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Luca Dotto: “Atleti distrutti per il rinvio delle Olimpiadi? Il vero dramma lo vive chi è malato”


Di Alessio Morra

Ufficialmente sono state rinviate al 2021 le Olimpiadi di Tokyo, la notizia l'hanno data il Primo Ministro giapponese Abe e il numero del CIO Bach dopo una videoconferenza tenuta martedì. La decisione era nell'aria ed è ufficiale, ancora non esiste una data per i Giochi che si terranno dunque la prossima estate. La notizia è stata accolta con un po' di rammarico, oltre che dagli appassionati che volevano godersi il grande evento sportivo, anche molti atleti hanno manifestato il proprio dispiacere per il rinvio di un anno.

Il post polemico del nuotatore Luca Dotto
Luca Dotto, uno dei più forti nuotatori azzurri – che spesso ha conquistato medaglie ai Mondiali e agli Europei, anche quelli di Vasca Corta, in un post ha polemizzato contro quegli atleti che a mezzo stampa o sui social si sono detti tristi per il rinvio al 2021 e ha inviato quegli stessi atleti ha guardare cosa accade nel mondo, perché il vero dramma non è lo spostamento di un anno delle Olimpiadi:

Leggo post di atleti, disperati, con didascalie strappa-lacrime perché dicono di essere sconvolti e aver fatto fatica e sacrifici per nulla visto che le Olimpiadi si faranno l'anno prossimo, ragazzi ma stiamo dando i numeri? Il vero dramma lo sta vivendo chi è malato o chi alla fine di questo periodo perderà il lavoro e non saprà come dare da mangiare alla propria famiglia!! Noi atleti professionisti siamo dei privilegiati e alcuni di noi stanno veramente sbarellando.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.fanpage.it/sport/luca-dotto-atleti-distrutti-per-il-rinvio-delle-olimpiadi-il-vero-dramma-lo-vive-chi-e-malato/

La città di Calgary ritirerà la candidatura ai Giochi invernali del 2026 dopo l’esito del referendum sull’organizzazione

Il sindaco della città canadese di Calgary, Naheed Nenshi, ha detto che dopo il referendum in cui il 56,4 per cento dei votanti si è opposto all’organizzazione in città delle Olimpiadi invernali del 2026, ratificherà l’esito nel consiglio comunale e ritirerà ufficialmente la candidatura della città. Già prima del referendum di martedì, Nenshi aveva chiarito che la candidatura di Calgary non sarebbe rimasta in piedi senza l’appoggio della maggioranza dei cittadini. Secondo dati non ancora definitivi, dei 304.774 voti complessivi del referendum, 171.750 sono stati contro la candidatura mentre 132.832 quelli a favore. I risultati definitivi verranno pubblicati venerdì.
La città canadese è quindi l’ultima a ritirare la proprio candidatura per l’organizzazione dei Giochi invernali del 2026 dopo Sion, Graz, Sapporo ed Erzurum. Dopo la ratifica del ritiro di Calgary, in corsa ne rimarranno solo due: Stoccolma e Milano-Cortina, la cui candidatura congiunta è stata confermata dal CONI lo scorso ottobre. L’assegnazione definitiva avverrà durante l’assemblea generale del CIO in programma a Milano il prossimo settembre.

Coni deposita candidatura Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026

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Di Gabriella Cerami
Quando ad essere toccati sono gli interessi dei territori e le battaglie storiche giallo o verdi, ecco venir fuori i due governi. Appunto, ce n'è uno che pensa agli interessi M5s e un altro che difende con forza le richieste degli amministratori locali del Carroccio. Al centro vi è sempre il problema dei soldi e così sta succedendo anche per le Olimpiadi del 2026, benedette da Matteo Salvini perché in gara ci sono Milano e Cortina, e quasi osteggiate dal Movimento 5 Stelle che in batteria lancia l'avvertimento che il governo non dovrà stanziare soldi.
Il leader leghista le chiama "rivalità di campanile", quelle alla base della mancata candidatura di Torino. Ma sono proprio queste rivalità tra M5s e Lega a dividere il governo. La città della Mole amministrata dalla pentastellata Chiara Appendino è fuori e invece Milano e Cortina, con un governo regionale a trazione leghista, sono in gara per ospitare i giochi invernali.
A questo punto i grillini difendono le casse dello Stato: "Se vogliono fare le Olimpiadi dovranno trovare loro i soldi". Il messaggio è diretto a Matteo Salvini che poco prima si era impegnato a nome dell'esecutivo dicendo che è "un dovere degli enti locali e del governo sostenere chi non si ritira".
Per sostegno si intende anche in termini di risorse. In tutto serviranno circa 380 milioni (un miliardo viene versato dal Cio alla candidatura vincente) e dal momento che Torino non ci sarà, questi soldi saranno a carico di due sole città. Ai servizi dovrebbe pensarci lo Stato ma, come avviene in altri Paesi, il governo può anche non dare garanzie. In questo caso però dovrebbe essere messo nero su bianco sin da subito.
Tuttavia soprattutto il governatore del Veneto Luca Zaia ha già battuto cassa e in fondo Salvini ha risposto positivamente. "Sentir dire adesso che sono uno spreco – afferma il governatore del Veneto - perché loro non ci sono più, è anche poco rispettoso per chi ha lavorato al dossier". Subito dopo parla il leader leghista: "Le Olimpiadi portano molti più soldi e vantaggi degli investimenti e noi lavoreremo per mettere d'accordo tutti facendo il possibile perché siano ospitate dall'Italia". I toni non sono stati graditi dagli M5s ed è per questo che a tarda sera il sottosegretario Giancarlo Giorgetti è costretto a correggere il tiro: "Se Lombardia e Veneto trovano investitori privati e il governo non ci mette niente, facciano pure". Ma ancora la strada è lunga e se l'Italia sarà scelta, la risposta arriverà l'anno prossimo, sarà tutta un'altra storia.

RIO 2016, IL JUDOKA EGIZIANO RIFIUTA LA STRETTA DI MANO DALL'ISRAELIANO

Rio 2016, il judoka egiziano rifiuta la stretta di mano dall'israeliano
Nel corso degli ottavi di finale di judo, categoria 100 chilogrammi, alle Olimpiadi di Rio 2016, l’atleta egiziano Islam El Shehaby ha rifiutato la stretta di mano del suo avversario, l'israeliano Ori Sasson.
Il gesto di El Shehaby non è stato apprezzato dal pubblico presente allo stadio, che ha infatti iniziato a fischiare l’atleta.
Sottrarsi a una stretta di mano dopo un incontro di judo è estremamente insolito, il che rende il gesto dell'egiziano ancora più irrispettoso.

