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In Medio Oriente sta emergendo un Nuovo Ordine Mondiale, il parere del professore dell'università di Oxford Azeem Ibrahim


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=13210


"Il secolo americano, almeno in quella parte del mondo, sembra definitivamente tramontato"



Stiamo assistendo ad una drastica ristrutturazione della geopolitica in Medio Oriente, dove gli Stati Uniti e i loro partner vengono emarginati pur avendo investito miliardi di dollari per raggiungere i propri obiettivi nella regione, dicono gli esperti.
 "Tutto è in continuo mutamento. Russia e Iran stanno rimpiazzando Stati Uniti e NATO in Siria. [...] Questo dopo che Washington ha speso centinaia di milioni di dollari in questo paese", dice il professore dell'Università Oxford, Azeem Ibrahim nel suo articolo per Al Arabiya.






Secondo Ibrahim, anche i più tradizionali alleati nella regione: Israele, Arabia Saudita ed Egitto non si fidano più di Washington. "A Riyadh le preoccupazioni sono aumentate dopo l'accordo tra l'Iran e gli Stati Uniti sul programma nucleare di Teheran. Gli israeliani sono trincerati perché la guerra sta cominciando a diffondersi nei territori occupati. Mentre Il Cairo è intrappolato nell'ambivalenza dell'Occidente", spiega il professore.
"L'Afghanistan è di nuovo immerso nel caos, e il Pakistan, che un tempo era un alleato degli Stati Uniti nella regione, viene assorbito dalla sfera di influenza cinese". In realtà, tutta l'Asia si sta rimodellando geopoliticamente sulla base delle esigenze del commercio cinese, dice esperto.

"Russia, Iran e Cina stanno prendendo sempre più piede in Medio Oriente, mentre Europa e Stati Uniti sembrano non avere né la capacità né la volontà di fare qualcosa al riguardo. Il secolo americano, almeno in quella parte del mondo, sembra definitivamente tramontato".

FOTO:http://arabpress.eu

Siria, la nuova frontiera dello scontro Russia-Usa

Siria, la nuova frontiera dello scontro Russia-Usa

DI UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Il Grande Medio Oriente è il terreno di confronto-scontro fra gli Stati Uniti e la Russia, tra un presidente in fuga dalle responsabilità (Barack Obama) e uno “zar” che ha fatto della più esplosiva area del mondo, il campo d’azione per rinverdire le ambizioni di potenza globale di una Russia che l’inquilino della Casa Bianca aveva cercato di mettere all’angolo nella crisi ucraina. Lo spauracchio dello Stato islamico non basta per riproporre una “Grande coalizione” antiterrorismo che veda dalla stessa parte della barricata Washington e Mosca.





