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Esplode la bomba poveri: superata la soglia di 5 milioni

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Di Fabrizio De Feo

Emergenza povertà. Le persone che vivono in uno stato di assoluta indigenza in Italia superano i 5 milioni nel 2017.

Un livello record finora mai visto nel nostro Paese, il più alto registrato dall'Istat dall'inizio delle serie storiche, nel 2005.
Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila per un totale di 5 milioni e 58 mila individui. L'incidenza della povertà assoluta è del 6,9% per le famiglie (era 6,3% nel 2016) e dell'8,4% per gli individui (da 7,9%). L'aumento della povertà assoluta colpisce soprattutto il Mezzogiorno dove vive in questa condizione oltre uno su dieci. L'incidenza stimata dall'Istat, nel Sud Italia, sale da 8,5% nel 2016 a 10,3% nel 2017, per le famiglie, e da 9,8% a 11,4% per gli individui. Il peggioramento riguarda soprattutto chi vive nelle città principali, i comuni centro di area metropolitana, (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni di minori dimensioni, fino a 50 mila abitanti (da 7,8% a 9,8%).
Da notare che il rapporto tra italiani e stranieri è circa del 70-30, 69% italiani, 29% stranieri, una percentuale quest'ultima che ha evidenti effetti sul costo complessivo per il welfare del nostro Paese, ad esempio sulla spesa sanitaria e sulle spese dei Comuni come voucher sociali e graduatorie per le case popolari.
Ma cosa si intende per poveri assoluti? Con questa definizione l'Istat comprende coloro che non possono affrontare la spesa mensile sufficiente ad acquistare beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile. I fattori considerati sono: un'alimentazione adeguata, un'abitazione - di ampiezza adeguata, riscaldata, dotata dei principali servizi, beni durevoli e accessori - e il minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi, istruirsi e mantenersi in buona salute. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà è pari a 826,73 euro mensili se risiede in un'area metropolitana del Nord, a 742,18 euro in un piccolo comune settentrionale, a 560,82 euro in un piccolo comune del Mezzogiorno. La soglia della povertà relativa è invece - per una famiglia di due componenti - pari alla spesa media per persona nel Paese: nel 2017 è stata di 1.085,22 euro mensili.
La lettura politica del governo viene data da Matteo Salvini che nei dati vede la «conferma della giustezza dell'obiettivo che ci siamo dati con tutto il governo: mettere al centro gli italiani». Luigi Di Maio invoca «reddito di cittadinanza subito». Per Forza Italia Alessandro Cattaneo cita Indro Montanelli: «La sinistra ama così tanto i poveri che ne crea di nuovi».
La diffusione dei dati è accompagnata da una polemica per una uscita improvvida della sottosegretaria all'Economia Laura Castelli che dopo avere incontrato il presidente dell'Istat, Giorgio Alleva, parla della necessità di una «sinergia» dell'Istituto «con la politica per il raggiungimento degli obiettivi del contratto di governo». Parole che fanno scattare subito l'accusa di ingerenza da parte del Pd che con Michele Anzaldi chiede una presa di posizione del ministro Tria e del premier Conte. Interviene, sollecitato dai giornalisti, anche il portavoce della Commissione Ue per puntualizzare che le norme europee stabiliscono che «gli uffici statistici nazionali sono totalmente e pienamente indipendenti».

NEI CENTRI CARITAS DEL SUD GLI ITALIANI HANNO SUPERATO GLI STRANIERI

CARITAS
Sono soprattutto gli stranieri a chiedere aiuto ai Centri di Ascolto della Caritas, ma per la prima volta, nel 2015, al Sud la percentuale degli italiani ha superato di gran lunga quella degli immigrati. E' una delle novità del Rapporto 2016 della Caritas sulla povertà. Se a livello nazionale il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2%), nel Mezzogiorno gli italiani hanno fatto il 'sorpasso' e sono al 66,6%. I centri Caritas sono 1.649, dislocati su 173 diocesi.
Rispetto al genere, il 2015 segna un importante cambio di tendenza; per la prima volta risulta esserci una sostanziale parità di presenze tra uomini (49,9%) e donne (50,1%), a fronte di una lunga e consolidata prevalenza del genere femminile. L'età media delle persone che si sono rivolte ai Centri Caritas è 44 anni.
Tra i beneficiari dell'ascolto e dell'accompagnamento prevalgono le persone coniugate (47,8%), seguite dai celibi o nubili (26,9%). Il titolo di studio più diffuso è la licenza media inferiore (41,4%); a seguire, la licenza elementare (16,8%) e la licenza di scuola media superiore (16,5%). I disoccupati e inoccupati insieme rappresentano il 60,8% del totale.
I bisogni più frequenti che hanno spinto a chiedere aiuto sono perlopiù di ordine materiale: spiccano i casi di povertà economica (76,9%) e di disagio occupazionale (57,2%), ma non sono trascurabili anche i problemi abitativi (25,0%) e familiari (13,0%). E sono frequenti le situazioni in cui si cumulano due o più ambiti problematici.
Inoltre il rapporto svela che il vecchio modello italiano di povertà, che vedeva gli anziani più indigenti, non è più valido: oggi la povertà assoluta risulta inversamente proporzionale all'età, cioè diminuisce all'aumentare di quest'ultima. La persistente crisi del lavoro ha infatti penalizzato e sta ancora penalizzando soprattutto i giovani e giovanissimi in cerca di di occupazione e gli adulti rimasti senza impiego.

Sei milioni di italiani non hanno soldi per mangiare, ecco dove sono

Sei mln di italiani che non hanno soldi per mangiare, ecco dove sono

http://www.askanews.it/top-10/sei-milioni-di-italiani-non-hanno-soldi-per-mangiare-ecco-dove-sono_711675205.htm

Sono oltre 6 milioni le persone in Italia che non hanno denaro a sufficienza neanche per alimentarsi adeguatamente ed hanno quindi bisogno di aiuto per mangiare. E' quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat, in occasione della 19esima edizione della Giornata nazionale della colletta alimentare (Gnca) promossa dalla Fondazione Banco alimentare con il quale è stata realizzata una profonda collaborazione nell'ambito di Expo. "In Italia - sottolinea la Coldiretti - è infatti pari al 12,6 per cento la percentuale di individui in famiglie che se lo volessero non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni. Le maggiori difficoltà dal punto di vista alimentare si registrano - continua Coldiretti - nel mezzogiorno di Italia dove la percentuale sale al 17 per cento, tra le famiglie monoreddito dove è il 17,3 per cento e tra le persone sole con piu' di 65 anni con il 14,5 per cento". "Una situazione che - sostiene la Coldiretti - si scontra con il fatto che ogni italiano che ha comunque buttato nel bidone della spazzatura durante l'anno ben 76 chili di prodotti alimentari che sarebbe piu' che sufficienti a garantire cibo adeguato per tutti i cittadini. Un problema che riguarda in Italia l'interna filiera dove gli sprechi alimentari - conclude la Coldiretti - ammontano in valore a 12,5 miliardi che sono persi per il 54 per cento al consumo, per il 21 per cento nella ristorazione, per il 15 per cento nella distribuzione commerciale e per l'8 per cento nell'agricoltura e per il 2 per cento nella trasformazione". Aer

Save The Children: in Italia un bambino su 20 non può permettersi le scarpe

Copertina Atlante 2015 infanzia



Di Salvatore Santoru

Secondo una recente indagine di "Save The Children" in Italia 1 bambino su 20 non può contare su due paia di scarpe l’anno e non riceve un pasto proteico al giorno. 
Secondo quanto riportato da "Redattore Sociale" praticamente "quasi 1 su 10 vive in famiglie che non possono permettersi di invitare a casa i suoi amici, festeggiare il suo compleanno, comprargli  abiti nuovi, libri non scolastici, mandarlo in gita con la sua classe. 1 su 6 non ha la possibilità di frequentare corsi extrascolastici".
Tale indagine è frutto del sesto Atlante dell’Infanzia “Bambini senza. Origini e coordinate delle povertà minorili”, prodotto da Save the children e presentato a Roma nell’ambito della campagna “Illuminiamo il Futuro”.
  
PER APPROFONDIRE:http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/494925/Save-the-Children-1-bambino-su-20-non-puo-permettersi-le-scarpe

Banlieue parigine: tra estremismo,odio sociale/razziale e violenza

Di Adriano Scianca
Accade periodicamente: di tanto in tanto finisce sotto i riflettori la “cosa” chiamata banlieue. Per esempio stamattina, quando il sobborgo a nord di Parigi di Saint-Denis, ex cintura operaia “rossa”, si è svegliato in stato di guerra. Ma la guerra, da quelle parti, non se n’è mai davvero andata.
Il primo brusco risveglio, a proposito di questa parte di Francia che non è più Francia, risale esattamente a 10 anni fa. Il termine banlieue è infatti diventato noto al pubblico italiano in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Pochi chilometri a nord di Parigi, Clichy-sous-Bois è un agglomerato in cui all’epoca vivevano più di 28mila persone appartenenti a trentasei etnie differenti. In 20 giorni si conteranno8.720 auto date alle fiamme e 2.599 arresti. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45mila auto. A metà novembre, la polizia francese stabilì che la violenza in Francia era tornata a livelli “normali”, in quanto le auto bruciate di notte rientravano nella media pre-rivolte di un centinaio per sera.
Sempre del 2005 è un altro evento piuttosto emblematico: è l’8 marzo, quando durante una manifestazione studentesca vari studenti vengono pestati e derubati da giovani di origine araba venuti dalle periferie. La polizia parlò di circa700/1000 ragazzi venuti essenzialmente da Seine-Saint-Denis (appunto) con il solo scopo di compiere razzie e violenze. È un meccanismo abbastanza tipico, visto spesso all’opera anche in Italia: ci si accorge di un certo fenomeno sociale solo quando finiscono coinvolte certe scuole inevitabilmente frequentate dai figli dei politici, dei giornalisti, degli intellettuali. In quel caso fu Le Monde ad alzare il sipario sulla vicenda, con un articolo in cui si intervistavano vari ragazzi delle banlieue pronti a confessare candidamente le motivazioni razziste delle loro aggressioni. «Se sono andato in piazza non era per la manifestazione ma per prendere telefonini e picchiare la gente. Lì in mezzo c’erano dei buffoni, dei piccoli francesi con teste da vittima», dice il franco-tunisino Heikel, 18 anni. L’obbiettivo è tanto sociale quanto etnico. «È come se avessero scritto “vieni a prendere la mia roba” sulla fronte», spiega Patty, 19 anni, che chiosa: «Sono i neri che si vendicano del razzismo dei francesi e della polizia». Le Monde riporta altre testimonianze: «I bianchi guardano per terra perché hanno paura, perché sono dei vigliacchi», spiega un liceale di 19 anni. I bianchi, per questi ragazzi, sono caratteristicamente coloro che non sanno battersi e che non hanno la mentalità del clan. Abdel 18 anni, spiega che «neri e arabi fanno più figli, dunque tu non puoi sapere se colui che sta in piazza avrà un fratello più grande».
Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti etnici. La Francia, anzi, ha vissuto i suoi primi scontri inter-etnici fin dalla fine degli anni ’70. Pensiamo solo alla “estate calda” del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell’area urbana di Lione a forte densità immigrata. All’epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i “rodei” dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.
Ma che cosa è, in effetti, una banlieue? Il termine ha origini medievali: si tratta di un luogo (lieu) in cui vale il bando (ban) di un signore, con speciale riferimento ai territori attorno a una città che segnavano il limite fino al quale poteva spingersi l’autorità signorile. La parola assume connotazione dispregiativa a partire dal XIX secolo, quando si comincia a guardare alla periferia come il luogo in cui vive una popolazione vicina ma arretrata, non al passo con la modernità cittadina. Il termine “banlieusard” è attestato per la prima volta nel 1889, quando gli eletti di Parigi presero ad accusare i rappresentanti delle periferie di essere dei contadini reazionari. Per ironia della sorte, all’inizio la banlieue fu accusata di rappresentare la Francia rurale, il “paese profondo”, poco avvezzo al cosmopolitismo modernista della capitale.
Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di veri e propri ghetti etnici, con la popolazione bianca letteralmente cacciata casa per casa e la creazione di una zona di non diritto dove le bande di strada fanno il bello e il cattivo tempo. La violenza nichilista e ormai la regola. SecondoWalter Laqueur «nel 2000 c’era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più – a meno che naturalmente non si presentasse in forze – e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana» (Gli ultimi giorni dell’Europa, Marsilio 2008).
Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy (Fractures françaises, Flammarion, 2010), tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall’11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell’Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest’ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell’Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.
Sulle cause del degrado socio-culturale delle banlieue si e molto discusso. Ovviamente va per la maggiore il pietismo sociologgizzante. I dati, tuttavia, ci portano in tutt’altra direzione. Secondo l’inchiesta Immigrés et descendants d’immigrés en France condotta dall’Insee (l’Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati africani disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati: in particolare, cinque anni dopo la fine degli studi, il 29% contro l’11%. Le ragioni? Persino gli statistici transalpini finiscono per ammettere che la sociologia non può spiegare tutto: «Il livello del diploma, le origini sociali e il luogo di residenza possono giustificare al 61% il divario, che per il resto rimane inesplicato». Anche la difficoltà economica, pure spesso reale, non aiuta a capire: con il passare delle generazioni la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione, infatti, vive meglio di quella che l’ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d’età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Sono meno numerosi a lavorare come operai (42% contro il 66%). E il 14% sono “cadres” (dirigenti di primo livello) contro il 4% dei genitori. Insomma, la spiegazione economicista (la conflittualità come figlia della miseria) non funziona.
Come nota lo studioso Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza [delle banlieue], che al contrario è esploso proprio in quel periodo». Del resto altre comunità egualmente o forse più svantaggiate non danno gli stessi problemi e anche nella stessa popolazione maghrebina delle banlieue le ragazze, pure cresciute nello stesso contesto sociale degradato dei loro coetanei maschi, dimostrano una capacita di ascesa sociale ben diversa. Anche il continuo battersi il petto dei media mainstream per il preteso “abbandono” dei quartieri sensibili fa a pugni con la realtà. Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come “sensibile”, appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere “sensibile” sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l’attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nicolas Sarkozy, all’Université du Medef del 2004, ebbe l’impudenza di dichiarare: «Il figlio di Nicolas e Cécilia ha meno bisogno di essere aiutato del figlio di Mohamed e Latifa». L’85% delle famiglie povere di Francia non vive nei quartieri “sensibili”, ma questi poveri non fanno notizia, non interessano ai sociologi. Scrive Guilluy: «I quartieri sensibili non rappresentano che il 7% della popolazione, ma la loro influenza mediatica, culturale e ideologica è considerevole». Senza contare che, di regola, i poveri bianchi evitano di aprire il fuoco sugli avventori dei ristoranti. Il che, comunque, non è poco.

I bambini schiavi nelle miniere d’oro delle Filippine: un problema culturale da risolvere, oltre ad essere una questione etica



 La povertà “porta a queste cose. Purtroppo i bambini vengono sfruttati in tutti i lavori di un certo tipo, come anche le donne. Ma il fenomeno non si limita al problema della povertà, è un fatto anche culturale: non c’è ancora l’idea che i bambini devono andare a scuola fino a una certa età”. Padre Sebastiano D’Ambra, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere a Zamboanga, commenta così ad AsiaNews la pubblicazione di un rapporto dell’Osservatorio per i diritti umani (Hrw), che ha posto l’attenzione sulle migliaia di minori sfruttati nelle miniere d’oro delle Filippine, in condizioni disumane ed esposti al rischio di avvelenamento da mercurio.










Nonostante la legge filippina proibisca di lavorare fino alla maggiore età (18 anni), bambini anche di 9 anni vengono calati decine di metri sotto terra per diverse ore a scavare, a volte (ma non sempre) aiutati da bombole d’ossigeno. Molti di essi muoiono asfissiati. Il mercurio, che viene utilizzato per separare l’oro dal minerale grezzo, può portare disabilità e danni cerebrali permanenti se usato in continuazione.
I ragazzini sono pagati una miseria, a fronte di un prodotto che vale 1.127 dollari ogni 30 grammi. Le Filippine sono il 20mo produttore mondiale di oro e circa 300mila persone sono impiegate nel settore. Di questi, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, almeno 18mila sono bambini e bambine.
Il rapporto dello Hrw è stato commentato anche da p. Edu Gariguez, segretario della Caritas nazionale, secondo cui il fenomeno “distrugge l’idea che le miniere portano lo sviluppo. Al contrario, le miniere opprimono i poveri”. “Il governo – continua p. Gariguez – si limita a monitorare il lavoro minorile nelle miniere e non penalizza i datori di lavoro”.
Lo sfruttamento dei minori è un fenomeno molto diffuso nelle Filippine, e non si limita al settore minerario. Secondo uno studio condotto dall’Organizzazione ecumenica per l’educazione al lavoro e alla ricerca (Eiler) e finanziata dall’Unione Europea, ci sono due bambini lavoratori ogni 10 famiglie nelle zone minerarie. “È umiliante ammettere che non sempre le famiglie stesse sono contrarie allo sfruttamento dei propri figli – continua p. D’Ambra – ma l’estrema povertà le spinge ad esporre i minori a traffico umano, prostituzione online e lavoro sottopagato”.
Il governo, secondo il missionario, non è totalmente inerme di fronte al problema: “Non ha la forza di sradicare il fenomeno nella sua interezza, certo. La popolazione cresce ad un ritmo che le autorità non riescono a sostenere, ci sono moltissimi giovani. Alcune iniziative però sono portate avanti – afferma p. D’Ambra –, per esempio il governo finanzia circa 6 milioni di famiglie povere incoraggiandole a mandare i figlia a scuola. Se non mandano i figli a studiare non ricevono gli aiuti. Ma non è abbastanza”.

Oxfam:in Europa 123 milioni di persone a rischio povertà

In Europa ci sono 342 miliardari (con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro) e 123 milioni di persone - quasi un quarto della popolazione – a rischio povertà o esclusione sociale. E’ l’impietosa fotografia scattata da Un’Europa per tutti, non per pochi, il nuovo rapporto sulla disuguaglianza, lanciato oggi da Oxfam. Un quadro che riguarda anche l’Italia: nel nostro paese il 20% degli italiani più ricchi oggi detiene il 61,6% della ricchezza nazionale netta, mentre il 20% degli italiani più poveri ne detiene appena lo 0,4%.






Tra il 2009 ed il 2013 il numero di persone che viveva in una condizione di grave deprivazione materiale, vale a dire senza reddito sufficiente per pagarsi il riscaldamento o far fronte a spese impreviste – è aumentato di 7.5 milioni in 19 paesi dell’Unione Europea, inclusi Spagna, Irlanda, Italia e Grecia, arrivando a un totale di 50 milioni. In Italia dal 2005 al 2014 la percentuale di persone in stato di grave deprivazione materiale è aumentata di 5 punti (dal 6,4% all’11,5%). Sono quasi 7 milioni di persone, e tra di loro ad essere più colpiti sono i bambini e i ragazzi sotto i diciotto anni.

Dalla classifica che ordina gli Stati membri dell’Unione europea secondo 7 parametri (tra questi disuguaglianza di reddito, deprivazione materiale, divario retributivo di genere), appare chiaro che nessun paese è immune da elevati gradi di disuguaglianza, con paesi come Bulgaria e Grecia che registrano il peggior risultato. Se la disuguaglianza nel reddito disponibile è maggiore in Bulgaria, Lettonia e Lituania, è importante rilevare che anche paesi come Francia e Danimarca hanno visto un aumento di questa dimensione della disuguaglianza tra il 2005 e il 2013.

Anche chi ha un lavoro è a rischio di cadere nella trappola della povertà: questa probabilità è particolarmente alta anche in Italia, dove l’11% delle persone tra i 15 e i 64 anni che lavorano è a rischio di povertà – un dato che ci posiziona al 24° posto tra i ventotto paesi dell’Unione Europea. Anche in paesi traino della UE, come la Germania questo dato sta aumentando. Sempre in tema di reddito da lavoro, l’Europa non è immune dal divario salariale tra uomini e donne: sono Lettonia, Portogallo, Cipro e Germania gli stati nei quali le discriminazioni retributive sono più gravi.

La classifica mostra anche come le politiche di governo possano contribuire ad accrescere o diminuire le disuguaglianze: il sistema fiscale e previdenziale svedese, per esempio, è il più avanzato in Europa e favorisce una riduzione delle disuguaglianze di reddito del 53%, mentre il sistema fiscale e previdenziale italiano, tra gli ultimi posti della classifica, ha permesso nel 2013 una riduzione della disparità di reddito solo del 34%.