RIO 2016: SPUNTA BANDIERA FASCISTA IN DIRETTA TV



Rio 2016, Rai in imbarazzo: spunta bandiera fascista in diretta tv FOTO. Una bandiera tricolore italiana con al centro un’enorme aquila che sovrasta un fascio littorio è apparsa durante l’inno di Mameli alle Olimpiadi di Rio. Come scrive liberoquotidiano.it, l’imbarazzante presenza sugli spalti è stata immortalata dalle telecamere della Rai poco prima della partita di pallanuoto maschile tra il Settebello italiano e l’ostica Croazia, che ha battuto gli azzurri 10-7. Quella strana bandiera, chiaro riferimento a quella della Repubblica di Salò, è stata vista da tutto il mondo, con la regia internazionale e quella della Rai che ha anche regalato un primo piano al cimelio nostalgico.
Olimpiadi Rio 2016, diretta tv e streaming su Rai 2, Raisport 1 e Raisport 2. Le Olimpiadi di Rio 2016 saranno visibili in chiaro sui canali Rai, previste oltre 15 ore di diretta al giorno tra Rai 2, Raisport 1 e Raisport 2Il calendario con tutte le gare degli atleti azzurri (cliccare qui).Il palinsesto completo di Rai 2 (cliccare qui) e lo streaming di Rai 2 (cliccare qui). Il palinsesto completo di Raisport 1 (cliccare qui) e lo streaming di Raisport 1 (cliccare qui). Il palinsesto completo di Raisport 2 (cliccare qui) e lo streaming di Raisport 2 (cliccare qui).
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Di Claudio Torre

Il Settebello, dopo tre vittorie consecutive, ha alzato bandiera bianca contro la Croazia.
Nel torneo olimpico di Rio2016, la Nazionale azzurra maschile di pallanuoto, dopo aver battuto Francia, Spagna e Montenegro, ha ceduto oggi per 10-7 di fronte alla Croazia. "Oggi è stata una partita dura fisicamente come ci aspettavamo - analizza il commissario tecnico Alessandro Campagna - dove per la prima volta abbiamo subito un pò il pressing avversario. Ci hanno messo in difficoltà nel servire il centro e hanno costretto gli esterni a fare un duro lavoro di smarcamento, che ha tolto energie. Non è stata una bella partita ma è positivo essere rimasti attaccati al match fino alla fine. Andiamo avanti e prepariamo la prossima partiita di domenica con gli Stati Uniti. Poi penseremo al quarto di finale".
Ma in apertura di gara, durante gli inni è spuntata sugli spalti una bandiera tricolore italiana con al centro un'enorme aquila che sovrasta un fascio littorio mentre risuonavano le note di Mameli. La strana presenza sugli spalti è stata immortalata dalle telecamere della Rai poco prima della partita di pallanuoto maschile tra il Settebello italiano e la Croazia, persa appunto dagli azzurri 10-7. La bandiera col fascio è stata vista da tutto il mondo, con la regia internazionale e quella della Rai che di fatto hanno regalato un primo piano a quel tricolore esposto probabilmente da un "nostalgico".

L’ORIGINE NAZISTA DELLA STAFETTA DELLA TORCIA OLIMPICA




Di Salvatore Santoru

Com'è noto la fiamma olimpica(1), o fuoco olimpico, ha origini antichissime che ci riportano ai tempi dell'Antica Grecia e delle Olimpiadi Antiche(2).
Le Olimpiadi Antiche furono un'invenzione e un'elemento tipico dell'antica civiltà occidentale,e/o greco/romana, e in seguito vennero sempre più malviste e abbandonate per via dell'adozione ufficiale del cristianesimo nell'Impero Romano, cristianesimo che vedeva sempre più negativamente le Olimpiadi in quanto considerate "festa pagana".
In seguito vi fu il "revival olimpico" di fine Ottocento/inizio Novecento e nel 1928 venne reintrodotta la fiamma olimpica, ma bisogna attendere il 1936 per lo svolgimento delle Olimpiadi come sono intese oggi.
 Proprio a proposito delle Olimpiadi del 36, c'è da segnalare che in essa venne inventata la stafetta della torcia olimpica
La stafetta fu voluta dal dirigente e scienziato dello sport del III Reich Carle Diem(3) e fu ispirata all'utilizzo simbolico e rituale della "fiamma olimpica" nell'Antica Grecia, fiamma olimpica che però non veniva portata con la torcia.
In tal modo il Reich di Adolf Hitler voleva manifestare il suo considerarsi "erede" moderno della civiltà greca e dello "spirito pagano" delle antiche civiltà e imperi europei e/o occidentali, "spirito" che si voleva far rivivere con la celebrazione del culto del corpo e del superomismo che lo sport di massa incarna e che il Reich voleva utilizzare per promuovere la propria immagine nel mondo.
In seguito, l'idea della stafetta venne mantenuta dagli organizzatori inglesi delle Olimpiadi del 1948 n quanto contenente un "messaggio di pace"(4).

NOTE:

(1)https://it.wikipedia.org/wiki/Fiamma_olimpica

(2)https://it.wikipedia.org/wiki/Giochi_olimpici_antichi

(3)https://it.wikipedia.org/wiki/Fiamma_olimpica#La_torcia

(4)http://www.giornalettismo.com/archives/436017/la-staffetta-della-torcia-olimpica-lhanno-inventata-i-nazisti/

