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Grecia, la crisi dei migranti e l’Internazionale dell’estrema destra identitaria


Di Salvatore Santoru

In questi giorni i mass media nazionali ed internazionali stanno, giustamente, occupandosi principalmente dell’emergenza Covid-19 e dei casi che riguardano l’Italia e altri paesi occidentali. Oltre alla stessa emergenza sanitaria l’Europa sta affrontando anche un’altra crisi, la crisi umanitaria che riguarda la difficile situazione che si sta sperimentando nell’isola di Lesbo.
Più precisamente, questa critica situazione riguarda le migliaia di migranti e profughi che sono arrivati in Grecia a seguito del ‘ricatto’ di Erdogan. Tale ‘ricatto’ del presidente turco è nato a seguito del mancato sostegno di qualunque governo europeo alla nazione anatolica, dopo la morte di 33 soldati turchi in un attacco aereo ordinato dal governo siriano (1).

L’opposizione anti-immigrazione e il tentativo “egemonico” dell’estrema destra greca ed europea

L’arrivo di numerosi profughi ha scatenato diverse proteste e, d’altronde, arriva in un periodo particolarmente difficile per la Grecia(2). Si tratta di una situazione veramente drammatica e difficile, dove migliaia di persone sono state utilizzate come “carne di macello” nella lotta tra Erdogan e l’Unione Europea. Volgendo lo sguardo alle perplessità e alle proteste anti-immigrazione, c’è da dire che esse riguardano certamente i cittadini greci che versano in stato di difficoltà e che stanno venendo in qualche modo utilizzate da certa destra ed estrema destra.
Oltre a ciò, il presidente della Turchia ha praticamente ripudiato l’accordo del 2016 con l’UE e vorrebbe utilizzare la questione greca in funzione della sua strategia geopolitica di chiara matrice neo-ottomana. Entrando maggiormente nei particolari, tale crisi sta vedendo la comparsa di un nuovo protagonismo dell’estrema destra tradizionale e, inoltre, una nuova fase della ‘nuova destra radicale’ di matrice identitaria.
Ciò non deve sorprendere più di tanto e, com’è abbastanza noto, l’estrema destra europea ha cercato di svolgere un qualche ruolo nel contesto delle guerre balcaniche degli anni 90 o durante il conflitto in Donbass(3). Nell’ambito della crisi dei migranti greca, l’obiettivo delle stesse formazioni di destra estrema è quello di radicalizzare lo scontro e, se possibile, cercare di attuare una “strategia egemonica” fondata sul tentativo di conquistare la leadership delle rivolte o dei gruppi di manifestanti anti-immigrazione.

La “rinascita paramilitare” di Alba Dorata

Tra i protagonisti della lotta anti-migranti vi è anche il noto partito Chrysi Avgi, conosciuto nei media italiani come “Alba Dorata“. Il partito di estrema destra era assurto alle cronache durante le elezioni del 2012 e, in quel periodo, aveva registrato una decisa avanzata politica e ‘militantistica’.
Tuttavia, in seguito la stessa Alba Dorata aveva perso una consistente popolarità a seguito di alcuni scandali e nel 2014 era stato chiesto il rinvio a giudizio di 18 deputati del partito coinvolti, stando all’accusa, “nella costruzione di un’organizzazione criminale” e dalle finalità paramilitari (4). A proposito di ciò, in questo periodo lo stesso partito ha provato a inserirsi nella crisi di Lesbo costituendo delle sorte di “ronde paramilitari” dedite alla cacciata dei rifugiati ma, oltre a ciò, anche collaborando con le forze dell’ordine allo scopo di respingere i migranti.
Su tale questione, bisogna segnalare l’attività del gruppo dei “Cacciatori” guidato da un importante esponente del partito, noto come il “colonnello” Dinos Theoharidis (5). Per completezza d’informazione, c’è da dire che Alba Dorata è un partito legato, globalmente, al network dell’estremismo di destra neofascista e neonazista e che si rifà anche alla dittatura dei colonnelli e al regime di Ioannis Metaxas(6).

