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Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
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19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

Grecia, la crisi dei migranti e l’Internazionale dell’estrema destra identitaria


Di Salvatore Santoru

In questi giorni i mass media nazionali ed internazionali stanno, giustamente, occupandosi principalmente dell’emergenza Covid-19 e dei casi che riguardano l’Italia e altri paesi occidentali. Oltre alla stessa emergenza sanitaria l’Europa sta affrontando anche un’altra crisi, la crisi umanitaria che riguarda la difficile situazione che si sta sperimentando nell’isola di Lesbo.
Più precisamente, questa critica situazione riguarda le migliaia di migranti e profughi che sono arrivati in Grecia a seguito del ‘ricatto’ di Erdogan. Tale ‘ricatto’ del presidente turco è nato a seguito del mancato sostegno di qualunque governo europeo alla nazione anatolica, dopo la morte di 33 soldati turchi in un attacco aereo ordinato dal governo siriano (1).

L’opposizione anti-immigrazione e il tentativo “egemonico” dell’estrema destra greca ed europea

L’arrivo di numerosi profughi ha scatenato diverse proteste e, d’altronde, arriva in un periodo particolarmente difficile per la Grecia(2). Si tratta di una situazione veramente drammatica e difficile, dove migliaia di persone sono state utilizzate come “carne di macello” nella lotta tra Erdogan e l’Unione Europea. Volgendo lo sguardo alle perplessità e alle proteste anti-immigrazione, c’è da dire che esse riguardano certamente i cittadini greci che versano in stato di difficoltà e che stanno venendo in qualche modo utilizzate da certa destra ed estrema destra.
Oltre a ciò, il presidente della Turchia ha praticamente ripudiato l’accordo del 2016 con l’UE e vorrebbe utilizzare la questione greca in funzione della sua strategia geopolitica di chiara matrice neo-ottomana. Entrando maggiormente nei particolari, tale crisi sta vedendo la comparsa di un nuovo protagonismo dell’estrema destra tradizionale e, inoltre, una nuova fase della ‘nuova destra radicale’ di matrice identitaria.
Ciò non deve sorprendere più di tanto e, com’è abbastanza noto, l’estrema destra europea ha cercato di svolgere un qualche ruolo nel contesto delle guerre balcaniche degli anni 90 o durante il conflitto in Donbass(3). Nell’ambito della crisi dei migranti greca, l’obiettivo delle stesse formazioni di destra estrema è quello di radicalizzare lo scontro e, se possibile, cercare di attuare una “strategia egemonica” fondata sul tentativo di conquistare la leadership delle rivolte o dei gruppi di manifestanti anti-immigrazione.

La “rinascita paramilitare” di Alba Dorata

Tra i protagonisti della lotta anti-migranti vi è anche il noto partito Chrysi Avgi, conosciuto nei media italiani come “Alba Dorata“. Il partito di estrema destra era assurto alle cronache durante le elezioni del 2012 e, in quel periodo, aveva registrato una decisa avanzata politica e ‘militantistica’.
Tuttavia, in seguito la stessa Alba Dorata aveva perso una consistente popolarità a seguito di alcuni scandali e nel 2014 era stato chiesto il rinvio a giudizio di 18 deputati del partito coinvolti, stando all’accusa, “nella costruzione di un’organizzazione criminale” e dalle finalità paramilitari (4). A proposito di ciò, in questo periodo lo stesso partito ha provato a inserirsi nella crisi di Lesbo costituendo delle sorte di “ronde paramilitari” dedite alla cacciata dei rifugiati ma, oltre a ciò, anche collaborando con le forze dell’ordine allo scopo di respingere i migranti.
Su tale questione, bisogna segnalare l’attività del gruppo dei “Cacciatori” guidato da un importante esponente del partito, noto come il “colonnello” Dinos Theoharidis (5). Per completezza d’informazione, c’è da dire che Alba Dorata è un partito legato, globalmente, al network dell’estremismo di destra neofascista e neonazista e che si rifà anche alla dittatura dei colonnelli e al regime di Ioannis Metaxas(6).

