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Luca Dotto: “Atleti distrutti per il rinvio delle Olimpiadi? Il vero dramma lo vive chi è malato”


Di Alessio Morra

Ufficialmente sono state rinviate al 2021 le Olimpiadi di Tokyo, la notizia l'hanno data il Primo Ministro giapponese Abe e il numero del CIO Bach dopo una videoconferenza tenuta martedì. La decisione era nell'aria ed è ufficiale, ancora non esiste una data per i Giochi che si terranno dunque la prossima estate. La notizia è stata accolta con un po' di rammarico, oltre che dagli appassionati che volevano godersi il grande evento sportivo, anche molti atleti hanno manifestato il proprio dispiacere per il rinvio di un anno.

Il post polemico del nuotatore Luca Dotto
Luca Dotto, uno dei più forti nuotatori azzurri – che spesso ha conquistato medaglie ai Mondiali e agli Europei, anche quelli di Vasca Corta, in un post ha polemizzato contro quegli atleti che a mezzo stampa o sui social si sono detti tristi per il rinvio al 2021 e ha inviato quegli stessi atleti ha guardare cosa accade nel mondo, perché il vero dramma non è lo spostamento di un anno delle Olimpiadi:

Leggo post di atleti, disperati, con didascalie strappa-lacrime perché dicono di essere sconvolti e aver fatto fatica e sacrifici per nulla visto che le Olimpiadi si faranno l'anno prossimo, ragazzi ma stiamo dando i numeri? Il vero dramma lo sta vivendo chi è malato o chi alla fine di questo periodo perderà il lavoro e non saprà come dare da mangiare alla propria famiglia!! Noi atleti professionisti siamo dei privilegiati e alcuni di noi stanno veramente sbarellando.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.fanpage.it/sport/luca-dotto-atleti-distrutti-per-il-rinvio-delle-olimpiadi-il-vero-dramma-lo-vive-chi-e-malato/

Erdogan, da calciatore a “Sultano”


Di Vincenzo Paliotto

Recep Tayyip Erdogan è dal 2014 il Presidente della Repubblica di Turchia in carica, dopo essere stato per tre mandati consecutivi anche il Primo Ministro del paese. Erdogan è uno degli uomini più discussi e criticati degli equilibri politici ed economici dello scacchiere del Mediterraneo. Molti paesi hanno chiesto sanzioni a carico della Turchia e soprattutto di privarla di eventi dal punto di vista sportivo importanti, a cominciare dalla finale di Champions League in programma ad Istanbul, coronavirus permettendo, nel prossimo maggio.