La lotta degli identitari contro le ONG

Com’è stato già scritto, le proteste anti-migranti in Grecia hanno visto il protagonismo dell’estrema destra classica come Alba Dorata e quello, assai marginale, di quella identitaria. A proposito di quest’ultima, c’è da dire che cinque attivisti identitari sono stati attaccati da un gruppo di antifascisti greci nel centro di Mitilene durante i primi giorni della crisi migratoria (7). Entrando nei particolari, bisogna dire che i militanti di ‘Generazione Identitaria‘ arrivati in Grecia provenivano sopratutto da Germania e Austria e urge fare delle precisazioni sulla differenza tra quest’area e quella dell’estremismo di destra di tendenza neofascista/neonazista com’è quello di Alba Dorata.
Per essere più chiari, c’è da sottolineare il fatto che i movimenti e le organizzazioni legate a Generazione Identitaria non si ritengono di estrema destra e la loro ideologia risente chiaramente delle influenze della Nouvelle Droite e della destra radicale di matrice ‘pan-europea’ e/o ‘paneuropeista’ e ‘alter-europeista’. Inoltre, gli stessi vertici di Generazione Identitaria hanno alcuni legami con l’Alt-Right statunitense e la loro principale lotta è quella contro le organizzazioni umanitarie non governative.
D’altronde, nel 2017 gli attivisti identitari avevano ideato la campagna ‘Defend Europe‘ e si sono resi protagonisti di azioni dimostrative anti-ONG (8), e il loro obiettivo è quello di combattere l’immigrazionismo liberal e globalista e le stesse organizzazioni umanitarie non governative. Organizzazioni che, secondo le tesi degli identitari, sarebbero praticamente utilizzate come ‘strumento’ per la ‘Grande Sostituzione’, che porterebbe al graduale ‘genocidio etnico’ degli stessi popoli europei (9).

NOTE :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Le guerre culturali dell’Alt-Right


ASCESA E DECLINO DELL'ALT-RIGHT- II PARTE ( I parte qua )

Di Salvatore Santoru
L’alt right della ‘prima ondata’ ha saputo costruire una ‘narrazione’ che, partendo dai settori più ‘underground’, ha contribuito alla trasformazione della destra e dell’estrema destra statunitense nel suo complesso.
Come già accennato nella prima parte, un elemento fondamentale di tale narrazione ideologica è stato costituito dalla critica all’ideologia liberal del politically correct, considerata da diversi alt righters come un ‘pensiero unico’ derivante dal marxismo culturale.

L’origine della teoria del cultural marxism

Il tema del marxismo culturale è stato primariamente affrontato, a partire dagli anni novanta, da alcune personalità e organizzazioni relativamente influenti della destra cristiana, dell’estrema destra e della radical right statunitense.
Tra le personalità politiche che hanno parlato del ‘cultural marxism’ bisogna segnalare il noto commentatore ed ex candidato del GOP e del Reform Party, nonché cofondatore di ‘The American Conservative‘, Pat Buchanan(1).
Proprio Buchanan, già ex consigliere di Reagan così come di Nixon e Ford, può essere considerato come un precursore della ‘destra alternativa’ in quanto deciso sostenitore e animatore di una ‘nuova destra’ critica nei confronti del ‘mainstream conservatism’ e delle posizioni ufficiali del Repubblican Party(2).
Oltre a Buchanan, un altro autore paleocon che ha parlato del marxismo culturale è stato William S. Lind, creatore della teoria della ‘Fourth Generation Warfare’(3).
Lind, anch’egli per certi versi precursore dell’alt right, è un propugnatore del ‘conservatorismo culturale’ ed è stato anche direttore del Center for Cultural Conservatism, facente parte del network legato al think tank ‘Free Congress Research and Education Foundation’(4).
Lo stesso think tank è stato creato da Paul Weyrich, un importante esponente della destra cristiana e della ‘New Right‘ della seconda ondata(5).
Prima di proseguire, è utile fare una precisazione sul diverso utilizzo che viene fatto del termine ‘cultural marxism’ da parte delle diverse anime della destra e dell’estrema destra statunitense.
Difatti, nella concezione di “marxismo culturale” di diversi alt righters sono presenti anche richiami esplicitamente ‘razzialisti’ se non proprio razzisti e antisemiti, mentre essi non erano presenti o lo erano minimamente nell’originale concezione di stampo paleocon e conservatrice religiosa.
Inoltre, un evidente richiamo presente nella moderna concezione di ‘marxismo culturale’ è quella del ‘bolscevismo culturale’, un termine utilizzato durante il Terzo Reich per denunciare i movimenti artistici influenzati dal modernismo(6).