La lotta degli identitari contro le ONG

Com’è stato già scritto, le proteste anti-migranti in Grecia hanno visto il protagonismo dell’estrema destra classica come Alba Dorata e quello, assai marginale, di quella identitaria. A proposito di quest’ultima, c’è da dire che cinque attivisti identitari sono stati attaccati da un gruppo di antifascisti greci nel centro di Mitilene durante i primi giorni della crisi migratoria (7). Entrando nei particolari, bisogna dire che i militanti di ‘Generazione Identitaria‘ arrivati in Grecia provenivano sopratutto da Germania e Austria e urge fare delle precisazioni sulla differenza tra quest’area e quella dell’estremismo di destra di tendenza neofascista/neonazista com’è quello di Alba Dorata.
Per essere più chiari, c’è da sottolineare il fatto che i movimenti e le organizzazioni legate a Generazione Identitaria non si ritengono di estrema destra e la loro ideologia risente chiaramente delle influenze della Nouvelle Droite e della destra radicale di matrice ‘pan-europea’ e/o ‘paneuropeista’ e ‘alter-europeista’. Inoltre, gli stessi vertici di Generazione Identitaria hanno alcuni legami con l’Alt-Right statunitense e la loro principale lotta è quella contro le organizzazioni umanitarie non governative.
D’altronde, nel 2017 gli attivisti identitari avevano ideato la campagna ‘Defend Europe‘ e si sono resi protagonisti di azioni dimostrative anti-ONG (8), e il loro obiettivo è quello di combattere l’immigrazionismo liberal e globalista e le stesse organizzazioni umanitarie non governative. Organizzazioni che, secondo le tesi degli identitari, sarebbero praticamente utilizzate come ‘strumento’ per la ‘Grande Sostituzione’, che porterebbe al graduale ‘genocidio etnico’ degli stessi popoli europei (9).

NOTE :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

IL MOVIMENTO GENERAZIONE IDENTITARIA: 'Non siamo un gruppo neonazista'

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Di Salvatore Santoru

Recentemente si è sentito parlare dell'avanzata del movimento Generazione Identitaria.
Tale movimento è stato indubbiamente interprete dell'avanzata dell'identitarismo populista attuale e diventando noto all'opinione pubblica e ai media. Tale movimento è considerato controverso ed è visto come decisamente estremo nelle sue prese di posizione e a volte nei mass media viene associato ai movimenti neonazisti e neofascisti. 

PER APPROFONDIRE,ARTICOLO SU BLASTING NEWS

Proprio su ciò, lo stesso movimento ha sostenuto sui social di non avere a che fare con il neonazismo e che la sua 'battaglia identitaria' è oltre la dicotomia destra/sinistra.

Indubbiamente, c'è da dire che è vero che diverse parole d'ordine e molti membri di Generazione Identitaria provengono chiaramente dalle file dell'estrema destra e dalla destra radicale così com'è vero che(nonostante ciò) non si può associare totalmente il fenomeno dell'attuale identitarismo all'estrema destra classica ma,semmai, è da sostenere che la crescente popolarità di Generazione Identitaria e dell'identitarismo da essa propugnato rientri nell'avanzata di un certo populismo identitario attuale, perlopiù sostenuto da formazioni di destra radicale e di estrema destra ma di per sé(come fenomeno politico) non del tutto catalogabile nella sola politica dell'estrema destra o anche nella stessa dicotomia destra/sinistra classica.

NOTA:

(1) http://it.blastingnews.com/politica/2017/11/il-movimento-generazione-identitaria-non-siamo-neonazisti-002148361.html

Il valore dell'identità

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Di Andrea Zhok
Fonte: Antropologia Filosofica
Una parola inattuale
  • Tra i termini che godono di cattiva stampa nella riflessione etica e politica contemporanea vi è certamente il termine “identità”. Espressioni come “rigurgiti identitari”, “politiche identitarie” o lo stesso termine “identitarismo” hanno una chiara connotazione reazionaria, assimilata alle posizioni di partiti di estrema destra. Questo non è un mero fraintendimento, né propriamente un errore: il ricorso politico alla nozione di identità, in particolare nella versione dell’identità come matrice del nazionalismo, ha una storia nel migliore dei casi discutibile, spesso semplicemente indifendibile. L’identitarismo nella forma nazionalistica si è manifestato nel corso del ‘900 frequentemente secondo linee xenofobe e razziste, producendo politiche internazionali aggressive, e politiche nazionali autoritarie. In questo senso è ben giustificato mantenere un’elevata vigilanza etico-politica quando si manipola l’idea di identità, vistone il potenziale distruttivo.