RIO 2016, PUTIN NON PRESENZIERA' ALLA CERIMONIA DI APERTURA DELLE OLIMPIADI

Vladimir Putin
L’addetto stampa della Presidenza russa, Dmitrij Peskov, ha oggi dichiarato che Vladimir Putin non prevede di partecipare alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. “Al momento questo viaggio non è inserito nel programma del Presidente”, ha dichiarato, “Il piano di lavoro è un altro”. Anche per quanto riguarda la sua presenza a delle singole competizioni, Peskov ha sottolineato come questa “sarà una decisione che prenderà lui stesso”.
Nonostante nelle dichiarazioni ufficiali non se ne faccia accenno, è altamente probabile che la decisione sia profondamente legata alla vicenda doping, che ha preso la connotazione di un vero è proprio boicottaggio dalle sfumature politiche, nonostante la decisione del CIO di ieri circoscriva di fatto l’esclusione solo nell’atletica.
Del resto da un punto di vista prettamente politico, la storia dell’impeachment del Presidente Dilma Roussef poteva aver già sfumato l’entusiasmo dei russi verso un evento che avrebbe dovuto rilanciare nel mondo l’immagine del Gruppo Brics. Ma malgrado l’assoluzione della Roussef arrivata in queste ore, questa sarà almeno dal punto di vista del messaggio politico, un’Olimpiade sotto tono. Dovevano essere le Olimpiadi di Dilma, dopo i mondiali di calcio di due anni fa, invece saranno soltanto le Olimpiadi dello scandalo.
Mentre in Russia le polemiche sulla questione doping non si placano. Il Presidente Putin ha infatti aperto una commissione di inchiesta, che forse porterà all’azzeramento di tutti i vertici sportivi del paese (verrà fatto fuori Vitaly Mutko?). Nel frattempo la Isinbayeva (atleta russa specialista nel salto con l’asta, disciplina nella quale detiene il record del mondo) annuncia il ritiro dall’attività agonistica dopo l’esclusione dell’atletica russa con parole al vetriolo: “È la morte dell’atletica”. L’atleta ha dovuto addirittura rinunciare a migliorare il primato mondiale durante le scorse gare nazionali a causa della squalifica della Iaaf. Intanto l’atleta russa Klishna gareggerà sotto la bandiera olimpica, decisione che ha suscitato l’ira dei suoi connazionali che l’anno accusata di tradire la causa nazionale, rinfacciandole di vivere negli USA e fuori dalle questioni russe.
Tuttavia sembra che la Isinbayeva non mollerà finché i mezzi giuridici a sua disposizione glielo consentiranno: l’atleta ha infatti annunciato che farà ricorso al Tribunale dell’Unione Europa dei Diritti dell’Uomo.

Il debito pubblico delle grandi opere


Di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
http://www.ilfattoquotidiano.it
Negli ultimi anni, un’incidenza determinante sull’aumento dei debiti pubblici hanno avuto i costi delle grandi opere pubbliche, deliberate con sempre maggiore frequenza dalle amministrazioni statali centrali e periferiche non per rispondere a reali necessità, ma con la motivazione esplicita di rilanciare l’economia e creare occupazione. Le grandi opere hanno quasi sempre un impatto ambientale devastante e possono essere realizzate soltanto da grandi aziende che così suggellano la loro alleanza strategica col potere politico che le delibera.

Un’alleanza che accomuna tutte le varianti della destra e della sinistra e ha attenuato fino a renderle irrilevanti le loro differenze culturali e di prospettiva politica. Una sorta di ossessione maniacale infarcisce di progetti faraonici, cervellotici e inutili i programmi elettorali di tutti i partiti a ogni livello istituzionale. Più sono grandi, più investimenti richiedono, maggiore è il contributo che si ritiene possano dare alla crescita economica, più alte sono le cifre che possono transitare illegalmente tra i vincitori degli appalti e i committenti.

Una indecenza che si ripete ogni volta in occasione di olimpiadi estive e invernali, campionati di calcio, di nuoto, di tennis, esposizioni universali, centenari, giubilei, conferenze internazionali. Le grandi opere che si realizzano in queste occasioni hanno costi altissimi, vengono usate per poche settimane per poi rimanere abbandonate al degrado e all’incuria, non ripagano nemmeno in minima parte le loro spese, riempiono le amministrazioni pubbliche di debiti per più generazioni, le obbligano a contrarre altri debiti per pagare gli interessi sui debiti contratti, le costringono a fare cassa cedendo la gestione dei servizi pubblici ad aziende multinazionali.

Il debito pubblico della Grecia, su cui si è scatenata la speculazione finanziaria, ha cominciato a impennarsi in conseguenza delle spese effettuate per le Olimpiadi di Atene del 2004. Se Torino è la città più indebitata d’Italia, lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Per riuscire a ridurre, o quanto meno a non accrescere il debito pubblico, aumentando al contempo l’occupazione, bisogna potenziare le attività produttive nei settori in cui i costi di investimento si ammortizzano con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere.

Anziché nella costruzione di grandi opere occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nella riduzione delle perdite nelle reti idriche e nel recupero delle acque piovane, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi deturpati negli scorsi decenni da un’edilizia volgare e invadente, nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri urbani dove insistono edifici industriali o palazzi abbandonati (come si sta facendo a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio dei materiali contenuti negli oggetti dismessi, nell’agricoltura tradizionale di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra i produttori e gli acquirenti.

Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, queste attività hanno un’utilità intrinseca e ripagano i costi d’investimento con la riduzione degli sprechi e dei consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici, non richiedono tecnologie potenti ma evolute e il recupero di tecniche artigianali tradizionali, non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccole e medie imprese, artigiani specializzati e studi tecnici radicati sul territorio, in grado di penetrare in tutte le pieghe del sistema, di conoscere tutte le realtà, anche di dimensioni limitate, che necessitano di interventi di ristrutturazione e di realizzarli con costi di investimento e tempi di rientro ridotti, finanziabili da istituti di credito locali.

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/26/debito-pubblico-delle-grandi-opere/363978/

La corsa contro la morte

Da quando ho imparato a camminare mi piace correre (Nietzsche)   

Di Andrea 'Perno' Salutari
Lo sport nel XXI secolo
Oggi inauguro una nuova sezione del mio blog dedicata allo sport.
La civiltà umana del XXI secolo contagia tutti, purtroppo anche lo sport. Il calcio e con esso il calciomercato regala le perle migliori, giocatori mercenari e presidenze come avvoltoi. Berbatov nei giorni scorsi ci ha deliziato. Ma lo sport non è solo calcio, è anche tanto sudore e sacrificio. Una medaglia olimpica come Schwazer si dopa per essere ancora competitivo, il sette volte vincitore del Tour De France, Lance Armstrong, lo faceva per entrare nella storia. C'è anche l'altra faccia del doping. Siamo passati dalla "sportività" ad accusare altri di doping solo perchè più forti, pensiamo alla polemica di Carl Lewis contro Bolt e i giamaicani.
Certo, la pressione, la vittoria a tutti costi, obbliga a gesti estremi. Perchè lo sport dovrebbe aiutare a vivere, ma la competizione estrema uccide. Il tecnico della nazionale di pallavolo russa, Ovcinnikov, si è suicidato (pare) a causa della sconfitta delle olimpiadi. Si muore anche di sport. Rileggendo tutto ciò vengono i brividi a pensare che un’altra atleta, Samia Yusuf Omar, è morta su un barcone di immigrati mentre cercava di raggiungere l'Italia. Ma si sa, l'Africa ha problemi più seri. Ad ognuno le proprie priorità.

