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Coronavirus, Giochi militari a Wuhan fino al 28 ottobre. Alcuni atleti raccontano: “Febbre e problemi respiratori al ritorno”


È una ipotesi tutta da verificare, più probabilmente al momento una suggestione. Ma il dato di cronaca va registrato ovvero che l’anno scorso a Wuhan, città cinese focolaio dell’epidemia di Sars Cov 2, si sono tenuti i Giochi Mondiali Militari, con 10mila atleti di 110 nazioni che si sono. Dal 17 al 28 ottobre. Come riporta il Corriere della Sera “l’enorme concentrazione di atleti e personale di supporto nella città, l’assoluta mancanza di misure di prevenzione del contagio e il ritorno senza quarantena degli atleti” potrebbe aver innescato una diffusione.
L’ipotesi che il virus abbia iniziato a circolare in Europa da metà ottobre è stata già oggetto di uno studio dell’Università Statale di Milano. E oggi Il capo dipartimento radiologia dell’ospedale di Colmar, nell’est della Francia, sostiene che da uno studio retrospettivo per cui sono stati passati in rassegna 2.456 scanner toracici realizzati nell’ospedale tra il primo novembre e il 30 aprile per diverse patologie (cardiache, polmonari, traumatiche, tumorali), i primi casi di Covid 19 sono stati registrati il 16 novembre.
In questi giorni alcuni atleti che erano Cina ricordano di aver avuto disturbi, febbre alta e problemi respiratori. hanno avuto febbri alte e grossi problemi respiratori. Il Corriere cita il caso di Maatje Benassi, ciclista, “accusata” in patria, gli usa, di essere la paziente 0. Ci sarebbero poi i casi francesi per cui il quotidiano L’Équipe riporta di campioni del pentathlon Elodie Clouvel e Valentin Belaud con seri problemi respiratori. Ma in questo caso il ministero della Difesa ha negato la positività. Ci sono poi state le dichiarazioni del campione olimpico di spada 2008 Matteo Tagliarol (nella foto), che alla Gazzetta dello Sport, ha raccontato di essere stato male lui e altri tre compagni e che successivamente si sono ammalati figlio e compagna. In assenza di tamponi effettuati, ma in quel periodo di epidemia non si parlava, e di test sierologici che possano rivelare se questi e altri sportivi sono entrati in contatto con il virus non si può che parlare di ipotesi da verificare. Tranne che per la Svezia che avrebbe certificato due casi tra i suoi atleti. La Cina ha comunicato all’Oms la scoperta del coronavirus e delle sue conseguenze a fine dicembre 2019.

