Gli oltre 85 milioni di dollari spesi fino a metà ottobre dal comitato elettorale legato all’AIPAC, la più influente lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, non sono bastati a evitare pesanti sconfitte ai candidati sostenuti dall’organizzazione. L’ondata blu delle elezioni di metà mandato che ha consegnato ai democratici Camera e Senato ha travolto Trump, uscito sconfitto dal referendum sulla propria presidenza, e ha segnato una bocciatura del sostegno incondizionato di Washington a Israele. Dopo il genocidio a Gaza e la guerra in Iran, quella politica è diventata un costo elettorale anche per candidati abituati a contare sui finanziamenti della lobby pro-Israele.
Il 21 ottobre, a meno di due settimane dal voto, l’AIPAC aveva annunciato che avrebbe smesso di sostenere pubblicamente i candidati e di finanziarli direttamente attraverso il proprio PAC. Nella lettera agli iscritti, firmata dai vertici dell’organizzazione, la campagna del 2026 veniva descritta come uno dei contesti più difficili degli ultimi anni, con ostacoli destinati a crescere. Il sostegno della lobby era diventato un argomento contro i candidati che lo ricevevano, soprattutto nelle primarie democratiche. Più di una dozzina aveva preso le distanze dall’AIPAC e il deputato Pat Ryan aveva annunciato la restituzione di quasi 250.000 dollari. La nuova strategia prevedeva di concentrare gli sforzi sui versamenti individuali dei membri, mantenendo operativo United Democracy Project. Le donazioni raccolte attraverso il portale dell’AIPAC comparivano nei rendiconti dei candidati con un riferimento esplicito all’organizzazione. La nuova strategia prevedeva invece che i dirigenti indicassero agli iscritti quali candidati finanziare, indirizzando i versamenti dei singoli donatori. La lobby puntava così a conservare la propria capacità di orientare i finanziamenti, rendendo meno visibile un legame diventato politicamente ingombrante.
Il Michigan ha mostrato quanto potesse essere costoso e incerto il tentativo di fermare un candidato critico verso Israele. Abdul El-Sayed, medico ed ex responsabile della sanità pubblica, ha vinto il seggio al Senato contro il repubblicano Mike Rogers dopo aver superato anche l’opposizione dell’apparato democratico nelle primarie. La sua richiesta di un embargo sulle armi a Israele lo aveva reso uno dei principali bersagli della rete filo-israeliana. L’AIPAC e i gruppi collegati avevano speso 32 milioni di dollari per fermare El-Sayed alle primarie, sostenendo Haley Stevens. Sconfitta la deputata, circa 9 milioni erano stati destinati a un gruppo favorevole al repubblicano Mike Rogers, battuto anche lui. El-Sayed è così diventato il primo musulmano eletto al Senato, vincendo in uno Stato conteso con una campagna su sanità pubblica, carovita e opposizione alla guerra a Gaza, nonostante i milioni mobilitati contro di lui.
I registri della Federal Election Commission consentono di misurare una parte delle risorse impiegate. Dal gennaio 2025 al 14 ottobre 2026, United Democracy Project, il super PAC dell’AIPAC, aveva raccolto 112.820.861 dollari e registrato 85.057.423 dollari di esborsi, dei quali 53.603.927 classificati come spese indipendenti per promuovere o ostacolare candidati. Il rendiconto precede le ultime settimane della campagna e comprende anche costi operativi e contributi ad altri comitati. A questa attività si affiancano i versamenti della rete dei membri: secondo le cifre comunicate dall’AIPAC, oltre 90 milioni erano arrivati ai candidati attraverso gli aderenti, contro circa 3 milioni erogati direttamente dal PAC. L’organizzazione rivendicava di aver aiutato 290 candidati e contribuito alla sconfitta di 29 avversari definiti «anti-Israele», conservando una presenza estesa nel Congresso. Il voto ha, però, dimostrato che anche una campagna milionaria può fallire e che il rifiuto dei finanziamenti della lobby può diventare una scelta elettoralmente sostenibile. Ora, l’AIPAC continuerà a finanziare candidati e campagne, cercando di rendere meno esposto il proprio intervento, ormai considerato “tossico”.
Il voto apre ora un problema politico per entrambi gli schieramenti, che per decenni hanno garantito a Israele armi e protezione diplomatica. Alla vigilia delle elezioni, persino Trump aveva annunciato l’intenzione di interrompere gli aiuti militari entro fine anno, sostenendo che Israele non ne avesse bisogno. La prospettiva di sostituirli con vendite di armi lascia aperti molti interrogativi sulla portata della proposta, ma segnala quanto il rapporto con Tel Aviv sia diventato difficile da difendere davanti agli elettori. Nel nuovo Congresso entreranno candidati che hanno chiesto un embargo sulle armi o sostenuto le mobilitazioni per i diritti dei palestinesi. I democratici dovranno decidere se tradurre il voto in una revisione della politica mediorientale, affrontando le resistenze interne e il rapporto con le lobby filo-israeliane. I repubblicani dovranno fare i conti con il prezzo della guerra in Iran, sul cui peso nella sconfitta anche Trump ha finito per dare ragione al suo vice JD Vance. Per entrambi, continuare a garantire a Israele un sostegno incondizionato significa assumersi un costo politico che gli elettori hanno cominciato a presentare alle urne.