La poltrona uccide 5,3 milioni di persone all’anno.
L'inattività fisica uccide quanto il fumo, ogni anno 5,3 milioni di persone morirebbero nel mondo a causa dell'inattività fisica, il dato è stato analizzato recentemente da uno studio scientifico di 33 ricercatori pubblicato su The Lancet. Lo studio è stato pubblicato poco prima delle ultime olimpiadi di Londra. Paradossalmente mentre i migliori atleti del mondo gareggiano e rappresentano la propria nazione, c’è un popolo che muore seduto sul suo comodo divano forse proprio mentre guarda in televisione le imprese olimpiche.(1)
La pigrizia dell’umanità la si può notare da piccole cose che incidono sulla nostra vita, l’uso dell’auto anche per fare poche centinaia di metri danneggia sia il nostro fisico, sia l’ambiente in cui viviamo. Secondo lo studio un terzo della popolazione non svolge neanche una passeggiata di 30 minuti e non svolge neanche 3 piccoli allenamenti di 20 minuti di un qualsiasi sport. Ma sicuramente passa moltissime ore davanti ad un PC, una console o una televisione.
Il numero di morti per inattività fisica è in aumento, il dato è gravoso. Nel 2008 furono 5,3 milioni su un totale di 57 milioni di morti in tutto il mondo per malattie, pari ai decessi causati da altre cattive abitudini mortali, come le sigarette, o all'obesità dovuta a uno stile alimentare insano. Secondo lo studio The Lancet se il livello di inattività calasse almeno del 10 per cento, si potrebbero salvare ogni anno mezzo milione di vite umane.

Correre per 10 motivi
1. Correre è il miglior modo per combattere le malattie cardiovascolari. Bastano 30 minuti al giorno 4 giorni a settimana per raggiungere un ottimo livello di forma.
2. Correre fa bene al cuore. Dopo pochi mesi in cui si corre le pareti del cuore si inspessiscono e i ventricoli si ingrandiscono
3. La corsa è uno sport molto economico: servono semplicemente delle buone scarpe e un abbigliamento adeguato.
4. Correre è il metodo migliore per ridurre lo stress
5. La corsa è accessibile a tutti: al parco, in montagna o per la strada, un posto per correre c’è sempre.
6. Correre è il modo migliore per bruciare calorie, dimagrire e/o tonificare
7. La corsa è un metodo di allenamento molto flessibile: si può correre da soli, in compagnia e quando si vuole
8. Correre fa stare decisamente bene: quando si corre regolarmente la forma fisica, l’autostima e la confidenza con il proprio corpo crescono.
9. Correre è facile da imparare: non servono corsi specializzati né insegnamenti particolari come per la maggior parte degli altri sport.
10. La corsa è per le famiglie, per i giovani e per gli individui di ogni età: non ci sono limitazioni, l’importante è che non manchi la passione. (2)

Correre per stare lontani, per stare fuori, per stare soli (Mauro Covacich)

Nel prossimo articolo pubblicherò i primi passi per tutti i sedentari che vorranno provare l’ebbrezza di alzarsi dalla poltrona e poter così vivere in maniera più completa la propria vita fisica e mentale.
Ho inaugurato questa sezione preoccupato che lo sport da cura dell'umanità ne uscirà vittima. E’ una riflessione che spesso faccio quando correndo per la città penso alle conseguenze dell’estrema competitività e dei troppi soldi che circolano, lo sport dovrebbe migliorare la vita, difficile pensarlo quando a pieni polmoni si respira lo smog creato dalla nostra civiltà. Ma forse correre è anche fuggire da tutto questo …

Fonte:http://patriadelribelle.blogspot.it/2012/09/la-corsa-contro-la-morte.html

Olimpiadi: Giochi di potere

Di Giovanni Armillotta
Dopo trentasei anni, sappiamo che Stefano Jacomuzzi ha un erede che ha per nome Nicola Sbetti. Son passati oltre sette lustri dall’uscita del capolavoro del novese, mentre per sciocchezze o fatti di basso conto in ben 36 mesi possiamo avere più titoli o edizioni su argomenti sciocchi e/o leggeri, per evitare il termine ‘inutili’.

Ciò non dipende unicamente dalla pochezza intellettiva dei clienti del mercato, ma pure perché - come afferma Sergio Giuntini nella prefazione di Giochi di potere. Olimpiadi e politica da Atene a Londra 1896-2012 di Sbetti (Le Monnier, Firenze 2012) - non si vuole ammettere per il fatto «che rivisitare un Giro d’Italia, un campionato calcistico o un’Olimpiade voglia dire, solo e pienamente, fare storia contemporanea.

Un’affermazione forte in una realtà, quale quella italiana, in cui non da tanto lo sport ha cominciato a ottenere considerazione e dignità in seno all’Accademia, e in specie nei corsi di laurea in Lettere, Filosofia, Sociologia, Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione. Ne sapeva qualcosa Stefano Jacomuzzi, l’autore cui dobbiamo il più significativo lavoro pubblicato in Italia sulla storia olimpica. Nelle occasioni giuste Jacomuzzi raccontava quante difficoltà avesse incontrato da docente universitario di Letteratura a Torino quando cominciò a occuparsi seriamente di sport. Per numerosi suoi colleghi perdeva in autorevolezza, studiare lo sport appariva una sorta di diminutio.

Un atteggiamento tra lo snobistico e l’intellettualistico, ma anche un po’ provinciale, cui Jacomuzzi reagì, appunto, con quella Storia delle Olimpiadi (Einaudi, 1976) che resta un esempio insuperato di rigore scientifico e chiarezza espositiva. Scritta con la profondità dello storico e lo stile accattivante del letterato». È un’antica e pessima abitudine del tutto italiana, quella di credere che chi si occupi di sport, attivamente e/o bigliograficamente, sia o un fannullone alla ricerca di facili guadagni alla stessa stregua di un giocatore d’azzardo senza scrupoli o un illuso dilettante che «dovrebbe pensare a cose più importanti», oppure – nel migliore dei casi – uno svampito. Pensate che – narra Sbetti – quando l’Italia ebbe il suo esordio olimpico a Parigi nel 1900, gli atleti si recarono nella capitale transalpina nel più assoluto menefreghismo dell’esecutivo in quanto «[l]o sport in Italia fra Ottocento e Novecento non [aveva] finalità prettamente ideologiche, tant’è che v[eniva] trascurato dallo Stato liberale, perché si rit[eneva] che veni[sse] praticato da perditempo».

