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I Pasdaran minacciano Israele: “Non avrete posto dove fuggire”


Di Lorenzo Vita

Tra Iran e Israele, la tensione è alle stesse. E la guerra si fa anche a colpi di tweet e di frasi ed effetto, come ormai consuetudine nel mondo di oggi. La propaganda ha un ruolo molto rilevante in questo momento.
Dopo il bombardamento dell’aviazione israeliana contro la base T-4 in Siria, i funzionari iraniani hanno promesso di vendicarsi contro Israele. L’uccisione dei sette militari iraniani nella postazione vicino Palmira, la distruzione del sistema missilistico e quella dell’arsenale di droni hanno inferto un duro colpo alla strategia iraniana in Siria. Per Iran e Israele si tratta del primo vero e proprio bombardamento: in sostanza un vero e proprio atto di guerra. 
Questa promessa di vendetta da parte dell’Iran può essere considerata la prima mossa di questa campagna anche retorica da parte di Teheran. Che ha deciso di tornare a minacciare Israele dopo l’attacco diretto nei confronti dei suoi soldati con una promessa di risposta che rientra in una guerra psicologia senza esclusione di colpi fra i due Stati. Una promessa che ha messo in stato d’allerta tutto Israele. Tanto che le Israel defense forces (Idf) hanno elevato il livello di guardia, consapevoli dei rischi di una rappresaglia iraniana.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “l’esercito è pronto” per ogni tipo di minaccia. “Sentiamo le minacce dall’Iran. Le Idf e le forze di sicurezza sono pronte per qualsiasi sviluppo” ha dichiarato Netanyahu. Rivolgendosi a una riunione con i suoi consiglieri, ha detto:” Combatteremo chiunque provi a farci del male. Non siamo scoraggiati dal prezzo e esigeremo un costo da quelli che vogliono farci del male … la gente resisterà”.
Immediata è arrivata la reazione da Teheran: questa volta per bocca di uno dei vertici dei Pasdaran, Hossein Salami. Il generale dei guardiani della Rivoluzione ha minacciato Israele suggerendo di “non fidarsi” delle sue basi aeree: “Sono all’interno del nostro raggio d’azione”. Israele, ha detto Hossein Salami, vive “nella bocca del drago”.
Sia la parte settentrionale che quella occidentale sono”nel raggio dei nostri missili”, ha minacciato Salami.  “Ovunque tu sia nella terra occupata, sarai sotto il nostro fuoco, da est e ovest. Sei diventato arrogante. Se c’è una guerra, il risultato sarà la tua completa eliminazione “, ha detto il comandante. “I tuoi soldati e civili fuggiranno e non sopravviverai. E non avrai nessun posto dove scappare, se non gettandoti in mare. “
Con due messaggi su Twitter, il generale iraniano ha portato la retorica a un nuovo livello: “Non avere speranza negli Stati Uniti e nel Regno Unito; quando arriveranno, non ci sarai più … L’obiettivo più piccolo sarà la tua esistenza. Non puoi resistere. Quando fuggirai, non avrai altra scelta che verso il mare“. In un precedente tweet Salami ha avvertito: “Le nostre dita sono sul grilletto e i missili sono pronti e saranno lanciati in qualsiasi momento in cui il nemico avrà un piano sospetto”.
Impossibile dire se queste parole si trasformeranno in fatti. Un dato però è certo: l’Iran non può a questo punto fare finta di nulla. Israele ha colpito per primo e ha inferto un colpo molto importante. E continua a minacciare la presenza iraniana in Siria con una posizione di forza: ha dimostrato di poter colpire dove e quando vuole. L’Iran adesso si trova di fronte a una scelta di campo: rispondere o non rispondere.
Se lo fa, rischia di scatenare un incendio e cadere nella trappola israeliana. Netanyahu potrebbe cogliere l’occasione per scatenare un attacco esteso e profondo contro le postazioni iraniane. Se non risponde, è chiaro che lascerebbe sostanzialmente impunito un gesto estremamente forte di Israele.
In Israele, c’è chi considera la possibilità che le risposte arrivino non direttamente dall’Iran, ma dai suoi “proxy”. In sostanza, si teme che Hezbollah possa colpire in territorio israeliano. Ma c’è anche chi ritiene plausibile una risposta che parta direttamente dalle guardie della Rivoluzione, colpite specificamente e ripetutamente dal bombardamento e dalle iniziative dell’intelligence di Israele.

Hezbollah-Gate per Obama

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Pur di non compromettere l'accordo sul nucleare iraniano, l'amministrazione Obama bloccò le indagini su Hezbollah e il suo traffico miliardario di droga. È quanto emerge da un'inchiesta di Politico.com che ricostruisce la somma di decisioni con cui l'ex presidente fece di fatto deragliare una importante operazione della Drug Enforcement Administration (DEA) contro l'organizzazione sciita libanese finanziata e protetta da Teheran.
Sono accuse pesantissime, basate su documenti e interviste a esperti in traffici illeciti. Più di trent'anni dopo l'IranGate (lo scandalo Iran-Contras che coinvolse alti funzionari e militari dell'amministrazione Reagan), l'autorevole sito americano getta l'ombra di un nuovo scandalo su un presidente che proprio nell'accordo con Teheran aveva investito il centro della sua eredità in politica estera. Da Politico.com arriva ora un retroscena inquietante sul costo di quella eredità: anni e anni di indagini sui traffici illegali di Hezbollah bloccati per non incrinare il rapporto con Teheran, un Hezbollah-Gate che restituisce un'immagine compromessa di un presidente che si è sempre presentato come campione della morale.
Secondo l'indagine di Politico.com, a causa della sua determinazione ad assicurarsi l'accordo sul nucleare con l'Iran, l'amministrazione Obama ha mandato all'aria il "Progetto Cassandra", operazione della DEA che durava da diversi anni e che monitorava le operazioni di Hezbollah in Sud America e in altre aree, operazioni che comprendevano tra le altre cose anche l'introduzione di cocaina negli Stati Uniti, riciclaggio di denaro sporco, traffico di armi e altre attività per un valore di oltre un miliardo di dollari.
POLITICO.COM
Scrive Politico:
"Il Progetto Cassandra è stato lanciato nel 2008 dopo che la Drug Enforcement Administration ha raccolto prove che Hezbollah si era trasformato, da organizzazione militare e politica focalizzata in Medio Oriente, in un'associazione criminale internazionale che alcuni ricercatori ritenevano stesse raccogliendo un miliardo di dollari l'anno da droga e traffico di armi, riciclaggio di denaro sporco e altre attività criminali.
Nei successivi otto anni, agenti che lavoravano da una struttura DEA top secret a Chantilly, in Virginia, usarono intercettazioni telefoniche, operazioni sotto copertura e informatori per mappare le reti illecite di Hezbollah, con l'aiuto di 30 agenzie di sicurezza statunitensi e straniere.
[Questi agenti] seguivano le spedizioni di cocaina, alcune dall'America Latina all'Africa occidentale e verso l'Europa e il Medio Oriente, e altre attraverso il Venezuela e il Messico verso gli Stati Uniti. Hanno rintracciato il fiume di denaro sporco e come è stato riciclato, tra le altre tattiche, tramite l'acquisto di auto usate americane e la spedizione in Africa".
Secondo Politico, che cita interviste a decine di addetti ai lavori, ad un certo punto i funzionari dell'amministrazione Obama hanno sempre più ostacolato le operazioni. E quando gli agenti hanno chiesto il via libera per indagini, azioni penali e arresti, i funzionari dei dipartimenti della Giustizia e del Tesoro hanno ritardato, ostacolato o respinto le richieste.
Obama è entrato in carica nel 2009 promettendo di migliorare le relazioni con l'Iran, e John Brennan, diventato direttore della Cia nel 2013, ha detto in un documento politico che "il prossimo presidente aveva l'opportunità di stabilire un nuovo corso per le relazioni tra i due paesi" attraverso non solo un dialogo diretto, ma "una maggiore assimilazione di Hezbollah nel sistema politico libanese".
Quando gli investigatori, dopo aver raccolto montagne di prove contro Hezbollah, si apprestavano ad agire e per questo avevano chiesto le autorizzazioni al Dipartimento della Giustizia e a quello del Tesoro in modo da poter bloccare le attività dei terroristi libanesi, l'Amministrazione Obama fece in modo che dette autorizzazioni non arrivassero mai in modo da non pregiudicare le trattative con l'Iran che di Hezbollah è protettore e finanziatore.
"Una decisione politica arrivata dall'alto", l'ha definita David Asher, analista del Dipartimento della Difesa statunitense specializzato in finanza illecita che ha contribuito alla creazione e alla conduzione del Progetto Cassandra.
Secondo Asher i funzionari di Obama hanno ostacolato gli sforzi per arrestare i principali agenti di Hezbollah, tra i quali uno dei principali fornitori di armi del presidente siriano Bashar Assad. Stando a quanto testimoniato a Politico.com dal team del Progetto Cassandra, i funzionari di Obama si sarebbero giustificati sostenendo che cercavano di migliorare i rapporti con l'Iran come parte di una strategia più vasta finalizzata a impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari.

Siria:attacco israeliano a basi dell'esercito e di Hezbollah


An IAF F-16 (illustrative photo: IDF Spokesperson's Unit/Flash90)

Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato da Al Jazeera e ripreso sull'ANSA, la notte scorsa raid israeliani hanno attaccato postazioni militari dell'esercito siriano e degli Hezbollah, movimento sciita alleato alle forze di Bashar al-Assad e dell'Iran.
Da quando è cominciata la guerra civile, l'esercito israeliano ha più volte compiuto attacchi su depositi di missili o mezzi che li trasportavano verso le basi in Libano delle milizie sciite Hezbollah.

Per approfondire:http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/04/25/-siria-al-jazeera-attacco-israele-a-basi-esercito-_8bea31c6-b3fc-4775-b57b-a2edb3047218.html

Foto:http://www.timesofisrael.com/israel-reportedly-hits-hezbollah-assad-targets-in-syria/

Terrorismo: quell’accordo segreto che imbarazza la Francia



Di Alberto Palladino
Da quando è esplosa la crisi siriana nessun paese della sponda est del mediterraneo è rimasto immune dai contraccolpi delle vicende belliche e dalle implicazioni geopolitiche che ne sono scaturite. I vicini della Siria hanno manovrato, ognuno secondo la propria strategia politica, e si sono attestati su differenti posizioni geostrategiche con coalizioni, fazioni e alleanze.
Quello che fra tutti i vicini di Damasco appare però più in impasse è il Libano. Lo stato dei cedri soffre da decenni di un’endemica frammentazione su base religiosa ed etnica che si è incancrenita con l’entrata in gioco di fattori esterni che hanno lottizzato molte delle fazioni in lotta aiutandole e spesso sfruttandole come pedine sul loro scacchiere.
Ad oggi il paese appare spaccato in due, di cui metà saldamente in mano al Partito di Dio ed il resto sotto il controllo del governo libanese e del suo braccio armato le LAF.
Hezbollah ha da sempre potuto contare sull’appoggio dell’Iran ed è riuscito negli anni a costruire, oltre ad una rete sociale che fa invidia allo stesso stato, anche una potente milizia capace persino di impensierire il potente vicino israeliano. Tutto questo unito alla vasta solidarietà della popolazione, mussulmana e non, e i rifornimenti iraniani avevano garantito l’egemonia militare e quindi una sorta di equilibrio di potenza nel paese.
Fino ad ora.
Il Libano è in una posizione chiave per intervenire in eventuali crisi nell’area siriana, è il centro del ring del vicino oriente ed oggi, che il match per il controllo e l’egemonia della regione sembra entrare nel vivo, si intravedono le due potenze che più delle altre ambiscono a rimanere in piedi alla fine della lotta: Iran e Arabia Saudita.
Ma cosa centra in tutto questo la cara e vecchia Europa, e soprattutto come si pone in relazione agli eventi che sconvolgono il Vicino oriente? Una risposta unitaria purtroppo non c’è, e come sempre ognuno fa per se, al meglio delle proprie possibilità curandosi solo dei propri interessi nazionali.
E così si viene a sapere che dopo mesi di trattative e di tira e molla la Francia, scossa dai recenti avvenimenti di Parigi, ha concluso un ricco accordo di tre miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per rifornire il Libano di armi “made in France” pagate dalle tasche della casa reale Saudita.
Un accordo che va in due direzioni di fatto opposte. Nasce dalla necessità di armare la Lebanese Armed Force contro l’insorgenza radicale sunnita legata a Isis, soprattutto nell’area di Tripoli e per fronteggiare le formazioni terroristiche che operano in Siria, ma servirà anche a portare la combattività delle forze libanesi al livello di competitività di quelle di Hezbollah, naturale alleato della Siria del presidente Assad e impegnato anche esso nella lotta la terrorismo.
HEZBOLLAH-superJumboL’Arabia Saudita, che non ha mai fatto piena luce sui suoi frequentissimi flirt con le formazioni ribelli e terroristiche che da anni insanguinano il Medioriente e che in passato sembra addirittura aver finanziato diversi capibanda ribelli, vuole ora sottrarre il Libano all’influenza iraniana esercitata appunto attraverso Hezbollah.
Così a breve nel paese dei cedri arriveranno i regali francosauditi come gli elicotteri da guerra AS-532 Cougar e AS-3412 Gazelle, un numero non precisato di motonavi FS-56 combattenti armate con i famosi missili antinave Exocet, un intero sistema missilistico superficie-aria Sinbad, duecentocinquanta mezzi terrestri tipo blindati 4×4 Sherpa e VAB Mk-3 e ancora sistemi antiaerei Mistral, radar Cobra e altre batterie anti aeree da 20mm.
Di fatto il kit base per una forza armata rispettabile, il minimo per armare una pedina da utilizzare come si vuole.
L’Arabia Saudita sembra sia il principale sponsor delle coalizioni anti Assad in Siria ma sta giocando anche sul tavolo della coalizione anti Isis voluta da Obama ed ora interviene nelle dispute libanesi.
hollande-saudi-afp-670Un atteggiamento quanto meno strano per chi vuole riportare la stabilità nell’area siriana che non quadra.
La domanda che ci si potrebbe fare, soprattutto alla luce delle recenti azioni terroristiche avvenute proprio in Francia, è se non sarebbe meglio cominciare a trovare dei partner nella lotta al terrorismo che siano veramente disposti a farla. Non sarebbe meglio per i paesi europei cominciare a sostenere quelle istituzioni e quegli stati che invece fino ad ora i media ci hanno presentato come il nemico da abbattere?
Di fatto la Francia introdurrà in un teatro già fortemente compromesso una fornitura di armi importante che andrà, oggi o domani, a pesare sugli equilibri e sulle vicende belliche dell’intero Medioriente.

Siria, la guerra delle menzogne e dell'ipocrisia

 Di Robert Fisk
C’è mai stata in Medio Oriente una guerra così ipocrita? Una guerra altrettanto ricca di vigliaccheria, immoralità e retorica fasulla? Ovviamente non mi riferisco alle vittime siriane, ma alle menzogne e alle bugie di chi ci governa. La risposta ai massacri è stata una pantomima degna più di Swift che di Tolstoj o Shakespeare. 
Qatar e Arabia Saudita armano e finanziano i ribelli per rovesciare la dittatura alawita-sciita-baathista di Assad e da Washington non arriva nemmeno una parola di critica. Barack Obama e Hillary Clinton dicono di volere la democrazia in Siria, ma il Qatar è una autocrazia e l’Arabia Saudita è tra i maggior esempi di califfato autoritario del mondo arabo, alleata dei ribelli salafiti in Siria e, a suo tempo, fervente sostenitrice del regime medievale talebano in Afghanistan.
Quindici dei 19 dirottatori dell’11 settembre venivano dall’Arabia Saudita e, ovviamente, noi abbiamo bombardato l’Afghanistan. Ma davvero c’è chi crede che l’Arabia Saudita vuole la democrazia in Siria ?
In Libano il partito-milizia degli sciiti hezbollah è la longa manus dell’Iran sciita e fedele alleato di Assad. Da 30 anni gli hezbollah si accreditano come difensori dei diritti dei palestinesi eppure oggi nemmeno una parola di condanna sugli stupri e i massacri di civili siriani a opera dei soldati di Assad e della milizia “Shabiha”.
E poi abbiamo i nostri eroi americani: Hillary Clinton, Leon Panetta, ministro della Difesa, e il presidente Obama. Panetta, lo stesso che raccontò la gigantesca balla del coinvolgimento di Saddam negli attentati dell’11/9, oggi annuncia che in Siria “la situazione sta sfuggendo di mano”. Dal canto suo Obama annuncia, un giorno sì e l’altro pure, “che la Siria è oggetto di attenzione da parte del mondo”.
Siamo certi che agli Usa farebbe piacere se i ribelli siriani aprissero gli archivi di Assad e ne mettessero il contenuto, torture comprese, a disposizione dell’opinione pubblica internazionale? Abbiamo dimenticato che qualche anno fa l’Amministrazione Bush inviava gli arabi sospettati di terrorismo a Damasco perché fossero torturati e che le stesse ambasciate occidentali fornivano l’elenco delle domande da fare ai detenuti? E per non farci mancare nulla c’è l’Iraq. La settimana scorsa ci sono stati in Iraq 29 attentati che hanno lasciato sul terreno 111 morti civili. Nella stessa settimana il numero dei civili assassinati in Siria è stato più o meno lo stesso. Ma ormai l’Iraq non fa più notizia. È una pratica chiusa e archiviata. E poi l’Occidente che c’entra? Ha forse qualche responsabilità per quanto accade oggi in Iraq?
Quanto all’informazione, stendiamo un pietoso velo di silenzio. Lo stesso silenzio della Bbc che copre di questi tempi un solo evento: le Olimpiadi. Basta guardare un telegiornale della Bbc per capire cosa intendo dire: la torcia olimpica viene prima di tutto il resto, bambini massacrati compresi.
E infine ci siamo noi, cittadini democratici e progressisti che, giustamente, scendiamo in piazza per protestare contro la politica di Israele nei territori occupati, ma che al cospetto della carneficina in corso in Siria non organizziamo nemmeno una timida dimostrazione, eccezion fatta per qualche corteo di sparuti gruppi di esuli siriani. Eppure il numero delle vittime non ha uguali in Medio Oriente. Giusto o sbagliato che sia, il messaggio è semplice e chiaro: chiediamo giustizia per gli arabi e protestiamo solo se a massacrarli sono gli occidentali e gli israeliani. Se invece li massacrano altri arabi, allora non facciamo una piega. E così facendo finiamo per dimenticare la “grossa” verità. Vogliamo rovesciare la sanguinaria dittatura siriana non perché amiamo i siriani o odiamo il nostro ex amico Bashar al-Assad o perché ce l’abbiamo con la Russia che ha tutte la carte in regola per ambire a un posto di prima fila nel Pantheon degli ipocriti, ma più semplicemente per dare una lezione all’Iran e magari sventare i suoi piani nucleari, sempre che esistano.
Insomma niente a che vedere con i diritti umani e con la morte di tanti bambini siriani.

Fonte:Independent

 Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Da il Fatto Quotidiano

Tel Aviv schiera droni sulle zone ricche di gas

Di Giampaolo Cufino 
Il quotidiano Jerusalem Post ha riportato la notizia dello schieramento da parte di Israele di droni col compito di sorvegliare i giacimenti di gas al largo della sua costa settentrionale, temendo attacchi da parte della milizia di Hizbollah dal vicino Libano.
I giacimenti si trovano in una parte del Mediterraneo rivendicata da Israele per l’esplorazione e la produzione di gas, mentre il Libano afferma che i giacimenti si trovano nelle sue acque territoriali.
 “La decisione di schierare droni è stata presa allo scopo di mantenere una presenza di 24 ore sul sito”, riporta il giornale israeliano, aggiungendo che la forza aerea è equipaggiata con gli Heron drone di produzione locale, che sono dotati di speciali strumenti ottici elettronici, progettati per il lavoro marittimo.
Tuttavia le forze armate israeliane non hanno voluto confermare né negare il rapporto del Post. Il giornale afferma che l’aviazione militare ha iniziato la sorveglianza aerea dopo un avvertimento dello scorso mese da parte di Hizbollah, essendo consapevole dell’uso potenziale da parte del Partito di Dio di missili anti-navali.
“Il nemico israeliano non può trivellare un solo metro in queste acque per la ricerca di gas e petrolio se la zona è contestata…nessuna compagnia può effettuare lavori di prospezione in acque la cui sovranità è contesa”, questa la posizione della resistenza sciita.
La reazione di Hizbollah è venuta dopo l’approvazione da parte del governo israeliano di una mappa dei confini marittimi del Paese con il Libano che è stata presentata alle Nazioni Unite, ma questaa è in conflitto con quella proposta dal Libano all’Onu lo scorso anno, e che dà a Israele meno porzione di territorio. In totale la zona contesa è costituita da circa 330 miglia quadrate.
Alle Nazioni Unite è stato chiesto di mediare nella disputa, poiché i due Paesi sono tecnicamente ancora in guerra e non hanno intenzione di negoziare direttamente.
I due più grandi giacimenti noti situati in mare aperto, Tamar e Leviathan, si trovano rispettivamente a circa 50 miglia e 81 miglia al largo della città israeliana settentrionale di Haifa. Le previsioni dicono che il giacimento Tamar possa essere stimato in almeno 8,4 miliardi di metri cubi di gas, mentre Leviathan si pensa che abbia riserve di 16 miliardi di metri cubi di gas.
In giugno una compagnia israeliana ha annunciato la scoperta di due nuovi giacimenti di gas naturale, Sarah e Mira, a circa 45 miglia più a sud, al largo della città di Hadera.
Israele non si farà certo sfuggire l’occasione di diventare indipendente in campo energetico e addirittura un potenziale esportatore di gas naturale, anche perché la mediazione dell’Onu non fa certo presagire un atteggiamento equilibrato ed equidistante. Con la situazione turbolenta che attualmente si registra in Libia e Siria, non ci si preoccuperà certo eccessivamente della posizione libanese e forse sarà l’occasione buona per mettere fuori gioco un altro attore anti israeliano della regione: Hizbollah, capace veramente di intervenire anche con la forza per far rispettare i diritti del proprio Paese. Israele non si farà certamente scrupolo di attaccare per l’ennesima volta il proprio vicino; e quale motivo migliore se non l’accaparramento di importanti fonti energetiche? Già i palestinesi vengono quotidianamente depredati del loro approvvigionamento, in particolare quello idrico. Con i fari puntati sulla Siria e sul probabile futuro intervento armato occidentale, Tel Aviv ha campo libero per i propri atti di pirateria nei confronti dei propri vicini.



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