Macerata:sfrattata, viveva in tenda da giugno, malore fatale per la donna

Di Emanuela Addario
Costretta a vivere in tenda da giugno dopo essere stata sfrattata, è morta la donna la cui storia disperata era stata raccontata dal Carlino domenica scorsa. Il dramma di Luana Brugè, 45 anni, di Porto Recanati, si è tragicamente concluso lunedì notte nell’abitazione della madre a Loreto, dove la donna si è spenta dopo un malore. Probabilmente sfiancata dalle precarie condizioni in cui si trovava, disidratata, dopo essersi accampata per giorni vicino al fiume Potenza, la 45enne era stata accompagnata a Loreto dal compagno.
La donna, oltre a un figlio di 25 anni, lascia una piccola di appena 6 anni avuta dall’attuale compagno e affidata ai nonni materni. «Non ce la faccio più a vivere così – aveva raccontato Brugè in lacrime al Carlino –. Mi sento male. Mi sento morire». E così purtroppo è stato. Lunedì notte Brugè è spirata in una casa vera, quella della madre. La donna, dopo aver perso l’abitazione perché non riusciva più a pagare l’affitto e senza un lavoro che potesse garantirle un guadagno anche minimo, aveva trovato riparo nella tenda acquistata per una manciata di euro al supermercato, nonostante il caldo torrido di questo periodo. Ma per lei era l’unica soluzione. Aveva detto di aver cercato un’occupazione come donna delle pulizie, ma senza risultati. E anche il compagno, che lavorava come operaio, è disoccupato. Quindi, prima di decidere di rifugiarsi nella tenda, alla coppia non era rimasto altro da fare che affidare la bimba alla nonna. «Almeno mia figlia vive decorosamente – aveva spiegato la 45enne –. Non posso portarla in questo tugurio. Noi ci arrangiamo come possibile ma lei non deve sapere nulla. Appena ho un passaggio vado a trovarla da mia madre. Qui non voglio che venga».
Brugè aveva abitato, fino ai primi di giugno, in via San Giovanni Bosco, nel centro di Porto Recanati. «Mio marito ha perso il lavoro da mesi e non ha trovato più nulla – aveva proseguito nel racconto delle sue difficili condizioni di vita –. Io non trovo un posto da oltre un anno. Nemmeno come donna delle pulizie. Ho provato anche negli chalet per la stagione estiva, ma già avevano il personale al completo. Ho girato dappertutto e chiesto anche aiuto al Comune, ma senza ottenere qualcosa di concreto. Non mi ha ascoltato nessuno. Il proprietario di casa, che mi aveva garantito di riuscire a farmi rimanere in casa fino a fine mese, mi ha detto che dovevo andarmene».
La 45enne si era già sentita male sabato scorso, a causa del gran caldo. La donna era stata soccorsa dalla Croce Azzurra che l’aveva trovata in un forte stato di disidratazione. Quella mattina erano intervenuti anche i vigili urbani e gli assistenti sociali che si erano resi disponibili ad aiutare la coppia. Purtroppo non è stato possibile. La 45enne è morta prima per un collasso cardio-circolatorio. Nessun commento da parte della famiglia della donna che si è chiusa nel proprio dolore, per proteggere la nipotina.

Montagnana:da 4 mesi costretto a vivere in auto con moglie e tre figli

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 Di Nicola Cesaro

Finisce in prima serata la storia di Orlando Vivian e della sua famiglia, costretta a vivere in macchina da più di tre mesi. Orlando e la moglie Teresa sono stati ospiti, lunedì sera, della trasmissione “Quinta Colonna” di Rete 4. Il programma di attualità condotto da Paolo Del Debbioha dedicato inizialmente un servizio alla famiglia montagnanese. Le telecamere di “Quinta Colonna” sono arrivate a Montagnana per documentare la situazione che si ritrovano a vivere i due coniugi, i tre figli e il nipotino.
«Pensavo che storie come queste si potessero vedere solo in tv» ha confessato Vivian all’inviatoValerio Minelli «Non lo auguro veramente a nessuno». Il quarantaseienne, ex dipendente di una ditta specializzata nella stampa, è stato sfrattato dal suo appartamento a febbraio. Da allora, assieme alla moglie e ai figli, non ha avuto altre alternative che dormire nella propria Fiat Multipla. «Ci abbiam dormito anche quando fuori c’era la neve: accendevo il motore e alzavo il climatizzatore al massimo» ha spiegato Vivian «Mentre io ero a vivere in auto con la mia famiglia, lo Stato ha messo in un albergo di Montagnana un gruppo di migranti: perché loro sì e io no?».
Il padre di famiglia ha inoltre confidato di custodire una lettera nel cruscotto della Multipla: «E’ la lettera che ho scritto quando ho deciso di farla finita. Nemmeno mia moglie sa che esiste. La leggo ancora...». Vivian e la moglie hanno quindi partecipato alla diretta della trasmissione e anche lì è continuato il racconto della loro precaria situazione: «Da mesi mangiamo panini o siamo ospitati da quegli amici che non si sono ancora stufati di noi» ha aggiunto la coppia. «Per lavarci il viso la mattina utilizziamo una tanica d’acqua, per farci la doccia chiediamo ospitalità». Il conduttore del Del Debbio ha quindi lanciato una campagna di sostegno ai Vivian, invitando i telespettatori a inviare una proposta di lavoro al capo famiglia.

Milano:donna senzatetto dorme da 2 anni in Centrale e nessuno ha fatto ancora niente per aiutarla