Anche i non addetti ai lavori sanno bene che sin dal XIX secolo i paesi democratico-borghesi curavano lo sport nei minimi particolari - Gran Bretagna, Francia, Olanda, Belgio, ecc. - affinché essi divenissero modelli esemplari e specchio non solo delle rispettive società, ma degli imperi con i quali tali Stati si dividevano il mondo. Che poi l’Italia fascista abbia usato lo sport, rafforzandolo e ponendolo all’acme internazionale, è una delle tante ragioni che spiega l’inefficienza dei governi liberali pre-1922. Sbetti ci dice che i dilettanti di Stato non furono un’invenzione lenin-staliniana, bensì un’idea della Svezia nel 1912 (2ª: 1912, 1920, 1948), che l’Italia mussoliniana perfezionò (2ª: 1932, ineguagliato; due volte campione del mondo di calcio, 1934 e 1938, una volta olimpico, 1936, ecc.) con la Germania nazista (inizialmente contraria alle partecipazioni internazionali) a ruota (1ª: 1936) e che l’Unione Sovietica prima (1ª: 1956, 1960, 1972, 1976, 1980, 1988 e... 1992) e i satelliti dopo (Germania Est: 2ª 1976, 1980 e 1988) presero a copiare e consolidare fino a quando anche la Cina popolare non ne ha tratto profitto (1ª: 2008).

Dalle pagine di Giochi di potere apprendiamo pure un tema molto a cuore ai lettori di Limes: il processo che ha condotto l’Adidas a diventare il decisore verticistico dello sport mondiale. E v’è una sincronia esatta fra ciò che riporta l’autore e gli albi d’oro-sponsor di Campionati mondiali, europei e olimpici di calcio.

L’elezione dell’allora sconosciuto (fuori Spagna) ex franchista riciclato Juan Antonio Samaranch (1920-2010) alla presidenza del Cio fu voluta da una ‘cupola affaristica’ che aveva come boss il manager dell’Adidas, Horst Dassler (1936-87); in modo, sostiene giustamente Sbetti, da "consentire alle forze economiche di penetrare all’interno del movimento olimpico". Samaranch fu scelto però anche con l’accordo di João Havelange, dal 1974 capo assoluto della più potente federazione sportiva internazionale, la Fifa. Il tedesco e il brasiliano controllavano rispettivamente i voti dei blocchi geopolitici africano e latino. L’Africa, molto più propensa nei confronti di un ex breve, e meno esteso colonialismo, quello guglielmino; mentre Havelange - autorità di spicco della potente borghesia brasiliana (a cavallo fra dittature interne e aperture verso i paesi in via di sviluppo negli affari esteri) - rappresentava la scelta terzomondista in seno al potente pallone mondiale, che prima di lui era stato sempre in mano a esponenti dello screditato imperialismo anglo-francese.

In vista delle Olimpiadi di Seoul (1988), nelle qualità di presidente anche della International Sport Leisure Agency, Dassler firmò col Cio un programma quadriennale di sponsorizzazione mondiale ("The Olympic Partners") che permise allo stesso Comitato di accumulare riserve per 5 milioni di dollari e di mettere al sicuro, per la prima volta nella sua storia, le proprie finanze. Con la stipula del ‘trattato’, Dassler fu definito l’‘eminenza grigia’ del movimento olimpico. Del resto fu proprio Dassler a premere affinché, il 30 settembre 1981, Seoul fosse preferita a Nagoya, in quanto l’Adidas intratteneva più importanti relazioni con la Corea del Sud (allora dittatura sotto il pugno di ferro del gen. Chun Doo-hwan) piuttosto che col democratico Giappone.

Dassler fece di tutto anche per evitare un possibile boicottaggio a guida Urss per solidarietà a Pyongyang contro Seoul e organizzò una serie d’incontri fra il Comitato organizzatore sudcoreano e il ministero sovietico dello Sport. Nel gennaio 1988 Mosca accettò di partecipare: quel giorno la borsa di Seoul raggiunse la quota massima della sua storia. Boicottarono solo le irricattabili Albania, Comore, Cuba, Etiopia, Madagascar, Nicaragua, São Tomé e Príncipe e Seicelle. La scomparsa di Dassler non bloccò di certo l’influenza della ditta tedesca in tali àmbiti.

Il tandem Samaranch-Adidas fu risolutivo, nel 1992, nella risoluzione dei problemi d’immagine dell’appena defunta Urss. A presentare a Barcellona l’ex colosso in veste competitiva (onde magnificare la capitale catalana col crisma dell’universalità sportiva) provvide innanzitutto Samaranch, recatosi a Mosca per intavolare colloqui con Boris El’cyn sulla questione baltica e sulle restanti dodici repubbliche sovietiche in attesa del riconoscimento dei propri comitati olimpici. Dall’altra parte, l’Adidas pagò gran parte delle spese di trasferta e soggiorno dell’ex ‘Impero del male’ in Spagna.

In definitiva il presidente e il marchio s’inventarono dal nulla la ‘squadra unificata’ della Comunità di Stati Indipendenti che, guarda caso, a Barcellona superò ancora gli Stati Uniti. L’inedita alleanza ispano-germanico-sarmatica umiliò la tradizionale intesa anglo-franco-statunitense avvalendosi degli ex comunisti che con entusiasmo accettarono un ‘Piano Marshall’ europeo. Da qui si evince l’eredità del defunto presidente del Cio, trasmessa alla sua Nazionale di fútbol, campione del mondo 2010 ed europea 2008 e 2012, già campione olimpica e proprio a Barcellona: ossia la quadratura del cerchio.

Il libro di Nicola Sbetti - di ricchissima bibliografia - è un vero e proprio esaustivo manuale di storia delle relazioni internazionali, che dovrebbe essere adottato da tutte le cattedre universitarie di storia degli sport. Le Olimpiadi rappresentano da sempre, più dei mondiali di calcio, il termometro degli equilibri del pianeta. Se sono trascorsi quasi quarant’anni dal penultimo testo in argomento, ciò è dovuto alla questione che nel nostro paese coloro che si occupano direttamente di sport non sono in grado di leggere gli scenari fra le righe di un evento. Il provincialismo antisportivo rafforzato dal Sessantotto; i preziosismi sul fatto fine a se stesso; il gossip sull’individuo; la dissipazione logorroica in merito al particolare; l’ignoranza socio-storica degli addetti ai lavori: tutto ciò ha per contraltare seri e preparati studiosi quali Sbetti e Marco Bagozzi fra i pochissimi. Questi stanno creando una scuola d’indagine sugli effetti della geopolitica nello sport.

