensazioni segnalate indicano sintomi di dissociazione, un termine usato per descrivere una perdita del rapporto con la realtà. È interessante notare che questi sintomi sono correlati con deformità facciale, ma non con  l'aspetto delle facce strane. Caputo ipotizza che queste allucinazioni, le cosiddetti "apparizioni di facce strane”potrebbero essere una conseguenza del “ritorno” alla realtà dopo lo stato dissociativo. Ma la ricerca al riguardo è ancora all'inizio e sarebbe interessante sapere di più su questo fenomeno.

Lo sbadiglio è contagioso perché legato all'empatia



http://www.direttanews.it/2015/08/24/lo-sbadiglio-e-contaggioso-ecco-perche/

Sapete che se non sbadigliate di fronte allo sbadiglio degli altri potrebbe essere un segnale di psicopatia. Può sembrare assurdo, ma è il risultato di uno studio dei ricercatori del dipartimento di psicologia e neuroscienze della Baylor University in Texas, appena apparso sulla rivista Personality and Individual Differences .





I ricercatori hanno sottoposto 135 studenti al test di misurazione standard dei tratti antisociali (Psychopathic Personality Inventory-Revised).
La ricerca ha misurato i tratti caratteriali dei soggetti legati a narcisismo, freddezza emotiva, egocentrismo e incapacità di conformarsi alla norme sociali, ne hanno osservato le reazioni di fronte a dei video raffiguranti individui con diverse espressioni facciali, tra cui gli sbadigli. I meno contagiati sono stati proprio gli studenti con una maggior freddezza emotiva che hanno sbadigliato meno in risposta allo sbadiglio visto. E’ stato dimostrato, dunque, che sbadigliare non è un’azione dovuta alla noia e neppure alla stanchezza. Infatti, si pensava fosse un meccanismo volto al raffreddamento del cervello o alla sua ossigenazione oppure una strategia per alleviare lo stress. Invece gli stessi ricercatori sospettano che lo sbadiglio, sia in qualche modo legato all’empatia.
Aver scoperto che gli psicopatici non reagiscono allo sbadiglio contagioso, tengono a specificare gli autori dello studio, non equivale a dire che chi non ha questa reazione è automaticamente uno psicopatico. Tuttavia, questi individui mancano in genere della capacità di capire le emozioni degli altri: il fatto di non essere vittime dello sbadiglio contagioso suggerisce che qualche meccanismo coinvolto nell’empatia non sta funzionando come dovrebbe.

I bambini più intelligenti hanno maggiori probabilità di sviluppare il disturbo bipolare. La ricerca sul British Journal of Psychiatry


Dalla scienza arriva ancora una volta la prova di un possibile legame tra intelligenza, creatività e disturbi mentali. Gruppi di ricercatori delle Università di Bristol, Cardiff, Glasgow e del Texas hanno infatti rilevato che i bambini con un quoziente intellettivo più alto della media prima dei 10 anni avevano più probabilità di a mostrare sintomi del disturbo bipolare verso i 22-23 anni.

L'Independent riporta che la ricerca, pubblicata sul British Journal of Psychiatry, ha seguito nel tempo 1.881 individui testandone le competenze linguistiche ed il quoziente intellettivo a otto anni, per poi valutarne le tendenze maniaco-depressive dopo i 20.


È risultato che gli individui che mostravano i sintomi più gravi di disturbo bipolare erano anche quelli che da piccoli avevano un QI di dieci punti superiore a quello dei ragazzi che invece erano risultati i "meno bipolari".
L'Independent riporta il commento di Daniel Smith, dell'Institute of Health & Wellbeing di Glasgow:
"Per molti anni si è parlato di un possibile legame tra il disturbo bipolare e l'intelligenze e la creatività, e numerose ricerche lo hanno suggerito. In questo vasto studio abbiamo trovato che una migliore performance ai test per determinare il quoziente intellettivo a otto anni può preannunciare il manifestarsi di sintomi del disturbo bipolare in età adulta."
Sempre secondo Smith, tuttavia, sarebbe sbagliato concludere che una brillante intelligenza è uno dei maggiori fattori di rischio per la malattia; altri elementi che concorrono nell'insorgere del disturbo sono la presenza di malattie mentali nella storia familiare, eventi traumatici nell'infanzia e uso di droghe. Il legame tra l'alto QI nei bambini e il disturbo bipolare è per Smith qualcosa che la scienza deve comprendere meglio.