Lo sfondo storico
  • E tuttavia raccontare la storia della nozione di ‘identità’ in senso etico-politico a partire dalle degenerazioni della prima metà del XX secolo è una scelta comprensibile, ma anche fuorviante. Il radicalismo identitario che si ritrova prima nel nazionalismo e sciovinismo che precede la Prima Guerra Mondiale, e poi nelle dittature che condurranno alla Seconda, non è una bizzarra abiezione nata dal nulla: si tratta di una reazione storica a dinamiche socioeconomiche fino ad allora inedite. È l’allentarsi della capacità degli Stati Nazione di dare risposte efficaci alle dinamiche della ‘prima globalizzazione’ (1870 – 1914) a generare una reazione rabbiosamente identitaria, in particolare nella piccola e media borghesia europea, che si ritrovò minacciata dalle prime forme di competizione internazionale con ribassi insostenibili, e dalle prime forme massicce di libero spostamento dei capitali. Lo sfociare della competizione economica tra paesi europei in competizione coloniale (imperialismo) e poi in guerra mondiale è una dinamica che può considerarsi acclarata (anche se naturalmente nell’infinito dibattito sulle ‘origini della Prima Guerra Mondiale’ entrano moltissime altre componenti, dal sistema dei trattati segreti, al bellicismo prussiano, al revanscismo francese dopo la battaglia di Sedan, ecc. ecc.).
  • Guardare al quadro più comprensivo non serve a giustificare le degenerazioni nazionalistiche del ‘900, ma serve a comprendere come il problema dell’identità (qui come identità nazionale) vada inteso non come un mero ‘errore contingente’, in cui non ricadere, ma piuttosto come il problema di un’esigenza profonda che rifiuta di essere messa da parte.
Identità personali.
  • Per comprendere il senso assiologico dell’identità è utile fare una breve premessa riferita non alle identità collettive, bensì all’identità personale di ciascuno di noi. Il tema della definizione dell’identità personale è tema complesso e molto discusso, e sarebbe impossibile riassumerne qui anche solo le diramazioni principali [me ne occuperò a breve in forma monografica]; ciò che si può provar a fare è fornire un quadro assertorio che renda intuitivo il senso dell’identità per ciascuno di noi.
  • L’identità personale non è un dato di fatto, non corrisponde ad un’entità empirica. È notoriamente arduo trovare una qualche collezione di attributi che rimangano tutti costanti nel corso dell’esistenza di un individuo e che perciò lo definiscano come dotato proprio di quella identità e non di un’altra. Ed in ogni caso tale collezione sarebbe tutt’al più la nostra identità come oggetto per altri, non la nostra identità per noi stessi. Le nostre conoscenze, le nostre capacità, le nostre idee, e anche la materia del nostro corpo, cambiano in modo radicale nel percorso che va dalla nostra nascita alla nostra morte. Non c’è alcun fatto materiale, e neppure alcun insieme circoscritto di credenze, cui potremmo far corrispondere univocamente la nostra ‘identità’. Neppure la continuità della nostra memoria di noi stessi (cfr. Locke) definisce adeguatamente la nostra identità, perché il punto chiave è che, per quanti ‘buchi’ la nostra memoria abbia, noi sappiamo sempre che ciascuna nostra memoria è appunto nostra: appartiene a ciò che siamo, siamo stati e vogliamo essere.
  • Ma per quanto apparentemente sfuggente sia la nostra capacità di circoscrivere obiettivamente cosa conti come nostra identità, tuttavia la nostra identità percepita è qualcosa cui teniamo intensamente, qualcosa che difendiamo quando minacciata, che perseguiamo con tenacia, che cerchiamo nel tempo di consolidare sulla scorta di modelli o ideali molteplici, e che soffriamo quando viene incrinata (ad es. da malattie neurodegenerative, amnesie traumatiche, ‘lavaggio del cervello’, ecc.). L’identità personale di fatto implementata è qualcosa di mobile, di costruito, sia pure non arbitrariamente, sulla base di inclinazioni spesso abbastanza generiche, è qualcosa di diveniente nel tempo, ma al tempo stesso è qualcosa per cui combattiamo vita natural durante, cercando la nostra sfera di autonomia, ‘diventando grandi’, ‘diventando qualcuno’. La nostra identità non ci è regalata da nessuno, ma è oggetto di contenzioso e talvolta di compromesso. Ogni decisione, ogni rammemorazione, ogni autonarrazione ed ogni progetto sono momenti in cui ne va della costituzione della nostra identità che definisce anche il nostro senso. Anche se potremmo avere grandi difficoltà a spiegare cosa c’è esattamente di comune tra il noi stesso che ricordiamo all’asilo o sui banchi di scuola e il noi stesso maturo, o anziano, noi sappiamo che quella continuità di senso rappresenta precisamente un’identità, la nostra identità: ciò che in definitiva siamo e vogliamo continuare ad essere. Solo la nostra identità personale nel tempo rende sensate cose come l’assunzione di responsabilità, la formulazione di promesse o impegni. È solo perché io assumo di essere lo stesso che ero ieri, e che sarò domani, che posso farmi carico di quello che ho fatto ieri (essendone lodato o rimproverato) e impegnarmi o promettere di fare (o essere) qualcosa domani. Solo in questa dimensione identitaria esistono sentimenti come il rammarico o la speranza, la vergogna, il pentimento o l’orgoglio. La nostra identità dunque non ci si dà mai come una serie di realtà fattuali, per quanto sia importante per noi produrre queste o quelle realizzazioni, ma si presenta piuttosto come quell’orizzonte di senso unitario tale per cui un agente può sviluppare la propria azione nel tempo. La nostra identità personale non appartiene alla sfera dei fatti, ma dei ‘valori’.
Identità collettive.
  • Che dire delle identità collettive? Qui potrebbe sembrare che le difficoltà nello stabilire cosa sia un’identità crescano esponenzialmente. Sul piano empirico, se già stabilire cosa sia l’identità di un individuo risulta arduo, cosa potremmo mai addurre per determinare l’identità di un gruppo (comunità, società, stato, ecc.)? E cosa mai potrà ‘accomunare’ me e migliaia o milioni di altri individui, se non magari alcuni tratti biologici?
  • Ma anche qui, ed anzi forse in modo persino più chiaro, vediamo come l’identità non sia né possa mai essere una questione fattuale. Un’identità non si ha; un’identità si diventa, costruendola, difendendola, ricostruendola. L’identità in senso collettivo è quel luogo ideale dove possono verificarsi comprensione reciproca, concordia circa ciò che è degno di memoria, unità in ciò che è degno di essere sperato, collaborazione in ciò che può essere progettato. Non so se mai in terra tale identità collettiva si sia pienamente incarnata, ma è certo che per tali identità ideali si è combattuto a tutte le latitudini ed in tutti i tempi.