Di Marta Bravi

Stesso luogo, stessa scena, un anno e mezzo dopo. Peccato che in mezzo ci sia stata l'apertura di Expo. Venerdì pomeriggio, via Tonale, Stazione Centrale.
Una donna nuda dorme per terra, sdraiata su qualche foglio di giornale accartocciato. La foto riporta con la memoria al novembre 2013 quando la stessa persona era stata immortalata nello stesso identico punto e nelle stesse identiche condizioni. Con l'aggravante del freddo. Peccato che nel frattempo tanto si sia detto e solo qualcosa sia stato fatto per migliorare la situazione del quartiere che gravita attorno alla porta di ingresso in città. La città che dal 1 maggio al 31 ottobre è sotto i riflettori internazionali e su cui il governo si sta giocando la faccia.
La Centrale, per esempio, per arrivare preparata all'appuntamento con i 20 milioni di visitatori da tutto il globo attesi per Expo, ma ancora prima con il semestre italiano di presidenza del consiglio europeo di ottobre, si è rifatta il look. I lavori hanno visto una prima fase di restauro conservativo e di pulizia dell'intero edificio e una seconda fase di completa ridefinizione degli spazi per la creazione di una galleria commerciale da 500 metri quadrati, aperta anche di sera, con tanto di bistrot, e ristoranti, e la sistemazione di accessi e spazi esterni. Un investimento di 50 milioni di euro e una decina di anni di lavori. Il Comune di Milano ha fatto la sua parte: risistemando completamente le piazze adiacenti: IV novembre, Luigi di Savoia e Duca d'Aosta, e ristrutturando la fermata della metropolitana.
Risultato: se la stazione è diventata un vero e proprio gioiello architettonico e un punto di riferimento per lo shopping milanese, così non è per ciò che la circonda. Quello che avrebbe dovuto essere uno dei biglietti da visita della città è diventata la centrale del bivacco. Come la donna immortalata in questa fotografia gira da due anni per le gallerie e i mezzanini della stazione, lo stesso accade per le centinaia di balordi, clochard, tossici, senza tetto, che bivaccano giorno e notte nei giardini appena rifatti. Come se nulla fosse. Aggiungendo al degrado e alla pessima immagine di Milano, insicurezza e microcriminalità.
«Amplieremo le azioni di prevenzione alla microcriminalità - aveva annunciato il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca predisponendo il piano di sorveglianza speciale per i sei mesi dell'esposizione - l'Expo è un appuntamento importante e dobbiamo far sì che la centrale raggiunga standard di sicurezza e vivibilità degni di Milano». Dopo gli attentati di Parigi, la stazione, insieme al Duomo, alla sinagoga, alla metropolitana e al consolato americano, è stata indicata dal governo tra gli «obiettivi sensibili». Così se nel dispositivo generale di sicurezza è stato previsto un rafforzamento del personale di polizia alla centrale operativa e all'ufficio denunce, e all'esterno un presidio del reparto mobile, la sensazione che se ne ricava è di insicurezza. Al contrario, il piano predisposto dal comando di polizia locale di Milano che prevedeva in origine due pattuglie dei vigili sui primi due turni, più una pattuglia in borghese per il servizio anticontraffazione, ha dimezzato il presidio. Il personale è stato spostato sul sito espositivo e a presidiare la stazione è rimasta una sola pattuglia sui primi due turni.
«La donna era nota ai servizi sociali anche due anni fa, quando venne fotografata per la prima volta - spiegano dall'assessorato al Welfare del Comune di Milano - ma il problema rimane lo stesso: trattandosi di una persona adulta non la si può costringere ad accettare un aiuto. Sappiamo bene che vivere in quelle condizioni mette a rischio la salute e la sicurezza di chiunque, ma non possiamo andare contro la volontà di nessuno». A dormire sui mezzanini, ai piedi delle vetrine luccicanti delle boutique 6.750 di profughi, di cui 2.630 siriani e 2.921 eritrei solo dall'inizio del 2015, cui si stanno aggiungendo già un centinaio di minori non accompagnati. Da ottobre 2013 sono arrivati in città, principalmente in stazione, più di 60mila profughi, di cui 14mila minorenni.

Inps, allarme di Boeri: 15 milioni di italiani sotto la soglia di povertà

poverta
“La priorita’ e’ la poverta’. Se il governo avesse impiegato i 18 miliardi, che e’ il costo della sentenza della Consulta, per aumentare le pensioni, e’ chiaro che oggi la possibilita’ di adottare misure di contrasto alla poverta’ sarebbe stata molto piu’ difficile”. Cosi’ il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha commentato il decreto legge varato dal governo che prevede un bonus una tantum per le pensioni fino a 3 mila euro lordi per compensare il blocco dell’indicizzazione bocciato dalla Corte costituzionale.
Per Boeri, “c’e’ un problema di nuovi poveri: i 55-65enni che se perdono il lavoro oggi non lo ritrovano, sono un’emergenza sociale molto grave”. Per questo – ha aggiunto – “le proposte dell’Inps partiranno dall’assistenza”.
“Il fenomeno molto grave di forte aumento della poverta’ era tuttaltro che inevitabile”, avverte Boeri.
“Il dato piu’ grave di questa crisi – ha spiegato Boeri – e’ legato alla poverta’. Abbiamo avuto un aumento dell’incidenza della poverta’ di circa un terzo.
La percentuale di famiglie che si trovano sotto la soglia di poverta’ e’ salita dal 18 al 25%, da 11 a 15 milioni di persone si trovano in questa condizione”.Secondo il presidente dell’Inps, “e’ la poverta’ problema centrale, molto di piu’ delle disuguaglianze dei redditi”.
“Questo era inevitabile? – ha aggiunto Boeri – la risposta, guardando in giro altri paesi e’ no, altri paesi che hanno conosciuto una crisi comparabile alla nostra riescono a subire una riduzione del reddito del 7% senza conoscere un incremento dei tassi di poverta’”.
“ENTRO GIUGNO PROPOSTE PER FASCIA CRITICA 55-65 ANNI” – “Le proposte che andremo a sviluppare e presenteremo a fine giugno riguardano l’asse assistenza- previdenza e vogliamo cominciare a intervenire sulla fascia critica tra i 55 e i 65 anni”, ha detto ancora il presidente dell’Inps.
Boeri ha spiegato che la fascia di eta’ indicata e’ la vera “emergenza sociale”. “Lo spirito di queste proposte che formuleremo – ha aggiunto il presidente dell’Inps – e’ di essere proposte che possono essere messe in pratica immediatamente con le sole forze e le energie di cui l’istituto dispone”.
“GIA’ ARRIVATE 15MILA DOMANDE PER BONUS BEBE’” – L’Inps ha gia’ ricevuto 15mila domande per il bonus bebe’ da 80 euro valido per i bambini, compresi quelli degli immigrati,  nati o adottati dal 1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2017.