La Second New Right e la lotta all’establishment liberal

Come già accennato, Weyrich è stato legato alla seconda ondata della New Right. Tale movimento è stato fondamentale, da un punto di vista ideologico, per l’ascesa politica di Ronald Reagan e la conquista dell’egemonia culturale nel mondo conservatore degli anni ottanta(7).
Entrando maggiormente nei dettagli, la seconda fase della New Right era caratterizzata dall’unione di diverse istanze provenienti dall’area della destra nazionalista e conservatrice cristiana degli States e, inoltre, contribuì alla creazione di una ‘visione del mondo’ basata su un mix di nazionalconservatorismo, conservatorismo sociale e nativismo unito ad una graduale apertura verso il neoliberismo e il consumismo sfrenato (nella forma dell’edonismo reaganiano).
Oltre al già citato Free Congress, bisogna segnalare che negli anni che precedettero l’era reaganiana nacquero diversi think tank e organizzazioni legate alla ‘nuova destra’ come il Conservative Caucus, l’Eagle Forum e la più nota Heritage Foundation(8).
C’è da dire che tali gruppi e le personalità che gli animavano proponevano concezioni diverse ma, d’altro canto, essi erano uniti nell’obiettivo di contrastare il potere dell’establishment liberal(9).
Per specificare, la lotta nei confronti di tale establishment è stata una costante della New Right di prima e seconda ondata ed è l’obiettivo ufficiale dell’Alt-Right e specialmente dell’Alt-Lite, quest’ultima considerata a volte come la ‘Third New Right’(10).
Il tema dell’Alt-Lite, nota anche come Alt-Light’, sarà affrontato eventualmente in un futuro articolo e riguarda sinteticamente l’avanzata della ‘destra alternativa’ ispirata al ‘civic nationalism’, un tipo di ‘destra alternativa’ che è stata assai fondamentale nell’ambito dell’avanzata politica di Donald Trump.
Per chiarire, c’è anche da segnalare che da sempre negli Stati Uniti vi sono sono tre diversi modi di interpretare il nazionalismo, che vanno da un approccio civico e/o civile ad uno di stampo etnico e/o razziale, nonché all’approccio di stampo culturale(11).

La ‘culture war’ contro le istanze della New Left

La ‘Second New Right‘ era caratterizzata da un approccio nazionalista culturale e ‘civico’ e questi due aspetti erano presenti anche nella New Right di prima ondata, dove tuttavia permanevano alcuni influssi di matrice etnicista e/o razzialista.
Tale aspetto fu evidente nell’ambito della ‘strategia sudista’, elaborata negli anni sessanta da una parte dell’establishment del GOP e portata avanti da alcuni candidati di rilievo, tra cui anche Richard Nixon e Barry Goldwater(12). Lo stesso Goldwater era il candidato repubblicano di riferimento della ‘First New Right’ e la sua ‘piattaforma ideologica’ prevedeva un mix di populismo, nativismo e conservatorismo tradizionalista unito ad una decisa avversione nei confronti del comunismo e delle istanze portate avanti dalla New Left(13).
Nell’ambito dell’avversione nei confronti della ‘Nuova Sinistra’ portata avanti dalla First New Right rientrava, a volte, anche una certa opposizione nei confronti dei movimenti che combattevano contro la segregazione razziale, almeno tra i gruppi più estremi che supportavano l’agenda della ‘Nuova Destra’ (14).
D’altronde l’utilizzo del nazionalismo etnico e dell’identitarismo bianco, sia separatista che suprematista, è sempre stato un elemento importante di una parte della destra estrema statunitense ed è stato fondamentale anche nel contesto dell’avanzata dell’alt-right della prima ondata.
Tornando alla ‘guerra culturale’ contro la New Left, bisogna dire che sia la prima che la seconda New Right lottarono contro le diverse istanze portate avanti da essa.
Tra le notorie battaglie della Nuova Sinistra vi erano, come già detto, quelle relative ai diritti civili e sociali degli afroamericani così come quelle legate ai diritti civili delle donne, della comunità LGBT e di altre minoranze. Più precisamente, la lotta contro il ‘civil rights movement’ riguardò una parte radicale della First New Right e quella antifemminista e anti-LGBT la seconda(15).