Come il coronavirus cambia l’economia del calcio dilettantistico


Di Valerio Amati

Calcio, economia e politica. Un intreccio questo che ora potrebbe riservare scenari preoccupanti per ciò che riguarda l’intero movimento dilettantistico. Focalizzando l’attenzione sulla Lombardia – regione prima in Italia per numero di società e per iscritti – la situazione che pare essere all’orizzonte nell’emergenza post-coronavirus non si presuppone essere delle migliori. 
In una recente video conferenza tenuta con la Delegazione di Brescia, il consigliere regionale Dario Silini ha affermato che «stando alle stime attuali, quasi il 30% delle società attualmente iscritte potrebbe non presentarsi ai nastri di partenza della prossima stagione». Un dato questo che, se confermato, potrebbe ridimensionare notevolmente un movimento che negli anni è sempre stato un fiore all’occhiello per l’intera regione.
Ma il numero di società iscritte rischia di non essere l’unico scenario destinato a mutare. Anche i rapporti economici all’interno del mondo dilettantistico rischiano di mutare considerevolmente. Per anni il movimento calcistico lombardo ha rappresentato un mercato economico florido dove aziende ed imprenditori, iniettavano una quantità consistente di liquidità nelle proprie società calcistiche, forti degli sgravi fiscali di cui godevano queste sponsorizzazioni. Ora questo fragile castello di carta rischia di crollare in un batter d’occhio.
questo di per sé non è un male, per il valore morale che lo sport dilettantistico ha il dovere di esprimere, in ogni sua disciplina. Per anni questo mondo si era retto attorno ad un sistema malato e fragile che nel corso del tempo ha mostrato più volte le sue lacune: dal caso Varese scoppiato la scorsa estate, passando anche per i meno noti esempi di Gessate e Vignate di qualche anno fa.
Questi casi di fallimento hanno tutti in comune la fine, o il netto ridimensionamento, di elargizioni economiche che per anni avevano reso gli attori principali (ossia i calciatori) dei professionisti in un ambiente dilettantistico, con rimborsi sempre più simili a veri e propri stipendi e, addirittura in qualche caso, anche la possibilità di dare vitto e alloggio. Esattamente come capita nel mondo del calcio professionistico. 
Ora lo scenario, però, fa pensare al cambiamento: l’era degli sceicchi lombardi sembra essere giunta al suo termine. L’unica soluzione che potrebbe garantire la vita di questo sistema dovrebbe venire dal governo, che per continuare a fomentare quello sport che per molti viene giustificato come “funzione sociale” potrebbe pensare di aumentare gli sgravi economici per le sponsorizzazioni.
Di certo, se così non fosse, il ridimensionamento, non solo economico ma anche di impatto sociale, avrà le sue conseguenze nell’immediato ma l’andare a creare sistemi diversi più ampi e strutturati può nel lungo periodo indurre la creazione di nuovo sistemalow cost ma certamente più solido.
L’epoca dei grandi fallimenti  potrebbe essere giunta al termine: alle porte, appena superato lo scoglio della crisi, si potrebbe assistere ad una rinascita che porterebbe lo sport più amato al mondo ad una sua nuova vita. I dilettanti, dunque, torneranno ad essere dilettanti.
Andando a fondo della questione, però, attorno al movimento calcistico dilettante non sono solo i soldi degli sponsor a reggere il sistema. Anzi in proporzione questi soldi reggono solo 7% dei tesserati. Per il restante 93% il denaro elargito è sostanzialmente fornito dagli stessi attori: ossia quelle famiglie che per iscrivere i propri figli ad una società pagano una quota di iscrizione annua. Il problema che ora viene a porsi riguarda il fatto che la crisi ha di fatto eliminato il 20% dei mesi pagati, impedendo dunque lo svolgimento di un’attività che, nella maggior parte dei casi, le famiglie avevano già saldato.
Questo rischia di diventare con il passare delle settimane un problema sempre più complesso da gestire poiché le famiglie chiederanno – e c’è già chi si è mosso in tal senso – uno sconto per la prossima stagione pari almeno al 20% del totale. Questo in termini economici, tenendo conto che mediamente una società ha come quota di iscrizione un importo pari a 250€ e aggiungendo che in media una società dispone di 150 tesserati paganti, potrebbe creare una riduzione dei ricavi delle stesse tra i 10mila ed i 12mila euro.
Per correre ai ripari le società stanno già facendo pressioni sulla politica federale per trovare una soluzione, magari tramite uno sconto sulle tasse di iscrizione per la stagione 2020/21. Un’azione che al momento il CRL non può ancora percorrere: la crisi riguarda tutti, Federazione compresa. Per risolvere, dunque, questo problema che rischia di diventare molto serio è necessario l’intervento dello Stato. Un intervento che il Ministro dello Sport Spadafora ha promesso con lo stanziamento di 400 milioni, una cifra che ad oggi potrebbe risultare insufficiente.