L’aggressione ai curdi e l’attuazione di vere e proprie tecniche di sterminio praticate dall’esercito turco hanno suscitato rabbia ed in qualche caso reazione, ma la Turchia sembra non mollare, anzi gli stessi calciatori della nazionale di calcio hanno fatto gridare allo scandalo per il saluto militare da loro eseguito durante le partite. Qualcuno, come il mitico Hakan Sukur, ex tra le altre di Galatasaray, Inter e Torino, si è dissociato, entrando in rotta di collisione con lo stesso Erdogan ed il governo turco e di conseguenza quasi bandito dal sistema di comunicazione. Il calcio, del resto, gode di un’importanza vitale nel tessuto sociale turco e la stessa storia personale di Erdogan incrocia quella di un campo di calcio.
Il Presidente turco vanta una vera e propria carriera agonistica, avendo militato nell’Erokspor, nel Camtli e quindi nello Iett Istanbul. Debuttò all’età di 15 anni nell’Erokspor, squadra del distretto della capitale di Kasimpasa nata nel 1959. Dai colori giallo e verdi è da sempre un tipico sodalizio sportivo, che lancia nell’orbita agonistica i giovani turchi. Erdogan in compagnia di NevruzSerif, ex-nazionale, è una delle glorie del club, mettendosi abbastanza presto in luce come attaccante dallo spiccato fiuto del gol. In verità tra l’orgoglio della madre, che accuratamente gli lavava e gli preparava gli indumenti di gioco, e la rabbia ed il risentimento del padre Ahmet, che lo avrebbero voluto unicamente proiettato verso gli studi.
Ma l’attenzione di Erdogan verso il calcio era effettivamente alta, tanto che il giovane Recep riusciva a dividersi pur di giocare al pallone, tra gli studi all’Università di Marmara, lavori per contribuire alle spese della famiglia ed il campo di allenamento. Dopo un’altra proficua esperienza al Camtli, altra formazione di una divisione dilettantistica, nel 1975 l’Erdogan calciatore ha scaturito l’interessamento dell’Iett, la squadra dei trasporti della capitale, militante stabilmente nella terza divisione nazionale. Il suo reclutamento nell’organico della sua nuova squadra avvenne attraverso un’assunzione. Il 24 ottobre del 1975, infatti, Erdogan superò pienamente la prova di assunzione nella nuova società e diventa un dipendente ed un calciatore del club. Diventa subito un idolo dello Iett, che nel 1978 guidò a suon di gol alla vittoria nel I campionato amatoriale di Istanbul. Tuttavia, l’interesse nei suoi confronti era molto alto, tanto che pervenne una proposta di ingaggio da parte del Fenerbache. Soltanto l’opposizione strenua del padre fece tramontare definitivamente la trattativa. Mehmet Ali Gurses, l’allenatore della squadra, ne esaltava ampiamente le doti di attaccante. La sua permanenza in quella squadra si prolungò fino al 1981, tra diverse vittorie in campionato. Anche se era un calcio difficile e quasi eroico, con campi spelacchiati senza un filo d’erba e soprattutto esposto alle rudezze dei difensori turchi. Una volta in carriera venne pure espulso Erdogan, a causa di reiterate proteste nei confronti del direttore di gara di turco. Era d’altra parte dotato di un carattere deciso anche sui campi di calcio, facendosi apprezzare quasi sempre in zona-gol.
 Il suo legame con il calcio non sarebbe, comunque mai svanito. Anche quando Erdogan divenne un uomo politico a tutti gli effetti: il calcio continuò ad occupare un aspetto importante della sua vita, a cominciare dal Basaksehirspor, la squadra che personalmente segue e che ha portato ai vertici del calcio turco. Un rapporto difficile, però, da gestire, soprattutto al cospetto delle altre grandi del calcio nazionale. Gli ultras di Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas si unirono in un fronte comune per riversarsi nelle strade di Istanbul e contraddire le direttive politiche di Erdogan. Ma anche questa è un’altra storia, una storia che la Turchia moderna fatica ad accantonare. 

Il paradosso dei tamponi per il Coronavirus: se un calciatore è positivo fanno test a tutta la squadra, ma non ai medici in prima linea


Di Anna Ditta

“È una situazione drammatica, ci stanno trattando come carne da macello”. Pierino Di Silverio, rappresentante nazionale del sindacato Anaao Assomed giovanile, a TPI denuncia uno dei più grandi paradossi per i medici in prima linea nella lotta al Covid-19: a un medico che entra in contatto con un paziente poi risultato positivo al Coronavirus oggi non viene fatto il tampone, almeno finché è asintomatico. Ben diverso è ciò che accade, ad esempio, ai calciatori: come abbiamo visto nel caso di Gabbiadini, al test è stata sottoposta tutta la Sampdoria (e a risultare positivi sono stati altri 4 giocatori e un membro dello staff sanitario della squadra).
“Oggi un medico che lavora in corsia, e che in moltissime occasioni non è ancora dotato dei dispositivi di protezione individuale, se ha a che fare con un paziente poi risultato positivo al Coronavirus, continua a lavorare senza che gli venga fatto un tampone“, spiega il medico. “Il test viene eseguito solo se anche l’operatore sanitario ha dei sintomi e, se risulta positivo, viene messo in isolamento. Ma in questo modo un medico asintomatico può diffondere il virus senza saperlo, coinvolgendo proprio le persone più fragili, cioè i pazienti ricoverati in ospedale”.

Coronavirus, un malato su 10 è un operatore sanitario

In provincia di Bergamo, una delle più colpite dal Coronavirus in Italia, 50 medici sono stati infettati e uno di questi è morto nei giorni scorsi. Alla conta delle vittime si è aggiunto anche il presidente dell’Ordine dei Medici di Varese, Roberto Stella. “Ogni mezz’ora riceviamo la notizia di nuovi colleghi intubati, una collega anestetista è stata intubata e non ha neanche 50 anni”, denuncia Di Silverio.
Che gli operatori sanitari siano i soggetti più a rischio emerge anche dai numeri forniti dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo). “Gli operatori sanitari contagiati sono stati, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità diffusi ieri, 1116, su 13882 rilevati dalle Regioni. Poco meno del dieci per cento”, ha sottolineato Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. “Eppure, la letteratura internazionale invita, in caso di epidemia, a mettere in sicurezza il personale sanitario, perché è la risorsa più preziosa”.

I dispositivi di protezione

Centrale per la tutela degli operatori sanitari è il tema dei dispositivi di protezione individuale (dpi), come mascherine idonee e guanti, sul quale il sindacato Anaao Assomed ha inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio Conte e al ministro Speranza. “Ancora oggi operiamo senza dispositivi di protezione”, sottolinea Di Silverio. “E continuiamo ad ammalarci”.
“Ieri abbiamo fatto una riunione, come Ordine dei medici, sull’emergenza Covid-19”, ha spiegato a TPI il professor Antonio Magi, presidente dell’Ordine provinciale dei Medici e Chirurghi di Roma. “Il problema principale è salvaguardare gli operatori in prima linea, sia per la medicina generale, sia per la specialistica ambulatoriale, sia per quella ospedaliera”.

La rinascita dei Paesi Baschi parte da uno stadio


Di Vincenzo Paliotto

Josean de La Hoz Uranga non avrebbe certamente lasciato una traccia indelebile nella storia peraltro gloriosa della Real Sociedad. La sua militanza con il club basco di San Sebastiàn arricchì la sua carriera di presenze prestigiose nella Liga, ma il giocatore nativo di Guipuzcoa era più che altro un valido e tenace comprimario, che contribuì comunque a cementare il carattere di quella squadra che ad ogni modo viaggiava all’inizio degli Anni Ottanta verso grandi ed inimitabili imprese. Militò come centrocampista nella Real Sociedad dalla stagione del 1972/73 a quella del 1977/78, totalizzando complessivamente 76 presenze. Anche sull’album delle figurine del calcio spagnolo risultava in una forma fisica forse precaria ed in qualche foto addirittura apparentemente con qualche kilo in più rispetto a quello usuale di un calciatore professionista. Ma le imprese di Josean De la Hoz Uranga non si limitarono soltanto a quelle sul terreno di gioco ed il basco si rese protagonista di uno di quegli eventi che avrebbero cambiato senza esagerare il corso della storia dei Paesi Baschi. Regione della penisola iberica notoriamente sempre turbolenta, anche negli anni tentacolari del franchismo ed attraversata dai lunghi momenti di tensione causati dall’ETA e dalla sua lotta ad oltranza contro il governo centrale.
Era il 5 dicembre del 1976 e l’Anoeta, il piccolo ma caldissimo impianto della Real Sociedad, ospitava il sentito derby tra la squadra di San Sebastiàn ed i titolati dell’Athletic Bilbao, per cui si prevedeva la solita battaglia sul terreno di gioco per il primato non solo regionale. Josean Uranga non venne convocato per quel match dal tecnico Iralegui, che in verità impiegò il suo giocatore in quella stagione in soltanto tre sporadiche occasioni contro il Burgos, il Las Palmas ed il Murcia. Ma la partita prevedeva comunque delle emozioni particolari e Josean aveva programmato proprio per quel pomeriggio qualcosa di clamoroso. Durante il suo tragitto verso lo stadio venne anche fermato a bordo della sua Fiat 127 da una pattuglia della Guardia Civil (la sua automobile era del resto nota negli schedari delle forze dell’ordine) che però non notarono e non si accorsero che a bordo della sua auto Josean aveva portato con sè anche la ikurrina, la bandiera dell’indipendentismo e del simbolismo basco, premurosamente ricucita con grande passione anche dalla sorella Ana Miren, che avrebbe aiutato il fratello nell’introduzione della bandiera stessa nello stadio, super sorvegliato dalle stesse forze dell’ordine.
Il Generale Francisco Franco era morto da poco, nel 1975 per l’esattezza, ma le ostilità verso i baschi tardavano comunque a cessare ed anzi forse non sarebbero mai terminate del tutto. L’accostamento tra la bandiera, il popolo basco e l’ETA era troppo evidente in un certo qual modo per ritenere anticostituzionale quel vessillo.
La lotta serrata all’indipendentismo e all’ETA erano ben note. Josean De la Hoz Uranga, che giocava al calcio, ma che faceva anche il militante politico, abertzale così come è noto nella lingua basca, tanto da essere noto negli ambienti come Trotsky, cioè un soprannome non da poco, pensò finalmente che la bandiera basca, messa fuori legge ormai dal lontano 1938, dovesse tornare a sventolare. E posto migliore in quel caso non poteva che essere allo stadio. L’idea di Josean non pareva essere tanto chiara in un primo momento nemmeno ad Ana Miren, ma una volta introdotta all’interno dello stadio, lo stesso Josean ci mise poco a far capire le sue intenzioni ai capitani delle due squadre Inaxio Kortabarria ed Angel Iribar, ma anche a tutti gli altri giocatori che sarebbero scesi in campo. Le idee politiche di Kortabarria ed Iribar del resto erano ben note ed il fatto di presentarsi sul terreno di gioco tenendo in mano la ikurrina entusiasmò tutti, non meno il folto pubblico presente sugli spalti. All’inizio della partita le due squadre si schierarono in mezzo al campo per salutare le rispettive tifoserie. Kortabarria ed Iribar tenevano in mano la ikurrina, mentre giusto al fianco del capitano della Real Sociedad stazionava in abiti borghesi Josean de La Hoz Uranga per testimoniare gli attimi di quel grande momento per il popolo basco.
Nel giro di pochi mesi, nel 1977, la ikurrina tornò ad essere legale per la Costituzione spagnola. E Josean de la Hoz Uranga vi aveva contribuito in maniera determinante. In pochi il giorno dopo si accorsero che si era giocato un bel derby vinto dalla Real Sociedad in maniera peraltro vistosa per 5-0.
* Animatore del blog “L’altro calcio”.

SERIE A, l'Inter rimonta e sconfigge il Milan: agganciata la Juve


Di Salvatore Santoru

L'Inter vince il derby e aggancia la Juventus.
Più specificatamente, la squadra neroazzurra ha sconfitto il Milan 4-2 e ciò è avvenuto a seguito di una notevole rimonta(1).

Difatti, durante il primo tempo, i rossoneri sono andati in vantaggio con Rebic e Ibrahimovic.

Il secondo tempo, invece, è stato contraddistinto dalla rimonta interista e dai goal di Brozovic, Vecino, de Vrij e Lukaku

NOTA E PER APPROFONDIRE:


(1) https://calcio.fanpage.it/live/inter-milan-serie-a-diretta-gol-risultati/

Mihajlovic dimesso dall’ospedale: “Condizioni molto buone”. Vuole esserci in Roma-Bologna



Sinisa Mihajlovic torna a casa. L'allenatore del Bologna è stato dimesso dall'Istituto di Ematologia Seragnoli di Bologna dopo poco più di 10 giorni di ricovero. Un'attività programmata nell'ambito della terapia antivirale che sta affrontando Mihajlovic in seguito al trapianto di midollo osseo effettuato lo scorso mese di ottobre. L'azienda ospedaliera fa sapere che "le condizioni del paziente sono molto buone". E adesso il tecnico serbo – nonostante le raccomandazioni di restare a riposo – vorrebbe raggiungere la squadra, impegnata questa sera nell'anticipo di Serie A in trasferta contro la Roma.

Sinisa Mihajlovic ricoverato in ospedale

Il ricovero era iniziato lo scorso 27 gennaio, secondo un piano previsto dallo staff medico che sta seguendo Sinisa Mihajlovic. Si è concluso dopo neanche due settimane con risultati positivi. Un altro passo avanti per l'allenatore nella sua lunga battaglia contro la leucemia, che sta pensando di festeggiare nel modo che preferisce: facendo sentire la sua presenza alla squadra, come ha sempre fatto – nei limiti delle sue possibilità – nel corso degli ultimi mesi, nonostante la malattia. Potrebbe essere così presente in panchina in occasione di Roma-Bologna, anticipo della 23ª giornata di campionato in programma questa sera all'Olimpico, una sorta di seconda casa per Sinisa dopo le stagioni trascorse, da calciatore, con le maglie di Roma e Lazio.


La ‘Panchina d'Oro' speciale a Mihajlovic

E' stata una settimana positiva e gratificante per Sinisa Mihajlovic. Era iniziata con la vittoria di un premio, un'edizione speciale della ‘Panchina d'Oro' assegnata a lui per i messaggi positivi veicolati nel corso degli ultimi, difficili mesi, e prosegue ora con le dimissioni dall'istituto Seragnoli. Lui, proiettato al campo, starà già pensando alla terza buona notizia: un risultato importante del suo Bologna in casa della Roma.

FONTE: https://calcio.fanpage.it/mihajlovic-dimesso-dallospedale-condizioni-molto-buone-vuole-esserci-in-roma-bologna/

Super Bowl 2020, la guerra degli spot fra Trump e Bloomberg



Questo Super Bowl 2020 non sarà soltanto uno spettacolo sportivo, ma neppure solo un grande show musicale (durante l’atteso Halftime che quest’anno vedrà esibirsi Jennifer Lopez e Shakira), ma anche uno scontro politico a distanza in vista delle presidenziali del prossimo 3 novembre.
Il presidente Donald Trump e il candidato alle primarie democratiche Michael Bloomberg hanno acquistato 60 secondi di spot durante il match che tiene con il fiato sospeso gli Stati Uniti: il costo del passaggio televisivo è di 10 milioni di dollari ciascuno.
Strategie diverse quelle scelte per i due politici: Trump ha deciso di puntare tutto sui risultati economici del suo mandato, mentre il miliardario e ex sindaco di New York ha scelto un messaggio di condanna alle morti causate da arma da fuoco, in quella che viene definita una «crisi nazionale».
L’attacco dello spot del capo della Casa Bianca è autocelebrativo: si vedono infatti le immagini della sua elezione a presidente degli Stati Uniti nel novembre 2016. Una voce off commenta: «L’America chiedeva un cambiamento, e l’ha ottenuto».
L’America con Trump, si sottolinea, è diventata «più forte, sicura e prospera che mai», grazie all’aumento dei salari e calo della disoccupazione. Trump però alza l’asticella, tracciando gli obiettivi di un secondo mandato: «Il meglio deve ancora venire».
Il candidato alle primarie dem ha invece scelto di diffondere sui grandi schermi dell’Hard Rock Stadium di Miami a Calandrian Simpson Kemp, la madre di George H. Kemp, giocatore di football morto nel 2013, a soli 20 anni, dopo essere stato coinvolto in una sparatoria. La donna spiega che «Michael Bloomberg ha combattuto questa battaglia (cioè la lotta alle armi facili, ndr) per lungo tempo».
E poi l’endorsement: «Quando ho sentito che sarebbe sceso in campo, ho pensato: “Finalmente abbiamo un combattente”. Lui non ha paura della lobby delle armi, sono loro ad avere paura di lui».

Sci, trionfo Italia: tripletta azzurra in discesa femminile



Trionfo azzurro nella discesa libera di Coppa del Mondo donne a Bansko, in Bulgaria. Le azzurre hanno fatto tripletta, vincendo con Elena Curtoni in 1.29.31, tempo con cui ha preceduto nell’ordine Marta Bassino (1.29.41) e Federica Brignone (1.29.45).
Solo quarta, con 1.29.65, la fuoriclasse americana Mikaela Shiffrin, vincitrice della discesa di ieri, 24 gennaio, recupero della prova non svoltasi in Val d’Isere. Un podio tutto azzurro al femminile c’era già stato il 14 gennaio 2018 nella discesa di Bad Kleinkircheim. Per la 28enne valtellinese Curtoni è la prima vittoria in carriera, e il quarto podio individuale.

CI PRENDIAMO TUTTO! 🤩

Nella discesa di Bansko trionfo di Elena , seconda piazza per Marta e terza per Federica !

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