Giappone, i villaggi fantasma rivivono coi giovani contadini


Di Cristian Martini Grimaldi
Solo pochi anni fa i giornali lanciavano l’allarme: «moltissimi villaggi del Giappone rischiano di sparire per sempre». Si parlava di oltre 200 comunità già scomparse nel primo decennio del nuovo secolo, in particolare si puntava il dito sulla provincia di Hokkaido, dove quasi il 10% delle città era a rischio estinzione. 

A chi addossare le colpe? A tutti quei giovani che si trasferivano in massa nelle grandi città per realizzare le proprie ambizioni professionali.

Poi, complice anche il disastro nucleare di Fukushima, le cose hanno iniziato a cambiare. È maturata una consapevolezza più profonda sulle responsabilità verso l’ambiente, parole come «sostenibilità» e «slow life» hanno preso a circolare in un Paese che sino a quel terribile disastro del 2011 aveva già pianificato la costruzione di altre centrali atomiche per soddisfare il futuro fabbisogno energetico.

E ancora i tanti, troppi scandali di morti da superlavoro (karoshi), da sempre nervo scoperto del Giappone moderno, sono stati il detonatore di un nuovo rivoluzionario trend: lo chiamano con un inglesismo «downshift», ovvero il passaggio da uno stile di vita economicamente gratificante, ma iper-stressante, a uno meno ambizioso ma per altri versi più soddisfacente. Da quel momento i villaggi popolati di soli anziani immersi nelle valli di montagna e destinati a un lento tramonto hanno cominciato ad attirare proprio quei giovani che venivano additati come la principale causa del loro declino. 

Un decennio fa il piccolo villaggio di Iketani, di soli 13 abitanti, circondato da foreste nel cuore della prefettura di Niigata stava per scomparire. La situazione era diventata disperata dopo che un forte terremoto aveva colpito la regione danneggiando strade e campi agricoli. Gli anziani avevano deciso per la loro sopravvivenza di traslocare in un altro villaggio e abbandonare la terra protetta da generazioni dai loro antenati. Ma il terremoto, piuttosto che un colpo di grazia, si è rivelato una benedizione: ha infatti portato giovani volontari in soccorso dei residenti, i quali dopo aver sperimentato tutti i vantaggi di una vita di campagna, non ultimo la qualità dei rapporti umani che lega l’intera comunità, hanno deciso di restare, tanto che dieci anni dopo il numero degli abitanti è più che raddoppiato.

A favorire il cambiamento di sensibilità a livello politico ed aiutare i piccoli villaggi a sopravvivere, c’era stato nel 2008 il Furusato Nozei, l’istituzione della «tassa per la città natale». È diventato possibile donare denaro alla propria città natale e ridurre le imposte per l’importo donato.

Ma perché i giapponesi dovrebbero donare soldi ai piccoli comuni? Per senso di appartenenza e la soddisfazione di compiere un gesto di alto valore civico. Non è un caso che i bambini delle scuole medie imparino a memoria la canzone «furusato», i cui diritti appartengono ancora al ministero dell’Educazione che l’aveva creata nei primi anni del ‘900: «Non possiamo dimenticare il nostro villaggio», dice il testo, «sia la pioggia sia il vento mi ricordano il mio caro villaggio; dopo aver coronato il mio sogno voglio poter tornare nel mio piccolo villaggio!». 
Foto:AP

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