One for One, ecco il modello di business per combattere la povertà

Di Dennis Rizzoli
Il business può rendere il mondo un posto migliore. È il concetto che sta dietro a TOMS, azienda fondata da Blake Mycoskie e attiva principalmente nel mercato delle calzature, costruita su un modello di business che fa del desiderio di fare del bene il suo punto di forza. Il meccanismo, chiamato One for One, è semplice: per ogni paio di scarpe che acquisto, un altro paio verrà donato a un bambino bisognoso in una zona di povertà.
Non ho un background da filantropo, ce l’ho da imprenditore – spiega Mycoskie, mentre racconta com’è nata TOMS. – Durante un viaggio in Argentina nel 2006, ho visto dei bambini che non avevano le scarpe per andare a scuola. Così ho risposto al mio desiderio di aiutarli, creando un business che si basasse su un’idea molto semplice: se tu compri un paio di scarpe, puoi avere anche la soddisfazione di donare un paio di scarpe a chi non se lo può permettere. Mi sembra uno scambio equo.
Chi pensa che questo modello non sia sostenibile, si sbaglia. TOMS ha successo e non sembra fermarsi. Lo scorso anno, il marchio è stato valutato 625 milioni di dollari. Nel 2011, si è allargata al settore degli occhiali, con TOMS Eyewear. Il principio è lo stesso: se acquisto un paio di occhiali, un altro paio viene donato a chi ne ha bisogno. Nel 2014, invece è il turno del caffè conTOMS Roasting Co, con la quale fornire acqua pulita ai paesi in via di sviluppo. Fino al progetto più recente: la TOMS Bag Collection. Lanciata quest’anno, la sua missione è rendere sicuro per le mamme il parto in zone di rischio.
Parlando di donazioni, invece, solo nel settore delle calzature, TOMS ha regalato oltre 35 milioni di paia di scarpe nuove. “A fine mese, guardiamo, per esempio, quante scarpe abbiamo venduto in tutto il mondo e realizziamo il secondo paio. Poi ci affidiamo a circa un centinaio di partner in 60 paesi, Ong che lavorano già in zone di povertà come Malawi, Guatemala, Honduras. Sono loro a identificare dove c’è bisogno di scarpe, per andare a scuola o per proteggere i piedi da una malattia, e che vanno effettivamente sul territorio a distribuirle”, sottolinea Mycoskie.
One for One non ha avuto successo soltanto tra i consumatori ma anche tra le altre aziende, tanto da cominciare a diventare oggetto di studio. Stanford Social Innovation Review ha dedicato la copertina del suo numero di inizio 2014 a un’analisi intitolataInside the Buy-One Give-One model, dedicata proprio a TOMS. La ricerca, condotta da Christopher Marquis e Andrew Park, si è concentrata su 30 imprese e startup che adottano un modello di business simile e, dopo diverse analisi, sono giunti alla conclusione che questo modo di fare impresa è destinato a diventare sempre più rilevante.
Perché il One for One sia sostenibile, tuttavia, è necessario che alcune condizioni siano rispettate. Prima fra tutte, come fare profitti, spendendo il doppio per vendere una merce sola. Secondo lo studio, infatti, sono tre i principali meccanismi con cui si riesce ad ammortizzare questa spesa: alzando il prezzo del prodotto, riducendo i costi oppure vendendo moltissimo. “Di queste tre soluzioni, TOMS si appoggia alla seconda e alla terza. Noi vendiamo tante scarpe, circa 30 milioni, e poi tagliamo i costi, per esempio non spendendo soldi in pubblicità tradizionale, ma lavorando molto sui social media. Invece che appendere cartelloni per le strade abbiamo lanciato, per esempio, una campagna nelle prossime due settimane: chiediamo alle persone di fare una foto dei propri piedi nudi e pubblicarla su Instagram. Per ogni singola foto postata, noi doniamo un paio di scarpe ai bambini. Dopo un giorno dal lancio, 30mila persone in tutto il mondo avevano già aderito”, racconta Mycoskie.
Un’altra condizione che richiede questo modello di business è legato al tipo di mercato in cui lo si vuole applicare. Non è un caso, infatti, che la maggior parte delle aziende di questo tipo sia nel settore dell’abbigliamento o degli accessori. Sono prodotti infatti che vengono indossati e mostrati agli altri dando la possibilità alle persone di esprimere pubblicamente il loro stile unico. Inoltre, come spiega Mycoskie, “è importante che il prodotto abbia una buona marginalità, in modo che i profitti di una vendita riescano a sostenere sia la donazione che il business”.
Il vertiginoso successo di TOMS e delle imprese basate sul One for One potrebbe però diventare la loro principale minaccia. In caso, infatti, questo modello diventasse troppo diffuso, rischierebbe di perdere la sua unicità e costringere così a dover ricorrere a costose campagne pubblicitarie per farsi notare. Un problema che anche Mycoskie ha previsto, ma di cui sembra aver già trovato la soluzione: “ovviamente è una cosa positiva se sempre più aziende adottano il nostro approccio. Tuttavia, oltre a fare buoni prodotti, dobbiamo continuare a evolvere in quello che facciamo, rilanciare sempre di più. Per esempio, oltre a fornire aiuto, stiamo cominciando anche a creare lavoro nelle comunità in cui facciamo le donazioni. Il 40% delle nostre scarpe vengono prodotte nelle comunità in cui vengono donate: India, Kenia, Etiopia e Haiti. Questo è un modo per evolvere e rimanere rilevanti. I consumatori lo apprezzano. TOMS rende il mondo un posto migliore e lo fa anche dando lavoro”.

