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Emmanuel Macron invita il premier libanese dimissionario Saad Hariri e la famiglia in Francia. Il presidente francese: "Non è un esilio"

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http://www.huffingtonpost.it/2017/11/15/emmanuel-macron-invita-il-premier-libanese-dimissionario-saad-hariri-e-la-famiglia-in-francia-il-presidente-francese-non-e-un-esilio_a_23278592/

Il presidente francese Emmanuel Macron ha "invitato" l'ex premier libanese, il sunnita Saad Hariri e la famiglia in Francia. Hariri si trova - "ospite" secondo Riad, "ostaggio" secondo il presidente libanese, Michel Aoun - in Arabia Saudita da quando si è dimesso.

"L'invito" di Macron "non è affatto" un esilio, ha chiarito Macron dopo che l'Eliseo aveva diffuso la notizia dell'invito rivolto ad Hariri. Così facendo il presidente francese ha sgombrato il campo formalmente dall'ambiguità se la Francia (ex potenza mandataria del Libano) abbia o meno offerto asilo ad Hariri che i libanesi rivogliono a Beirut.

L'Eliseo aveva chiarito, prima delle parole di Macron, che l'invito ad Hariri, che sarà nel Paese "nei prossimi giorni", e famiglia è stato avanzato con l'accordo dell'erede al trono saudita Mohammed bin Salman (MbS) e lo stesso premier dimissionario libanese. In ogni caso resta il fatto che a secondo di quanto si fermerà Hariri a Parigi, con questa soluzione, Macron e Mbs (che si sono incontrati a sorpresa la scorsa settimana a Riad) superano la richiesta dei politici libanesi, a partire dalle milizie sciite di Hezbollah (nell'ormai ex governo di Hariri), e del loro alleato, il cristiano maronita Aoun, di riavere l'ex premier a Beirut.

L'ultima sfida di Hariri: "Ritiro le dimissioni in cambio della neutralità del Libano"

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Di Umberto De Giovannangeli
Teso in volto, visibilmente scosso, da Riyadh, dove è "custodito" da giorni, Saad Hariri prova a rimettere assieme i cocci di una crisi politica iniziata con le sue improvvise dimissioni da primo ministro del LibanoLa conferenza stampa va letta in una duplice chiave: per ciò che voleva rappresentare e per i suoi contenuti. Hariri parla, in apparenza liberamente, e questa è la risposta a quanti, dentro e fuori il Paese dei Cedri, hanno parlato e scritto di un ex premier "prigioniero" dei sauditi. Che sia libero è da dimostrare, che sia un uomo provato è la realtà delle immagini che mostrano il quarantenne ex premier, normalmente spigliato e brillante, incerto nell'esprimersi, lo sguardo a volte perso nel vuoto.
"Nei prossimi giorni rientrerò in patria", promette Hariri. Da uomo libero, aggiunge. E visto che il capo dello Stato, Michel Aoun, non ha accettato le sue dimissioni in attesa di incontrarlo al palazzo presidenziale, Hariri si comporta da primo ministro, leader della Coalizione (sunnita) 8 Marzo, e da Riyadh detta il suo programma per un nuovo esecutivo da lui guidato. La prima, significativa novità: Hariri non esclude di formare un governo con dentro ministri di Hezbollah, anzi rivendica l'esperienza condotta, in nome dell'unità del Libano. La difende fino a un certo punto. Fino a quando, cioè, il Partito di Dio sciita non è voluto diventare un attore regionale. In questo passaggio, si consuma la rottura e la crisi libanese s'inquadra pienamente nello scontro in atto sullo scacchiere regionale che vede contrapposti l'Arabia Saudita e l'Iran.
Il punto chiave del sofferto discorso di Hariri è nella condizione da lui posta per provare a rincollare i cocci di una crisi che da politica potrebbe diventare militare. La condizione non negoziabile, afferma, è che il Libano sia "neutrale" nello scontro in atto nella regione. E oggi, rimarca il premier dimissionario, il Libano neutrale non lo è, e la dimostrazione concreta è nella presenza sul campo di battaglia siriana dei miliziani di Hassan Nasrallah.
Prendere o lasciare: una praticata neutralità in cambio di una sua disponibilità a formare un nuovo governo di coalizione. Se mi sono dimesso, spiega Hariri, è per "preservare l'interesse del Libano"; un interesse che oggi, aggiunge, "non coincide con l'interesse di Hezbollah". E spiega che il partito di Nasrallah "da diverso tempo è più interessato alle vicende regionali che a quelle del Libano, e più volte e a più persone in questi ultimi mesi ho espresso le mie preoccupazioni". E una di queste persone, dice, è il presidente (cristiano maronita) Aoun, eletto con il sostegno di Hezbollah.
È un discorso abile, quello di Hariri, attento a non scontentare i "custodi" sauditi ma al tempo stesso a non rompere il tenue filo di dialogo con Nasrallah. Il premier dimissionario denuncia di nuovo l'ingerenza dell'Iran che, secondo lui, "rappresenta un peso, una minaccia per i libanesi", riconoscendo, di più, rivendicando l'aver portato Hezbollah a sporcarsi le mani con responsabilità di governo. "Sono fiero – dice – del compromesso che noi abbiamo trovato in Libano, che è andato avanti per sei anni e che ha dato importanti risultati. Io – sottolinea – non sono contro Hezbollah o contro altri partiti politici, io sono contro il fatto che Hezbollah giochi un ruolo esterno e metta il Libano in pericolo". Un pericolo immanente.
Che il Libano possa trasformarsi in un nuovo fronte di guerra, dopo Siria, Iraq e Yemen, più che una ipotesi è una quasi certezza. Un fronte per certi versi ancora più esplosivo perché a scendere in campo, in questo caso, sarà anche Israele. E stavolta, a differenza dell'estate 2006, Israele, come hanno ripetuto a più riprese il premier Netanyahu e i suoi ministri, non farà differenza alcuna tra le milizie di Hezbollah e l'esercito libanese. Stavolta, avverte Israele, la guerra sarà con il Libano e non (solo) con Hezbollah.
Annota in proposito Daniel B. Shapiro, dell'Istituto per gli studi di sicurezza nazionale di Tel Aviv, in un articolo su Haaretz: "Israele si prepara dal 2006 ad una nuova guerra con Hezbollah – rimarca Shapiro - La crescente influenza di Teheran in tutta la regione rende chiaro che, anche più dell'ultimo conflitto, sarà una lotta per eliminare la minaccia iraniana dai confini a Nord del Paese. Israele e Arabia Saudita sono completamente allineati in questo conflitto regionale". La partita libanese non è ancora ai supplementari. Il "secondo tempo" lo aprirà Hariri: l'ex premier annuncia, infatti, di voler avviare consultazioni con i partiti politici per tentare di tirar fuori il Libano dalle ingerenze esterne. "Il Libano non può restare ingabbiato in questa situazione – insiste Hariri – e io non permetterò che una guerra sia scatenata contro il Libano". L'ex premier non vuole entrare in rotta di collisione col presidente libanese, che pure non ama politicamente e da lui è ricambiato con la stessa moneta. "Malgrado le nostre differenze – annota Hariri – noi siamo d'accordo su diversi punti. Noi dobbiamo insistere sulla neutralità del Libano per evitare di entrare nei conflitti regionali". Non rompe con Aoun (che si dichiara "ottimista" dopo le parole del premier dimissionario), Hariri, ma al capo dello Stato libanese chiede di aprire un confronto sulla questione, esplosiva, delle armi di Hezbollah. Un punto dolente, che Hariri ripropone oggi argomentando così: "La questione di Hezbollah non concerne unicamente il Libano, ma l'intera regione. Ed è per questo che è importante avviare un serio dialogo interno che abbia come fine proteggere il nostro Paese", ma perché il dialogo sia davvero serio "deve essere trovata soluzione alla questione delle milizie armate di Hezbollah".
Hariri sa bene - perché dalla custodia dorata saudita ha potuto leggere i giornali, ricevere agenzie, vedere le uscite televisive di Nasrallah - di dover ribattere all'accusa di essere uno strumento in mano saudita. La miglior difesa è l'attacco. Fedele a questo assunto, Hariri parte lancia in resta e afferma: "L'Arabia ama Beirut, ma il punto è che Beirut sembra non amare più Riyadh. Se c'è una parte del Libano (Hezbollah, ndr) che intende destabilizzare la sicurezza del Golfo, come può il Golfo continuare ad amarci?", aggiungendo che l'Arabia Saudita non aveva mai espresso una posizione ostile a Hezbollah "prima della guerra in Yemen".

