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Bolivia, il nipote dell'autoproclamata presidentessa Áñez ha avuto legami con i narcos


Di Salvatore Santoru

Da alcuni giorni alcune testate sudamericane stanno parlando di una vicenda che riguarda l'autoproclamata presidentessa della Bolivia, l'esponente del 'Movimento Social Democratico' Jeanine Áñez.
Più specificatamente la vicenda riguarda un nipote della stessa Áñez.
Come riportato da El Diario(1), il nipote della presidentessa Carlos Andrés Añez Dorado fu arrestato nel 2017 mentre trasportava mezza tonnellata di cocaina in un aereo della Bolivia insieme a Fabio Andrade Lima Lobo.
Lobo è il figlio di Carmen Lima Lobo, candidata del MAS (il partito dell'ex presidente Morales) e di Célimo Andrade, ex membro dell'influente cartello colombiano di Cali(2).
Inoltre, riporta sempre El Diario, quando ci fu l'arresto il governo riconobbe la militanza della Lobo e ricordò che lo stesso Andrade Lima Lobo aveva comunque un legame familiare diretto con Hugo Vargas Lima Lobo, il sindaco di San Joaquin nominato dall'MNR in alleanza con Unidad Democratica (il partito dell'attuale presidentessa Añez) e con Oscar Vargas Lima Lobo, ex candidato dell'UD all'Assemblea del Dipartimento di Beni. 
NOTE:
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El Chapo estradato negli Stati Uniti si è dichiarato non colpevole


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http://www.lastampa.it/2017/01/21/esteri/el-chapo-estradato-negli-stati-uniti-si-dichiarato-non-colpevole-guQYltBylgCVr3LFpIYT6I/pagina.html

Dopo due evasioni e l’ultima cattura poco più di un anno fa, il potente narcotrafficante Joaquin “El Chapo” Guzman è stato estradato dal Messico agli Stati Uniti. Il capo del cartello della droga di Sinaloa è comparso ieri in un tribunale di Brooklyn, a New York, per affrontare 17 capi d’accusa. Guzman, che si è dichiarato innocente, rischia molte condanne ma, secondo i media americani, non la pena di morte: questo grazie alle rassicurazioni fornite dagli Usa al Messico.


L’ex signore della droga, atterrato ieri sera a New York al Long Island MacArthur Airport su un piccolo aereo proveniente da Ciudad Juarez, tra imponenti misure di sicurezza, è stato portato al Manhattan Correction Center. Da lì questa mattina è stato trasportato in tribunale, per comparire davanti a un giudice federale. Durante il tragitto per sicurezza è stato chiuso il ponte di Brooklyn.
Tra le accuse ci sono cospirazione, corruzione, omicidio, importazione di droga, distribuzione di armi da fuoco e riciclaggio di denaro. Reati pesantissimi che prevedono come pena minima l’ergastolo.

Diversi osservatori ritengono che la tempistica non sia stata scelta a caso: l’estradizione infatti, avvenuta alla vigilia del giuramento di Donald Trump come 45esimo presidente degli Stati Uniti, sarebbe proprio uno sgarbo al tycoon, che durante la campagna elettorale ha promesso la costruzione del muro anti-clandestini alla frontiera con il Messico, definendo gli immigrati provenienti dal Paese vicino «criminali e stupratori». Una convinzione che non viene scalfita nemmeno dalle parole del vice procuratore generale messicano, Alberto Elias Beltran, il quale ha assicurato che l’estradizione «non ha nulla a che fare con l’Inauguration Day». «È stata risolta oggi, e secondo il trattato internazionale, abbiamo dovuto consegnare la persona ricercata oggi agli Stati Uniti», ha aggiunto Beltran. «Non farlo sarebbe stato un inadempimento delle norme internazionali». Il Dipartimento di Giustizia, da parte sua, in un comunicato ha «espresso la sua gratitudine al governo messicano per la sua cooperazione e assistenza nel garantire l’estradizione di Guzman negli Stati Uniti».

L’ex boss dei narcos è divenuto famoso anche per le sue evasioni dal carcere avventurose e rocambolesche, fino a quando non è stato catturato nuovamente l’anno scorso. La prima volta è scappato utilizzando un carrello della lavanderia; la seconda un tunnel che scavato nel pavimento della sua cella sotto alla doccia.

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