Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Meditteraneo. Mostra tutti i post

Verso la Zee marittima? Così il Mediterraneo torna centrale per l’Italia


Di Andrea Muratore

In queste settimane avanzerà nelle Commissioni della Camera dei Deputati una proposta di legge di grande rilevanza per l’approccio italiano al contesto geografico e geopolitico di più diretta rilevanza per il Paese, il teatro del Mar Mediterraneo. Parliamo della proposta di legge per l’istituzione di una Zona Economica Esclusiva (ZEE) marittima da parte del nostro Paese, avente come prima firmataria la deputata del Movimento Cinque Stelle Iolanda Di Stasio.
Il cluster mediterraneo italiano è di rilevanza internazionale e, come fa notare l’ammiraglio Fabio Caffio in Geopolitica del mare, numerosi settori testimoniano l’importanza strategica della marittimità: “flotta mercantile, cantieristica, portualità, forze navali di Marina militare e Guardia Costiera. Cui vanno aggiunti i distretti della pesca e i settori dell’offshore energetico, della protezione dell’ambiente marino e del patrimonio archeologico subacqueo”.
Puntare alla costituzione di una ZEE italiana nel Mediterraneo è un obiettivo difficilmente derogabile in una fase cruciale per la competizione strategica ed economica nel “Grande Mare” e in cui emergono con forza tendenze e spinte alla “territorializzazione del mare”, da intendersi come la spinta degli Stati a cercare il controllo diretto della gestione degli spazi che vanno oltre le proprie acque territoriali utilizzando, al contempo, la spregiudicatezza dei rapporti di forza e le possibilità garantite dagli accordi internazionali.
E parlare di ZEE nel Mediterraneo significa entrare in un tema decisamente combattuto: si pensi, per esempio, alla manovra diretta con cui la Turchia di Recep Tayyip Erdogan si è accordata con la Libia per delimitare le rispettive aree d’influenza e i confini marittimi di riferimento, nell’ottica di una partita fondamentale come quella energetica; o alla manovra con cui l’Algeria nel 2018 aveva istituito unilateralmente la propria ZEE, sovrapponendosi in parte alla Zona di Protezione Ecologica italiana, fino a 13 miglia dalle coste della Sardegna, aprendo un contenzioso con l’Italia che è alla radice della presa di consapevolezza del problema a Roma.
Una ZEE, tecnicamente, garantisce fondamentali priorità al Paese che la proclami, ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) firmata a Montego Bay il 10 dicembre 1982. Tale convenzione agli Stati assegna come “diritto naturale” e non richiedente proclamazioni di alcun tipo la possibilità di sfruttare le risorse economiche della piattaforma continentale, ovvero la parte di territorio in continuità con il profilo geologico nazionale che si trovi sotto i fondali marini, mentre nel titolo V garantisce agli Stati la possibilità di proclamare ZEE entro e non oltre le 200 miglia dalla costa. Lo Stato in questione beneficia di diritti sovrani ai fini dell’esplorazione, dello sfruttamento, della conservazione e della gestione delle risorse naturali, biologiche e minerali che si trovano nel tratto di mare e nel fondale dell’area in riferimento, ottiene il controllo dei diritti di pesca e deve in ogni caso concedere agli Stati terzi la garanzia della libertà di navigazione e di sorvolo e di posare cavi sottomarini all’interno della ZEE. L’onorevole Di Stasio ha dialogato con noi nel merito di tale iniziativa, sottolineando come “fosse arrivato il momento per il nostro Paese di prendere una posizione nel merito della questione. L’Italia prima d’ora non ha mai provveduto a legiferare sull’istituzione di una propria ZEE, sebbene fosse nei propri diritti, in accordo con la Convenzione di Montego Bay. In questo modo si intende anche inaugurare una nuova direttrice giuridica, con la quale ci auspichiamo che possano essere introdotti in seno al governo nuovi strumenti interdisciplinari per la valutazione di una nuova politica marittima”.