LIBANO, le dimissioni di Hariri e la 'guerra fredda' tra Iran e Arabia Saudita

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Di Salvatore Santoru

Recentemente Saad Hariri si è dimesso dalla carica di primo ministro del Libano.
Ora Hariri si trova in Arabia Saudita e le sue dimissioni rientrano indubbiamente nel clima di 'guerra fredda' che vige tra l'Iran e la stessa Arabia Saudita.

Alla tv saudita, lo stesso Hariri ha criticato l'ingerenza iraniana nel Libano e ha espresso critiche verso il governo siriano sostenendo anche che in Arabia è libero e non "prigioniero" come ritenuto ufficialmente dal Libano.

Inoltre, l'ex premier ha dichiarato che tornerà molto presto in Libano e di non avere nulla contro il partito libanese filoiraniano Hezbollah di per sé, ma di essere contrario al suo 'ruolo esterno' che svolge e che secondo Haririri potrebbe costituire pericolo per il Libano.

NOTA:

(1) http://www.huffingtonpost.it/2017/11/12/saad-hariri-torna-a-parlare-non-sono-contro-hezbollah-ma-linterferenza-iraniana-pesa-sul-libano_a_23274780/

Libano, dopo le dimissioni del premier Hariri interviene l’Iran e attacca Riad: “Vuole creare disordini nella regione”


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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/11/libano-dopo-le-dimissioni-del-premier-hariri-interviene-liran-riad-sta-creando-disordini/3971523/

Si alza la tensione tra Libano e Arabia Saudita. E, dopo esser stato più volte chiamato in causa nei giorni scorsi, anche l’Iran ha preso posizione nella delicata questione: “Riad sta creando disordini in Libano”.  Proprio mentre quest’ultimo soffre di un pesante vuoto di potere dopo le dimissioni rassegnate dal primo ministro Saad Hariri, il portavoce del Ministero degli Esteri iranianoBahram Qasemi, è intervenuto nella questione. L’Iran ritiene infatti che l’Arabia Saudita stia puntando a creare caos in Libano così come ha fatto nella regione del Golfo e nello Yemen e ha definito “assurde” le accuse dei sauditi secondo i quali il missile lanciato contro Riad dallo Yemen nei giorni scorsi era iraniano. Sullo scacchiere medio orientale si delineano sempre di più i contorni del progetto saudita: coinvolgere il Libano per spingere Israele (suo storico alleato) contro Iran ed Hezbollah.

E mentre Hariri è lontano dai giochi in Arabia Saudita, è il presidente libanese Michel Aoun a dover fronteggiare la questione. In un comunicato diffuso dalla presidenza della Repubblica libanese, Aoun lamenta il fatto che “le condizioni poco chiare in cui si trova Hariri” a Riad “fanno sì che qualsiasi cosa Hariri dica o faccia non corrisponda alla verità“. E, dopo aver detto agli ambasciatori stranieri che il premier era stato “rapito”,  ha chiesto all’Arabia Saudita, “con cui il Libano condivide legami fraterni e amichevoli”, di “chiarire le ragioni per cui Hariri non può tornare in patria”. In attesa di nuovi sviluppi, Aoun sta convocando incontri di alto livello con politici libanesi e diplomatici stranieri.

Libano, Marine Le Pen rifiuta di indossare il velo: salta l’incontro con il Muftì

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Di Giordano Stabile

Marine Le Pen chiude la sua visita in Libano fra le polemiche. La candidata alla presidenza del Front National si è rifiutata si indossare il velo al previsto incontro con il Muftì Abdellatif Deriane e il vertice è saltato. Lo sceicco Deriane è la massima autorità musulmana sunnita del Paese, dove la popolazione è divisa in parti quasi eguali fra sunniti, sciiti e cristiani. Le Pen ha incontrato ieri il presidente Michel Aoun, primo capo di Stato a riceverla ufficialmente, e il premier Saad Hariri.
«Avevo informato in anticipo che non avrei indossato il velo - ha spiegato - e poiché la visita non è stata annullata, ho creduto avessero accettato la cosa». Al suo arrivo a Dar al-Fatwa, la leader del Front National, si è vista invece porgere un velo e ha cancellato il colloquio. Le Pen ha anche ricordato che nessuna l’aveva obbligata a velarsi quando nel 2015 era stata ricevuta dalla massima autorità sunnita mondiale, l’imam di Al-Azhar al Cairo. 

Le Pen è anche tornata sulla controversa proposta di proibire la «doppia cittadinanza extraeuropea», un provvedimento che coinvolgerebbe moltissimi cittadini francesi con un secondo passaporto di un Paese arabo, soprattutto maghrebini, ma anche libanesi. La leader dell’estrema destra ha detto che «ci potranno essere eccezioni» per tranquillizzare la platea libanese. 

Scambio di prigionieri tra al Qaeda e il Libano: c’è anche la moglie di al Baghdadi

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Saja al Dulaimi, la ex moglie del capo dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi, liberata dal Libano insieme a una figlia del ‘Califfo’, ha detto che si trasferirà in Turchia. Lo riferisce la tv Al Jazira mostrando le immagini di madre e figlia a bordo di un pullmino della Croce Rossa, attorniato da miliziani del Fronte Al Nusra.
Le immagini mostrano la donna con la testa e il volto coperti da un velo di colore chiaro. La bambina, di circa sei anni, veste una giacca a vento rossa con cappuccio e viene presa in braccio da un miliziano con il volto coperto.
La liberazione della donna è avvenuta all’interno di uno scambio di prigionieri tra il Libano e il Fronte al Nusra, filiale siriana di al Qaeda. L’operazione è andata in porto grazie alla “sponsorizzazione” del Qatar, sponsor prioprio dei terroristi di al Qaeda.
Al-Nusra teneva in ostaggio 19 tra poliziotti e militari libanesi sequestrati il 2 agosto del 2014 in una località nei pressi del confine siriano. Secondo l’emittente qatariota, i sequestratori dopo aver consegnato alle autorità òlibanesi la salma di un soldato, Mohammed hamiyah, “giustiziato” nell’agosto 2014, “stanno procedened alla consegna di 16 militari libanesi in cambio della liberazione da parte del governo di Beirut di 8 prigioneiri uomini e 5 detenute donne”.
Oltre a Saja, ci sarebbero molti famigliari di capi jihadisti sia di al Nusra che dell’Isis. Le altre donne che dovrebbero fare parte dello scambio sono, secodo Assafir: Jammanah Hamid, arrestata nel febbraio 2014 mentre era a bordo di un’autobomba che percorreva una strada al confine siriano-libanese; Ala al Uqeili, moglie del comandante Isis Abu Ali al Shshani, Leiyla Abdul Karim al Najjar, congnata dello stesso al Shshani oltre ad una quarta donna indicata con il nome di Samar al Hindi. A completare la lista dei jihadisti oggetto dello scambio, due libanesi, due palestinesi e quattro siriani

Adel Termos a Beirut ha sacrificato la sua vita lanciandosi su un Kamikaze contro l'attacco dell'Isis

Photo published for Hero tackled suicide bomber and paid the ultimate price

Di Renato Paone

Gli attacchi di Parigi, l'aereo schiantatosi nel Sinai e le decine di vittime dell'attacco multiplo condotto contro la comunità sciita di Beirut. Tanti, troppi, i nomi delle vittime del terrorismo di matrice islamica. Tra questi si fa largo anche quello di Adel Termos, l'uomo che ha sacrificato la sua vita per placcare uno dei kamikaze responsabili dell'attacco nel distretto della capitale libanese di Burj al-Barajneh di giovedì scorso. Grazie al suo gesto, è riuscito a contenere il numero delle vittime, salvando centinaia di persone.
Termos stava passeggiando con sua figlia, quando sente la prima esplosione causata dall'attacco del primo attentatore suicida. Nella confusione, l'uomo - membro di Hezbollah, partito politico sciita del Libano - nota il secondo attentatore mentre comincia a dirigersi verso il numeroso gruppo di persone che circondano la moschea presa di mira dal primo kamikaze.
E' in quel frangente che Termos decide di gettarsi sul terrorista, causando in questo modo la detonazione anticipata dell'ordigno ed evitando una seconda strage. "L'ha placcato, facendolo cadere a terra. Poi c'è stata l'esplosione", racconta un blogger e medico, Elie Fares, che lavora a Beirut. " Ci sono molte famiglie, centinaia probabilmente - spiega il medico - che devono ringraziare di essere ancora in vita grazie al suo sacrificio".
In un primo momento si era sparsa la voce che anche la piccola figlia di Termos fosse rimasta vittima dell'espolosione, ma ora stanno girando foto della piccola sui social network con in mano la foto del padre.
Venerdì, il giorno stesso dell'attacco a Parigi, si sono tenuti i funerali dell'uomo nel villaggio di Tallusa, sud del Libano. Alla cerimonia sono accorsi parenti, amici e centinaia di persone scampate all'attacco che ha provocato 45 morti e circa 200 feriti.
Tutti loro hanno condannato l'Isis e la politica del terrore.