Prospettiva che prese piede esattamente dieci anni fa sulle pagine di Limes nel tentativo di sfatare l’indipendenza del risultato tecnico da quello deciso ‘ex ante’.

Alle Olimpiadi, atleti senza bandiere

Fonte: http://temi.repubblica.it/limes/olimpiadi-giochi-di-potere/37616

I giochi di Oscar Pistorius


Fonte:http://lindro.it/I-giochi-di-Oscar-Pistorius,10111#.UECE4KO0KSo
Non ci sono dubbi: è lui il simbolo delle Paraolimpiadi, I Giochi Olimpici riservati agli atleti disabili inauguratisi ieri a Londra. Da anni ormai sentiamo parlare delle imprese di questo ragazzo sudafricano, classe 1986, nato a Johannesburg, che dopo aver disputato da poche settimane le Olimpiadi con gli atleti normodotati, torna in pista per la terza volta dopo Atene 2004 e Pechino 2008 per arricchire il suo bottino olimpico, che già consta di quattro ori e un bronzo conquistati sul campo.
E’, l’icona, la star, il rappresentante ideale di tutto un movimento atletico: ricercato e corteggiato per interviste, servizi fotografici dalla stampa di tutto il mondo, al punto che il suo staff ha dovuto selezionare rigorosamente le richieste e dirottare gli altri in occasione del passaggio nella ’zona mista’, al termine delle gare.
Oscar Pistorius è nato con una grave malformazione, che ha costretto i medici ad amputargli le gambe all’età di undici mesi: ciononostante inizia fin da liceale a praticare lo sport, passando dalla Pallanuoto e il Rugby all’Atletica Leggera, una disciplina che lo porterà a diventare il primo atleta portatore di handicap al mondo conquistare una medaglia in una manifestazione riservata agli atleti normodotati.
Insieme ai compagni della staffetta sud africana della 4x400, lo scorso anno si aggiudica la medaglia d’argento ai Campionati Mondiali di Daegu in Corea. Un’integrazione ed una conquista del posto da titolare nel gruppo dei velocisti del Sud Africa che gli permette di disputare le recenti Olimpiadi di Londra, sia nella gara individuale dei 400 mt che nella staffetta. Qui riceve un’ovazione durante la semifinale, al giro di pista dove viene eliminato: ottantamila persone si alzano in piedi per tributargli un lungo applauso.
Applausi che continuano quando, ancora nella squadra della staffetta, agguanta la finale olimpica: un sogno che si realizza, da poter raccontare un domani. Si, è vero, quelle sono state le Olimpiadi di Usain Bolt, il re della velocità, ma c’era anche lui.
Quelle che sono iniziate sono senza dubbio le Paraolimpiadi di Oscar Pistorius. Un altro stadio esprime tutta la propria ammirazione a lui, che non ha mai perso la voglia di lottare, e migliorarsi per correre al fianco degli altri. Nonostante le polemiche per il possibile vantaggio che lo stesso poteva trarne dall’ utilizzo delle protesi di carbonio e alluminio.
Si sono espressi in merito luminari della materia, tecnici di fama internazionale, medici, dirigenti di ogni grado all’ interno della IAAF ( la federazione internazionale dell’ Atletica Leggera) e dopo una prima esclusione lo stesso viene autorizzato prendere parte alla gare olimpiche. I maligni dicono che tutto è filato liscio solo perchè Pistorius non ha raggiunto il podio, non è andato a medaglia, perchè se avesse ottenuto un risultato allora ricorsi, proteste, e la riapertura del dibattito sarebbero stati dietro l’angolo.
Le Paraolimpiadi di queste settimane vedranno colui che ormai viene sopranominato ’Blade Runner’ cimentarsi in tutte le gare della velocità pura, dai 100 ai 400 mt., da grande favorito.
Le gare di questi giorni saranno l’ occasione per vincere altre medaglie ma anche per migliorare le prestazioni cronometriche e abbattere ulteriori muri: mostrare al mondo intero che nonostante la disabilità, si può riuscire ad accorciare le distanze dagli atleti cosiddetti ’normali’. Scendere sotto il muro dei 45”00 nella sua gara, i quattrocento metri, rappresenterebbe una sfida storica, un risultato da leggere non solo in chiave cronometrica, ma con tutto il carico di speranza per molti giovani diversamente abili che un giorno potrebbero arricchire le fila del movimento paralimpico.
In questi anni Oscar è stato sulle copertine dei più autorevoli quotidiani e riviste del mondo, la sua vita è stata raccontata da libri e biografie, il rapporto con i suoi tifosi in tutto il mondo si è stretto attraverso il web e i social media: l’ impegno nella vita privata nel raccontare agli altri la sua esperienza umana e sportiva, gli sono valsi nel 2010 il Gamajun International Award riconoscimento del Laboratorio Internazionale della Comunicazione.
Oggi il mondo disabile, deve sfruttare la grande occasione che gli si presenta attraverso Oscar Pistorius e le migliaia di atleti che da tutto il mondo partecipano alle Paraolimpiadi per fare conoscere sempre di più il loro mondo, lanciare uno spot, mostrare quanti sono gli sport che possono essere praticati e di cui non si e a conoscenza.