AUSTRIA: L'ASCESA DEL MOVIMENTO DI ESTREMA DESTRA “IDENTITÄRE BEWEGUNG ÖSTERREICHS”




 Il comandante sul carro incita la gente in ascolto davanti a sé. La massa risponde, sventolando bandiere giallo-nere e urlando all’unisono: “Difendiamo l’Europa”. I teatri di guerra non sono più la Grecia e le Termopili, ma Vienna e il quartiere multi-etnico di Urban Loritz Platz. Il nemico non è il gigantesco esercito persiano, ma la comunità d’immigrati in espansione in Europa e l’ala antifascista che la protegge.

Martin Sellner, il 26enne a capo della missione, vuole assomigliare al valoroso Leonida, mentre il suo neonato movimento degli identitari, ramo locale dell’omonima corrente pan-europea di estrema destra, conta su una somiglianza numerica con i pochi intrepidi guerrieri spartani e, usando quella simbologia, si fa promotore di un messaggio che ha dell’eroico.

MARTIN SELLNERMARTIN SELLNER
“Uno dei motivi del successo dell’Identitare Bewegung Österreichs (IBO) è essersi appropriato della cultura pop,” spiega Natascha Strobl, analista politica ed esperta di estremismi di destra in Austria. “I ragazzi vedono la lettera greca lambda e pensano subito al logo del kolossal hollywoodiano 300. Quindi, attirati dall’estetica cool di questi giovani che promettono di difendere il Paese e salvare l’identità austriaca, scendono in strada affianco a loro.”

NATASCHA STROBLNATASCHA STROBL
Il Movimento Identitario Austriaco, o IBO, s’ispira al Blocco Identitario francese, “di cui – spiega Sellner – oltre all’attivismo di strada condividiamo l’etnopluralismo,” o il diritto al separatismo etnico e razziale che è alla base di diversi gruppi di destra ed estrema destra europei, e ha instaurato una solida amicizia con il movimento neo-fascista italiano Casa Pound, con tanto di trasferte periodiche a Roma e adesivi di IBO sui muri del quartier generale di via Napoleone III a Roma.

IDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHSIDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHS
Con una ventina di membri ufficiali e 250 giovani coinvolti nelle sue azioni dimostrative, il movimento austriaco è ancora contenuto ma, dal suo avvio nel 2013, sta crescendo visibilmente soprattutto sul web. Alcuni dei giovanissimi sono abili video-maker e postano immagini delle loro provocatorie imprese, altri promuovono le attività su Facebook ed espandono il network sui forum.

IDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHSIDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHS
Sellner afferma che lui e i suoi sono “‘0% razzisti, 100% identitari” – citando un famoso slogan – ma il suo trascorso politico, rinnegato poi pubblicamente, nella sfera neo-nazista a fianco del pluri-incarcerato Gottfired Küssel e il suo attuale tesseramento a Olympia, una tra le più estreme confraternite studentesche nazionaliste germaniche bandita per anni per affiliazione al Partito Nazional Socialista tedesco, lascia spazio ai dubbi.

“Ho cominciato a interessarmi agli identitari prima che fondassero il movimento, quando alcuni giovani, di cui non farò nomi per ragioni di sicurezza, hanno lasciato la scena neo-nazi e iniziato a riorganizzarsi secondo nuove strategie,” dice a questo proposito Strobl aGli Occhi della Guerra.
IDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHSIDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHS

Con t-shirt dalle stampe che, solo da vicino, prendono le sembianze di pensatori come Nietzsche o Jung, felpe col cappuccio e capelli dalle creste vedo-non-vedo, gli identitari hanno abbandonato le teste rasate, i tatuaggi e le tenute paramilitari, per mischiarsi aglihipster in voga ovunque. Missioni punitive e violente sono state quasi del tutto sostituite da atti intimidatori che mirano a destabilizzare la società, più che a infondere terrore.
IDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHSIDENTITARE BEWEGUNG ÖSTERREICHS

In nome della “lotta contro il multiculturalismo e i burocrati corrotti che a Bruxelles agiscono contro il nostro volere, contro la migrazione di massa e l’islamizzazione che presto porteranno alla Grande Sostituzione dei popoli europei con quelli del Medio Oriente e Africa”, secondo le parole del portavoce Alexander Markovics, alle marce in quartieri multi-culturali, gli identitari alternano azioni plateali e stucchevoli.

Ha collaborato Costanza Spocci



Il nuovo "mito identitario" delle destre radicali europee



Di Gianfranco Sabattini

Un nuovo “spettro si aggira per l’Europa”: è il mito identitario che si sta diffondendo in tutto il Vecchio Continente e che ha in Germania e in Francia (ma non solo) le manifestazioni più eclatanti sul piano politico, e in parte anche su quello ideologico. Sul piano politico, il mito si è affermato da tempo in Francia, con il Front National di Jean-Marie Le Pen, oggi sostituito alla presidenza del partito dalla figlia Marine; in Germania, invece, il mito identitario, inizialmente appannaggio di piccoli gruppi movimentisti, è stato poi ereditato da “Alternative für Deutschland”, il partito politico fondato nel 2011, che nelle elezioni europee del 2014 ha conseguito il 7,04 dei suffragi e conquistato 7 seggi all’Europarlamento. Sul piano ideologico, invece, l’epicentro dell’elaborazione teorica è la Germania, ma gli apporti provengono anche da altri Paesi: Francia e Russia, in particolare.
Il n. 3/2016 di “Micromega” ospita un articolo, “Il pensiero vecchio delle nuove destre: Heidegger ed Evola contro la società aperta”, di Micha Brumlik, pedagogista e giornalista svizzero; secondo questo autore, le formazioni populiste di destra nate e diffusesi in Europa non sono una reazione emotiva alle conseguenze della Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, ma il portato, sul piano organizzativo e politico, di un programma teorico iniziato ben prima del 2007, come reazione all’esito dell’impatto del capitalismo globalizzato sul ruolo e la funzione dei vecchi Stati nazionali.
Brumlik narra della pubblicazione, nel 2015, del libro “L’ultima ora della verità. Perché destra e sinistra non sono più alternative e perché la società deve essere descritta molto diversamente”, di Armin Nassehi, docente di sociologia all’Università Ludwig Maximilian di Monaco; il libro del sociologo tedesco è volto, non solo a dimostrare come il pensiero universalista di sinistra abbia smarrito l’intenzione di cambiare il mondo, ma anche e soprattutto come esso abbia cessato di fornire una descrizione critica del pensiero della nuova destra; questo pensiero, secondo Nassehi, si caratterizzerebbe “per il fatto di considerare l’esistenza umana solo ineluttabilmente come esistenza di gruppo, con tutte le conseguenze teorico-normative e anche politiche che questa idea ha. Gli uomini sono innanzitutto membri di comunità più grandi e la soluzione dei problemi sociali sta in ultima analisi nell’omogeneità o, più precisamente, nella coesione interna del gruppo. L’idea di sovranità popolare (un’idea di sinistra) ha rappresentato la precondizione dell’idea di solidarietà (un’idea di destra). Entrambe hanno la stessa origine”.
L’omogeneità culturale, tuttavia, secondo Brumlik, non è il solo elemento che caratterizza il pensiero della nuova destra; ad esso vanno aggiunti l’elemento della “politicizzazione dello spazio”, sul quale i singoli popoli insistono, e quello della “sacralizzazione” dell’autorità: tutti questi elementi, definiti identitari, sono presenti nell’elaborazione ideologica della “nouvelle droite” del filosofo francese Alain de Benoist. Questi, a partire dagli anni Sessanta, ha elaborato un pensiero fortemente critico contro la globalizzazione, in favore di un liberalismo in pro delle piccole patrie e delle identità culturali. De Benoist, inoltre, considera la democrazia rappresentativa come un limite per poter promuovere un più esteso coinvolgimento dei popoli nella vita politica dei loro Paesi. Anche se critico nei confronti dell’Unione Europea, De Benoist crede in un’Europa unita e federale, nella quale il concetto di nazione sia sostituito da quello di “identità regionali”, unite da un comune senso di appartenenza continentale. Il suo pensiero, a tutela di queste identità culturali assume alcuni dei concetti che sono propri del marxismo, dell’ecologismo, del multiculturalismo, del socialismo e del federalismo.
La sintesi del pensiero di De Benoist, che ripropone in sostanza l’idea dell’”Europa delle patrie” di Charles de Gaulle, è assunta “in toto” dai nuovi partiti della destra europea; in particolare, sono accolte le sue idee etnopluraliste, secondo le quali ogni etnia deve avere il diritto di esistere nello spazio che le spetta, dove poter autorealizzarsi, avvalendosi della propria cultura; è sulla base di questa pretesa che la nuova destra europea può sostenere che l’omogeneità culturale di ogni etnia è scevra da qualsiasi problema razziale, nel senso che essa (l’omogeneità colturale) contiene “lo 0 per cento di razzismo”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.avantionline.it/2016/05/il-mito-identitario-delle-nuove-destre-europee/