Libano:uomini in tacchi nella marcia contro la violenza sulle donne



Di Salvatore Santoru

"Walk a Mile in Her Shoes" ,l'evento internazionale che punta a sensibilizzare le opinioni pubbliche contro la violenza sulle donne per la prima volta, si è celebrato in Medio Oriente, e precisamente nella capitale del Libano Beirut.
   Sono stati più di 200 gli uomini che hanno marciato in tacchi per quasi due km.

Per approfondire:http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2015/04/26/beirut-uomini-in-tacchi-contro-violenza_e979e173-f833-41e5-b290-e35c4233d62f.html

Foto:http://english.alarabiya.net/en/life-style/art-and-culture/2015/04/26/-Walk-a-Mile-in-Her-Shoes-Beirut-march-against-domestic-violence.html

Echi di genocidio per gli armeni di Siria rifugiati in Libano


É un'altra pagina del passato che non passa. Per migliaia di armeni siriani rifugiatisi oggi in Libano a causa della guerra civile nel loro paese, i massacri e le espulsioni dei loro antenati nei giorni di fuoco della Prima guerra mondiale non sono un capitolo sui libri di Storia ma una ferita che ancora sanguina. Anche oggi che la comunità è solo una delle molte stritolate dal conflitto siriano e dalle violenze delle milizia dello Stato islamico, gli armeni di Siria sentono riverberarsi e riattualizzarsi le antiche lacerazioni del genocidio armeno.
A Burj Al-Hammud, in Libano, la comunità armena ha trovato rifugio dai conflitti e dalla tensioni del Medioriente. Ma per alcune donne armene fuggite dal conflitto siriano si tratta solo di un'altra tappa di un calvario doloroso che continua e si ripete. Solo che questa volta alle truppe ottomane si sono sostituite le milizie armate islamiste.
"Stiamo vivendo un secondo genocidio, spiega una di loro. Tutte le nostre case sono state distrutte, un copione che si ripete tragicamente. I nostri genitori stanno morendo in Siria. Stanno vivendo un altro genocidio. Non hanno lavoro, stanno male, sono senza pace. Le porte sono sprangate e non possono muoversi".
La comunità armena di Siria profuga in Libano paragona le proprie esperienze, come la distruzione della città armena siriana di Kasab e quella delle chiese nella provincia di Deir Ezzor da parte dell'Isis nel 2014, con quelle vissute dalle generazioni precedenti.
"È stato terribile essere testimoni di un destino che per gli armeni si ripete drammaticamente un secolo dopo, sottolinea Serop Ohanian, direttore di un centro di assistenza armeno. È stato terribile vedere le chiese armene, i monasteri e le persino le scuole, rase al suolo".
Quel passato che non passa...


Libano:islamista radicale denigra una giornalista con insulti sessisti e misogini




Di Salvatore Santoru

Durante una trasmissione televisiva andata in onda sul canale libanese "Al-Jadeed", la presentatrice Rima Karaki è stata insultata dall'islamista Hani al-Siba’i durante l'intervista.

Le parole di Seba'i, che vive a Londra con lo status di "rifugiato politico" dopo che è stato allontanato dall'Egitto a causa della sua attività politica islamista, rivolte alla Karaki sono state testualmente queste "Stai zitta, donna".

Per tutta risposta, la giornalista ha tagliato il collegamento da Londra, affermando che "se non c'è rispetto reciproco la conversazione è finita".

Il video di ciò è diventato subito virale, e la notizia è stata ripresa da alcuni media internazionali, tra cui in Italia per ora solo "Leggo" e "il Giornale".

Di seguito il video:

Terrorismo: quell’accordo segreto che imbarazza la Francia



Di Alberto Palladino
Da quando è esplosa la crisi siriana nessun paese della sponda est del mediterraneo è rimasto immune dai contraccolpi delle vicende belliche e dalle implicazioni geopolitiche che ne sono scaturite. I vicini della Siria hanno manovrato, ognuno secondo la propria strategia politica, e si sono attestati su differenti posizioni geostrategiche con coalizioni, fazioni e alleanze.
Quello che fra tutti i vicini di Damasco appare però più in impasse è il Libano. Lo stato dei cedri soffre da decenni di un’endemica frammentazione su base religiosa ed etnica che si è incancrenita con l’entrata in gioco di fattori esterni che hanno lottizzato molte delle fazioni in lotta aiutandole e spesso sfruttandole come pedine sul loro scacchiere.
Ad oggi il paese appare spaccato in due, di cui metà saldamente in mano al Partito di Dio ed il resto sotto il controllo del governo libanese e del suo braccio armato le LAF.
Hezbollah ha da sempre potuto contare sull’appoggio dell’Iran ed è riuscito negli anni a costruire, oltre ad una rete sociale che fa invidia allo stesso stato, anche una potente milizia capace persino di impensierire il potente vicino israeliano. Tutto questo unito alla vasta solidarietà della popolazione, mussulmana e non, e i rifornimenti iraniani avevano garantito l’egemonia militare e quindi una sorta di equilibrio di potenza nel paese.
Fino ad ora.
Il Libano è in una posizione chiave per intervenire in eventuali crisi nell’area siriana, è il centro del ring del vicino oriente ed oggi, che il match per il controllo e l’egemonia della regione sembra entrare nel vivo, si intravedono le due potenze che più delle altre ambiscono a rimanere in piedi alla fine della lotta: Iran e Arabia Saudita.
Ma cosa centra in tutto questo la cara e vecchia Europa, e soprattutto come si pone in relazione agli eventi che sconvolgono il Vicino oriente? Una risposta unitaria purtroppo non c’è, e come sempre ognuno fa per se, al meglio delle proprie possibilità curandosi solo dei propri interessi nazionali.
E così si viene a sapere che dopo mesi di trattative e di tira e molla la Francia, scossa dai recenti avvenimenti di Parigi, ha concluso un ricco accordo di tre miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per rifornire il Libano di armi “made in France” pagate dalle tasche della casa reale Saudita.
Un accordo che va in due direzioni di fatto opposte. Nasce dalla necessità di armare la Lebanese Armed Force contro l’insorgenza radicale sunnita legata a Isis, soprattutto nell’area di Tripoli e per fronteggiare le formazioni terroristiche che operano in Siria, ma servirà anche a portare la combattività delle forze libanesi al livello di competitività di quelle di Hezbollah, naturale alleato della Siria del presidente Assad e impegnato anche esso nella lotta la terrorismo.
HEZBOLLAH-superJumboL’Arabia Saudita, che non ha mai fatto piena luce sui suoi frequentissimi flirt con le formazioni ribelli e terroristiche che da anni insanguinano il Medioriente e che in passato sembra addirittura aver finanziato diversi capibanda ribelli, vuole ora sottrarre il Libano all’influenza iraniana esercitata appunto attraverso Hezbollah.
Così a breve nel paese dei cedri arriveranno i regali francosauditi come gli elicotteri da guerra AS-532 Cougar e AS-3412 Gazelle, un numero non precisato di motonavi FS-56 combattenti armate con i famosi missili antinave Exocet, un intero sistema missilistico superficie-aria Sinbad, duecentocinquanta mezzi terrestri tipo blindati 4×4 Sherpa e VAB Mk-3 e ancora sistemi antiaerei Mistral, radar Cobra e altre batterie anti aeree da 20mm.
Di fatto il kit base per una forza armata rispettabile, il minimo per armare una pedina da utilizzare come si vuole.
L’Arabia Saudita sembra sia il principale sponsor delle coalizioni anti Assad in Siria ma sta giocando anche sul tavolo della coalizione anti Isis voluta da Obama ed ora interviene nelle dispute libanesi.
hollande-saudi-afp-670Un atteggiamento quanto meno strano per chi vuole riportare la stabilità nell’area siriana che non quadra.
La domanda che ci si potrebbe fare, soprattutto alla luce delle recenti azioni terroristiche avvenute proprio in Francia, è se non sarebbe meglio cominciare a trovare dei partner nella lotta al terrorismo che siano veramente disposti a farla. Non sarebbe meglio per i paesi europei cominciare a sostenere quelle istituzioni e quegli stati che invece fino ad ora i media ci hanno presentato come il nemico da abbattere?
Di fatto la Francia introdurrà in un teatro già fortemente compromesso una fornitura di armi importante che andrà, oggi o domani, a pesare sugli equilibri e sulle vicende belliche dell’intero Medioriente.

Nassim Taleb: l'UE è un orribile stupido progetto


Un altro grande si aggiunge ai tanti che considerano l'euro un progetto fallimentare. Intervista di Foreign Policy a Nassim Taleb, in cui senza mezzi termini il filosofo e matematico Libanese castiga l'euro e  afferma che la grandezza dell'Europa stava nella sua diversità.

Nassim Nicholas Taleb è famoso per andare contro corrente, ed ha avuto un tale successo che il titolo del suo libro Il Cigno Nero è diventato ormai un cliché che indica l'imprevedibilità globale, ben oltre il suo significato originario riferito a Wall Street. Nato in Libano, ha superato i primi anni della guerra civile alla fine degli anni '70 leggendo filosofia e matematica - da Platone a Poincaré - nel seminterrato della sua casa di famiglia. La guerra gli ha insegnato quanto velocemente possono cambiare le sorti, un'idea che lui ben presto ha applicato ai mercati dei derivati. Per Taleb, l'investimento è una forma di " iperconservatorismo", che comporta di fare un sacco di piccole scommesse su eventi esageratamente improbabili - come una crisi valutaria o la crisi bancaria, su cui ha fatto decine di milioni di dollari. Il suo ultimo progetto è aiutare i governi a divenire più consapevoli dei rischi, e il suo fervente messaggio anti-euro lo ha aiutato a conquistare l'ascolto del primo ministro britannico David Cameron.


Ci sono tre categorie di cose: cose fragili che si rompono, come il sistema finanziario; cose solide, che non si rompono facilmente, ma non migliorano, come il ponte di Brooklyn; e la mia nuova categoria, cose "antifragili" che traggono forza dallo stress e dal fallimento, come l'evoluzione. Il problema fondamentale in politica estera è che la gente spara per la stabilità piuttosto che per l' antifragilità.
Il paese più stabile nella storia del genere umano, e probabilmente il più noioso, tra l'altro, è la Svizzera. Non è nemmeno una città-stato, è uno stato municipale. La maggior parte delle decisioni vengono prese a livello locale, cosa che consente di distribuire gli errori, che non incidono negativamente sul sistema più ampio. Nello stesso tempo, la gente vuole un'Europa unita, più allineamento, e controllare i problemi. La soluzione è proprio nel cuore dell'Europa – la Svizzera. Non è unita! Non ha una Brussels! Non ne ha bisogno.

Sono appena tornato dal Libano, che mi sembra il posto più stabile di tutta l'area. Ogni rischio è visibile ad occhio nudo, lì; non si può essere danneggiati da una cosa del genere. Il tasso di omicidi è molto inferiore a quello degli Stati Uniti. I media dicono che è il caos - ma non lo è. Alla fine, è stabile perché Hezbollah e gli Sciiti sanno che devono vivere con i Sunniti e i Cristiani. Non può cadere in pezzi perché è un caos perfettamente controllato.

Abbiamo bisogno di un governo più piccolo, più decentrato. Sulla carta, grande potrebbe sembrare molto più efficiente - per avere economie di scala. Ma in realtà, è molto più efficiente se è piccolo. Un elefante è di gran lunga metabolicamente più efficiente, di un topo. E' lo stesso per una megalopoli contrapposta ad un villaggio. Ma un elefante si può rompere una gamba molto facilmente, mentre si può buttare un topoe da una finestra e andrà tutto bene. La dimensione ti rende fragile.

L'Unione europea è un orribile, stupido progetto. L'idea che l'unificazione avrebbe creato un'economia in grado di competere con la Cina e fosse più come gli Stati Uniti è pura spazzatura. Quel che ha rovinato la Cina, nel corso della storia, è lo stato gerarchico dall'alto verso il basso. Ciò che ha reso grande l'Europa è stata la diversità: politica ed economica. Avere la stessa moneta, l'euro, è stata una pessima idea. Ha incoraggiato tutti a prendere prestiti all'estremo.


Fonte:http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/10/08/epiphanies_from_nassim_nicholas_taleb

http://vocidallestero.blogspot.it/2012/10/nassim-taleb-lue-e-un-orribile-stupido.html

Il massacro dimenticato

Sabra e Chatila. Entrai in quel campo, ecco ciò che vidi
Di Robert Fisk

Quei ricordi, ovviamente, non si cancellano. Lo sa bene l’uomo che aveva perso la sua famiglia in un precedente massacro e poi vide, impotente, i giovani di Chatila costretti a mettersi in fila e a marciare verso la morte. Ma il tanfo dell’ingiustizia soffoca ancora i campi profughi nei quali esattamente 30 anni fa furono massacrati 1700 palestinesi. Nessuno è stato processato e tanto meno condannato per quel massacro, che persino uno scrittore israeliano paragonò all’assassinio dei partigiani jugoslavi ad opera dei simpatizzanti nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Sabra e Chatila sono un monumento eretto ai criminali che l’hanno fatta franca.

KHAKED ABU Noor era un adolescente, un futuro miliziano ed era partito per le montagne poco prima che i falangisti alleati di Israele facessero irruzione. Si sente in colpa per non aver potuto combattere contro i violentatori e gli assassini? “Il sentimento che ci accomuna è la depressione”, mi risponde. “Abbiamo chiesto giustizia, abbiamo invocato processi internazionali, ma nulla è accaduto. Nemmeno una sola persona è stata ritenuta colpevole di quell’orrore. Nessuno è finito dinanzi ad un tribunale. Forse per questo abbiamo dovuto soffrire ancora nella guerra del 1986 (per mano dei libanesi sciiti) e forse per questo gli israeliani hanno potuto massacrare moltissimi palestinesi nel 2008-2009 durante l’invasione di Gaza. Se i responsabili del massacro di trenta anni fa fossero stati processati, non ci sarebbero stati i morti di Gaza”. Ha le sue ragioni per pensarla a questo modo.

L’11 settembre a Manhattan decine di presidenti e primi ministri hanno fatto la fila per commemorare le vittime dell’attentato criminale al World Trade Center, ma nemmeno un leader occidentale ha avuto il coraggio di far visita alle fosse comuni sudice e spoglie di Sabra e Chatila. Ad onor del vero, va detto che in trenta anni nemmeno un solo leader arabo si è preso la briga di visitare il luogo in cui riposano almeno 600 delle 1700 vittime. I potenti del mondo arabo piangono, a parole, per la sorte dei palestinesi massacrati nei campi, ma nessuno ha voluto affrontare un breve volo per rendere omaggio a questi morti dimenticati.

E poi chi se la sente di offendere gli israeliani o gli americani?

Per ironia – ma significativa – del destino, il solo Paese che ha svolto una seria indagine ufficiale, pur finita in un nulla di fatto, è stato Israele. L’esercito israeliano lasciò entrare gli assassini nei campi e rimase a guardare senza intervenire mentre le atrocità si consumavano.

La testimonianza più significativa è quella fornita dal sottotenente israeliano Avi Grabowsky. La Commissione Kahan ritenne l’allora ministro della Difesa di Israele, Ariel Sharon, personalmente responsabile per aver consentito ai sanguinari falangisti anti-palestinesi di fare irruzione nei campi “per ripulirli dai terroristi” – rivelatisi inesistenti come le armi di distruzione di massa dell’Iraq 21 anni dopo. Sharon fu costretto a dimettersi, ma in seguito divenne primo ministro fin quando fu colpito da un ictus. Elie Hobeika, il leader della milizia cristiana libanese che guidò gli uomini nei campi – dopo che Sharon aveva detto ai falangisti che i palestinesi avevano appena assassinato il loro capo Bashir Gemayel – fu assassinato qualche anno dopo nella zona est di Beirut. I suoi nemici dissero che era stato ucciso dai siriani, i suoi amici incolparono gli israeliani. Hobeika, che aveva stretto una alleanza con i siriani, aveva appena annunciato che avrebbe “detto tutto” sulle atrocità di Sabra e Chatila dinanzi ad un tribunale belga che voleva processare Sharon.

Naturalmente quanti di noi entrarono nei campi il terzo e ultimo giorno del massacro – il 18 settembre 1982 – hanno i loro ricordi. Io ricordo il vecchio in pigiama disteso a terra supino nella strada principale del campo con accanto il suo innocente bastone da passeggio, le due donne e il bambino uccisi accanto a un cavallo morto, la casa privata nella quale mi nascosi dagli assassini insieme al collega del Washington Post, Loren Jenkins. Nel cortile della casa trovammo il cadavere di una giovane. Alcune donne erano state stuprate prima di essere uccise.

Ricordo anche la nuvola di mosche, l’odore penetrante della decomposizione. Queste cose le ricordo bene.

ABU MAHER ha 65 anni. La sua famiglia era fuggita da Safad, oggi Israele, e abitava nel campo profughi nei giorni del massacro. Sulle prime non voleva credere alle donne e ai bambini che gli dicevano di scappare. “Una vicina di casa cominciò ad urlare, guardai fuori e vidi mentre la uccisero con un colpo di arma da fuoco alla testa. La figlia tentò di fuggire; gli assassini la inseguirono gridando ‘Ammazziamola, ammazziamola, non ce la lasciamo sfuggire!’. Lanciò un grido verso di me, ma io non potevo fare nulla. Ma riuscì a salvarsi”.

Le ripetute visite ai campi, anno dopo anno, hanno creato una sorta di narrazione ricca di stupefacenti particolari. Le indagini condotte da Karsten Tveit della Radio norvegese e da me hanno provato che molti uomini, proprio quelli che Abu Maher vide marciare ancora vivi dopo il massacro iniziale, in seguito furono consegnati dagli israeliani agli assassini falangisti che li tennero prigionieri e Beirut est per diversi giorni e, quando si resero conto che non potevano servirsene per scambiarli con ostaggi cristiani, li giustiziarono e li seppellirono in fosse comuni. Altrettanto atroci e crudeli le argomentazioni a favore del perdono. Perché ricordare alcune centinaia di palestinesi massacrati quando in 19 mesi in Siria furono uccise 25.000 persone?

I sostenitori di Israele e i critici del mondo musulmano negli ultimi due anni mi hanno scritto insultandomi per aver più volte raccontato il massacro di Sabra e Chatila, come se il mio resoconto di testimone di quelle atrocità fosse soggetto alla prescrizione. Sulla base dei miei interventi su Sabra e Chatila raffrontati con miei articoli sull’oppressione turca, un lettore mi ha scritto che “sono portato a concludere che nel caso di Sabra e Chatila, lei mostra un pregiudizio contro Israele. Giungo a questa conclusione per il numero sproporzionato di citazioni di questa atrocità…”. Ma è possibile esagerare nel ricordare un massacro?

La dottoressa Bayan al-Hout, vedova dell’ex ambasciatore a Beirut dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ha scritto la più autorevole e dettagliata ricostruzione dei crimini di guerra di Sabra e Chatila – perché di questo si è trattato – ed è giunta alla conclusione che negli anni seguenti la gente aveva paura a ricordare.

“POI ALCUNI gruppi internazionali hanno cominciato a parlarne. Dobbiamo ricordare: le vittime portano ancora le cicatrici di quei fatti e ne saranno segnati anche coloro che debbono ancora nascere”. Alla fine del libro, al-Hout pone alcuni interrogativi difficili e pericolosi: “Gli assassini sono stati i soli responsabili? Possiamo definire criminali solo gli autori del massacro? Solo chi diede gli ordini può essere considerato responsabile? ”.

In altre parole, non è forse vero che il Libano aveva un parte di responsabilità a causa dei falangisti, Israele un’altra parte a causa del comportamento del suo esercito, l’Occidente un’altra parte per avere Israele come alleato e gli arabi un’altra parte per avere gli americani come alleati? Al-Hout chiude citando le parole con le quali il rabbino Abraham Heschel si scagliò contro la guerra del Vietnam: “In una società libera alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili”.


Versione originale:  The Independent

Traduzione a cura di Carlo Biscotto

Due pesi e due misure: Il caso Toni-De Palo

Di Amedeo Ricucci
Due giornalisti che scompaiono nel nulla dovrebbero fare notizia. O no? Se in più sono spariti a Beirut, in piena guerra civile, e se nella loro sparizione c’è lo zampino dei fedayin palestinesi, dei servizi segreti italiani e addirittura della P2, beh, ci sono tutti gli ingredienti per un giallo internazionale in piena regola, da sparare in prima pagina. E invece no. No, perchè in Italia ci sono giornalisti di serie A e giornalisti di serie B: i primi possono contare sulla mobilitazione del circo mediatico, sul sostegno dell’Ordine e sugli appelli del Sindacato; i secondi invece restano da soli e sono condannati all’oblio, lento ma sicuro.           
E’ il caso di Italo Toni e Graziella De Palo, due colleghi free-lance spariti a Beirut il 2 settembre del 1980. Di loro non si è saputo più nulla. Zero. Inghiottiti da un giorno all’altro dal buco nero della guerra civile libanese, che dal 1975 al 1991 ha fatto 150mila morti ed ha visto decine di migliaia di desaparecidos. All’inizio la copertura giornalistica fu discreta, ma con il passare degli anni scemò fino a cessare, anche perchè il governo Craxi, nel 1984, appose sulla vicenda il segreto di stato. Eppure c’erano tutti gli elementi per farne una battaglia civile di alto profilo: perchè Italo e Graziella erano stati sequestrati, questo è certo, e perchè i servizi segreti dell’epoca, infiltrati dalla P2, si erano distinti per i numerosi depistaggi, con cui avevano cercato di coprire (se non di aiutare) i sequestratori, appartenenti quasi certamente alla galassia dei gruppi palestinesi. Su questa storia è calato invece un silenzio di tomba. E chi sa – e sono in tanti, fra i politici dell’epoca – continua a tacere.  Restano le famiglie, che da anni in perfetta solitudine chiedono verità e giustizia. Vogliono sapere che fine hanno fatto Italo e Graziella, ma soprattutto perchè sono morti, come ormai è sicuro, a distanza di tanti anni.
La vicenda è complessa e i media, si sa, detestano le storie complicate, a meno che non abbiano risvolti politici immediatamente spendibili per gli editori. I giornalisti, poi, preferiscono votarsi alle cause già santificate, che danno maggiore visibilità e prestigio. Chi avesse voglia di approfondire può andare sul sito http://www.toni-depalo.it/, ricco di informazioni che lasciano di stucco. Per chi invece preferisse il racconto per immagini c’è una mia inchiesta per La Storia siamo noi (Un mistero di Stato – Il caso Toni-De Palo). Venerdì 2 settembre la rimanda in onda Rai 3, alle ore 08.05.

Fonte:http://www.amedeoricucci.it/due-pesi-e-due-misure-il-caso-toni-de-palo/

SIRIA: RIFLESSIONI DAL VICINO LIBANO

Di Luca Paolo Cirillo

Continuano le esplosioni, continuano le morti. Il gioco si ripete: il governo accusa gli insorti, gli insorti accusano il governo. Ma cosa accade in Siria? Di chi è questa rivoluzione? Una possibile risposta arriva dal Libano

 

Giudicare dall’esterno è sempre difficile. Ma se per questo “esterno” si intende il Libano, e con precisione Tripoli, la cosa diviene di gran lunga possibile. La città del nord ospita una ingente quantità di rifugiati siriani, è la roccaforte sunnita del paese ed è ormai divenuta la base della resistenza rivoluzionaria oltreconfine.
Basta osservare i colori, ascoltare i canti delle manifestazioni che qui inesorabilmente si ripetono ogni venerdì per capire che taglio sta prendendo questa rivoluzione.
Dal proposito laico, volto solo al conseguimento della tanto agognata Hurryya (in arabo “Libertà”), la piega che sta prendendo la rivoluzione siriana sembra assumere, giorno dopo giorno, i connotati di ciò che è accaduto precedentemente in Egitto e Tunisia.
Dalla popolazione studentesca alle lunghe barbe che siedono in parlamento il salto è breve.
L’esempio dell’Egitto è palese. Il ritorno di Rashid Ghannouchi in Tunisia può altrettanto illuminare i fatti.
Nascosti da un velo di laicità e facendo uso di chi in questa laicità ci credeva, i movimenti religiosi del paese stanno man mano prendendo il sopravvento nella guida della rivoluzione. Certo, chiedono solo “Libertà, rispetto e diritti umani”. Ma sentirlo dire da chi ha quattro mogli segregate in casa, impossibilitate ad incontrare il mondo e coperte inesorabilmente dal burka, per così dire, in versione integrale, dove nemmeno agli occhi è lasciata libertà, fa un po’ strano.
Sempre meno bandiere della Siria libera, sempre più bandiere dallo sfondo nero con in bianco scritto chiaramente “Non c’è altro Dio al di fuori di Allah”. Sempre meno canti allegri ed illusori “Ya al-Mahlah al-Hurryya” (“Ah la dolce libertà”), sempre più “Takbir: Allah Akbar!”
Della utopia di una Siria laica, libera e democratica resta ben poco.
Con il passare del tempo la situazione degli insorti si aggrava sempre più. Mancano ai rivoluzionari tutti i beni di prima necessità ed il loro aiuto sono accorse, nella maggior parte dei casi, varie associazioni islamiche sunnite, di fonti saudite. Credete che nel momento che la rivoluzione dovesse trionfare queste scompariranno?
E cosa dire delle baby-gang che attaccano le scuole sciite con pietre e fuoco ormai quotidianamente? Stiamo parlando di una rivoluzione contro Bashar Al-Assad, dittatore temibile ed indiscutibilmente antidemocratico, o di una ennesima guerra di confessione?
E cosa succederebbe alle minoranze cristiane? A me sembra di ricordare che anche in Piazza Tahrir si proclamava che queste dovessero essere rispettate, che si ci auspicava una civile convivenza tra le varie confessioni. Il massacro e poi l’esodo dei Copti nel post-Mubarak ci ha rivelato un’altra verità.
La Siria si avvia al giorno d’oggi a diventare un altro stato islamico. La popolazione è all’80% musulmana sunnita e ciò che potrebbe succedere, molto verosimilmente, nel caso la rivoluzione dovesse trionfare è un altro genocidio di genti innocenti ed inconsapevoli. Fino ad ora la dura dittatura di Bashar Al-Assad aveva tenuto a bada con il suo straziante sistema di servizi segreti l’emergere di qualsiasi dissidenza religiosa. Nel momento in cui questo “sorvegliare” dovesse venire meno gli antichi rancori torneranno a galla e si assisterà, con la consueta tranquillità, ad un ennesima strage e trasformerebbe questa rivoluzione, partita per giuste ed onorevoli cause, in una ennesima pagina nera da leggere sui libri di storia.

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