L’altra faccia di Olimpia

Di Mario Braconi
 http://www.altrenotizie.org
Dimentichiamo De Coubertin e le sue belle frasi, come “l’importante nella vita non nel trionfo, ma nella lotta, l’essenziale non è aver conquistato, ma aver ben combattuto”. “Roba carina, ma sorpassata. Oggi le Olimpiadi sono un colossale business. Sì, ci sono (ancora) le competizioni in cui atleti di tutto il mondo si sfidano, ma è solo un pretesto per vendere scarpe e far consumare cibo-spazzatura.
Secondo il quotidiano The Independent, le Olimpiadi di Londra hanno un budget di circa 14,5 miliardi di euro, dei quali circa 1,8 vengono da sponsor privati, tra cui Coca Cola (premio per il rispetto dei diritti sindacali), BP (ultimo successo, la dispersione nel Golfo del Messico di poco meno di cinque milioni di barili di greggio), Dow (orgoglioso fornitore di napalm all’esercito degli Stati Uniti), Mc Donald’s (campione dell’alimentazione sana), Adidas (fiero difensore dei diritti dei lavoratori del sud del mondo).
Non solo le multinazionali contribuiscono a sporcare con la loro condotta la pura bellezza dell’agonismo sportivo che dovrebbe caratterizzare i giochi olimpici. Ma dimostrano di voler difendere ogni sterlina di profitto che riescano a spremere dagli spettatori (o forse dovremmo dire consumatori) delle Olimpiadi. A quanto riporta The Independent, infatti, un piccolo plotone di 300 addetti alla tutela dei marchi verranno sguinzagliati per il Regno Unito per fare in modo che gli esercizi commerciali fuori dal club non associno indebitamente il loro prodotto ai Giochi, danneggiando così i grandi sponsor.
Il quotidiano britannico rileva come il notevole impiego di risorse umane per una finalità tanto prosaica strida con il fatto che ben 3.500 soldati in licenza siano stati richiamati di gran corsa per far fronte alle esigenze di sicurezza di cui il contractor privato G4S non è stato in grado di garantire la gestione.
La notizia è drammatica ma, come in ogni situazione estrema, non mancano gli aspetti divertenti. Nella sua furia di accumulazione, la Olympic Delivery Authority (ODA) si è spinta a stabilire una lista di parole ammesse e vietate negli annunci pubblicitari. Ad esempio, è passata indenne al vaglio degli occhiuti controllori la frase vergata sulla lavagna fuori da un pub, che recitava: “Guardate i giochi olimpici qui con una birra fresca. Copertura live tutto il giorno”. Meno fortuna è toccata ai poster che lo stesso pub aveva affisso in precendenza, che sono stati censurati: “Grogglinton’s Bitter: guardate qui le Olimpiadi”. La lista delle parole proibite avrebbe fatto rabbrividire perfino il George Orwell di 1984: sono tabù infatti “oro”, “argento” e “bronzo”, “estate”, “sponsor” e perfino “Londra”, qualora vengano impiegate in contesti tali da dare l’impressione di un “collegamento formale” alle Olimpiadi.
Ma non si ferma qui il delirio delle corporation e di chi le protegge (certo non per motivi ideologici legati alla fede cieca nelle virtù del “libero(?)” mercato). Le sue deliranti proibizioni minacciano perfino quella che, citando i Monty Python, costituisce il contributo britannico alla cucina internazionale, ovvero la chip, volgarmente detta patatina fritta. In ben 40 luoghi santificati come “ufficialmente olimpici”, a ben 800 ristoratori è stato vietato servire il gustoso contorno / snack al fine di garantire l’esclusiva ai Mac Donald’s, le cui patatine sono certamente più olimpiche delle altre.
Se il lato ufficiale delle competizioni olimpiche è sfigurato dalla violenza idiota del grande business, cosa succederà lontano dai riflettori? Il quotidiano scandalistico britannico Daily Mail racconta come i lavoratori stranieri (temporanei) che lavoreranno per la pulizia del Parco Olimpico siano accampati in una specie di bidonville a Londra Est. Le condizioni igienico sanitarie del “villaggio” dei pulitori sono degne di uno slum (1 gabinetto per 25 persone, una doccia ogni 75), i container fanno entrare l’acqua piovana, mentre la paga è da fame (meno di 700 euro al mese).
Secondo i responsabili della ditta che ha vinto l’appalto (la Spotless International Services) è tutto in regola, anche se le foto di un container minuscolo nel quale devono dormire quattro persone in due cuccette separate da uno spazio di una trentina di centimetri documentano una situazione ben diversa. Addio, Olimpia!

Morrissey sulle Olimpiadi: 'Uguali a quelle nella Berlino nazista'


Sappiamo che odia il primo ministro David Cameron, che detesta tutto ciò che ha a che fare con la monarchia inglese, comprese cerimonie e, ultimamente, il sessantesimo Giubileo della Regina Elisabetta, e che ha idee quasi "grilline" sulla politica estera e su alcuni capi di stato internazionali. Per questo motivo eravamo pronti a sentire un'altra opinione contro da parte di Morrissey, stavolta sulle terze Olimpiadi ad arrivare a Londra. In questo caso, il cantante-icona è riuscito a stupirci con un paragone che tira in ballo addirittura i Giochi di Berlino, trionfo della propaganda ed estetica nazista.
Così la dichiarazione, pubblicata dal suo sito non ufficiale True To You:
"Non riesco a guardare le Olimpiadi a causa dello sciovinismo imperante di cui l'evento è imbevuto. L'Inghilterra è mai stata così sporca di patriottismo? Gli abbaglianti componenti della famiglia reale naturalmente si sono impadroniti delle Olimpiadi per i propri bisogni empirici, e alla stampa libera non è consentita alcuna voce di opposizione. È letale assistere a tutto questo. Mentre Londra viene promossa improvvisamente a marchio di lusso, l'Inghilterra che non è Londra trema sotto tagli, momenti difficili e disastri economici. Intanto i media britannici presentano una copertura di 24 ore su 24 di tutto quanto viene fatto proprio dalla famiglia reale, che si divertono mentre spendono e spandono del "reali abbagliante", ridendo come si spendono generosamente, come se fosse questa copertura mediatica a far sentire unita la la società britannica. Nel 2012, evidentemente si crede che il pubblico britannico sia composto di pigmei sottodimensionati, a malapena in grado di formulare un pensiero".
"Recentemente ho guidato attraverso la Grecia, e notato graffiti ripetuti praticamente su ogni muro disponibile. In grandi lettere blu c'era scritto WAKE UP WAKE UP. Potrebbe quasi stata scritta con il pubblico britannico in mente, perché anche se lo spirito della Germania del 1939 pervade ormai tutta questa Gran Bretagna a misura di media, l'inevitabilità di avere nel 2013 un Lord e Lady Beckham (con sir Jamie Horrible a rincorrere) è, credetemi , un destino peggiore della vita. WAKE UP WAKE UP".

Londra 2012:l'altra faccia delle Olimpiadi

Da Lahaine (tradotto in italiano)
Esercizio di coordinamento fra polizia, sicurezza privata e militari, per garantire la “ sicurezza” che stabiliscano i leaders del momento.
La celebrazione dei Giochi Olimpici di Londra questi giorni servirà per il bombardamento mediatico dell’appuntamento sportivo, tuttavia al di là dei titoli e delle notizie meramente legate allo sport, possiamo trovare un’altra realtà molte volte messa a tacere o nascosta.
Il cosiddetto “spirito olimpico” è divenuto una mera operazione di marketing per nascondere il grande business che sono questo tipo di eventi per le grandi corporazioni, per alcuni settori commerciali e anche per alcuni sportivi professionisti che vedranno aumentare, con la loro partecipazione personale e vittoria, le proprie entrate.