Palermo:coppia dorme in strada da un mese, lei è anche incinta



http://palermo.gds.it/2015/05/08/coppia-dorme-in-strada-da-un-mese-a-palermo-lei-incinta-racconta-la-sua-storia-video_352635/

Da circa un mese, Giuseppe e Angela dormono per strada. "La loro abitazione", così la chiamano, è un piccolo angolo appartato dietro una siepe nel prato verde del Foro Italico, a Palermo.
Entrambi poco più che quarantenni, nonostante la povertà li abbia costretti alla strada, sono in attesa del loro primo figlio. Angela è infatti al primo mese di gravidanza. "Dovrei essere felice e lo sono. Ma come faccio a non avere paura? Senza una casa, un lavoro, come affronterò i futuri mesi della gravidanza. Come faremo vivere questo bambino?". Sono le domande che tutti i giorni Angela racconta di fare a se stessa.
Disoccupati, venuti in città per un lavoro promesso da un amico, poi sfumato a causa della crisi, Giuseppe e Angela, di Catania lui e di Sciacca lei,sono adesso senza un'occupazione. "Così senza un lavoro - racconta Giuseppe -, non possiamo permetterci di sostenere le spese dell'affitto di una casa. La nostra speranza è quella di avere presto un alloggio, anche per dare un tetto al figlio che presto avremo".
Intanto, su intervento diretto del sindaco Leoluca Orlando, venuto a conoscenza della storia, stamattina Angela e Giuseppe avranno un incontro con un assistente sociale del Comune, che, valutate le loro esigenze, si occuperà e seguirà passo passo il loro caso.

immagini di Salvatore Militello

Reggio Emilia:coppia costretta a vivere su una panchina con il cane dopo aver perso tutto a febbraio



Di Enrico Lorenzo Tidona
Da tre settimane la loro casa è una scomoda panchina di cemento, resa meno inospitale solo da un sottile materassino sul quale si distendono ogni sera, in viale Monte Grappa, ai margini del centro storico, dove dormono insieme alla loro cagnolina Dafne.
L’abitazione l’hanno persa, quando il 28 febbraio scorso il proprietario ha terminato anzitempo il contratto per motivi familiari. Così, a Maurizio Deserti e alla sua compagna Alessia Costalunga, non è rimasto altro che la scelta più dura ma ormai ineluttabile: cercare un riparo in strada, in attesa di una soluzione che li riporti sotto un tetto sicuro.
«Gli affitti in giro erano troppo alti per le nostre attuali possibilità e non ci era rimasto altro se non l’auto, dove abbiamo dormito per diverse notti» racconta Deserti, «purtroppo siamo senza famiglia, senza più genitori: io facevo l’elettricista ma non ho più lavoro e non riesco a trovarlo. Viviamo con una piccola pensione di invalidità. Quello che abbiamo è tutto qui».
A metà aprile, però, l’auto che era parcheggiata poco fuori dal centro è stata sequestrata dalla polizia municipale perché, nel frattempo, l’assicurazione era scaduta. «Non sapevamo più cosa faree siamo venuti qui» dice Deserti, seduto sulla piccola panchina pubblica, a lato della via che costeggia l’esagono, sulla quale si sono posati gli occhi di molti passanti, come Stefano Foroni, che venerdì si è fermato a parlare con la coppia e in pochi minuti è passato dalle parole ai fatti.
«Non è possibile che due reggiani che sono in difficoltà siano lasciati per strada, non lo accetto - ha detto senza mezzi termini - credo che la città delle persone e del ministro Delrio debba essere in grado di dare una sistemazione a chi ne ha più bisogno. Vivono su una panchina, ma ci rendiamo conto, con la loro povera cagnolina».
Dopo poche battute con Alessia e Maurizio, Foroni non ci ha pensato su più di cinque minuti ed è andato all’hotel Saint Lorenz di via Roma, dove ha prenotato e pagato una stanza per tre notti per offrire un riparo temporaneoalla coppia. «Era il minimo - dice Foroni - a me si è stretto il cuore. Dico però che a muoversi deve essere l’amministrazione, il prima possibile. Diamo sempre aiuto a tanta gente, poveri e migranti ma abbiamo anche tanti problemi che vediamo con i nostri occhi».
Attorno alla panchina è scattata quindi una piccola gara di solidarietà, racconta Deserti. «C’è gente che ci chiede chi siamo, le forze dell’ordine si fermano per sapere come stiamo, altri ci hanno dato una mano concreta per mangiare. Siamo due persone che non danno fastidio a nessuno». Tra questi c’è Mimmo Esposito, il titolare del bar Pamplemousse di viale Monte Grappa, che da tre settimane offre pasti caldi e un riparo durante il giorno alla coppia. Ma non solo: il barista li ha accompagnati in comune, dai servizi sociali, ed è ora in attesa di un risposta dopo varie insistenze.


La cagnolina Dafne che vive sulla...
La cagnolina Dafne che vive sulla panchina insieme ai suoi padroni

«Siamo arrivati fino al vice sindaco Sassi e ci hanno finalmente fissato un incontro con i servizi sociali per valutare la loro situazione» racconta il barista: «Io ho fatto ciò che mi sono sentito, nulla di più. Pochi giorni fa sono andati a dormire in stazione ma Maurizio è stato picchiato di notte da un teppista. È tornato indietro con la faccia gonfia e hanno preferito starsene ancora qui, sulla panchina». La soluzione non è certo dietro l’angolo. Le liste d’attesa per una casa popolare sono lunghe.
«Ne avevamo già fatto domanda in precedenza - avverte Deserti - ma ci hanno dato 11 punti. Sono troppo pochi ma è l’unica soluzione per noi». «Non chiediamo da mangiare o soldi ma ci basta una stanza» aggiunge la compagna, che ringrazia i passanti diventati benefattori, che hanno comprato anche le crocchette per la cagnolina. «Da stanotte staremo meglio. Grazie».

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