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Catalogna, l’indipendenza è già realtà: Barcellona non rispetta più le leggi di Madrid

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Di Silvia Ragusa
L’ultimo a prendere la parola è stato Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks: «il primo ottobre in Europa nascerà una nuova nazione o sarà guerra civile», ha scritto su Twitter. L’attivista australiano aveva già avuto un’accesa discussione con il famoso scrittore Arturo Pérez-Reverte, sul “diritto all’autodeterminazione” dei catalani, postando la famosa foto dello studente davanti al carro armato in piazza Tiananman.
D’altronde il clima sembra quasi da primavera araba. Niente armi (fortunatamente) ma bandiere (spagnola, europea, francese) e foto (del re Felipe IV o del premier Mariano Rajoy) bruciate in strada al grido di “disobbedienza”, nel giorno della Diada, la festa catalana. Barcellona lunedì ha fatto sentire la sua voce. L’ultima, dicono, da “suddita” di Madrid.
Alla prossima Diada la Catalogna, a detta degli indipendentisti, sarà già uno “Stato in forma di Repubblica”. Le virgolette sono d’uopo, perché la dicitura è quella che i catalani troveranno sulla scheda elettorale che, come suggerisce la Generalitat, dovranno probabilmente stamparsi a casa. In clandestinità. Almeno per chi potrà votare.
Dipende dai seggi disponibili: alcuni comuni hanno comunicato al Parlament la disponibilità ad aprire i propri locali, altri invece non sono disposti a farlo (come la Barcellona di Ada Colau). In rischio c’è il posto degli statali, che potrebbero rispondere all’accusa d’insubordinazione. Senza contare che non si è stabilito nemmeno un quorum (si vince o si perde con un solo voto).
Poi ci sono i Mossos d’Esquadra. La polizia catalana, simpatizzante indipendentista, è convocata d’urgenza dalla Procura: l’ordine è quello di perquisire e sequestrare tutte le urne. Il referendum del primo ottobre è illegale e non si farà, dicono dal ministero degli Interni. I deputati catalani sventolano tra i corridoi denunce e ricorsi, soddisfatti di far lavorare così tanto la giustizia spagnola. Il governatore Carles Puigdemont va perfino oltre: «Nessun tribunale dello Stato può rimuovermi dalla carica, solo il mio governo ha il potere di farlo».
Con una suspance da serie degna di Netflix, Madrid e Barcellona tornano a farsi la guerraLa Corte Costituzionale ieri ha bocciato la “Ley de Transitoriedad Jurídica y Fundacional de la República”, una legge dal titolo roboante che dovrebbe regolare il passaggio di poteri e la transizione dell'ordinamento giuridico della Catalogna in caso di vittoria del sì al referendum per l'indipendenza.
Senza dibattito né ascolto (ai deputati dell’opposizione è tolta la parola), e nonostante una pletora di giuristi del Parlament, a mo’ di spoiler, avesse avvisato dell’incostituzionalità, «Puidgemont - denuncia Joan Coscubiela portavoce di Catalunya si que es pot (la lista sottomarca di Podemos) - ha deciso di porsi al di sopra della legge».

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