Allo stesso modo, quasi nessuno vorrà parlare dei costi che si creano intorno a questo appuntamento olimpico, pagati di norma dai cittadini” attraverso i governi di turno”, degli investimenti che, come abbiamo visto negli ultimi anni, tendono ad aumentare rispetto alle previsioni iniziali, o come nel caso della Grecia (Atene 2004) furono uno dei detonatori dell’attuale situazione in quel paese.
In questa occasione stiamo, anche, assistendo, alla militarizzazione dei Giochi Olimpici, con un dispiegamento militare senza precedenti nel passato e che va unito ad una serie di proibizioni senza fine, alcune ” aneddotiche”, come il divieto di vendere patate fritte che non siano una catena conosciuta di fast food, e altre di maggior peso politico, come impedire la presenza nel recinto olimpico di messaggi politici ( né sulle magliette, né su banner … ) o la bandiera di qualche paese che non prende parte ai Giochi ( alcuni sostengono che questa misura sia destinata per evitare la presenza di manifestanti tibetani, ma evidentemente tocca anche altri popoli e nazioni), diventa chiaro che la tanto decantata libertà di espressione diventa una vittima in più in questo intricato contesto politico-economico.
La cosiddetta sicurezza dei Giochi Olimpici è servita inoltre a mostrare le carenze di certe abitudini che si stavano verificando in Gran Bretagna negli ultimi anni, e è strettamente relazionata con la politica di tagli e privatizzazioni del settore pubblico del paese.La concessione alla società G4S della sicurezza delle Olimpiadi, è stato un passo più veloce e sospettoso per lo sviluppo della stessa negli ultimi tempi.

Al giorno d’oggi, questa impresa opera in 125 paesi ( il suo motto è “proteggere il tuo mondo”) e in Gran Bretagna si è inserita nei servizi con la polizia, il controllo delle prigioni e i centri di detenzione per minori, formando settori differenti, dotando di vigilanza privata diverse imprese e a qualunque cittadino lo chieda … e tutto questo grazie a le buone relazioni con importanti membri del governo (la politica delle porte girevoli funziona magicamente in questo paese).
Insieme a questa espansione imprenditoriale ci sono state denunce di violazione dei diritti umani. In Australia arrestarono un prestigioso aborigeno e lo trasportarono attraverso il deserto in una macchina senza le condizioni adatte, dove morì a causa del caldo, il che significò una denuncia contro la manifesta incapacità professionale di alcuni membri o il deterioramento degli strumenti e dei veicoli usati.
La stessa impresa è stata coinvolta nella morte del cittadino angolano Jimmy Mubenga, che è morto durante un volo con il quale stava per essere espulso, mentre le sue proteste erano ignorate dal resto dei passeggeri e de’l'equipaggio. Un rapporto recente ha messo in risalto di come questa impresa detenga inoltre il record di “ danneggiare tanto i bambini che gli adulti di cui è responsabile”.
L’ultimo scandalo è legato alle dichiarazioni di uno dei suoi responsabili, quando alcuni giorni fa ha denunciato che non erano in grado di garantire la sicurezza dei Giochi ( o detto in altre parole, di tener fede al contratto) e che per ciò chiedeva la collaborazione del governo ( socializzare le perdite e privatizzare i profitti). I dirigenti britannici immediatamente si sono posti in difesa dell’impresa e hanno mobilitato più di tremila soldati che si andavano ad unire a quelli già impiegati precedentemente.

Gli abusi dei membri del G4S e della polizia britannica stanno assumendo un tono drammatico. Attorno a questa situazione si sta generando, negli ultimi tempi, una specie di cultura endemica della cosiddetta violenza di polizia, avvolta in una sensazione di impunità, il che ha motivato un membro del parlamento londinese , Jeny Jones a dichiarare che siamo di fronte “ teppisti in uniforme, che cercano la legittimità in un distintivo di polizia e l’impunità nel sistema legale”.
Critiche da parte di importanti figure politiche verso comportamenti grossolani e aggressivi nei confronti delle minoranze e delle donne ( Eric Avebury, Liberal democratico), verso l’ingordigia di denaro di alcuni politici ( Lord Dholakia), o le parole di Lord Marlesford, ha indicato che il personale della Border Agency ha dimostrato “ di essere, in maniera sistematica, corrotto”.
Questa situazione di impunità e di abuso ha anche la inestimabile collaborazione di determinati mezzi di comunicazione che distorcono la realtà per giustificare qualsiasi abuso, e quando in un secondo momento iniziano a venir fuori dati che contraddicono le loro versioni manipolate, tendono a “dimenticarsi” della storia. Insieme a questo è evidente la carenza di un sistema giudiziario che applica un doppio standard : criminalizza le proteste ordinarie, protegge gli eccessi della polizia.
La militarizzazione dei Giochi di Londra 2012 ha raggiunto delle cifre e un dispiegamento che non si era mai visto in un nessun appuntamento precedente. Inoltre alcuni suggeriscono che potrebbe obbedire ad una strategia al di là dell’appuntamento olimpionico. In questo senso si starebbe “ abituando” la popolazione ad assistere al dispiegamento di truppe per realizzare lavori di polizia., non in scenari bellicosi come Afganistan Iraq, ma dentro le frontiere del proprio Stato.

Saremmo di fronte ad un tentativo di “integrare” l’esercito nei lavori sociali, che nasconde una dimensione nuova per questo tipo di servizi e sopratutto un importante cambiamento intorno alla stessa concezione che si ha degli stessi. Questo “ esperimento” lancia il possibile coordinamento fra la polizia, le imprese di sicurezza private e i militari, tutto questo per garantire la sicurezza degli attuali leader politici. In questo contesto , la celebrazione dei Giochi Olimpici è lo scenario più adeguato per lanciare ciò che è già stato definito come “ la nuova militarizzazione urbana”.
Mark Perryman, che ha appena pubblicato un libro intitolato “ Perché i Giochi Olimpici non sono buoni per noi e come dovrebbero essere” ha indicato con un certo successo che “ Dalla mattina alla sera ‘Help for Heroes’ ( una associazione umanitaria per aiutare i soldati britannici feriti in diversi conflitti) è diventata mano d’opera a basso costo, ma non per proteggere a Lei o a me, ma a McDonalds, Coca-Cola, Heineken e il resto”.

Titolo originale: "L’altra faccia dell’appuntamento olimpico."

Fonte:http://ienaridensnexus.blogspot.it/2012/07/laltra-faccia-dellappuntamento-olimpico.html

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