Il marxismo culturale secondo l’Alt-Right

Le battaglie portate avanti dalla New Left hanno contribuito alla profonda trasformazione degli Stati Uniti D’America e, d’altronde, sono da ricollegarsi a quelle portate avanti dalla sinistra europea negli anni sessanta.
Dottrinalmente, i diversi movimenti e personalità legati alla ‘nuova sinistra radicale’ si rifacevano a diverse influenze ideologiche di matrice progressista ( nel senso storico del termine ), dal marxismo all’anarchismo passando al concetto di ‘radical democracy'(16). Essi, inoltre, univano l’analisi sulle contraddizioni della società occidentale del periodo ad una linea geopolitica di stampo antimperialista basata sul richiamo al pacifismo, una linea che negli USA era ed è condivisa dalla sinistra radical e dall’estrema sinistra ‘neo-comunista’, dalle organizzazioni anarchiche sostenitrici del socialismo libertario e dai libertarians.
A livello internazionale, un’influenza filosofica e dottrinaria estremamente fondamentale per la New Left e per il 68 fu costituita dalle tesi portate avanti dalla Scuola di Francoforte e dal post-strutturalismo(17).
Entrambe queste tesi, in modo comunque diverso, operavano una ‘rilettura’ del marxismo e lo attualizzano e ‘mescolano’ con influssi provenienti dal pensiero nietzschiano e da quello freudiano ma, d’altronde, anche da certo pensiero di matrice libertaria e socialista/comunista non necessariamente di stampo marxista.
Alcune di queste tesi, insieme alle teorie del noto psicoanalista Wilhelm Reich, vennero utilizzate per operare una ‘critica totale’ della società occidentale borghese e ciò, secondo i movimenti progressisti e ‘radical’ dell’epoca, al fine di ‘destrutturarla’ allo scopo di costruire una ‘nuova società’ di matrice presumibilmente egualitaria.
Nel complesso, c’è anche da dire che le tesi della sinistra radical statunitense del periodo miravano ad unire le diverse lotte di emancipazione portate avanti dai movimenti dei diritti civili e sociali.
In seguito, ci fu una vera e propria ‘normalizzazione’ delle tematiche citate e anche la sinistra e i media più ‘mainstream’ se ne fecero portavoci, pur se in modo a volte distorto dagli originali finalità e, almeno ufficialmente, tali tematiche entravano a far parte della visione del mondo veicolata dall’industria culturale e mediatica della società post-68.
Come già ricordato nel primo paragrafo, è negli anni novanta che la destra paleoconservatrice e cristiana iniziò a parlare di ‘cultural marxism’ e con tale termine essa descrisse l’egemonia culturale che la ‘nuova sinistra liberal’ ha o avrebbe conquistato nel campo della cultura e dell’accademia(18).
Tale egemonia, sempre secondo alcuni autori paleocon e della destra cristiana, sarebbe funzionale al ‘progetto globalista’ di distruzione degli Stati-nazione e della civiltà occidentale e ciò allo scopo di creare un ‘Nuovo Ordine Mondiale’, presumibilmente guidato dall’ONU e da altri gruppi di potere internazionali e ‘internazionalisti’(19).
L’Alt-Right odierna, nella sua versione ‘Lite’, vede più o meno il tema del ‘marxismo culturale’ nello stesso modo mentre quella più ‘hard’ e specialmente della prima ondata non disdegna di parlare, in modo attualizzato, di ‘complotto giudeo-massonico’.