Dal Nicaragua al Burundi, il calcio ai tempi del coronavirus


Di Vincenzo Paliotto

Nessun momento della nostra storia contemporanea è plausibilmente paragonabile a quello attuale sotto lo stato di emergenza del coronavirus. Nessun altro fattore, nemmeno di natura bellica, aveva paralizzato il mondo allo stesso modo così some questa grave emergenza sanitaria. Anche il calcio, questa enorme industria dei giorni nostri, ha dovuto sospendere competizioni di ogni genere, nonostante le gigantesche forze politiche da mettere in campo e gli stratosferici interessi economici. Ma di fronte ad una possibilità di contagio effettivamente dai contorni catastrofici è stato opportuno desistere. Il calcio che trascina milioni di persone e di sponsor nel mondo ha dovuto fermarsi in ogni angolo della Terra o quasi. Non era accaduto nemmeno durante il primo e nel corso del secondo conflitto bellico. Il vecchio Continente per forza di cose si fermò, ma il pallone di cuoio continuava a rotolare da altri parti e soprattutto in Sud America, dove peraltro si vissero accese e combattute edizioni del torneo continentale. Soltanto in insospettabili paesi in questo periodo si è continuato scelleratamente a giocare, in maniera inconsapevole o forse sfidando il rischio oltre ogni lecito tentativo.
 In Nicaragua si è giocato e si gioca regolarmente, nonostante le enormi critiche rivolte al Presidente del paese il 74enne Daniel Ortega, che governa il paese dal 2007, dopo aver ricoperto altri incarichi politici, e fervente sandinista. In uno degli ultimi incontri la Juventus Managua ha battuto per 3-0 il Cacique Diriangen, grazie anche all’apporto dell’attaccante paraguayano Fernando Insaurralde. Tuttavia, la classifica è guidata ancora dal Real Esteli. I giocatori addirittura in qualche partita sono scesi in campo vestiti di guanti e mascherine, consegnando immagini di uno scenario surreale. Ma la polemica nel paese inevitabilmente avanza in maniera pesante: “giocare per il regime” o “fermarsi per la salute dei calciatori”?
 Ad ogni modo, si continua a giocare anche nella Vysheysshaya Liga, cioè la massima divisione del calcio della Bielorussia, paese guidato politicamente da Lukashenko, a capo del paese dal 1994 e che caldeggiò fermamente il distacco dall’URSS. In uno degli ultimi match il BGU Energetyk ha battuto per 2-0 l’FC Minsk, con una gol tra l’altro del capocannoniere Yakshibayev.
 Non sono da meno neanche nella Tajik Higher League, la massima divisione del Tajikistan, dove in verità è andata in scena la finale della Supercoppa nazionale, vinta per la sesta volta consecutiva dall’Istiklol, che ha battuto gli eterni secondi del Khujand. L’Istiklol domina ormai la scena nel paese da diverse stagioni. E nei prossimi giorni si riprende con le partite del massimo campionato.
 In Africa, invece, si è giocato soltanto nella Primus Ligue, la massima divisione del Burundi, che in verità ha dato spazio anche ad alcune partite della Coupe du President, cioè la coppa nazionale. Paese poverissimo quello africano, che ha affidato questo breve momento di notorietà internazionale al fatto di giocare al calcio mentre tutti gli altri sono fermi.
 Come dire: il calcio al tempo del coronavirus.

Luca Dotto: “Atleti distrutti per il rinvio delle Olimpiadi? Il vero dramma lo vive chi è malato”


Di Alessio Morra

Ufficialmente sono state rinviate al 2021 le Olimpiadi di Tokyo, la notizia l'hanno data il Primo Ministro giapponese Abe e il numero del CIO Bach dopo una videoconferenza tenuta martedì. La decisione era nell'aria ed è ufficiale, ancora non esiste una data per i Giochi che si terranno dunque la prossima estate. La notizia è stata accolta con un po' di rammarico, oltre che dagli appassionati che volevano godersi il grande evento sportivo, anche molti atleti hanno manifestato il proprio dispiacere per il rinvio di un anno.

Il post polemico del nuotatore Luca Dotto
Luca Dotto, uno dei più forti nuotatori azzurri – che spesso ha conquistato medaglie ai Mondiali e agli Europei, anche quelli di Vasca Corta, in un post ha polemizzato contro quegli atleti che a mezzo stampa o sui social si sono detti tristi per il rinvio al 2021 e ha inviato quegli stessi atleti ha guardare cosa accade nel mondo, perché il vero dramma non è lo spostamento di un anno delle Olimpiadi:

Leggo post di atleti, disperati, con didascalie strappa-lacrime perché dicono di essere sconvolti e aver fatto fatica e sacrifici per nulla visto che le Olimpiadi si faranno l'anno prossimo, ragazzi ma stiamo dando i numeri? Il vero dramma lo sta vivendo chi è malato o chi alla fine di questo periodo perderà il lavoro e non saprà come dare da mangiare alla propria famiglia!! Noi atleti professionisti siamo dei privilegiati e alcuni di noi stanno veramente sbarellando.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.fanpage.it/sport/luca-dotto-atleti-distrutti-per-il-rinvio-delle-olimpiadi-il-vero-dramma-lo-vive-chi-e-malato/

Erdogan, da calciatore a “Sultano”


Di Vincenzo Paliotto

Recep Tayyip Erdogan è dal 2014 il Presidente della Repubblica di Turchia in carica, dopo essere stato per tre mandati consecutivi anche il Primo Ministro del paese. Erdogan è uno degli uomini più discussi e criticati degli equilibri politici ed economici dello scacchiere del Mediterraneo. Molti paesi hanno chiesto sanzioni a carico della Turchia e soprattutto di privarla di eventi dal punto di vista sportivo importanti, a cominciare dalla finale di Champions League in programma ad Istanbul, coronavirus permettendo, nel prossimo maggio.