TITOLO ORIGINALE:"Il nuovo mito identitario delle destre europee"

FOTO:murales di "Generazione Identitaria", http://mordorstyle.tumblr.com

Europa: il conflitto latente tra l'identitarismo neopagano e il monoteismo islamista


Di Salvatore Santoru

Oltre all'aspetto culturale, nello scontro politico tra il populismo identitario e l'islamismo c'è prendere in considerazione anche l'aspetto religioso.
Difatti, com'è noto l'Islam è la più giovane religione monoteista mentre spesso e volentieri il populismo identitario europeo si rifà a concezioni paganeggianti, che si rifanno alle tradizioni spirituali e popolari dell'Europa precristiana.
Il populismo identitario si basa sostanzialmente sul concetto pagano di "culto della Terra" e della Natura e di conseguenza dell'identità territoriale, sia essa spirituale,naturale e politica.
Per capire meglio, il culto pagano delle proprie radici(di cui è una variante è il "culto degli Antenati") si fonda sulla conservazione della "comunità naturale" e della propria "stirpe", e com'è abbastanza noto i culti pagani classici si fondavano sul comunitarismo e di conseguenza sull'antindividualismo e l'antiuniversalismo, tenendo ovviamente conto del fatto che l'universalismo odierno è una creazione del cristianesimo, che spiritualmente al culto della Terra e della Natura(fondata sulle diversità e sulla diseguaglianza) ha sostituito quello del Cielo (basato sull'egualitarismo) e al tempo circolare pagano la concezione progressista del tempo lineare.

Ovviamente, l'antiuniversalismo,l'antindivualismo e il comunitarismo ben si accordano con concezioni localiste e ancor di più nazionaliste ( e purtroppo non di rad anche xenofobe), e d'altro canto il nazionalismo (specie quello ottocentesco di stampo romantico) stesso non è nientr'altro che un'evoluzione di queste concezioni, mentre al contrario concezioni più "globaliste" sono più consoni al monoteismo, specie a quello cristiano e islamico.

In linea di massima, lo scontro tra il populismo identitario e l'islamismo nasconde anche quello più "classico" e forse ancora latente tra paganesimo e monoteismo, che l'Europa ha già affrontato su larga scala quando dal Medio Oriente si diffuse il cristianesimo, non senza problemi(specie nel centro e nell'Europa del Nord).

Passando alle questioni politiche, é interessante e curioso il fatto che a volte le varie formazioni identitarie parlino di "difesa dei valori cristiani" in funzione antislamica, partendo dalla stessa Lega Nord che originariamente è stata, almeno dal punto di vista culturale, fondata su un'estetica e su un richiamo chiaramente paganeggiante(i riti del Po,il simbolo del Sole delle Alpi, il richiamo ai Celti ecc).