Un'interfaccia per la connessione dei cervelli



http://www.lescienze.it/news/2015/07/09/news/brainet_rete_collegamento_cervelli_macachi_ratti-2682934/

Le interfacce in grado di collegare sistemi nervosi di diversi individui per svolgere compiti differenti, già messe in scena in alcuni film di fantascienza, sono ora una realtà, almeno per quanto riguarda la sperimentazione su animali. Il risultato è stato raggiunto da due studi distinti, entrambi pubblicati su "Scientific Reports" da Miguel Nicolelis e colleghi della Duke University. Grazie a un'interfaccia cervello-cervello denominata Brainet, i ricercatori hanno integrato i processi cerebrali di quattro macachi rhesus per muovere un braccio virtuale su uno schermo nel primo studio e di quattro ratti per svolgere in modo coordinato un compito computazionale, nel secondo studio.



Nel primo studio, Nicolelis e colleghi hanno impiantato in quattro macachi una schiera di elettrodi con cui rilevare l'attività di centinaia di neuroni nella corteccia motoria e in quella sensoriale, le regioni cerebrali che elaborano rispettivamente le informazioni sui movimenti del corpo e sugli input dei cinque sensi. Questa registrazione dell'attività cerebrale avveniva mentre gli animali osservavano su uno schermo un braccio virtuale che afferrava un oggetto.




Un'interfaccia per la connessione dei cervelli
Schema del primo esperimento con i macachi: Brainet connetteva le attività cerebrali di tre animali (in basso a sinistra), in modo che ciascuno controllasse il movimento di un braccio virtuale su un piano. Ogni macaco vedeva il braccio come se fosse mosso da un macaco in prima persona (in alto a destra) (Credit: Nicoleis et al/Scientific Communications).
Successivamente, le scimmie erano trasferite in stanze separate, dove un computer mostrava la stessa scena del braccio virtuale e dell'oggetto da afferrare. In questo caso però Brainet connetteva il movimento del braccio virtuale agli elettrodi cerebrali degli animali via via coinvolti nelle diverse sessioni.

In una prima sessione, le scimmie erano impegnate a coppie e il movimento del braccio era in uno spazio bidimensionale; Brainet connetteva i cervelli dei macachi al braccio virtuale o in modo che entrambe le scimmie contribuissero per il 50 per cento al movimento nelle due dimensioni (controllo condiviso), o in modo che un macaco controllasse il movimento lungo l'asse X e l'altro lungo l'asse Y (controllo suddiviso). In tutti i casi, per entrambe le scimmie il feedback era esclusivamente visivo ed era l'immagine sullo schermo del movimento completo.

Nella seconda sessione, erano invece coinvolte tre scimmie nel controllo del braccio nello spazio tridimensionale. Grazie a Brainet, ciascuna scimmia poteva controllare i movimenti su uno dei tre piani XY, XZ, YZ, e condivideva quindi il controllo lungo i due assi a lei assegnati con gli altri due animali.

Con un adeguato periodo di addestramento, le scimmie hanno imparato a coordinare i propri comportamenti e le proprie attività neurali, migliorando notevolmente le prestazioni nei test di movimento del braccio virtuale. Inoltre, hanno dimostrato di poter compensare i piccoli errori delle compagne lungo gli assi spaziali condivisi.

Nel secondo studio, Nicolelis e colleghi hanno usato l'interfaccia Brainet per collegare tra loro i cervelli di quattro ratti in modo che ogni cervello ricevesse i segnali prodotti dall'attività elettrica cerebrale degli altri animali. In pratica, mentre nello studio sui macachi gli animali fornivano segnali di output ma ricevevano un feedback solo visivo, in questo secondo studio Brainet registrava e analizzava in tempo reale l'attività corticale del cervello di ciascun ratto e la comunicava, tramite altri elettrodi microstimolatori, al cervello degli altri ratti.