Il globalismo visto dalla ‘destra alternativa’

Per aprire una parentesi, la già citata teoria del ‘New World Order’ è stata diffusa da una parte della destra statunitense (John Birch Society in primis) sin dagli anni sessanta ed essa descrive, in toni spesso apocalittici e non raramente influenzati dalla letteratura cospirazionista europea, la mondializzazione e il progetto per arrivare ad una governance globale così come il ruolo che vi hanno o avrebbero alcune importanti importanti ed influenti organizzazioni internazionali come la Trilateral e il Bilderberg(20).
Inoltre, nelle teorie del NWO si parla spesso di influenti ‘dinastie’ passate e presenti di banchieri e industriali come i Rothschild e i Rockefeller e, d’altronde, al giorno d’oggi uno dei nomi più gettonati è quello di George Soros, finanziere e fondatore dell’organizzazione ‘Open Society’.
Stando all’alt-right, ma anche a buona parte della destra sovranista e dei cospirazionisti, Soros sarebbe uno dei principali architetti del progetto globalista e/o mondialista e sarebbe il principale finanziatore dei gruppi che si rifanno al ‘moderno progressismo’ e che mirerebbero alla distruzione della civiltà occidentale e dei suoi valori tradizionali(21).
Nei fatti Soros, notoriamente seguace di Karl Popper, è sostenitore di una Weltanschauung liberal e ‘social-liberale’ e con la sua Open Society sostiene diverse ONG.
D’altronde, Soros è comunque noto per essere un esponente di spicco dell’alta finanza globale e per essere un deciso finanziatore del Democratic Party e di alcuni movimenti e partiti liberal e/o progressisti mondiali e, inoltre, il suo nome è legato alla controversa svalutazione della lira e della sterlina(22).
Oltre a ciò, Soros sostiene che gli States e l’Europa (occidentale come orientale) dovrebbero basarsi su una politica di maggiore accoglienza nei confronti dei migranti e dei rifugiati e, secondo i sovranisti e l’alt-right, tra le ONG da lui sostenute vi sarebbero anche quelle che si occupano direttamente del salvataggio e del trasporto in Europa degli stessi migranti e profughi, otre a quelle di cui si ha notizia certa(23).
Stando sempre ad una buona parte del’alt-right statunitense e alla destra sovranista e identitaria europea, la stessa immigrazione di massa che interessa i paesi europei e gli USA sarebbe legata al piano della ‘Grande Sostituzione’(24), che per l’Alt-Right più ‘hard’ sarebbe a sua volta parte del ‘progetto mondialista’ del ‘white genocide’(25).
In linea di massima, una buona parte della stessa ‘destra alternativa’ propone quindi una linea politica e geopolitica di stampo ‘antiglobalista’ e che promuova l’identitarismo e l’etnonazionalismo(26). Non è un caso che l’identitarismo europeo, a sua volta influenzato dalla ‘rilettura’ di alcune tesi della Nouvelle Droite(27), sia stato una fonte di ispirazione ideale ed ideologica dell’Alt-Right della prima ondata e che lo stesso Richard Spencer si dichiari prima di tutto un ‘identitarian’(28).

L’avanzata dell’Alt-Right e gli errori di una certa narrazione mediatica e della sinistra ‘mainstream’