L’aggressione ai curdi e l’attuazione di vere e proprie tecniche di sterminio praticate dall’esercito turco hanno suscitato rabbia ed in qualche caso reazione, ma la Turchia sembra non mollare, anzi gli stessi calciatori della nazionale di calcio hanno fatto gridare allo scandalo per il saluto militare da loro eseguito durante le partite. Qualcuno, come il mitico Hakan Sukur, ex tra le altre di Galatasaray, Inter e Torino, si è dissociato, entrando in rotta di collisione con lo stesso Erdogan ed il governo turco e di conseguenza quasi bandito dal sistema di comunicazione. Il calcio, del resto, gode di un’importanza vitale nel tessuto sociale turco e la stessa storia personale di Erdogan incrocia quella di un campo di calcio.
Il Presidente turco vanta una vera e propria carriera agonistica, avendo militato nell’Erokspor, nel Camtli e quindi nello Iett Istanbul. Debuttò all’età di 15 anni nell’Erokspor, squadra del distretto della capitale di Kasimpasa nata nel 1959. Dai colori giallo e verdi è da sempre un tipico sodalizio sportivo, che lancia nell’orbita agonistica i giovani turchi. Erdogan in compagnia di NevruzSerif, ex-nazionale, è una delle glorie del club, mettendosi abbastanza presto in luce come attaccante dallo spiccato fiuto del gol. In verità tra l’orgoglio della madre, che accuratamente gli lavava e gli preparava gli indumenti di gioco, e la rabbia ed il risentimento del padre Ahmet, che lo avrebbero voluto unicamente proiettato verso gli studi.
Ma l’attenzione di Erdogan verso il calcio era effettivamente alta, tanto che il giovane Recep riusciva a dividersi pur di giocare al pallone, tra gli studi all’Università di Marmara, lavori per contribuire alle spese della famiglia ed il campo di allenamento. Dopo un’altra proficua esperienza al Camtli, altra formazione di una divisione dilettantistica, nel 1975 l’Erdogan calciatore ha scaturito l’interessamento dell’Iett, la squadra dei trasporti della capitale, militante stabilmente nella terza divisione nazionale. Il suo reclutamento nell’organico della sua nuova squadra avvenne attraverso un’assunzione. Il 24 ottobre del 1975, infatti, Erdogan superò pienamente la prova di assunzione nella nuova società e diventa un dipendente ed un calciatore del club. Diventa subito un idolo dello Iett, che nel 1978 guidò a suon di gol alla vittoria nel I campionato amatoriale di Istanbul. Tuttavia, l’interesse nei suoi confronti era molto alto, tanto che pervenne una proposta di ingaggio da parte del Fenerbache. Soltanto l’opposizione strenua del padre fece tramontare definitivamente la trattativa. Mehmet Ali Gurses, l’allenatore della squadra, ne esaltava ampiamente le doti di attaccante. La sua permanenza in quella squadra si prolungò fino al 1981, tra diverse vittorie in campionato. Anche se era un calcio difficile e quasi eroico, con campi spelacchiati senza un filo d’erba e soprattutto esposto alle rudezze dei difensori turchi. Una volta in carriera venne pure espulso Erdogan, a causa di reiterate proteste nei confronti del direttore di gara di turco. Era d’altra parte dotato di un carattere deciso anche sui campi di calcio, facendosi apprezzare quasi sempre in zona-gol.
 Il suo legame con il calcio non sarebbe, comunque mai svanito. Anche quando Erdogan divenne un uomo politico a tutti gli effetti: il calcio continuò ad occupare un aspetto importante della sua vita, a cominciare dal Basaksehirspor, la squadra che personalmente segue e che ha portato ai vertici del calcio turco. Un rapporto difficile, però, da gestire, soprattutto al cospetto delle altre grandi del calcio nazionale. Gli ultras di Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas si unirono in un fronte comune per riversarsi nelle strade di Istanbul e contraddire le direttive politiche di Erdogan. Ma anche questa è un’altra storia, una storia che la Turchia moderna fatica ad accantonare. 