In un mare chiuso come il Mediterraneo nessuna regione costiera ha garantita una distanza superiore alle 400 miglia marittima capace di permettere a due ZEE opposte di lambirsi e confinare reciprocamente. Ciò rende fonte di potenziali instabilità geopolitiche proclamazioni unilaterali come quella algerina, non concordata con i Paesi il cui mare si trova a lambire la possibile ZEE: nel Mediterraneo le ZEE proclamate sono, in un secondo momento, soggette a negoziazioni analoghe a quelle compiute per determinare l’effettiva demarcazione della piattaforma continentale. “Il Ministero degli Esteri ha avviato le negoziazioni bilaterali con l’Algeria per stabilire reciprocamente i confini delle rispettive ZEE, nell’ottica di promozione di una buona politica comune nel Mediterraneo. L’Italia ha un’estensione costiera estremamente rilevante, ed è dunque prioritario per il Paese dare un impulso alla propria vocazione marittima in termini economici, energetici e ambientali”, ha inoltre aggiunto la Di Stasio.
Da questi negoziati derivano i citati diritti marittimi su stock ittici, esplorazione scientifica e, settore in crescente e dinamico sviluppo, ricerca del settore energetico.
Proprio sul tema energetico si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze del case study più importante riguardante la potenziale Zee italiana, il confronto con l’Algeria. Il citato ammiraglio Caffio, in uno studio pubblicato su Analisi Difesae l’ammiraglio Nicola de Felice, in un paper per il Centro Studi Machiavelli, hanno avvertito che l’Algeria potrebbe in futuro pensare di espandere all’esplorazione alla ricerca di gas e petrolio le attività nella zona contesa. Il rischio, tuttavia, non sarebbe cogente o concreto secondo l’onorevole sardo dei Cinque Stelle Pino Cabras, ritenuto uno dei maggiori esperti di questioni internazionali nella galassia pentastellata: “la dichiarazione unilaterale con cui l’Algeria ha proclamato la propria Zona economica esclusiva (Zee) nel marzo 2018 non ha avuto e non avrà alcun effetto concreto”, ha dichiarato a febbraio Cabras, replicando all’ex presidente della regione Sardegna Mauro Pili, che aveva ventilato minacce alla sovranità nazionale.
Non a caso Cabras, assieme a tutti i deputati sardi dei Cinque Stelle, ha cofirmato la legge presentata dalla Di Stasio, che riguarda in maniera principale proprio l’area rimasta sguarnita dei confini marittimi italiani, quella prospiciente la Sardegna. La necessità di un cambio di passo si avverte come necessaria, ora più che mai. Nei decenni passati la strada seguita da Roma ha puntato nella direzione della delimitazione della piattaforma continentale, a seguito di accordi stipulati con Jugoslavia (1969), Tunisia (1971), Spagna (1974), Grecia (1977) e Albania (1992) e della ricerca di un complesso modus vivendi con Malta; nel corso degli anni, però, la proclamazione di ZEE da parte degli altri Stati mediterranei ha alzato il livello della competitività e esposto il Paese al rischio di atti unilaterali non corrisposti. Proclamare la ZEE è di conseguenza un atto di grande rilevanza geopolitica e che certifica la decisa proiezione marittima dello Stato che lo compie. Può l’Italia, tra le maggiori potenze economiche, commerciali e militari del bacino del Mediterraneo esimersi dal farlo?

