L’ultima ondata di documenti resa pubblica negli Stati Uniti ha rimesso al centro del dibattito il nome di Jack Lang. La linea difensiva è semplice: rapporti personali sì, consapevolezza dei crimini no. Ma la questione, per la politica e per l’opinione pubblica, è un’altra: quando una rete di relazioni di alto livello funziona per presentazioni e “garanzie” informali, l’assenza di verifiche diventa un’abitudine. E l’abitudine, col tempo, si trasforma in sistema.
Il punto sensibile non è l’incontro occasionale, ma l’intreccio tra reputazione e operazioni economiche. La vicenda che coinvolge la figlia, con la creazione di una struttura societaria fuori dal perimetro ordinario, mostra un meccanismo ricorrente nelle élite: la cultura come passaggio d’ingresso e il capitale come collante.
Qui l’arte non è un dettaglio decorativo. È un settore in cui il valore è difficile da misurare con criteri univoci e dove la circolazione del patrimonio può diventare opaca. In termini geoeconomici, l’arte è spesso un veicolo: collega prestigio, mobilità del denaro e vantaggi fiscali. Per questo un finanziatore non entra solo come investitore, ma come benefattore, costruendo gratitudine e dipendenza simbolica.
Nella ricostruzione, il passaggio più rivelatore è la trattativa su un riad a Marrakech, con un prezzo accompagnato da un richiamo a canali fuori territorio. Non è automaticamente prova di reati. Ma fotografa una mentalità: quando l’interlocutore appare “presentabile”, scattano procedure parallele, considerate normali in certi ambienti.
E c’è un secondo livello: Marrakech non è solo una destinazione. È un nodo in cui immobiliare di lusso, turismo, intermediazioni e zone grigie possono intrecciarsi. È nelle piazze “intermedie”, vicine all’Europa ma non pienamente dentro le sue regole, che spesso si incontrano interessi e protezioni.
Qui la dimensione strategica non riguarda eserciti e armamenti, ma un concetto tipico della sicurezza nazionale: la permeabilità. Uno Stato può avere leggi e controlli, eppure restare esposto se i suoi punti di prestigio cioé fondazioni, istituti culturali, grandi eventi, reti di mecenatismo, funzionano come corsie preferenziali di accesso.
Il riferimento all’Institut du monde arabe, di cui Lang è presidente, rende tutto più delicato: un’istituzione culturale è anche una piattaforma di relazioni internazionali, quindi un crocevia di reti, reputazioni e accessi.
Il caso illumina un tratto dell’Occidente contemporaneo: il potere come miscela di capitale, relazione e immagine. In questa miscela, il “benefattore” può diventare un vettore di influenza, perché apre porte, crea dipendenze, distribuisce riconoscimenti. Quando quel perno cade, trascina con sé non solo singole persone, ma pezzi di credibilità istituzionale.
Ed è qui che la vicenda assume una dimensione politica: l’opinione pubblica vede ricomparire sempre gli stessi meccanismi di autoassoluzione (“non sapevo”, “non immaginavo”) e finisce per interpretarli come un riflesso di impunità sociale, anche quando i tribunali non hanno ancora stabilito responsabilità.
Sul piano economico l’effetto immediato è spesso il danno reputazionale: dimissioni, incarichi congelati, partner che si sfilano, progetti sospesi. Per organizzazioni e istituzioni, la reputazione è un capitale: quando perde valore, la conseguenza è concreta.
Secondo scenario: stretta regolatoria. Vicende del genere spingono verso controlli più rigidi su fondazioni, flussi finanziari legati all’arte, strutture societarie estere e obblighi di dichiarazione. Ma la storia insegna che chi ha risorse e consulenti si adatta presto; chi non le ha paga di più.
Dire “non lo sapevo” può avere un peso umano, talvolta anche giudiziario. Ma non risolve il nodo politico. La domanda vera non è solo chi fosse a conoscenza dei crimini di Jeffrey Epstein. La domanda è perché un ambiente di potere abbia considerato normale intrecciare rapporti, canali economici e circuiti culturali con un uomo la cui funzione sociale era comprare accesso.
La frattura, in fondo, è tra legalità formale e responsabilità pubblica. E ogni volta che riemerge, ricorda che il problema non è solo l’atto individuale: è l’ecosistema che rende possibili prossimità pericolose e poi le ripulisce con formule di comodo.
FONTE: https://www.notiziegeopolitiche.net/usa-lang-ed-epstein-il-prezzo-della-rispettabilita/