Il paradosso dei tamponi per il Coronavirus: se un calciatore è positivo fanno test a tutta la squadra, ma non ai medici in prima linea


Di Anna Ditta

“È una situazione drammatica, ci stanno trattando come carne da macello”. Pierino Di Silverio, rappresentante nazionale del sindacato Anaao Assomed giovanile, a TPI denuncia uno dei più grandi paradossi per i medici in prima linea nella lotta al Covid-19: a un medico che entra in contatto con un paziente poi risultato positivo al Coronavirus oggi non viene fatto il tampone, almeno finché è asintomatico. Ben diverso è ciò che accade, ad esempio, ai calciatori: come abbiamo visto nel caso di Gabbiadini, al test è stata sottoposta tutta la Sampdoria (e a risultare positivi sono stati altri 4 giocatori e un membro dello staff sanitario della squadra).
“Oggi un medico che lavora in corsia, e che in moltissime occasioni non è ancora dotato dei dispositivi di protezione individuale, se ha a che fare con un paziente poi risultato positivo al Coronavirus, continua a lavorare senza che gli venga fatto un tampone“, spiega il medico. “Il test viene eseguito solo se anche l’operatore sanitario ha dei sintomi e, se risulta positivo, viene messo in isolamento. Ma in questo modo un medico asintomatico può diffondere il virus senza saperlo, coinvolgendo proprio le persone più fragili, cioè i pazienti ricoverati in ospedale”.

Coronavirus, un malato su 10 è un operatore sanitario

In provincia di Bergamo, una delle più colpite dal Coronavirus in Italia, 50 medici sono stati infettati e uno di questi è morto nei giorni scorsi. Alla conta delle vittime si è aggiunto anche il presidente dell’Ordine dei Medici di Varese, Roberto Stella. “Ogni mezz’ora riceviamo la notizia di nuovi colleghi intubati, una collega anestetista è stata intubata e non ha neanche 50 anni”, denuncia Di Silverio.
Che gli operatori sanitari siano i soggetti più a rischio emerge anche dai numeri forniti dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo). “Gli operatori sanitari contagiati sono stati, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità diffusi ieri, 1116, su 13882 rilevati dalle Regioni. Poco meno del dieci per cento”, ha sottolineato Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. “Eppure, la letteratura internazionale invita, in caso di epidemia, a mettere in sicurezza il personale sanitario, perché è la risorsa più preziosa”.

I dispositivi di protezione

Centrale per la tutela degli operatori sanitari è il tema dei dispositivi di protezione individuale (dpi), come mascherine idonee e guanti, sul quale il sindacato Anaao Assomed ha inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio Conte e al ministro Speranza. “Ancora oggi operiamo senza dispositivi di protezione”, sottolinea Di Silverio. “E continuiamo ad ammalarci”.
“Ieri abbiamo fatto una riunione, come Ordine dei medici, sull’emergenza Covid-19”, ha spiegato a TPI il professor Antonio Magi, presidente dell’Ordine provinciale dei Medici e Chirurghi di Roma. “Il problema principale è salvaguardare gli operatori in prima linea, sia per la medicina generale, sia per la specialistica ambulatoriale, sia per quella ospedaliera”.

La rinascita dei Paesi Baschi parte da uno stadio


Di Vincenzo Paliotto

Josean de La Hoz Uranga non avrebbe certamente lasciato una traccia indelebile nella storia peraltro gloriosa della Real Sociedad. La sua militanza con il club basco di San Sebastiàn arricchì la sua carriera di presenze prestigiose nella Liga, ma il giocatore nativo di Guipuzcoa era più che altro un valido e tenace comprimario, che contribuì comunque a cementare il carattere di quella squadra che ad ogni modo viaggiava all’inizio degli Anni Ottanta verso grandi ed inimitabili imprese. Militò come centrocampista nella Real Sociedad dalla stagione del 1972/73 a quella del 1977/78, totalizzando complessivamente 76 presenze. Anche sull’album delle figurine del calcio spagnolo risultava in una forma fisica forse precaria ed in qualche foto addirittura apparentemente con qualche kilo in più rispetto a quello usuale di un calciatore professionista. Ma le imprese di Josean De la Hoz Uranga non si limitarono soltanto a quelle sul terreno di gioco ed il basco si rese protagonista di uno di quegli eventi che avrebbero cambiato senza esagerare il corso della storia dei Paesi Baschi. Regione della penisola iberica notoriamente sempre turbolenta, anche negli anni tentacolari del franchismo ed attraversata dai lunghi momenti di tensione causati dall’ETA e dalla sua lotta ad oltranza contro il governo centrale.
Era il 5 dicembre del 1976 e l’Anoeta, il piccolo ma caldissimo impianto della Real Sociedad, ospitava il sentito derby tra la squadra di San Sebastiàn ed i titolati dell’Athletic Bilbao, per cui si prevedeva la solita battaglia sul terreno di gioco per il primato non solo regionale. Josean Uranga non venne convocato per quel match dal tecnico Iralegui, che in verità impiegò il suo giocatore in quella stagione in soltanto tre sporadiche occasioni contro il Burgos, il Las Palmas ed il Murcia. Ma la partita prevedeva comunque delle emozioni particolari e Josean aveva programmato proprio per quel pomeriggio qualcosa di clamoroso. Durante il suo tragitto verso lo stadio venne anche fermato a bordo della sua Fiat 127 da una pattuglia della Guardia Civil (la sua automobile era del resto nota negli schedari delle forze dell’ordine) che però non notarono e non si accorsero che a bordo della sua auto Josean aveva portato con sè anche la ikurrina, la bandiera dell’indipendentismo e del simbolismo basco, premurosamente ricucita con grande passione anche dalla sorella Ana Miren, che avrebbe aiutato il fratello nell’introduzione della bandiera stessa nello stadio, super sorvegliato dalle stesse forze dell’ordine.
Il Generale Francisco Franco era morto da poco, nel 1975 per l’esattezza, ma le ostilità verso i baschi tardavano comunque a cessare ed anzi forse non sarebbero mai terminate del tutto. L’accostamento tra la bandiera, il popolo basco e l’ETA era troppo evidente in un certo qual modo per ritenere anticostituzionale quel vessillo.
La lotta serrata all’indipendentismo e all’ETA erano ben note. Josean De la Hoz Uranga, che giocava al calcio, ma che faceva anche il militante politico, abertzale così come è noto nella lingua basca, tanto da essere noto negli ambienti come Trotsky, cioè un soprannome non da poco, pensò finalmente che la bandiera basca, messa fuori legge ormai dal lontano 1938, dovesse tornare a sventolare. E posto migliore in quel caso non poteva che essere allo stadio. L’idea di Josean non pareva essere tanto chiara in un primo momento nemmeno ad Ana Miren, ma una volta introdotta all’interno dello stadio, lo stesso Josean ci mise poco a far capire le sue intenzioni ai capitani delle due squadre Inaxio Kortabarria ed Angel Iribar, ma anche a tutti gli altri giocatori che sarebbero scesi in campo. Le idee politiche di Kortabarria ed Iribar del resto erano ben note ed il fatto di presentarsi sul terreno di gioco tenendo in mano la ikurrina entusiasmò tutti, non meno il folto pubblico presente sugli spalti. All’inizio della partita le due squadre si schierarono in mezzo al campo per salutare le rispettive tifoserie. Kortabarria ed Iribar tenevano in mano la ikurrina, mentre giusto al fianco del capitano della Real Sociedad stazionava in abiti borghesi Josean de La Hoz Uranga per testimoniare gli attimi di quel grande momento per il popolo basco.
Nel giro di pochi mesi, nel 1977, la ikurrina tornò ad essere legale per la Costituzione spagnola. E Josean de la Hoz Uranga vi aveva contribuito in maniera determinante. In pochi il giorno dopo si accorsero che si era giocato un bel derby vinto dalla Real Sociedad in maniera peraltro vistosa per 5-0.
* Animatore del blog “L’altro calcio”.

SERIE A, l'Inter rimonta e sconfigge il Milan: agganciata la Juve


Di Salvatore Santoru

L'Inter vince il derby e aggancia la Juventus.
Più specificatamente, la squadra neroazzurra ha sconfitto il Milan 4-2 e ciò è avvenuto a seguito di una notevole rimonta(1).

Difatti, durante il primo tempo, i rossoneri sono andati in vantaggio con Rebic e Ibrahimovic.

Il secondo tempo, invece, è stato contraddistinto dalla rimonta interista e dai goal di Brozovic, Vecino, de Vrij e Lukaku

NOTA E PER APPROFONDIRE:


(1) https://calcio.fanpage.it/live/inter-milan-serie-a-diretta-gol-risultati/

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