Le Olimpiadi, prosecuzione della politica con altri mezzi

lug 25, 2012 0 comments
 Di Massimiliano Panarari
Decostruzione di un (gigantesco) evento sportivo. Dietro la festa e l’agonismo olimpico, sin dagli esordi, si muovono interessi di natura economica (e, fin qui, nulla di strano, si potrebbe dire), ma anche, in maniera eminente, la politica. Lo racconta, alla vigilia delle imminenti Olimpiadi 2012 di Londra, il libro di un giovane studioso specializzato in storia dello sport, Nicola Sbetti, che nel suo Giochi di potere (Le Monnier-Mondadori, pp. 304, € 21,50; prefazione di Sergio Giuntini), effettua un’interessante e dettagliata ricostruzione degli intrecci tra relazioni internazionali, politica di potenza e diplomazia sportiva dalla prima edizione (Atene 1896) sino ai nostri giorni.
Anzi, secondo lo storico, il sistema delle Olimpiadi è, da molti punti di vista e in maniera quasi quintessenziale, lo specchio della politica, dal momento che concorre a rappresentare - e a proiettare nell’immaginario collettivo delle varie opinioni pubbliche - l’idea di una serie di Stati in competizione (in questo caso pacifica) tra loro, rafforzando così il meccanismo dell’identificazione con la propria nazione, secondo quella dicotomia che, ci hanno detto in molti, fonda la politica. Ovvero, la coppia «amico/nemico», che, nella fattispecie (e per fortuna), si converte in avversario sportivo. Insomma, «noi» vs. «loro»: ed ecco che la geopolitica olimpica finisce per riflettere esemplarmente quella politica, e per certificare l’esistenza sul palcoscenico della comunità internazionale, per cui se una nazione non viene ammessa a gareggiare non conta granché (oppure è fatta oggetto di boicottaggio e ostracismo).
Le Olimpiadi estive moderne risorgono, a fine XIX secolo, all’insegna dell’idea di trovare la sintesi fra tre paradigmi culturali assai diversi tra loro: la «filosofia» dello sport praticata dalla borghesia anglosassone, quella europeo-continentale (egemonizzata dalla Germania) della ginnastica (con annesse tendenze patriottiche e militariste) e l’ispirazione «pacifista» e interclassista delle dottrine pedagogiche del (successivamente famosissimo) barone francese Pierre de Coubertin.
Tenerle insieme richiedeva, in effetti, un miracolo, il che spiega, nei primi tempi (e sostanzialmente fino all’edizione londinese del 1908) anche la fatica dei Giochi olimpici a trovare spazio e identità, tanto da ridursi, di fatto, ad appendici sportive dei vari concomitanti Expo, tipiche espressioni dell’esuberante fiducia nel progresso di quella scoppiettante Belle Epoque positivista. Che aveva anche, come noto, un orrido dark side antropologico, dal quale discese, nell’ambito dei Giochi di Saint Louis del 1904, la decisione di riservare - alla faccia dell’universalismo decoubertiniano e dello spirito olimpico - gare separate a tutti gli appartenenti alle «etnie inferiori», dai nativi americani ai «sangue misto».
All’indomani della prima guerra mondiale, i Giochi olimpici si rivelarono anche - l’eterogenesi dei fini… - inevitabili compagni di strada di nazionalismi e ideologie, e una loro grancassa propagandistica. L’apice si raggiunse con Berlino 1936, sotto l’egida (e la regia) del nazismo; e la sagra olimpica del totalitarismo nazifascista, se non fosse esploso il conflitto, sarebbe pure proseguita nel ’40 a Tokyo, mentre Roma si era prenotata per i Giochi del ’44.
Abbattute le dittature (ed escluse Germania e Giappone da Londra 1948, a cui viene invece ammessa l’Italia, in virtù del combinato disposto del consolidamento del nostro ancoraggio al blocco atlantico e del «riscatto morale» garantito dalla Resistenza antifascista), con Helsinki ’52 le Olimpiadi si trasformano nel palcoscenico sportivo della Guerra fredda. E, così, passando, via via, per Città del Messico ’68 (l’edizione dell’antagonismo tra Black Panthers e contestazione studentesca), Monaco di Baviera ’72 (con la strage terroristica degli atleti israeliani), Montréal ’76 (la prima delle Olimpiadi del boicottaggio), fino al crollo del Muro di Berlino e alle competizioni vetrina della globalizzazione (e trionfo di marketing e commercializzazione, come l’«Olimpiade-Coca Cola» di Atlanta del ‘96), i tornanti fondamentali della politica del Secolo breve possono venire tutti (e integralmente) letti mediante le lenti (o, meglio, i cerchi) dei Giochi.
Inclusa Pechino 2008, quando le proteste a favore del Tibet sono ben presto rientrate al cospetto dell’influenza del gigante asiatico sull’economia mondiale. E compresa Atene 2004, prefigurazione, se si pensa alla corruzione e agli sprechi di cui è stata teatro, della tragedia sociale e finanziaria della Grecia odierna. Una «legge» valida per quelle realizzate, ma anche per quelle mancate, come dimostra la rinuncia di Mario Monti alla candidatura italiana per il 2020 di fronte al rischio di un’«Olimpiade-spread».

Fonte:la Stampa

http://www.radicali.it/rassegna-stampa/olimpiadi-prosecuzione-della-politica-con-altri-mezzi

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