Partendo dagli studi di Christopher Lasch – in particolare da The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy (1994/95) – si può sostenere con una certa forza argomentativa che le élite dominanti tendono a sviluppare (o a manifestare apertamente) “tavole di valori” differenti da quelle dei governati, e che questa divergenza include anche il piano etico-morale.

Lasch non parla esplicitamente di pedofilia organizzata o di reti come quella di Epstein (era morto da poco quando lo scandalo esplose), ma la sua diagnosi strutturale si applica con impressionante precisione al caso Epstein e a fenomeni analoghi. Ecco i punti centrali che permettono di fare questo collegamento:
- Secessione morale e culturale delle élite Lasch descrive le nuove élite (non più legate alla vecchia borghesia produttiva, ma composte da professionisti globali, manager, accademici liberal, esperti di finanza e media) come un gruppo che si è “ritirato” dalla società comune. Vivono in enclavi fisiche e mentali separate, disprezzano i valori “provinciali” della middle America (rispetto per la famiglia tradizionale, limiti morali chiari, senso del dovere civico, religione popolare) e li considerano arretrati, bigotti o “vagamente minacciosi”. Le élite sostituiscono i vecchi codici morali con un’etica fluida basata su tolleranza selettiva, auto-espressione, health & wellness, anti-giustizialismo morale verso i comportamenti “consensuali” tra adulti, e un moralismo concentrato quasi esclusivamente su questioni identitarie e ambientali.
- Perdita di fede nei valori fondanti Lasch scrive che le élite hanno perso fiducia nei valori che un tempo tenevano unita la società occidentale (limiti, responsabilità personale, vincoli comunitari). Al loro posto mettono un’etica “terapeutica” e proceduralmente corretta, ma che tollera (o ignora) comportamenti predatori finché non diventano scandalo pubblico. Questo crea un doppio standard evidente: le élite impongono standard morali rigidi ai ceti medi e popolari (su linguaggio, educazione dei figli, sessualità “sana”), ma tra loro vigono spesso regole molto più lassiste o addirittura opposte.
- Ipocrisia sistemica e caso Epstein Lo scandalo Epstein (e le successive rivelazioni su reti di potere che coinvolgono finanza, politica, accademia, Hollywood) incarna esattamente il tipo di morale a due livelli che Lasch denunciava.
- Molti personaggi coinvolti predicavano pubblicamente valori di equità, empowerment femminile, lotta allo sfruttamento.
- In privato partecipavano (o chiudevano un occhio) a un sistema di sfruttamento sessuale minorile coperto da denaro, connessioni e impunità. Questo non è solo corruzione individuale: è il sintomo di una classe dirigente che si sente esente dalle norme morali che pretende di imporre agli altri, proprio perché si considera “al di sopra” della morale tradizionale (troppo rigida, patriarcale, provinciale).
In sintesi, alla luce di Lasch si può dire che le élite hanno tavole valoriali eticamente divergenti, e spesso ipocrite. Non perché siano “più malvagie” in assoluto, ma perché la loro posizione sociale (globale, sradicata, protetta da reti di potere) permette loro di vivere secondo un’etica selettiva e auto-assolutoria che i governati non possono permettersi.
Il caso Epstein non è un’eccezione casuale, ma un’illustrazione estrema della “rivolta delle élite” contro i vincoli morali che Lasch vedeva già negli anni ’90. Trent’anni dopo, lo scandalo appare quasi come una conferma profetica della sua analisi.