Libia, all'origine della crisi nel Mediterraneo



Intervista di Stefano Magni a Michela Mercuri

Sono passati quasi quattro anni dalla caduta di Gheddafi. Come mai in Libia, invece di costruire un nuovo Stato è scoppiata un'altra guerra civile?
La risposta va ricercata nella connotazione socio-politica del Paese. Storicamente, a differenza degli altri Stati della primavera araba, Egitto e Tunisia in primis, la Libia non ha mai avuto delle reali istituzioni, ma è stata per più di un quarantennio la Jamahiriyya di Gheddafi una sorta di “struttura” senza partiti politici, senza elezioni e neppure una società civile degna di questo nome in cui è sempre rimasta forte la connotazione tribale e localistica. A differenza degli altri Paesi, dove è stato possibile “liberarsi del dittatore” ma tenere in piedi, in qualche modo, una sorta di apparato statale, nel caso della Libia la caduta del Colonnello ha implicato il collasso del sistema, con la rinascita di tutti quei fermenti localistici e quelle rivendicazioni tribali soltanto sopite durante il lungo dominio di Gheddafi. Molte delle fazioni attive durante la guerra sono state ben armate (direi in maniera un po’ miope)  dalle forze internazionali della coalizione  e  non hanno mai voluto rinunciare alla propria porzione di potere e di armamenti. Le bande armate, unite durante il conflitto dal minimo comune denominatore dell’annientamento di Gheddafi, si sono poi divise per perseguire i propri interessi particolari, controllando, ciascuna, la propria fetta di territorio. In questo risiko così frammentato non è stato difficile per i miliziani islamici della coalizione Alba libica conquistare Tripoli, creando un governo ombra che compete con il governo formatosi a seguito delle ultime elezioni di giugno 2014 e riconosciuto dalla comunità internazionale ma oggi “esiliato” a Tobruk.
Libia, festa per la liberazione da Gheddafi
A cosa mira il governo di Tripoli? E a cosa, invece, quello di Tobruk?
In poche parole, entrambe le “fazioni” mirano al controllo del paese ed all’affermazione della propria legittimità. Più in particolare, il governo di Tobruk, guidato Abdullah Al Thani, e militarmente dal generale Khalifa Haftar, combatte per la  riconquista della capitale e  per riportarla sotto il proprio controllo sottraendola, dunque, alle milizie islamiche di Alba libica,vicine alla fratellanza musulmana e che, di fatto, detengono il potere a Tripoli all’interno del governo “ombra”. Va sottolineato che oltre che della legittimità internazionale, Tobruk gode dell’appoggio militare dell’Egitto che non solo lo sostiene in chiave “anti-fratelli musulmani” ma nutre anche mire territoriali sulla Cirenaica, l’area più orientale del Paese nordafricano e maggiormente ricca di giacimenti petroliferi. 
Quanto è forte e presente lo Stato Islamico in territorio libico?
Si è parlato e si parla tutt’ora con molto clamore dell’avanzata dello Stato Islamico in Libia. In realtà l’Isis in Libia, a differenza di quanto accade in altre realtà come l’Iraq e la Siria, va inquadrato fra tutti quei gruppi armati che sono attivi nel paese dopo la caduta di Gheddafi. Più che parlare di arrivo dello Stato Islamico in Libia, parlerei anche di milizie, già presenti nel territorio, che hanno deciso di affiliarsi allo Stato islamico. Così è stato, ad esempio, già nel 2014 quando una milizia di Derna si è autoproclamata affiliata dell’Isis, e poi, nel marzo 2015, con quella che è stata definiti la “presa di Sirte” ma che in realtà ha visto solo un manipolo di jihadisti provenienti da Egitto, Siria, etc. che hanno avuto poi il supporto dei guerriglieri locali e delle milizie di Ansal -al Sharia che li hanno visti come un buon modo per ridare smalto al loro potere nella zona. Con ciò non intendo certo dire che il fenomeno sia meno preoccupante e pericoloso e, anzi, va a corroborare il “fascino” crescente che la propaganda del Califfo esercita nell’area.  
Perché nessuna delle parti riesce a vincere la guerra?
Ad oggi in Libia abbiamo circa 230 milizie armate e 140 tribù, che si muovono in un sistema mobile e mutevole di alleanze e guerriglie interne che rendono molto difficile capire quali siano gli schieramenti in campo e quale la loro forza bellica. Ci sono fazioni che contano 100-200 uomini altre più grandi come la brigata Zintan con almeno 5.000-6.000 combattenti, per arrivare alle milizie di Haftar con 35.000 uomini. Certo è che nessuna delle forze in campo ha un potenziale così forte da prevalere sulle altre e per questo l’instabilità è costante. Volendo semplificare la galassia degli schieramenti possiamo dire: a Tripoli e Misurata agiscono le milizie islamiche del governo guidato da Fajr Libia (Alba libica) legate ai Fratelli Musulmani, dunque ostili all'Egitto ma anche in competizione diretta con le milizie dell’Isis; l’esercito di Tobruk e le milizie islamiste Fajr continuano a combattersi. Queste stesse milizie starebbero assediando Sirte, la città conquistata di recente dallo Stato Islamico. A Derna e Bengasi, poi, oltre alle bande armate “locali” ci sono anche i miliziani dello Stato Islamico. Tutte le bande sono ben armate, alcune con le stesse armi fornite dalla coalizione per sostenere i ribelli contro Gheddafi. Non solo, molte delle principali milizie ricevono, più o meno velatamente, costanti aiuti dai paesi vicini. Così se l’Egitto di Al-Sisi combatte apertamente accanto ad Haftar, il Qatar offre aiuti finanziari e militari ai fratelli musulmani del governo di Tripoli.
Milizie a Tripoli
Da quando in Libia è scoppiata di nuovo la guerra, il flusso di emigranti è aumentato esponenzialmente. E' solo per la mancanza di controllo delle coste, oppure qualcuna fra le parti in guerra ha interesse a far lucrare gli scafisti?