Ciò che sta avvenendo in Siria è la rappresentazione di questa nuova frontiera dello scontro di potenza russo-americano. La Siria, dove da tempo ormai una guerra che ai suoi albori vedeva un regime, quello di Bashar al-Assad, rispondere con le cannonate a manifestazioni di pazza che s’inserivano nella scia della stagione, ormai tramontata, delle “primavere arabe”; ora, almeno da tre anni, quella combattuta in Siria è una guerra per procura, nella quale ogni attore regionale – Turchia. Egitto, Arabia Saudita, Iran, Qatar – ha scelto i propri referenti sul campo da finanziare e armare, con l’obiettivo praticato, se non dichiarato, di far vivere un proprio Stato satellite – le quattro Sirie – sulle macerie di uno Stato unitario fallito.
In questo “risiko” devastante, il “Califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi è solo una pedina di un gioco più grande. E se oggi lo Stato islamico è ancora insediato in un territorio, fra Siria e Iraq, grande quanto l’Italia (isole escluse) non è per l’invincibilità delle sue armate – che non esiste, come testimonia l’eroica resistenza dei peshmerga curdi – ma per le contraddizioni interne a quella “grande coalizione” assemblata dall’America. Basta pensare all’Arabia Saudita: Riad è, formalmente, dentro la coalizione anti-Isis ma allo stesso tempo, e il discorso vale anche per la Turchia di Erdogan, non vuole assolutamente che la sconfitta dell’Isis si traduca in un rafforzamento dell’odiato alauita Baashar al-Assad: ecco allora i finanziamenti e le armi che le petromonarchie del Golfo continuano a far affluire alla filiera siriana di al- Qaeda, il Fronte al-Nusra.
Riad sa di poter contare in questo suo doppio gioco su importanti alleati europei, con i quali fa affari miliardari nel settore degli armamenti e dell’industria militare, prima fra tutti la Francia del “Napoleone del Terzo Millennio”, al secolo Francois Hollande. I raid aerei francesi, un ininfluente spot militare, servono soprattutto per lanciare un segnale alla dinastia Saud: Parigi c’è, agisce sul campo (o meglio nei cieli), fregandosene delle perplessità degli altri Paesi dell’Ue, l’Italia in primis, e non permetterà che la Siria diventi una propaggine mediorientale dell”impero persiano”.
In questo caos armato, c’è spazio per lo “show” di Barack Obama, Barack l’indecisionista, l’ondivago, un giorno diplomatico e l’altro (falsamente) muscolare, che fa la voce grossa contro la Russia ma poi colleziona figuracce sul campo (ultima in ordine di tempo, l’addestramento, costo 500 milioni di dollari, di un centinaio di ribelli anti-Assad non jihadisti, che appena entrati in Siria si sono consegnati, con le armi nuove di zecca made in Usa, ai miliziani qaedisti di al-Nusra). L’inquilino della Casa Bianca si cimenta in una improvvida, e impossibile, quadratura del cerchio: sdogana l’Iran ma al tempo stesso si tiene buoni, o prova a farlo, i regnanti sauditi, usa parole durissime contro il dittatore di Damasco ma non agisce di conseguenza.

FONTE:http://www.left.it/2015/10/01/siria-la-nuova-frontiera-dello-scontro-russia-usa/

Il Pentagono prepara le guerre (evitabili) del dopo-Obama


Di Fabio Mini

Gli Stati Uniti stanno aggiornando i loro piani militari in caso di aggressione russa nel Baltico. Secondo Foreign Policy, la pianificazione comprenderebbe sia l’eventualità di una risposta americana nell’ambito della Nato sia di una reazione unilaterale.

Non c’è niente di strano che un comando militare pianifichi le operazioni di contingenza o che aggiorni costantemente quelle esistenti. Non è strano che un comando come il Pentagono pianifichi operazioni sul piano globale. È il suo mestiere. Sarebbe strano il contrario. E sarebbe estremamente innaturale che i comandi militari mantenessero fisse le pianificazioni adattando la realtà alla pianificazione esistente, anche se superata. Ma anche questo è già successo per cinquant’anni e, in un altro senso, è successo nei successivi venticinque.







Durante la guerra fredda si è pianificata una sola opzione –  lo scontro tra blocchi – lasciando inalterati i presupposti politici e le grandi strategie e modificando di poco le predisposizioni operative per far posto a nuovi strumenti e metodi. L’implosione del blocco orientale è giunta come una grande sorpresa, subito abilmente trasformata in una vittoria deliberata del blocco occidentale. Tralasciando di considerare che il blocco vincente non aveva nessuna idea e tantomeno un piano per gestire una situazione senza un avversario paritetico e simmetrico.

Nei cinque lustri successivi si sono inventate le formule operative più strampalate per fare la stessa guerra contro presumibili avversari anche immaginari, cercando disperatamente di far materializzare un nuovo Grande Nemico. Si è utilizzato il periodo per dare una giustificazione alle ridondanti capacità militari modificando la semantica del rischio. Dalla minaccia militare da parte di un avversario estinto si è passati alla percezione dei rischi posti da avversari altrettanto inesistenti; infine, quando anche questi sono apparsi evanescenti, si è passati alla pianificazione di operazioni tradizionali e asimmetriche sulla base di scenari impostati sui “fattori d’instabilità”.

Tutto diventava militarizzabile, dalla crisi economica alla rivolta in un mercato per una testa di cavolo (l’ortaggio). La grande strategia si è fermata e la grande pianificazione è stata abbandonata. Si sono avviate finte rivoluzioni e “piccole guerre” per aprire nuovi fronti. Ci si è concentrati sul terrorismo, che comunque nasceva dagli stessi conflitti.

L’apparente dinamismo della pianificazione copriva in realtà uno stallo concettuale nella costruzione di un assetto politico-strategico globale che includesse le nazioni e le aree geografiche emergenti. Il risultato dell’attivismo è stato il fallimento di tutte le avventure militari avviate in quel periodo: un fallimento totale della politica, un fallimento parziale della parte operativa e un fallimento punteggiato da qualche successo sul piano tattico.

Mentre i grandi attori erano costretti a ritirarsi dalla scena, si dava spazio ai comprimari e perfino alle comparse che, come nel caso dello Stato Islamico, sono diventate determinati nella gestione e nella diffusione della paura: la sola in grado di giustificare il mantenimento di grandi strutture di sicurezza pletoriche e già sclerotizzate.

Dal punto di vista della sicurezza il mondo di oggi è molto peggiore di quello di venticinque anni fa.

Non meraviglia, perciò, che sia necessario tornare a pensare al Grande Nemico, quello che può sollecitare grandi paure e quindi grandi spese. Non tanto e non solo per la pianificazione di guerra, ma per la preparazione infinita e costosa di una guerra che in realtà ci riporterebbe all’età della pietra. Il grande nemico – quasi il nemico perfetto – è stato individuato nella Cina, inducendola ad armarsi con un mix di esaltazione delle potenzialità (tutte da verificare) e di demonizzazione che in realtà ha gratificato i velleitari e gli ultranazionalisti.

Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

Contro la Cina nel 2012 è stata assunta la prima decisione di grande strategia dopo quella che portò gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale: il perno strategico statunitense si è spostato dall’Atlantico al Pacifico. Si sono mobilitati tutti i paesi concorrenti e avversari della Cina in Estremo oriente e in Oceania. Alla pianificazione statunitense della Grande Battaglia aeronavale, la Cina ha risposto con palesi iniziative economiche e smorzati sussulti di pianificazione militare. Al riarmo giapponese e alle velleità nucleari di chi, in quel paese, non ricorda nemmeno la storia recente, si affiancano in Cina e negli stessi Stati Uniti le idee di scontro nucleare.

La seconda iniziativa politico-strategica di rilievo è l’accordo Stati Uniti-Iran sul nucleare che, di fatto, consacra Teheran a legittimo attore principale del teatro mediorientale. Al di là della dimensione puramente settoriale dell’intesa, è chiara l’intenzione del presidente Obama di garantire il fianco occidentale dello schieramento politico-militare che fa perno in Estremo Oriente. Ma se l’accordo con l’Iran apre prospettive di nuovi equilibri e possibili compromessi di risoluzione delle crisi irachene, siriane, libiche, libanesi e così via, non è detto che Teheran sia passata alla causa americana. Anzi, il paese ha debiti di riconoscenza e debiti veri nei confronti della Cina e della Russia difficili da dimenticare.

In tale contesto l’Europa appare sguarnita e quasi smilitarizzata. Potrebbe essere un grande risultato per un’organizzazione (la Ue) che ha ricevuto il Nobel per la pace, ma è una sorta di bestemmia per i pianificatori di guerra.

Non stupisce dunque che il Pentagono voglia resuscitare contro la Russia, altro Grande Nemico, la pianificazione militare. Di questo paese, strangolato dalle sanzioni e condotto per mano verso un nuovo riarmo militare, si erano perdute le tracce. Anzi si sperava di recuperarlo all’Europa anche attraverso la cooperazione militare. Allo stesso tempo ne venivano sottilmente intaccate la credibilità e la dignità spostando l’influenza militare della Nato e quella economica dell’Unione europea a ridosso dei suoi confini. Le intemperanze russe del 2008 con la Georgia e quelle di questi ultimi tempi con l’Ucraina non erano del tutto ingiustificate. E comunque anche in Russia l’approccio espansionista europeo e della Nato ha sollecitato nuovi e più accesi nazionalismi.

Non è neppure strano che si pianifichi un conflitto nel Baltico. Il Mediterraneo e il Medio Oriente sono affidati ai paesi che più di altri si prestano alle guerre per procura: Francia e Gran Bretagna per antica vocazione e l’Italia per antica soggezione. Il Baltico è il teatro più vicino al territorio russo e soprattutto i paesi dell’area – coccolati dagli americani che li vedono come la loro “nuova Europa” – vogliono fortemente un conflitto contro la Russia. Anche a rischio di compromettere la sopravvivenza dell’intera Europa.

Gli Stati Uniti subiscono l’influenza e i ricatti della nuova Europa, dal Baltico al Mar Nero, al pari della pianificazione militare americana in Estremo Oriente, pesantemente influenzata dalle velleità della Corea del Sud e del Giappone. Lo scenario di un’aggressione militare nei paesi baltici è oggettivamente possibile ma altamente improbabile. Ma se, come sta avvenendo, si considerano “aggressioni” anche gli attacchi di hacker o le dimostrazioni di piazza abilmente manipolate dall’esterno, e soprattutto dall’interno (Ucraina docet), la pianificazione di una guerra è giustificata. Il Pentagono sta modificando e manipolando i fattori essenziali del problema per pianificare una guerra europea che, anche se fosse probabile, sarebbe certamente evitabile.

Questo invece è strano. E pure pericoloso, per la stessa credibilità statunitense e per la nostra sicurezza. È strano e pericoloso che la pianificazione prosegua, pur sapendo che con l’attuale amministrazione ogni scenario del genere è inaccettabile.

Ma il tempo di Obama è agli sgoccioli e qualcuno al Pentagono si aspetta (e forse spera) che il cambio di amministrazione, che vinca un partito o l’altro, avalli e autorizzi la preparazione della guerra in Estremo Oriente e in Europa.

Il radicale cambiamento di politica estera degli USA voluto da Obama




Di Salvatore Santoru

Negli ultimi mesi si sta notando un radicale cambiamento nella politica estera degli USA, che prima era solo in fase latente.
Difatti, Obama sta cercando di avvicinare paesi ritenuti classicamente avversari, come Cuba e l'Iran, e sta andando in rotta di collisione con paesi storicamente alleati come Israele e per certi versi anche con l'Arabia Saudita, cose impensabili solo qualche anno fa.

Non conoscendo ancora benissimo le motivazioni e le finalità di queste strategie, risulta chiaro che Obama vuole "modernizzare" il ruolo politico internazionale degli USA, cercando anche in qualche modo di cavalcare l'ascesa dei cosiddetti BRICS, i paesi in via di sviluppo, e su questo non è chiaro se sia per concorrenza a Russia e Cina ( che guidano e fanno parte di queste potenze ) o per voglia di una nuova realpolitk più adatta ai tempi.

2016-2018: USA in guerra civile e verso il declino ?

usa in guerra civile
“Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all’infinito.”
Jacques Attali
Di Giuseppe Cirillo
Lo so, è da anni che da più parti si parla dell’imminente caduta degli Stati Uniti, della loro decadenza, del mondo multipolare e via dicendo e invece loro, nonostante ciò, continuano ad essere l’unica superpotenza del pianeta, con il dollaro che addirittura si rivaluta su tutte le altre valute. Però, io credo che ora si vedano dei segnali importantissimi direi segnali di fine impero, di fine regime.
Giusto di ieri, la notizia che gli USA hanno deciso di chiudere una storica base presente in Yemen e di ritirare truppe e personale diplomatico, a causa della crescente violenza tra milizie Houthi, jihadisti e governativi. Quindi, rendiamoci conto, gli USA che si ritirano non alla fine di un conflitto, ma proprio durante un’escalation. Gli stessi che per ogni accenno di instabilità  erano sempre pronti ad intervenire, ora si ritirano. Credo che già questo, insieme agli altri che elencheremo, siano segnali che l’Impero inizia a ritirarsi o perché schiacciato dal suo debito pubblico, dalle sue difficoltà economiche e dalle proprie problematiche interne o a causa di un ordine di poteri forti che probabilmente hanno bisogno della decadenza degli States.
Ma quali sono gli altri segnali della decadenza degli USA? Eccone alcuni:
1) Presidente Obama irrilevante e senza potere, con il Congresso in mano ai repubblicani. Stallo istituzionale decisamente grave, che ha portato allo Shutdown e che potrebbe ritornare a settembre. Stallo che potrebbe durare fino al 2016, quando ci saranno le elezioni per il nuovo presidente. Umiliazione del presidente da parte di Netanyahyu che ha parlato al Congresso senza incontrarlo.
2) Crisi con i principali alleati, Arabia Saudita, Turchia e Qatar sembrano seguire una propria linea indipendente, con Israele in rottura, con l’Unione Europea rapporti raffreddati dallo scandalo delle intercettazioni ai principali leader europei.
3) Nascita di una Banca Mondiale Cinese alla quale hanno aderito anche paesi filoamericani come Italia o Giappone.
4) Graduale ma costante riduzione degli scambi in dollari, soprattutto in Asia, a causa degli accordi bilaterali organizzati principalmente da Cina e Russia.
5) Totale incapacità di affrontare le sfide in politica estera, caos in quasi tutto il Medio Oriente e inadeguatezza nei confronti della Russia di Putin.
6) Aumento esponenziale della criminalità interna.
7) Manifestazioni, scontri e morti a causa della tensione tra afroamericani e forze dell’ordine.
8) Flash Crash del dollaro, dopo il rinvio del rialzo del tasso di interesse da parte della Federal Reserve. Calo del biglietto verde giornaliero più alto degli ultimi 15 anni. Come scritto in questo articolo di Wall Street Italia.
9) Le posizioni in leva su Wall Street iniziano a ridursi e di solito questo è un segnale che anticipa il crollo della borsa come descritto da questo articolo di Rischio Calcolato.
Questi, a nostro avviso, sono i principali segnali della decadenza strutturale dell’Impero Americano. Nel titolo abbiamo parlato di guerra civile, una guerra civile è una cosa grave, gli USA sono la maggiore potenza economica del pianeta, sembra impossibile uno scenario del genere, ma se prima si verificasse uno dei seguenti eventi noi non lo potremmo assolutamente escludere:
1) Crollo devastante del dollaro
2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
3) Importante attentato (uguale o più grande dell’11 Settembre)
4) Shutdown e scontro istituzionale
5) Morte di Obama
6) Evento climatico o naturale straordinario
Vediamo di analizzare brevemente ognuno di questi eventi che potrebbero anticipare una guerra civile:
1) Crollo devastante del dollaro
Il dollaro è il vero strumento e simbolo del potere americano sul resto del mondo. Possedere il vantaggio di poter stampare la valuta di riferimento mondiale, fornisce agli Stati Uniti la possibilità reale di vivere al di sopra delle proprie possibilità e quindi di poter sostenere il proprio costante deficit commerciale verso il resto del mondo e di sostenere il proprio bilancio pubblico sempre più deteriorato. Come sicuramente già sapete, è però in atto un graduale processo di sostituzione del dollaro come valuta di riferimento, processo a cui ha fortemente contribuito la nascita dell’Euro (che è la seconda valuta più importante del pianeta) ma che è soprattutto sostenuto dai paesi in rottura con gli States come Russia e Cina, che stanno procedendo verso una sempre più totale indipendenza dal dollaro. Molti di voi diranno che il dollaro è attualmente fortissimo, ma questo è a nostro avviso soltanto un enorme rimbalzo del gatto morto. Ed anzi il dollar standard come a suo tempo il gold standard, muore proprio quando le garanzie sono richieste quindi quando il dollaro o l’oro vengono richiesti al posto dei titoli di credito da essi derivati, come ho descritto nell’articolo Il colpo di coda del dollaro prima del suo collasso definitivo. Ora sarà interessante capire quando e come il crollo del dollaro avverrà. A nostro avviso, essendo il dollaro un sistema basato sulla fiducia, quando crollerà definitivamente avverrà in maniera molto veloce, come il Flash Crash avvenuto pochi giorni fa, ma sarà un Flash Crash spaventoso, che polverizzerà il dollaro e scatenerà l’iperinflazione negli USA. La situazione attuale vede l’economia americana che stenta a riprendersi e la Federal Reserve che di conseguenza ha rimandato l’innalzamento del tasso di interesse. Tutti se lo aspettano entro settembre. Se questo non dovesse avvenire a causa della situazione economica americana, i mercati potrebbero perdere fiducia nel dollaro e questo potrebbe iniziare a scendere, a quel punto non è escluso che paesi ostili come la Cina, che ha creato una sua Banca Mondiale, non sfruttino l’occasione perliberarsi dei titoli e delle riserve in dollari per distruggere gli USA e assumerne il ruolo di guida del pianeta. Alternativamente un rialzo dei tassi, produrrà un ulteriore ascesa del dollaro che danneggerà ancora di più l’economia americana e quella mondiale.
2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
crollo wall street
Guardando questo grafico io vedo il più assurdo rialzo borsistico di tutti i tempi, giustificato soltanto dell’immensa stampa di dollari operata dalla Fed. A mio avviso, questo grafico rappresenta la più grande bolla di tutti i tempi e come vedete, anche le due precedenti sono scoppiate dolorosamente, questa scoppierà da un’altezza ancora maggiore, stavolta gli USA ne saranno travolti. Sarà interessante capire se il crollo di Wall Street precederà il crollo del dollaro, se ne sarà contemporaneo o se sarà causato dall’innalzamento del tasso di interesse o da un fatto esterno. Credo che comunque in questo caso la divergenza tra dollaro e azionario ( di solito essendo il dollaro valuta rifugio si alza quando l’azionario crolla e viceversa) non ci sarà e potrebbero crollare entrambi come entrambi sono saliti. Quando questo avverrà ovviamente non lo sappiamo, potrebbe succedere nella seconda metà del 2015 o nel 2016, ma comunque ne siamo molto vicini e quando succederà, sarà un lampo, un flash e il mondo sarà cambiato.
3) Importante attentato
Da sempre i servizi segreti americani avvertono del rischio di un attentato con un piccolo ordigno nucleare o con una bomba sporca sul suolo degli Stati Uniti. Se non ricordo male, alcuni esponenti del governo Bush lo davano per certo entro il 2020. Se dovesse succedere un evento del genere, è difficile immaginare le conseguenze che questo potrebbe avere sugli USA e sul resto del mondo. Sicuramente potrebbe preannunciare anche lo sfaldamento degli States, dato che la situazione attuale è enormemente diversa dal 2001 ( dove gli USA erano al culmine del loro potere).
4) Shutdown e scontro istituzionale
A settembre potrebbero ricominciare le trattative per evitare un ennesimo shutdown, cioèla sospensione dei servizi offerti dallo Stato Federale a causa del mancato accordo per il finanziamento del bilancio americano. A nostro avviso non crediamo tanto nella sua possibilità, dato che i repubblicani sono in vantaggio e gli basterebbe aspettare fino alle fine del 2016 per tornare al potere. Oppure potrebbero causarlo cercando di scaricarne le responsabilità su Obama danneggiando così tanto gli USA da aprire poi le porte ad una larga vittoria repubblicana. L’eventuale realizzazione di questo scenario sarebbe molto destabilizzante per gli Stati Uniti.
5) Morte di Obama
Obama sembra essersi fatto molti nemici sia nella lobby delle armi, sia nella lobby ebraica. Una sua eliminazione potrebbe però essere probabile, a causa del contestato accordo sul nucleare iraniano. A chi sarebbe data la colpa per la sua uccisione? O all’ISIS cosa che potrebbe favorire l’instaurazione di leggi ancora più liberticide sul suolo americano o a qualche estremista bianco, cosa che potrebbe aggravare ancora di più la tensione etnica esistente.
6) Evento climatico o naturale straordinario
Gli USA sembrano negli ultimi anni sempre più interessati da uragani e da incredibili gelate invernali. Inoltre c’è sempre il rischio di un enorme terremoto in California. Quindi, un evento naturale potrebbe essere sempre una possibile causa dell’inizio del crollo degli USA, soprattutto in questo già grave periodo storico ed economico.
Questi sono gli eventi che a nostro avviso potrebbero far iniziare il crollo della superpotenza americana. Una guerra civile potrebbe scoppiare o subito dopo il verificarsi di uno di questi o a causa di qualche contestata scelta politica (vedi shutdown o legge contro il possesso di armi) o a nostro avviso con la probabile vittoria repubblicana nel 2016. Come ben sappiamo i repubblicani sono amanti della forza e rappresentano più la parte bianca ed economicamente più benestante del paese. Una loro affermazione accrescerebbe ancora di più la tensione sociale che potrebbe sfociare in una guerra civile. Ma perché parliamo tanto di guerra civile? Perché negli USA ci sono le condizioni ideali e le vediamo di seguito.
1) Velleità secessioniste: come descritte nel nostro articolo Verso gli Stati Divisi d’America.
2) Spaccatura politica del paese: il paese non è omogeneo politicamente ma spaccato instati tradizionalmente repubblicani e stati tradizionalmente democratici come vediamo in questa mappa.polarizzazione politica usa
3) Spaccatura etnica del paese: gli Usa non sono più un paese etnicamente omogeneo come all’epoca di Tocqueville ma sono un paese multietnico, ma non omogeneamente multietnico. Questa mappa ci mostra le etnie dominanti in ogni zona del paese:mappa etnica degli stati uniti
In quest’altra mappa vediamo l’importante presenza degli afroamericani che sono l’etnia più sofferente sia socialmente che economicamente negli USA:
mappa neri d'america
Come sappiamo, nelle recenti guerre civili in Siria, Iraq, Libia, Ucraina, Yemen, Nigeria, la componente etnica, politica e religiosa è importantissima. Analizzando le mappe precedenti gli USA potrebbero facilmente dividersi in un ovest democratico, in una California democratica ed ispanica, in un nord-est democratico e europeo, in un centro america dal Texas fino al nord, bianco e repubblicano e poi abbiamo gli stati sud orientali dove gli afroamericani sono tantissimi ma i governi sono repubblicani. E sono proprio queste a nostro avviso le aeree di scontro etnico più pericolose.
4) Spaccatura religiosa del paese: gli USA sono un paese multireligioso per eccellenza, anche questo fattore può essere importante in una futura guerra civile, di seguito una mappa religiosa degli Stati Unitimappa religiosa degli usa
5) Il popolo più armato della terra: gli Stati Uniti hanno la popolazione più armata del pianeta con ben 90 armi ogni 100 abitanti. Questo a nostro avviso assieme al settarismo e alla forte presenza di gang armate, rappresentano una dei principali motivi che potrebbero far sfociare la tensione in lotta armata.
Abbiamo quindi riassunto i possibili scenari che potrebbero causare un crollo della potenza americana e le motivazioni che rendono credibile la possibilità di una guerra civile. Sicuramente, finché il dollaro e l’economia americana terranno, non assisteremo a niente di tutto ciò, ma se la fiducia nel biglietto verde dovesse polverizzarsi, allora vedremo cadere anche l’Impero Americano sia all’esterno (con la fine della sua influenza nel mondo e dei suoi interventi, cosa che sta già avvenendo) sia all’interno con la divisioni in stati separati o in opposte fazioni armate. La caduta del gendarme mondiale ci farà entrerà nella fase più grave della Terza Guerra Mondiale già in corso, dato che tutti i conflitti congelati si scongelerebbe a causa del tracollo economico e della mancanza degli Stati Uniti che fino ad ora sono sempre intervenuti in ogni area del pianeta.
P.S.: la caduta della nazione che rappresenta per eccellenza il sistema capitalista, ci farà entrare nel pieno del periodo già noi denominato, transizione post-capitalista. Una transizione dolorosa, dove il capitalismo esisterà ancora ma non avrà più la fiducia ideologica che l’esistenza della ricca potenza americana gli conferiva. Molti di voi si chiederanno transizione verso cosa? Questo non lo sappiamo, possiamo sicuramente escludere il comunismo, già caduto e storicamente sconfitto negli anni Novanta.

Il crepuscolo di Obama: fine ingloriosa di una politica estera sciagurata

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Di Francesco Meneguzzo
A un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali statunitensi, è già tempo di bilanci quanto mai fallimentari, tragici e ridicoli, della politica estera di Barack Obama. Negli ultimi mesi tutte le più significative iniziative di un presidente, già azzoppato dalla perdita della maggioranza al Congresso, hanno patito esiti sconfortanti, che vale la pena elencare brevemente di seguito, a partire dall’ultimo.
In Ucraina, il supporto americano prima alla rivolta, secondo alcuni un colpo di stato, del febbraio 2014, risultato nel conflitto interno – o guerra civile – tra il governo centrale e i separatisti russofoni e russofili del sud-est, invece che nell’indebolimento e l’isolamento della Russia è sfociato negli accordi di Minsk del 12 febbraio scorso, mediati dall’Europa – Angela Merkel in testa – e favoriti dalla Russia (Vladimir Putin in persona), senza un ruolo visibile e probabilmente nemmeno invisibile degli Usa.
Mentre tutto sommato la tregua ha retto, proprio ieri tali accordi sono stati effettivamente e concretamente riconosciuti dal Parlamento ucraino, avendo questo emanato la previstalegge sullo status speciale del Donbass e la via per lo svolgimento delle elezioni locali. A parte alcuni dettagli da verificare, rispettando la parola degli accordi. Anche senza voler addebitare agli americani il sangue e la distruzione patito dagli ucraini di ambo gli schieramenti, rimane per Obama un risultato concreto: la cooptazione del figlio del suo vice-presidente Joe Biden, tale Hunter Biden, nel board di BurismaHoldings, una delle maggiori società di petrolio e gas del paese.
Nell’Europa orientale, la pretesa, sponsorizzata dagli Usa, di liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca, e per conseguenza della sua influenza politica, è naufragata nel sostanziale abbandono delle esplorazioni di gas di scisto, come documentato a suo tempo su queste colonne.
In Siria, il supporto ai ribelli anti-Assad, che dal 2011 hanno combattuto il governo legittimo di Damasco, con tanto di minaccia di intervento diretto rintuzzata dalla ferma posizione della Russia e del Vaticano, e dalle perplessità di molte cancellerie europee, è naufragato nella insorgenza incontrollabile del califfato islamico dei tagliagole dell’Isis, tanto che pochi giorni fa lo stesso segretario di stato americano John Kerry, con una improvvisa virata ammetteva lanecessità di trattare direttamente con il presidente siriano Bashar Assad in persona: “Noi lo incoraggiamo” a negoziare, ha affermato Kerr, “e per portare il regime a farlo, dobbiamo spiegargli chiaramente che tutto il mondo è determinato a cercare una soluzione politica”. Deve essere stato quanto meno imbarazzante parlare così di quello che fino a ieri era classificato tra i primi nemici pubblici dell’America.
Quale probabile conseguenza della disastrosa politica di Obama in medio-oriente, questi probabilmente si è alienato le stesse simpatie dell’Arabia Saudita, alleato storico, tanto che l’Opec – che parla saudita – nel suo ultimo rapporto di marzo 2015 si riferisce esplicitamente al prossimo sgonfiamento della bolla del gas di scisto negli stessi Usa “entro il 2015”, eventualità già anticipata due mesi fa su questo giornale.
La stessa Libia, travolta dal caos seguito alla destituzione e assassinio di Gheddafi, avvenuti con la partecipazione americana, e più recentemente alle prese con l’avanzata proprio dell’Isis, giusto ieri ha chiesto aiuto all’Italia e non agli Usa. In Israele, per rimanere nell’area medio-orientale, il nemico giurato di Obama e già primo ministroBenjamin Netanyahu, ha appena stravinto le elezioni tenute ieri stesso, come documentato su questa stessa pagina.
Dell’Asia abbiamo scritto ieri su queste colonne: con la costituzione della Banca asiatica per gli investimenti e le infrastrutture (Aiib) a guida cinese partecipata anche dai maggiori paesi europei e, a seguire, quella per lo sviluppo dei Brics, gli Usa perdono di fatto il controllo esclusivo sugli investimenti, i commerci, e soprattutto le valute, di almeno metà del mondo, travolto da una spinta multi-polare apparentemente inarrestabile. Il sogno di tutti i progressisti e campioni di diritti umani dell’occidente, insomma, è riuscito in quello che pareva impossibile o almeno assai improbabile: partì per isolare, e tornò praticamente isolato.
Se non fosse per la straripante potenza militare americana, per altro mai messa apertamente alla prova contro un nemico militarmente degno di questo nome, si potrebbe parlare di crepuscolo – oltre che di Obama – anche dell’impero americano. Se e come da Washington si reagirà a questo declino sarà interessante verificare nei prossimi mesi.

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