L’Alt-Right ha sperimentato una rapida ascesa in pochi anni, passando dall’essere una sorta di ‘sottocultura’ quasi invisibile al diventare un’ideologia particolarmente influente negli States trumpiani. La nascita e la crescita di questo movimento radicale è stata accompagnata dagli errori, specialmente comunicativi, della sinistra e dei media mainstream.
Difatti, la narrazione della ‘destra alternativa’ è stata da una parte sia sottovalutata nei suoi aspetti critici ed estremi e, dall’altra, demonizzata e non analizzata a dovere.
Il fatto è che, secondo alcuni teorici, la ‘destra alternativa’ ha saputo prosperare nelle ‘falle’ causate dalle contraddizioni di una certa sinistra, specialmente nell’ambito delle identity politics.
La ‘sinistra sistemica’ statunitense, ma anche europea, si è distanziata dalle ‘istanze del popolo’ e ha preferito concentrarsi su una politica di stampo ‘identitario’ scollegata da un più ampio contesto di trasformazione sociale e politica ( questo al contrario della New Left ).
Praticamente, come ribadito da diversi opinionisti, la stessa ‘sinistra sistemica’ e l’apparato mediatico mainstream hanno usato e strumentalizzato le istanze libertarie e dei diritti civili per farne uno strumento di consolidamento del proprio potere e più in generale dell’establishment dominante in Occidente.
In tal modo, in una parte importante della società statunitense (ed europea) si è creata una percezione di essere stati ‘abbandonati’ o ‘traditi’ da chi doveva rappresentarli ed è cresciuto a dismisura il consenso, specie presso la classe media e lavoratrice, nei confronti del populismo neo-nazionalista e, specialmente tra i giovani di origine europea, nei confronti dell’alt-right.
Su ciò, c’è da dire che i propugnatori del populismo neo-nazionalista hanno saputo creare una narrazione incentrata sulla promozione, almeno strumentale e apparente, dei diritti sociali e allo stesso tempo critica nei confronti di quelli civili mentre l’alt-right ha saputo fare ricorso all’appello più marcatamente ‘identitarian’ ma ovviamente opposto rispetto alle politiche dell’identità di matrice progressista.
Tali tematiche sono indubbiamente da approfondire e ciò che risulta sicuro è che, negli ultimi anni, è indubbiamente mancata negli States (ma anche n Europa) una strategia politica incentrata sulla promozione dei diritti e doveri nella loro totalità (sociali e civili), e che sapesse tenere conto delle istanze individuali e collettive, senza venirne ‘risucchiata’.
2 – Continua
 2 – Le guerre culturali dell’Alt Right

NOTE :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

L’ambientalismo di destra: introduzione


Di Matteo Luca Andriola

Se c’è un tema intorno al quale da destra è cresciuta ed è venuta articolandosi una critica al modello liberale è il tema dell’ambientalismo. Certo, va ribadito, c’è destra e destra. Una cosa è il mondo della cosiddetta ‘destra industrialista’, facilmente influenzabile dai richiami produttivisti, nazionalconservatori, liberali, tutta profitto e produzione. Altro evidentemente le idee declinate da chi – e non da oggi – ha individuato nell’ecologia un originale fronte di lotta, ma del tutto differente da un certo ecologismo progressista.
Il dibattito sull’ecologia è effettivamente datato: tracce di un interesse per l’ambiente a destra le ritroviamo in Francia e in Germania fra l’800 e il 900. L’invocazione di leggi naturali (patrimonio del cattolicesimo), il ritorno alla natura contro la città che corrompe, sono un cavallo di battaglia della vecchia destra reazionaria, proposta dai tradizionalisti come Maurice Barrès e Charles Maurras – quest’ultimo leader dell’Action française e dei Camelots du roi, gruppo monarchico ultranazionalista francese – entrambi sostenitori di una forma di regionalismo neofeudale e ruralista che unisce delocalizzazione dell’economia e ritorno alle radici ataviche. Maurras ha anche basato le sue teorie su una sintesi tra cattolicesimo e darwinismo applicato alla società, il cosiddetto darwinismo sociale: vi è cioè una sorta di ‘selezione naturale’ nel corpo sociale, fra individui e gruppi, che mette in evidenza la possibilità di gerarchizzazione naturale di chi è più debole. Questi due modi di difendere l’esistenza di leggi naturali destinate a governare la vita umana sono stati usati per giustificare il rifiuto e la necessaria difesa della società contro ciò che è estraneo.
Tutte suggestioni che ritroveremo durante l’occupazione tedesca e nella Repubblica di Vichy, quando le autorità di questo Stato fondato su concetti antitetici all’Illuminismo – il motto era Travail, Famille, Patrie in antitesi a Liberté, Egualité, Fraternité – valorizzeranno i contadini e il ritorno alla terra, considerati come i pilastri essenziali della rivoluzione nazionale, una politica ruralista tentata al fianco di una fondata sullo sviluppo industriale, basata sulla promozione del ritorno alle campagne, dato che la propaganda pétainista ha sempre messo avanti l’idea che “la terra non mente”. L’ecologismo moderno francese, non casualmente, che si strutturerà alla fine degli anni ’60, avrà fra i suoi padri l’intellettuale liberale Bertrand de Jouvenel, ex militante di estrema destra del 1930, legato al Parti populaire français dell’ex comunista Jacques Doriot, legato all’ambiente pétainista (1).
Ma è in Germania che l’ecologismo di destra ha una sua codificazione, dove nasce l’ecologia – termine coniato nel 1867 dallo zoologo Ernst Haeckel, istituito come disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente – lì dove si affermano i Grüne, modello per i verdi di tutta Europa. Questo per il suo esser sintesi fra naturalismo e nazionalismo germanico, un’unione nata sotto l’influenza dell’irrazionalismo anti-illuminista di tradizione romantica, grazie al contributo di intellettuali di Ernst Moritz Arndt, difensore della causa contadina che lo portò a interessarsi della salvaguardia dell’ambiente. Gli storici dell’ambientalismo tedesco lo citano come il primissimo esempio di pensiero ecologista nel senso moderno del termine (2), fautore di una visione olistica fra uomo e ambiente (“Quando si considera la natura come connessione e interrelazione necessaria, tutto diviene egualmente importante.
Un arbusto, un verme, una pianta, un uomo, una pietra: nulla viene prima o dopo, tutto è parte di una singola unità”, scrive Arndt nel 1815 [3]), ma inesorabilmente legata a una visione del mondo critica verso il meticciato e per la preservazione della ‘germanità’, concetti ripresi dal discepolo Wilhelm Heinrich Riehl, che nel 1853 sosterrà: “Dobbiamo preservare la foresta, non solo affinché i nostri forni non divengano freddi nell’inverno, ma affinché permanga calda e gioiosa anche la pulsione vitale del popolo, affinché la Germania rimanga tedesca”, criticando lo sviluppo industriale e urbanistico, glorificando i valori agricoli rurali condannando la modernità, qualificandolo come il “fondatore del romanticismoagrario e dell’anti-urbanismo” (4). Saranno suggestioni che ritroveremo nel “movimento völkisch [che] aspirava a ricostruire una società determinata dalla storia, radicata nella natura e in comunione con lo spirito cosmico di vita” (5), e che unì il populismo etnocentrico al misticismo della natura, in una dura critica della modernità.
Il pensiero volkish e la “Rivoluzione Conservatrice” saranno al centro dell’analisi della seconda parte del dossier.
1 – continua.
1) Cfr. H. Amouroux, La Grande Histoire des Français sous l’Occupation, 10 voll., Éditions Robert Laffont, Parigi 1975-1993
2) Cfr. G. L. Mosse, The Mystical Origins of National Socialism, in Journal of the History of Ideas, vol. 22, n. 1, gennaio 1961, p. 81. Cfr. J. A. Goldstein, On Racism and Anti-Semitism in Occultism and Nazism, in L. Rothkirchen, Yad Vashem Studies 13, Ed. Yad Vashem, Gerusalemme 1979, pp. 53-72
3) Cit. in R. Krügel, Der Begriff des Volksgeistes in Ernst Moritz Arndts Geschichtsanschauung, Langensalza, 1914, p. 18
4) Cfr. K. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, Meisenheim, 1970, p.
38. Il concetto di Großstadtfeindschaft non ha corrispettivi in italiano, ma indicherebbe l’ostilità al cosmopolitismo, all’internazionalismo e alla tolleranza culturale per le città in quanto tali. L’anti-urbanismo romantico è l’esatto opposto della critica attenta dell’urbanizzazione elaborata dal filosofo anarchico ed ecologista Murray Bookchin in Urbanization Without Cities, Montreal 1992 e in The Limits of the City, Montreal, 1986 (ed. it. I limiti della città, Feltrinelli, Milano 1975), o dagli autori eco-marxisti ed eco-socialisti
5) G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 29

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