Ora come ora, da diverso tempo si sta avendo una grande crescita di formazioni identitarie dai richiami più o meno neopagani, come "Bloc Identitaire,"Génération Identitaire"("Generazione Identitaria" in Italia) e altre, mentre dall'altra parte si stanno diffondendo sempre di più i movimenti e le associazioni vicine ai Fratelli Musulmani, ma in percentuale fortunatamente minore anche quelli legati al salafismo e ad altre correnti dell'islamismo radicale.

Da diverso tempo pare che tra queste due schiere ci sia una sorta di "guerra fredda", e si spera che tutto non degeneri in un'ipotetica guerra civile europea, ma che le problematiche attuali possano risolversi con l'accettazione di un'Islam europeo,moderno e secolarizzato e che abbia abbandonato le tendenze radicali e/o integraliste, e dall'altra parte con l'accettazione culturale di alcune tendenze culturali identitarie europee, rifiutando le tendenze razziste/xenofobe.

FOTO IN ALTO:Generazione Identitaria, http://wariscrime.com

Viaggiare: una nuova consapevolezza che completa e rafforza la nostra identità

Ferdinando Pessoa diceva: “È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. [...] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”.
Viaggiare ci permette, quindi, di perdere un frammento di noi stessi e di adagiarlo su un territorio diverso da quello che i nostri occhi sono abituati a osservare, che la nostra routine è solita sminuire. E’ forse per sete di conoscenza che, ricalcando le orme di Ulisse, ci spingiamo sempre alla ricerca di nuovi territori da scoprire e ci interessiamo di terre lontane.
 E’ per mettere a dura prova le nostre capacità di fronte alla natura che scaliamo aspre vette e ci ritroviamo in cima ad osservare il panorama, è, infine, per saziare la nostra anima che in solitudine partiamo con uno zaino pesante in spalla verso mete ignote. 
Dei viaggi, infatti, non ci rimangono solo fotografie e souvenir, ma la nostra identità rimane come permeata per sempre delle emozioni e dei mille volti che la natura e le cose assumono.
Viaggiare ci fa sentire cittadini del mondo, ci ricorda, quando ce lo dimentichiamo, a quale terra e popolo apparteniamo, e ci accusa, a volte, di sminuire le nostre tradizioni e le nostre bellezze senza averle realmente conosciute. 
A mio avviso, per quanto, però, un viaggio possa essere sorprendente, non mi porterà mai lontano da qui e dalla mia patria. Io sono la mia patria e viaggiare può solamente accentuare la consapevolezza che è qui che io pianterò le mie radici per sempre.

L'attuale caos globale e una possibile soluzione a ciò




Di Salvatore Santoru

La situazione internazionale si sta facendo sempre più tesa.
Come ricordato da diversi analisti, e recentemente anche da Papa Francesco, c'è il fortissimo rischio di una nuova guerra su scala globale.

Le aree su cui si pensa che potrebbe iniziare la 3 guerra mondiale sono indubbiamente il Medio Oriente e l'Est Europa.


Difatti, la vicenda ucraina, il conflitto israelo/palestinese e l'avanzata dell' ISIS in Iraq e Siria rappresentano l'iceberg di una situazione fortemente tesa e caotica.

Tralasciando la descrizione particolare di tali eventi, già affrontata in diversi articoli in questo blog, e concentrandosi sulla visione d'insieme, c'è da notare che tale caos faccia comodo a certi gruppi di potere a livello mondiale.

Difatti, a beneficiare del caos dominante sono ovviamente i fabbricanti di armi globali e i gruppi di potere dominanti di stampo mondialista, i quali vedono negli squilibri internazionali una forte opportunità per l'avanzamento dei loro progetti di dominio e controllo globale.


L'obiettivo di tali oligarchie ( le quali vanno dall'alta finanza a influenti think thank come il CFR, il Bilderberg o la Trilateral ) è la creazione di un mondo senza radici né cultura, e interamente schiavo della dittatura del denaro e della conseguente mercificazione totalizzante e totalitaria della società, ovvero ciò che è conosciuto come Nuovo Ordine Mondiale.

Per arrivare a tale scopo, ogni mezzo ( anche il più brutale ) è considerato utilizzabile, e lo schema utilizzato dall'oligarchia globale si potrebbe semplificare agisca così: problema-reazione-soluzione.