In particolare, i segnali ricevuti erano quelli della corteccia somatosensoriale: quest'area cerebrale è deputata alla localizzazione dello stimolo periferico, alla valutazione della sua intensità, al riconoscimento della forma degli oggetti e alla propriocezione, cioè alla percezione e al riconoscimento della posizione del corpo nello spazio e della contrazione dei muscoli.

Grazie a Brainet, gli autori sono riusciti a sincronizzare tra loro le attività neurali dei roditori, prima deprivandoli dell'acqua, poi sottoponendoli a diversi test: gli animali ricevevano l'acqua come ricompensa solo se tutti fornivano una risposta adeguata.

Con l'integrazione degli input somatosensoriali degli altri ratti, ciascun animale ha risolto alcuni problemi computazionali, come l'elaborazione di immagini, distinguendo tra oggetti bianchi o neri, la memorizzazione e il recupero d'informazioni tattili. Le prestazioni in questo tipo di compiti sono risultate grossomodo le stesse dimostrate da singoli individui.

In questo caso, l'interfaccia Brainet ha dimostrato secondo i ricercatori di poter costituire un nuovo tipo di dispositivo di calcolo, una sorta di "computer organico" che potrebbe avere diverse applicazioni, la prima delle quali è lo studio del comportamento sociale degli animali.

Come la caffeina combatte lo stress cronico



http://www.lescienze.it/news/2015/06/12/news/caffeina_contro_stress_cronico_blocco_recettori_adenosina-2648632/

L'aumento del consumo di caffeina nelle persone soggette a stress cronico è legato alla capacità di questa sostanza di prevenire diverse alterazioni cerebrali indotte proprio dallo stress. La ricerca che ha condotto a questa scoperta - fatta da un gruppo di ricercatori dell'Università di Coimbra, in Portogallo, e pubblicata sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” - ha anche permesso di identificare i meccanismi molecolari alla base di questa proprietà della caffeina, aprendo la strada a un nuovo possibile approccio alla terapia dei disturbi dell'umore e della memoria indotti dallo stress cronico.



Lo stress ripetuto è noto per essere un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psichiatrici come la depressione e la perdita di memoria. Studi di carattere epidemiologico hanno mostrato che l'incidenza di depressione e il rischio di suicidio sono inversamente correlati al consumo di caffeina, ma i meccanismi molecolari alla base del fenomeno non erano noti.


Manuella P. Kaster e colleghi hanno studiato i principali recettori neuronali su cui agisce la caffeina, quelli dell'adenosina, che si lega a essi e li blocca. Lavorando con un gruppo di topi sottoposti a stress cronico, i ricercatori hanno confermato che alle alterazioni del comportamento corrispondono delle alterazioni nelle sinapsi - le strutture con cui i neuroni comunicano fra loro - molte delle quali appaiono atrofizzate. Questi cambiamenti avvengono soprattutto nell'ippocampo, una regione del cervello che ha un ruolo di primo piano nella formazione della memoria e nella navigazione spaziale, oltre che nell'inibizione di alcune risposte comportamentali.

Dato che i neuroni dell'ippocampo sono molto ricchi di un particolare tipo di recettori dell'adenosina, detti A2AR, coinvolti nei meccanismi di plasticità sinaptica, Manuella P. Kaster e colleghi hanno sottoposto a stress cronico altri due gruppi di topi: uno geneticamente modificato in modo che i neuroni non esprimessero quei recettori, l'altro di topi normali in cui i recettori A2AR erano stati bloccati farmacologicamente.

Entrambi i gruppi hanno mostrato comportamenti meno disfunzionali e una memoria migliore rispetto ai topi del gruppo di controllo, con la sola eccezione di un livello di ansia leggermente più alto nei topi che assumevano caffeina. A questi miglioramenti del comportamento corrispondeva inoltre un minore livello di atrofia sinaptica dei neuroni dell'ippocampo.

Ciò fa ipotizzare, concludono i ricercatori, che la maggiore assunzione di caffeina nei soggetti stressati sia in effetti un tentativo inconsapevole di automedicazione
.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *