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Amazzonia, tribù indigena sterminata dai cercatori d’oro

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Amazzonia, tribù indigena sterminata dai cercatori d’oro. Sono in pericolo le ultime tribù indigene amazzoniche, quelle “uncontacted” della foresta profonda brasiliana al confine con la Colombia. Il pericolo è l’estinzione per mano dell’uomo: non ci sono, date le ovvie difficoltà di accesso e controllo nelle zone più remote, prove documentali, ma testimonianze orali che se confermate sarebbero gravissime. Testimonianze dei probabili invasori, i cercatori d’oro che hanno messo gli occhi su giacimenti dal potenziale economico enorme.
In un bar al confine con la Colombia dei cercatori d’oro si vantavano di averli fatti a pezzi. In mano, un remo di legno inciso dai componenti di una delle ultime tribù incontattate al mondo: “Li abbiamo uccisi, tagliati e gettati nel fiume” si sarebbero compiaciuti i minatori mostrando il trofeo. (Giacomo Talignani, La Repubblica)
Fatti a pezzi e gettati nel fiume, ed è la seconda segnalazione di questo tipo in pochi mesi.Dalla Fondazione nazionale dell’Indio (Funai), cui il governo Temer ha tagliato drasticamente i finanziamenti, la conferma: 10 indigeni, tra cui donne e bambini, sono statti massacrati sulle sponde del fiume Jandiatuba. Per Survival International il caso potrebbe rappresentare “l’eliminazione di un gruppo etnico remoto. Se i fatti saranno confermati, questo significa che fino a un quinto dell’intera tribù è stato annientato”. E parliamo della zona in cui vive il maggior numero di tribù incontattate del pianeta.
Il premier abolisce la riserva naturale, il giudice lo blocca. Nel frattempo è stato sospeso, in Brasile, il decreto del presidente Michel Temer che prevedeva l’abolizione della riserva naturale di Renca, nella foresta amazzonica. La decisione del giudice federale di Brasilia, Rolando Valcir Spanholo, che ha accolto parzialmente una petizione popolare presentata nei giorni scorsi contro la misura governativa, rappresenta un altro schiaffo per il capo di Stato brasiliano, già travolto da seri guai giudiziari e a rischio di impeachment con l’accusa di corruzione.
Per una scelta così importante – ha sottolineato il togato – non basta un decreto, ma serve l’intervento del Congresso. Data la sua impopolarità, il provvedimento di Temer aveva sollevato un vespaio di polemiche in tutto il pianeta, coinvolgendo anche personalità del mondo della moda e dello spettacolo come la top model Gisele Bundchen e l’attore Leonardo DiCaprio. Emesso la scorsa settimana, il decreto prevedeva lo sfruttamento da parte di imprese minerarie di un’area protetta pari a 4mila ettari e grande come la Danimarca. All’interno della regione, ricca di oro e altri minerali, esistono tra l’altro due riserve indigene.

La BBC denuncia: «In India sparano a vista sui popoli indigeni»

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Il servizio, prodotto per la televisione, la radio e le news del sito BBC, contiene interviste ai guardaparco, agli indigeni «che hanno subìto le conseguenze di questa politica all’interno del Parco Nazionale di Kaziranga e a un portavoce del WWF India che aiuta a finanziare, formare ed equipaggiare i guardaparco e pubblicizza tour nel parco sul sito dell’associazione» spiega l'associazione Survival che tutela i diritti dei popoli indigeni del mondo.
«Il Parco accoglie più di 170.000 visitatori ogni anno. Al suo interno, solo negli ultimi tre anni, cinquanta sospettati sono stati vittima di esecuzioni extra-giudiziali e un uomo indigeno gravemente disabile è stato ucciso a colpi di pistola nel 2013. La BBC stima che negli ultimi 20 anni siano state uccise 106 persone. Nello stesso periodo, è stato ucciso un solo guardaparco. La BBC ha intervistato un uomo locale picchiato e torturato con scosse elettriche durante un arresto da parte dei guardaparco, prima che questi realizzassero che non era coinvolto in alcun modo nel bracconaggio. Il programma mostra anche Akash Orang, un bambino indigeno di sette anni a cui i guardaparco hanno sparato alle gambe lo scorso luglio». «I guardaparco mi hanno sparato all’improvviso - racconta Akash - e lo hanno fatto mentre stava tornando a casa dal negozio del villaggio». «È cambiato. Prima era allegro. Adesso non lo è più. Di notte si sveglia per via del dolore e chiama la mamma», ha raccontato suo padre.
«I guardaparco - prosegue Survival - godono di immunità effettiva e sono incoraggiati a sparare a vista contro i sospettati – senza arresto né processo, né alcuna prova di un possible coinvolgimento nel bracconaggio. Un guardaparco ha ammesso: “abbiamo l’ordine totale di sparare, ogni volta che vedi dei bracconieri o delle persone di notte, abbiamo l’ordine di sparargli”. Il WWF ha fornito dell’equipaggiamento – inclusi quelli che la BBC definisce “occhiali per la visione notturna” – che è stato usato nelle operazioni notturne e nelle esercitazioni di “combattimento e appostamento”. Quando la BBC ha chiesto come si sente il WWF nel fornire equipaggiamento a un parco responsabile di uccidere persone, il portavoce del WWF India ha risposto: “Nessuno è a proprio agio nell’uccidere le persone… Non vogliamo che ci sia bracconaggio e l’idea è di ridurlo con il coinvolgimento di altri partner”».
Survival International sta conducendo una campagna mondiale contro questi abusi e, nel 2016, ha portato all’attenzione del mondo «l’alto bilancio di vittime e i gravi casi di corruzione tra i funzionari di Kaziranga – incluso il coinvolgimento nel traffico illegale di fauna selvatica che dovrebbero fermare».
«Le organizzazioni per la conservazione, tra cui il WWF, supportano un modello di conservazione che si traduce in evidenti abusi dei diritti umani. Hanno mancato di condannare le politiche che portano alle esecuzioni extra-giudiziali. Per troppo tempo, la conservazione ha usato la sua positiva immagine pubblica per nascondere i mostruosi e prolungati attacchi ai diritti dei popoli indigeni e tribali. Stiamo lavorando per fermarli. È tempo che i conservazionisti inizino a lavorare con i popoli indigeni, i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. È tempo che le organizzazioni per la conservazione si espongano chiedendo di metter fine alle politiche dello sparare a vista», ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore generale di Survival.
Guarda qui il documentario della BBC ‘Killing for conservation’

Il caso:il controverso testamento politico di Hitler e le affermazioni di condanna al colonialismo:"le razze bianche hanno dato,naturalmente, alcune cose agli indigeni, i doni peggiori che potessero fare, e cioè i flagelli del nostro mondo moderno"




 Premessa e precisazioni

C'è da segnalare che le affermazioni contenute in tale estratto e facilmente reperibili in diversi siti web, tra cui Wikipedia inglese, devono essere verificate meglio e per ora prese con le pinze, a causa delle controversie sul testamento politico di Hitler, di cui oltre la versione originale, la più famosa trascrizione è quella tradotta da Francois Genoud, con introduzione dello storico Hugh Trevor-Roper, e che è stata considerata contenente diverse affermazioni  inventate e aggiunte, oltre alla trascrizione della versione originale.
Detto questo, l'estratto che si leggerà di seguito risulterà molto interessante dal punto di vista della curiosità e della ricerca storica nonché sarà apparentemente sorprendente, ed è da leggere senza pregiudizi per finalità storiche e non ideologiche/politiche, non dimenticando,naturalmente, ciò che ha rappresentato e fatto il regime nazista durante il tragico periodo degli anni 30 e 40 del XX secolo.

Comunque sia, buona lettura.

Salvatore Santoru
http://informazioneconsapevole.blogspot.it/
...

Estratto da:http://neri2004.altervista.org/parte_3.htm

Uno sguardo alla storia, antica e moderna, dimostrerà che le imprese oltremare hanno sempre, alla lunga, indebolito coloro i quali le intrapresero. Tutti alla fine sono rimasti spossati dai loro sforzi; e, come è nella inevitabile natura delle cose, tutti hanno dovuto soccombere a forze da essi stessi generate o da essi stessi ridestate. Quale esempio migliore di ciò di quello dei greci? Quel che fu valido per gli antichi greci rimane ugualmente valido per tutti gli europei dei tempi moderni.








 Per prosperare, un popolo deve concentrare gli sforzi sul proprio paese. L'attento esame di qualsiasi periodo ragionevolmente lungo della storia rivelerà fatti che confermano la verità di questa tesi. La Spagna, la Francia e l'Inghilterra sono rimaste tutte indebolite, devitalizzate e svuotate in queste inutili imprese coloniali. I continenti ai quali la Spagna e l'Inghilterra diedero l'avvio e che esse crearono pezzo per pezzo hanno oggi acquistato un sistema di vita del tutto indipendente e un modo di vedere completamente egoistico. Ciononostante non sono altro che mondi artificiali senza un'anima, una cultura e una civiltà proprie; e giudicati da tale punto di vista, non costituiscono altro che escrescenze. È possibile, naturalmente, richiamarsi ai successi conseguiti nel popolare continenti un tempo deserti. Gli Stati Uniti e l'Australia costituiscono validi esempi di ciò. Successi, certo, ma soltanto sul piano materiale. Si tratta di edifici artificiosi, di corpi senza età, dei quali è impossibile dire se si trovino ancora nell'infanzia, o se siano già stati raggiunti dalla senilità. Nei continenti già abitati, l'insuccesso è stato ancor piú accentuato. 

In essi, le razze bianche hanno imposto con la forza la loro volontà e l'influenza esercitata sugli indigeni è stata trascurabile; gli Indú sono rimasti Indú, i Cinesi sono rimasti Cinesi, e i Musulmani sono sempre Musulmani. Non si è avuta alcuna trasformazione profonda, e i mutamenti determinatisi sono meno accentuati nella sfera religiosa, che in ogni altra, nonostante gli sforzi tremendi dei missionari cristiani. 

Si sono avute poche sparse conversioni, sulla cui sincerità è lecito nutrire forti dubbi, tranne forse nel caso di pochi individui ingenui e mentalmente deficienti. 

Le razze bianche, naturalmente, hanno dato alcune cose agli indigeni, i doni peggiori che potessero fare, e cioè i flagelli del nostro mondo moderno: materialismo, fanatismo, alcoolismo e sifilide. Per il resto, poiché questi popoli possedevano qualità proprie, superiori a qualsiasi cosa potessimo loro offrire, essi sono rimasti essenzialmente immutati.

Là dove fu tentata l'imposizione con la forza, si ottennero risultati ancor piú disastrosi, e il senso comune, nel rendersi conto della futilità di tali provvedimenti, dovrebbe vietarne l'adozione. Un unico successo deve essere riconosciuto ai colonizzatori: ovunque essi sono riusciti a destare l'odio, un odio che incita quei popoli, strappati da noi al loro sonno, a sollevarsi e a scacciarci. Invero, sembra quasi che siano stati ridestati unicamente a tale scopo! Chi può asserire che la colonizzazione abbia accresciuto il numero dei cristiani nel mondo? Dove sono quelle conversioni di masse che attestano il successo dell'Islam? Qua e là si riscontrano gruppetti isolati di cristiani, ma di nome piú che per convinzione; ed ecco tutti i successi di questa magnifica religione cristiana, la custode della suprema Verità! Prendendo in considerazione ogni fattore, la politica coloniale dell'Europa si è conclusa con un completo insuccesso.


Bolivia. Il Papa chiede perdono ai popoli indigeni

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Papa Francesco ha chiesto scusa giovedì per i peccati e le “offese” commessi dalla Chiesa cattolica contro le popolazioni indigene durante la conquista coloniale delle Americhe.



È il primo papa latinoamericano della storia ed è il primo che chiede perdono “con umiltà” in Bolivia, durante l’Incontro internazionale dei movimenti popolari, e alla presenza del primo presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales.
Francesco ha osservato che i leader della Chiesa latino-americani in passato avevano riconosciuto che “gravi peccati sono stati commessi contro i popoli indigeni dell’America in nome di Dio”. San Giovanni Paolo II, da parte sua, chiese scusa ai popoli indigeni del continente per il “dolore e sofferenza” causati durante i 500 anni di presenza della Chiesa nel corso di una visita 1992 nella Repubblica Dominicana.

Breve storia dei sacrifici umani

Di Alessandro Girola
Ne abbiamo traccia fin dalle prime comunità nate attorno ai falò e nelle caverne e, ancora oggi, c’è chi porta avanti la macabra tradizione. Basti pensare che in Uganda vengono uccisi circa 900 tra bambini e ragazzini, venduti agli stregoni per i loro rituali di potere. Ma su questo torneremo più avanti, quindi avrete tempo per indignarvi e per raccapricciarvi.
Partiamo però da altri tempi e da altre latitudini.
Partiamo da Maya, Inca e Aztechi, veri virtuosi del settore.

L’onore del sacrificio

A diffondere la notizia furono i conquistadores spagnoli, disgustati da quanto avevano visto durante le loro spedizioni. Ma lo sgomento era tutto loro, visto che per i popoli Inca e Maya i sacrifici erano nell’ordine naturale delle cose, tanto che essere scelti come vittime designate per gli Dei era ritenuto un grande onore.
Si trattava, ancora una volta, di bambini. Dovevano essere privi di imperfezioni, in quanto destinati a raggiungere le sfere celesti e a farne parte. Spesso venivano scelti tra i rampolli delle famiglie nobili. Almeno in questo c’era un senso di uguaglianza che univa i ricchi e i poveri.
Altre volte erano le donne a venire sacrificate, purché in età fertile.
Il metodo scelto era alquanto atroce: lo strangolamento.
Il clima delle Andine ha permesso agli archeologi di ritrovare diversi cadaveri mummificati, tutti vittime di sacrifici agli Dei dei monti. Nei loro corpi sono stati individuate tracce di droghe e oppiacei vari, somministrati ai poveracci prima del rituale.
Tuttavia i veri esperti in materia, si sa, furono gli Aztechi. Arrivavano a sacrificare diverse centinaia di giovani, il cui sangue serviva a placare le divinità del loro nutrito pantheon, e a nutrire il sole con la cosiddetta “acqua sacra”, vale a dire il sangue.
A differenza di quanto avveniva nelle cerimonie Maya e Inca, non tutte le vittime azteche erano volontarie (anche se una cospicua base di spontanei offerenti c’era, eccome).
I riti venivano officiati sulle piramidi a gradoni. I sacrificati venivano squartati, il loro cuore veniva donato agli Dei ancora pulsante (veniva buttato in un braciere sacro), e il sangue scorreva copioso sui gradoni del tempio. I sacerdoti, pesantemente drogati per poter ballare anche per ore senza fermarsi, gettavano poi i corpi in una pila destinata a crescere di ora in ora. A volte, e in specifiche occasioni, venivano anche svolte pratiche di cannibalismo rituale. Del resto, con oltre duecento divinità a cui rendere omaggio, c’era un gran da fare per ammazzare giovani in nome della pace celeste.
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Sacrifici Greci e Fenici

Anche nella civilissima Grecia antica non mancavano alcune pratiche che contemplavano i sacrifici umani. Le Baccanti, sacerdotesse del Dio del vino Dioniso e del sesso, celebravano riti oscuri, che spesso terminavano con l’uccisione di alcuni animali consacrati. In alcuni casi tali animali erano sostituiti da dei bambini, sgozzati in onore del Dio.
Plutarco riferisce poi di pratiche simili nelle regioni dell’Acaia e, più raramente, in occasione di alcune battaglie dall’esito incerto, in cui ingraziarsi il favore delle divinità guerresche poteva risultare determinante per le sorti dello scontro.
I Fenici, dal canto loro, potevano vantare nel proprio pantheon la presenza di un pezzo da novanta come Moloch, divinità ingorda di sacrifici umani, legata al culto del sole e rappresentata con un’enorme statua di bronzo in cui ardeva un fuoco perenne. Moloch aveva la testa di toro e le braccia alzate, in un gesto che voleva replicare la sua propensione ad accettare i sacrifici.
I sacerdoti, ben propensi a soddisfarlo, lanciavano i bambini (sì, ancora una volta loro) nella fornace ardente, simbolicamente posta all’altezza dello stomaco del mostro.
Alcuni complottisti raccontano che il culto di Moloch è sopravvissuto fino ai giorni nostri, e che viene praticato da alcune potenti sette segrete, nel cuore dell’Occidente (in particolare in Germania e negli Stati Uniti).
Fantasie? Può essere…
Moloch

Celti, Longobardi

I Celti, tutt’altro che bonari, erano soliti celebrare sacrifici umani. Con buona pace delle interpretazioni new age che tendono a rappresentare questo popolo con un buonismo che ha dell’imbarazzante.
Nelle tribù celtiche si svolgevano sontuose cerimonie, celebrate ogni cinque anni, in cui si nutriva la Madre Terra col migliore dei concimi: l’essere umano. In tal modo ci si augurava che regalasse ricche armenti per molte stagioni a venire.
I sacrifici venivano celebrati in modo inusuale: i druidi costruivano grandi strutture antropomorfe, di legno, paglia e giunchi. Al loro interno venivano stipati uomini e bestiame, quindi si procedeva all’incendio rituale. Altre volte venivano impiegati degli arcieri, in sostituzione del fuoco.
Quando i sacrifici volontari erano numericamente insufficienti, si utilizzavano eventuali prigionieri di guerra.
Dei Longobardi si parla relativamente poco, ma anche loro avevano una discreta tradizione in merito.
Si trattava di un popolo di origine germaniche, ben noto anche nelle tradizioni italiane. I Longobardi avevano una civiltà guerriera e violenta, costituita da adoratori di divinità implacabili e da cultori di usanze alquanto grottesche: pare per esempio che re Alboino avesse la consuetudine di bere vino nel cranio del padre di sua moglie.
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Vichinghi e affini

I Vichinghi, bontà loro, non disdegnavano affatto i sacrifici umani.
Il principale beneficiario di tali offerte era proprio Odino, padre degli Dei, signore di Asgard e Dio di grande potere e saggezza.
Gli archeologi hanno rilevato una varietà di riti sacrificali, a seconda della zona, del regno e della tribù interessata. In Svezia, soprattutto a Uppsala, le vittime venivano affogate in grandi vasche, oppure appese agli alberi e li lasciate morire.
Altrove veniva praticato il macabro rituale dell’Aquila di Sangue (taglio sulla schiena, vertebre e polmoni estratti ed esposti, finché il poveraccio non moriva dissanguato, tra atroci sofferenze).
In Islanda invece il “Cerchio del Destino” custodiva la pietra del dio Thor, sulla quale le vittime venivano brutalmente percosse fino alla morte.
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Africa Nera, oggi

Torniamo al presente.
Come anticipavo in apertura di articolo, l’Africa è il continente in cui, ancora oggi, vengono celebrati sacrifici umani spietati. L’Uganda detiene questo triste primato, ma non è il solo paese a ospitare questo fenomeno.
Sciamani e stregoni sono alla ricerca costante di bambini da sacrificare nei loro rituali. La superstizione radicata in molti strati sociali di quelle lontane terre spinge infatti gli uomini, soprattutto i ricchi e i potenti, a chiedere magie propiziatorie e incantamenti di varia natura. Secondo la magia ancestrale non c’è tramite più potente del sangue umano per ottenere questi benefici.
I sacrifici praticati dagli stregoni sono, tra l’altro, molto crudeli. Si va dalle mutilazioni rituali (mani, piedi, genitali) al seppellimento delle vittime ancora vive, fino a farle morire di soffocamento.
In Tanzania e Burundi abbiamo poi gli sciamani seguaci della dottrina Muti, una forma di medicina tradizionale che prevede l’utilizzo di organi del corpo umano per realizzare balsami e pozioni. Come se non bastasse, secondo gli stregoni Muti, le urla di sofferenza rendono più efficaci e potenti tali disgustosi elisir, sicché i sacrifici rituali sono particolarmente brutali e feroci.
human sacrifice africa

Perù:indigeni vincono causa contro compagnia petrolifera statunitense


rappresentante Achuar

Di Salvatore Santoru

Come riportato da "LifeGate" e da diversi media internazionali, in Perù i membri della tribù Achuar hanno vinto la causa contro la compagnia petrolifera statunitense "Occidental Petroleum".

Indígenas y Occidental Petroleum llegan a acuerdo por contaminacion en Amazonía

La disputa legale andava avanti dal 2007, quando gli indigeni citarono in giudizio i petrolieri per il grave inquinamento del loro territorio, oltre che la provocazione di diverse morti e altre problematiche nell'area, e il 6 marzo finalmente si è conclusa, con il risarcimento da parte della società texana alla comunità indigena.

Brasile, gli Indios occupano il Parlamento


BRAZIL-INDIGENOUS-TERRITORY-PROTEST

Di Andrea Salati
http://dailystorm.it

Un gruppo di Indios ha occupato il Parlamento di Brasilia per protestare contro un emendamento che mette il Governo in condizione di stabilire i confini delle loro terre…

L’ATTACCO CHE NON TI ASPETTI – Considerati i tempi che corrono, l’occupazione di un Parlamento risuonerebbe un pò come la notizia che prima o poi ti aspetti. Eppure, se gli occupanti fossero “Indios” il fenomeno sarebbe di certo più inaspettato e non potrebbe lasciare indifferenti. L’irruzione di un centinaio di nativi di varie etnie il 16 aprile nel Parlamento di Brasilia, accompagnati da grida di battaglia, ha colto di sorpresa anche i deputati, spaventandoli e costringendoli alla fuga.
Gli indigeni, provenienti da ogni parte del Brasile, dopo aver superato la sicurezza, sono riusciti ad invadere l’aula della Camera senza troppi ostacoli pur mantenendo un atteggiamento pacifico. Il motivo della loro irruzione è quello di impedire l’approvazione di un pacchetto di riforme mirate a ridefinire i confini delle loro terre secondo le spietate logiche del profitto e delle multinazionali. Invitati ad esporre le proprie istanze, hanno deciso di restare ed imporsi nel tavolo delle trattative fino all’esito dell’incontro programmato per quel giorno. In seguito, a causa del persistere dei disagi provocati dai nativi, il Presidente della Camera, Henrique Alves, ha deciso di rinviare l’approvazione del pacchetto al prossimo semestre, quando al tavolo dei negoziati sarà presente anche una rappresentanza indigena.
 .
PEC 215 – E’ così che viene soprannominato l’emendamento costituzionale che trasferisce dal Governo al Congresso il potere di delimitare i territori destinati alle comunità indigene. Di fatto, l’accusa mossa dai nativi è quella di favorire i cosiddetti “ruralistas“, latifondisti che tutelano gli interessi dei grandi produttori agricoli e delle multinazionali a discapito delle popolazioni locali. Nonostante le continue rassicurazioni da parte del Governo, i timori degli indios sembrano essere del tutto fondati.
Nonostante esistano infatti oltre 300 comunità indigene con più di 200 dialetti diversi, tutte quante hanno assistito distintamente negli ultimi anni al progressivo depauperamento della foresta amazzonica e delle sue aree adiacenti in nome di uno sviluppo industriale che non conosce confini. La cessione di competenza da parte del Governo potrebbe di fatto segnare una fondamentale svolta in senso negativo, legando le mani a tutte le realtà indigene coinvolte, chiaramente impotenti di fronte ai bulldozer delle multinazionali. Per bocca del “cacique” Raoni, capo del popolo Kayapò, gli abitanti delle foreste hanno detto: «siamo contrari all’invasione delle nostre terre. Noi siamo i primi abitanti e l’uomo bianco ci sta comandando, questo non ci piace». Sostanzialmente una rivendicazione di appartenenza a quelle terre ormai finita nel bersaglio delle multinazionali nonostante ricoprano il 12% del territorio brasiliano e oltre il 20% di quello amazzone. L’irruzione ha portato a galla un problema che da tempo veniva celato alla comunità brasiliana contribuendo indubbiamente a sensibilizzare molti tra cittadini, realtà territoriali e comitati per la tutela ambientale.
 .
NON E’ UN CASO ISOLATO - Fa ridere l’idea che sia il Congresso brasiliano a decidere i confini di una popolazione nativa che non conosce residenza o appartenenza ad uno stato. Eppure, con le dovute differenze dettate dalle circostanze,  è prassi diffusa quella di commettere soprusi verso indigeni, incapaci di difendersi e di capire perché gli venga sottratta la propria terra per far spazio a colate di cemento o grandi opere. Basti pensare infatti alle popolazioni native dello Yasuni Park in Ecuador, agli abitanti del Delta del Niger, ai nativi indiani e sudafricani scacciati per far posto a dighe che non apporteranno alcun beneficio e devasteranno la morfologia territoriale dei luoghi interessati. Il diritto al rispetto delle culture locali e della natura sembra troppo distante dalle logiche di uomini che si ritengono civilizzati perché portano la cravatta e tengono i capelli in ordine.
L’esempio di Correa, leader ecuadoregno, di istituire il diritto alla Madre Terra, sta per ora salvando non solo le popolazioni locali, ma anche la biodiversità animale e vegetale di un’intera regione. Ma forse tutto questo ai leader brasiliani non interessa, d’altra parte il prossimo anno ci saranno i Mondiali e a seguire le Olimpiadi; vi pare che non si possano cacciare quattro indigeni e tagliare due alberi per costruire una splendida sede magari per i giornalisti sportivi? Oggi è la 43° Giornata mondiale della Terra, un momento di riflessione per guardare al futuro ma anche al nostro passato, al fine di comprendere i nostri errori. Purtroppo, mentre le oltre 300 etnie indios brasiliane avranno ben poco da festeggiare… Le multinazionali sorseggeranno caipirinha impazienti di far profitto sul bene primario dell’uomo, la natura.

Fonte:http://dailystorm.it/2013/04/22/brasile-indios-occupano-il-parlamento/

Ecuador, il governo mette all'asta la foresta amazzonica



L'Ecuador sta per mettere all'asta circa tre milioni di ettari di foresta amazzonica, polmone verde della Terra. L'intenzione delle autorità sarebbe quella di venderli alle compagnie petrolifere internazionali, in particolare a quelle cinesi.

Il governo di Quito ha infatti organizzato un tour nelle capitali straniere che potrebbero essere maggiormente interessate all'affare. Lunedì a Pechino i rappresentanti dell'Ecuador hanno quindi illustrato le potenzialità energetiche dei terreni in vendita ai manager delle principali aziende petrolifere cinesi, tra cui la China Petrochemical e la China National Offshore Oil.

L'intenzione delle autorità dell'Ecuador ha provocato la dura protesta di organizzazioni non governative e leader delle tribù locali, che denunciano una “sistematica violazione dei diritti sulle terre ancestrali”.

La vendita della foresta amazzonica aprirebbe infatti la strada a nuove esplorazioni petrolifere e a nuove deportazioni di popolazioni indigene. In particolare, secondo l'organizzazione Amazon Watch, sono sette le popolazioni che rischiano di essere espropriate della loro terra.

“Chiediamo che le compagnie petrolifere pubbliche e private di tutto il mondo non partecipino al processo di gara che viola sistematicamente i diritti di sette nazionalità indigene, imponendo progetti petroliferi nei loro territori ancestrali”, ha scritto un gruppo di associazioni indigene dell'Ecuador in una lettera aperta dello scorso autunno.

Il ministro ecuadoregno per gli Idrocarburi, Andrés Donoso Fabara, ha replicato all'appello duramente accusando i leader della protesta di non fare gli interessi delle loro popolazioni, ma di inseguire di inseguire degli obiettivi politici.

Eppure secondo Amazon Watch, un eventuale acquisto violerebbe anche le linee guida fissate congiuntamente dai ministri cinesi per l'Ambiente e per il Commercio estero. In base al documento approvato il mese scorso, infatti, gli investimenti all'estero dovrebbero avvenire “promuovendo uno sviluppo armonioso dell'economia locale, dell'ambiente e delle comunità”.

Nel luglio scorso la Corte interamericana dei diritti umani ha stabilito di vietare sviluppi petroliferi nel Sarayaku, un territorio della foresta pluviale tropicale nel sud dell'Ecuador raggiungibile solo in aereo e in canoa, al fine di preservare il suo ricco patrimonio culturale e della biodiversità. La corte ha inoltre ordinato che i governi ottengono “previo consenso libero e informato” da gruppi indigeni prima di approvare le attività petrolifere sulle loro terre indigene.

La foresta amazzonica, ecosistema più ricco al mondo di specie animali e vegetali, è già fortemente minacciata dalla deforestazione che tra l'agosto del 2012 e il febbraio del 2013 è aumentata del 26,6%. Secondo i dati raccolti dal sistema di rilevamento satellitare Deter, del National Space Research Institute (Inpe), soltanto in quell’arco di tempo sono andati distrutti 1.695 kmq di foresta, una superficie più grande di quella di San Paolo, la città più grande del Sud America. Nello stesso periodo dell’anno precedente erano andati distrutti, invece, 1.339 kmq di foresta.


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