Ciò di cui hanno bisogno ora tali oligarchie è un'altra guerra, un'ennesima carneficina per la loro "soluzione finale", presentata come la "panacea" di tutti i mali: un'unico governo mondiale centralizzato.

Precisamente l'obiettivo è la creazione di un nuovo tipo di essere umano, senza identità e senza nessuna radice, completamente modellato e manipolato, una sorta di "uomo-merce"  .


Detta così, ciò può sembrare una cosa assurda, ma riflettete un'attimo e guardatevi intorno, ci siamo quasi.

La più grande illusione che ci è stata propagandata è che a ciò non esiste alternativa, e che tutto quello che sta accadendo nel mondo è inevitabile o così deve andare.

Ciò non è assolutamente vero: noi come individui e popolo possiamo fare molto, se vogliamo.


Ciò di cui hanno paura tale oligarchie sono dei popoli informati e consapevoli che facciano valere i loro diritti, contro i loro progetti distopici di controllo globale, che ci vengono presentati come "utopie" nei media per manipolarci meglio.

Ci hanno inculcato l'idea che il processo di questa mondializzazione possa essere l'unica soluzione per la pace e la libertà nel mondo, ma non è così.


Riflettiamo un'attimo: da quando è iniziato tale processo, nel 1991, il mondo è continuamente attraversato da nuove guerre e tremende carneficine, e lo sarà ancora se il progetto di controllo globale non sarà fermato.


Odio chiama odio, violenza chiama violenza, guerra chiama guerra, e questo anche l'oligarchia dominante "mondialista" lo sa bene.

Ma tutto ciò può essere fermato.

Urge una forte presa di coscienza per ciò, una presa di coscienza che sarà da apripista a un consapevole Cambiamento, fondamentale per la costruzione di un mondo realmente migliore e libero.

Un Cambiamento basato sul risveglio di individui e popoli, pronti a riappropriarsi della loro identità e sovranità contro i progetti totalizzanti e totalitari dell'oligarchia mondialista.

Un Cambiamento basato sull'autodeterminazione e emancipazione di individui e popoli contro il loro assoggettamento programmato.


Una consapevole e decisa riposta ai progetti dei gruppi di potere mondialisti, basata sul rispetto e la valorizzazione dell'identità e quindi della diversità.

Perché un mondo realmente in pace e armonia non si realizza con l'omologazione ma con il rispetto e la tutela della diversità e differenza, ambientale o umana che sia.

La Natura è bella perché varia, così l'umanità, così l'Universo e tutto ciò che esiste.



L'ideologia mondialista, basata su un'estremo appiattimento e distruzione di ogni differenza, tende  invece a una forzata omologazione umana e alla distruzione di tutto ciò che si opponga.

Un'ideologia che si legittima attraverso guerre infinite, saccheggi e altre violenze non vale la pena di essere seguita, anche nel nome di chissà quale "futuro radioso" che ci hanno promesso.


Contro la sua dilagante furia d'odio, è necessario rispondere con la promozione di un'Ideale fondato sulla ricerca della pace e della libertà, per ogni individuo e popolo.

Un'Ideale basato sull'autodeterminazione individuale,popolare e sociale così come nazionale,internazionale e universale allo stesso tempo.


Un'Ideale basato sulla costruzione di un mondo migliore e sul rispetto tra individui, popoli e nazioni, e non sulla mera "disintegrazione totale" di essi per fare spazio a un mondo omogenizzato dominato degli interessi di una ristretta oligarchia, con la massa tenuta volutamente ignorante.

Perché è anche con la tutela e valorizzazione delle differenze che si realizza una reale unità, non con la centralizzazione e l'omologazione per creare una falsa "identità" unica e/o artificiale.

Per dirla in altre parole: la Natura è Una, ed è bella proprio perché è varia e fondata sull'armonia tra le diverse parti che la compongono, armonia che non può essere distrutta, pena lo squilibrio o un caos inarrestabile, con tutti gli effetti collaterali conseguenti.


Tale discorso vale ovviamente anche per l'umanità, che della Natura è parte, e come essa ( a livello ovviamente minore ) è fondata sulla diversità che ne garantisce l'equilibrio, e tale diversità oggi è attaccata e si vuole distruggerla, mentre tale diversità dovrebbe essere accettata, tutelata e valorizzata.


Forse già qualcosa sta cambiando: l'aria di Cambiamento e di voglia di autodeterminazione che arriva dalla Scozia, fa ben sperare per un presente migliore, basato sulla riappropriazione di individui e popoli della loro intrinseca dignità, libertà, identità e sovranità. 

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