I migranti “si imbarcano” per la  più parte dalle zone controllate dal governo di Tripoli, difeso dalle milizie islamiste di Fajr Libia.  Faccio fatica a credere gli islamisti al potere a Tripoli non chiudano più di un occhio (nella migliore delle ipotesi) sui flussi. “Il commercio di esseri umani” genera importanti introiti – si parla di 34 miliardi di dollari l’anno con un guadagno medio di circa 150 mila dollari per ogni tratta – che credo facciano gola sia alle organizzazioni criminali sia ai vertici politici.  Mi limito ad un esempio. Dalle coste di Zuara, città alleata di Fajr Libia - a poco più di 50 km dalla frontiera tunisina - si registra il maggior numero di partenze e non credo che le motovedette libiche si limitino ad ignorare gli scafisti. Serve anche garantire assistenza ed appoggi ai trafficanti di uomini. Dunque, se da un lato è assodato il fatto che per ogni tratta venga pagato il pizzo (circa il 10%) ai miliziani che controllano le varie zone di partenza, dall’altro non credo che i vertici al potere a Tripoli siano indifferenti alle cifre generate da questi traffici. 
L'Onu ha scelto la via della mediazione fra i due governi. E' possibile, in tempi ragionevoli, la formazione di un governo di unità nazionale?
Credo che sia molto difficile, sia per come stanno ora le cose sia alla luce dei condizionamenti esterni. Mi spiego meglio. In primo luogo, qualora si dovesse riuscire a mettere i due governi intorno a un tavolo, sarà necessario tenere conto del fatto che dietro di loro si muovono altre potenze regionali a cui sarà necessario “allargare la trattativa”. Dietro al governo di Tobruk c’è l’Egitto, dietro a quello di Tripoli il Qatar e la Turchia. E questo complica le cose. In secondo luogo un governo di unità nazionale, stando così le cose, dovrebbe vedere, almeno sulla carta, un primo ministro espressione più del governo di Tobruk, essendo quello legittimamente eletto, ma con delle limitazioni e con delle “vicepresidenze” per non scontentare Tripoli. I due parlamenti potrebbero continuare a esistere ma si creerebbero delle formule ancora ambigue. Quindi, anche formando un governo di unità nazionale, questo potrebbe generare un sistema poco chiaro.
L'Ue ha finora optato per una missione di salvataggio in mare aperto, Triton, che ora è contestata. Avrebbe senso tornare a Mare Nostrum?
Sono due tipologie di missioni diverse, Triton è finalizzata al controllo ed è di natura difensiva, Mare Nostrum è rivolta al soccorso. Certo è che Mare Nostrum, per sua stessa natura, tende ad agevolare il traffico degli scafisti che possono contare su una sorta di “servizio navetta” fornito dalla Marina, utilizzando le loro barche giusto per scaricare in mare il loro carico di disperati (che verranno presto soccorsi) per poi tornare in Libia per un nuovo carico. Alla luce di ciò credo che sia giusto tenere e rafforzare Triton ma che questa vada integrata e rafforzata con altri mezzi e con una chiara strategia politica europea e internazionale per arginare la minaccia dei trafficanti con una azione congiunta sotto egida Onu e con un’Europa decisamente più partecipe!
L'Italia, di fronte a una crisi oltremare simile (anarchia e flusso incontrollato di immigrati) era intervenuta in Albania nel 1997. Lo potrebbe fare anche in Libia?
Ci sono molte similitudini, è vero, e l’idea non certo da accantonare. Dobbiamo però tenere conto del fatto che il blocco navale è un’operazione militare dai contorni molto precisi su cui il diritto internazionale parla chiaro: senza un esplicito assenso della Libia e delle Nazioni Unite, mettere in pratica un blocco navale lungo le sue coste è un atto di guerra. Dunque credo che sia necessario inquadrare tale azione in una chiara strategia condivisa, tenendo conto delle attuali criticità. In primo luogo è necessario un accordo con la Libia (un accordo c’è stato con l’Albania), che per ora ha due governi divisi: quello di Tobruk e quello di Tripoli (che peraltro controlla le zone di imbarco). Tripoli non ha mostrato alcuna intenzione di scendere a patti con l’Italia (o l’Europa), mentre Tobruk, il governo riconosciuto e con cui un accordo sarebbe più agevole, di fatto non controlla le zone interessate. In secondo luogo per ora non esiste nessuna strategia condivisa a livello europeo e internazionale, se non quella del minimo comun denominatore emersa a Bruxelles (triplicare Triton e offrire qualche nave non è una strategia). L’Unione europea ha deferito all’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini il compito di proporre azioni da discutere anche in sede Onu per combattere i trafficanti. Credo sia necessario parlare di questa opzione in sede Onu e provare ad agire con la collaborazione e l’avallo della comunità internazionale.



Immigrazione: per l'UE la situazione è "grave e peggiorerà nelle prossime settimane e mesi"



Di Salvatore Santoru

Come riportato dall'ANSA, la portavoce Natasha Bertaud ha affermato che la situazione nel Meditteraneo "è grave e peggiorerà nelle prossime settimane e mesi" ma "dobbiamo essere franchi, la Commissione non può fare da sola; non abbiamo la bacchetta magica" perché "non abbiamo i fondi né il sostegno politico" per l'avvio di operazioni europee di salvataggio. E il portavoce dell'esecutivo comunitario, Margaritis Schinas ha dichiarato che l'emergenza dell'immigrazione "è la priorità delle priorità" per la Commissione europea che "sta lavorando intensamente per finalizzare" per la nuova strategia.

Per approfondire:http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2015/04/16/immigrazione-ue-situazione-grave-e-peggiorera_9f13b9ac-f5af-4782-b860-a1aef13bd4e9.html

Foto:http://www.diggita.it

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *